La funzione del Mito come apologia del Dominio e sottomissione delle masse.

Premessa

Generalmente i poemi omerici come quelli di Esiodo, nonchè i miti e le leggende cretesi, vanno letti in maniera rovesciata nel senso che gli eroi, i protagonisti vittoriosi contro i crudeli e spietati nemici, privi di morale e di religione, non sono altro che gli esponenti della nuova società che poi diventerà una civiltà, quella schiavile che vuole imporsi su quella agricolo-pastorale precedente,dove le divinità, al massimo, erano connesse ai fenomeni naturali e non venivano fatte interferire più di tanto nelle vicende umane.
E’ quindi evidente che era nell’interesse dei loro autori presentare questi nemici nella maniera più deformata possibile, tale per cui il lettore ( in origine semplice ascoltatore) doveva avere l’ impressione che i fatti narrati non potevano che svolgersi così e che solo in un modo potevano essere interpretati.
Per esempio il mito del minotauro non rifletteva soltanto la talassocrazia della civiltà minoica ma anche il passaggio da una civiltà prevalentemente agricolo-pastorale-matriarcale (1), ove la religione era di tipo animistico, a una civiltà urbana-commerciale-patriarcale, dove la religione diventava politeistica e gerarchizzata.

Per giustificare tale transizione fu sufficiente far passare la regina Pasifae per un sgualdrina che aveva partorito un mostro, mezzo uomo e mezzo animale, accoppiandosi con un toro che le era stato regalato da una divinità molto antica, Poseidone” re degli oceani, che andava subordinato ad altri dei. Non a caso l’altro famoso mostro dell’ Odissea omerica, il pastore-agricoltore Polifemo, è figlio di Poseidone.
Quando la civiltà cretese che fonda nel Mediterraneo la “civiltà tout-court” insieme a quella egizia, scompare intorno al 1400 a.C., la sua cultura viene ereditata da quella greca, di origine indoeuropea, emigrata verso la penisola balcanica intorno al 2000 a.C. I poemi omerici e i testi di Esiodo non fanno che riflettere la cultura militare e aristocratica di questa nuova civiltà.
La prima seria contestazione a questa mitologia religiosa venne mossa da quei greci emigrati sulle coste ioniche dell’odierna Turchia occidentale (che quella volta si chiamava Asia Minore), in seguito all’invasione dorica del 1200 a.C. Fu così che nacque la filosofia, i cui connotati ateistici erano molto evidenti.

Un mito non è nato vero e col tempo è divenuto falso, ma è nato falso ed è divenuto sempre più incomprensibile. Al punto che oggi di tanti miti conserviamo soltanto alcune frasi fatte usate a mò di banali paragoni: p.es. “bello come un Apollo” o al femminile “come una Venere”, “astuto come Ulisse”, “forte come Ercole”, oppure “essere una megera” o “un narcisista”.
E tuttavia la mitologia greco-romana fa parte della storia della cultura ed è stata fonte inesauribile d’ispirazione per una schiera innumerevole di artisti, pittori, scultori, architetti, orafi, poeti e drammaturghi. Persino ai tempi del Manzoni si discuteva se continuare o meno a riconoscere dignità culturale alla mitologia classica.
Non si può che sorridere a leggere le avventure degli eroi ed eroine e soprattutto degli dei della mitologia greca. Eppure nella nostra stessa civiltà borghese tantissima produzione mediatica risente delle caratteristiche fondamentali di quell’antica mitologia, ovviamente mutatis mutandis.
Basti pensare a come il cosiddetto pubblico viene indotto a considerare gli attori cinematografici, gli atleti sportivi, gli eroi di libri o fumetti per giovani tradotti immancabilmente in film, ma si pensi anche ai successi editoriali di Luciano de Crescenzo, tutti impostati sulla riscoperta per lo più in forma ironica dei miti classici ma anche al modo stesso di fare politica che hanno taluni personaggi di governo, privi di riserve mentali quando si tratta di paragonarsi a superman o al messia.

La cosa strana è che per molti secoli la religione cristiana (sia essa cattolico-romana o protestante) ha creduto di poter ovviare alle favole del mondo pagano introducendo il realismo delle vite dei santi o la teologia della cosiddetta “vita trinitaria”, schiere angeliche ivi annesse. Ma è poi davvero strano questo? Ancora oggi il cristianesimo caratterizza, ideologicamente, tutta la civiltà occidentale, al punto che ci si rivolge tranquillamente a “dio” in occasione di guerre di conquista fatte passare per “missioni di pace” nella speranza di veder esaudite le proprie richieste coloniali o imperiali. Oggi i governi occidentali usano il cristianesimo alla stessa stregua di come nell’antichità i potentati usavano il paganesimo, persino avvalendosi di forme e modi che il cristianesimo stesso, nei suoi tempi migliori, aveva recisamente condannato. E’ come se la mancata realizzazione degli ideali cristiani abbia portato a un revival della mitologia classica, pur nel rispetto formale delle apparenze post-pagane.
Non c’è dunque stranezza in tutto questo, poichè cristianesimo e mitologia hanno più punti in comune di quel che non si pensi; solo che per accorgersene bisogna porsi al di fuori del cristianesimo e i primi a farlo, con successo, sono stati i filosofi illuministi del XVIII secolo, che, come noto, o erano atei o vagamente deisti.

Purtroppo, come spesso succede in questi casi, si è fatta di tutta l’erba un fascio, in quanto dietro la preoccupazione di salvaguardare le verità della ragione non c’è stata analoga preoccupazione di cercare di capire le ragioni di quei miti, pagani e cristiani, le motivazioni psicologiche, culturali o politiche che li avevano generati. Tutto era mito e quindi tutto da cestinare. A partire dal XIX secolo già tutta la mitologia cristiana era entrata a far parte, come oggetto d’interesse, delle scienze dedicate al folklore, allo studio dell’etnologia, sociologia, antropologia della religione. Scienze neonate che, spesso per motivi di opportunità, non sono mai arrivate a conclusioni che potessero risultare particolarmente scomode alle autorità religiose costituite e agli stessi governi occidentali, convinti che il cristianesimo sia fonte della loro superiore civiltà.
Un testo coraggioso come quello di Saintyves Paul (1860-1935), Les saints successeur des dieux. Essais de mythologie chretienne, Paris, 1906, non è mai stato tradotto in lingua italiana. Forse perchè l’autore sosteneva con energia che il culto dei martiri e dei santi è di origine pagana. E quanto, in questa trasposizione di miti, abbia influito l’ideologia ebraica divenuta cristiana, è facile immaginarlo.
Non bisogna infatti dimenticare che nel confronto culturale tra ebraismo ed ellenismo esiste una specifica superiorità ebraica proprio nella capacità di presentare in maniera realistica situazioni in gran parte romanzate. Mentre infatti nella mitologia greca appare subito evidente la costruzione
artificiosa palesemente inverosimile, volta a colpire l’immaginazione, la fantasia dell’ascoltatore o del lettore; viceversa in quella ebraica, generalmente più sobria ed allusiva, le falsificazioni hanno lo scopo di mettere in risalto una verità che sivuole presumere storica, connessa a vicende più di popoli o etnie o tribù che non di individui singoli o di piccoli gruppi parentali. Tant’è che spesso si ha l’impressione che nella cultura ebraica la falsificazione abbia, in definitiva, lo scopo di mascherare situazioni o eventi che potrebbero risultare contraddittori alle scelte “mitologiche” successivamente compiute, o comunque a scelte diciamo “impopolari”, in quanto la mitologia – anche nella cultura ebraica – viene sempre usata dalle classi dominanti come arma per rabbonirele istanze emancipative delle masse.

Nelle società antagonistiche la mitologia-e quindi ogni tipo di religione- può essere tranquillamente considerata come una forma di narcotico atto a far sognare paradisi perduti o comunque a far evadere dalle frustrazioni del presente. Sotto questo aspetto ci pare poco significativa la differenza tra miti e leggende. I miti e le leggende sono sempre stati usati per confermare un presente, non per negarlo. Nei miti la fantasia serve per edulcorare una
realtà segnata dagli antagonismi sociali.
Non ci piace l’idea di considerare i miti come discorsi chiusi in se stessi e le teologie come discorsi aperti al confronto incessante tra uomo e dio. Sarebbe come dire che i miti di un bambino sono delle favole proprio perchè si tratta di un bambino, mentre le teologie dell’adulto possono vantare delle verità proprio perchè vengono elaborate da persone adulte. Miti e teologie appartengono, in realtà, al novero delle leggende, e la differenza che li separa è solo di forma (nelle teologie p.es. vi sono delle tesi da dimostrare, il che potrebbe essere interpretato come una forma non di superiorità intellettuale ma di insicurezza esistenziale). E’ evidente che le favole per bambini somministrate dai loro genitori non possono avere la medesima complessità di quelle somministrate agli adulti da parte dei poteri costituiti. Il fatto che la cultura occidentale abbia creduto per molti secoli che la mitologia cristiana non sia stata una vera e propria mitologia bensì una vera e propria storia non toglie nulla alla convinzione che nella storia del cristianesimo la mitologia ha assolutamente svolto un ruolo preponderante al punto che risulta quasi impossibile discernere la verità dalla finzione.
Fa parte appunto dell’ideologia ebraica far credere vero ciò che è falso utilizzando allo scopo gli artifici dei dettagli storici degli avvenimenti popolari, mentre la mitologia di origine greca, non avendo alle spalle una consolidata tradizione di popolo, si preoccupa più di stupire con “effetti speciali” (ieri la retorica linguistica, oggi anche la multimedialità), avendo chiaramente un mero scopo di svago emotivo, di intrattenimento intellettuale, in cui l’identificazione tra aspettative del singolo e vicende mitiche non raggiunge mai profondità particolarmente esistenziali. Il dramma di Abramo che sacrifica Isacco è infinitamente più complesso di quello di Agamennone che sacrifica Ifigenia: là era il senso di una colpa personale che aveva portato all’infanticidio, qui è il senso d’ impotenza umana nei confronti del destino.
Con ciò ovviamente non si vuol sostenere che il cristianesimo non abbia operato un benefico “repulisti” di tutte le falsità della mitologia pagana; si vuol semplicemente sostenere che in questa sorta di epurazione razionale spesso e volentieri non si è fatto altro che rimpiazzare un’obsoleta e ingenua mitologia con un’altra decisamente più sofisticata.

Purtroppo l’accesso riservato a fonti e alle stesse lingue latine, greche ed ebraiche, ha fatto si che il popolo cristiano non abbia mai avuto gli strumenti (in Europa praticamente solo a partire dalla Riforma sono cominciati gli studi critici) per mettere in discussione tale operazione intellettuale.
La chiesa romana ha dominato incontrastata per molti e molti secoli proprio a motivo di un monopolio culturale sulla lingua scritta. Inevitabilmente questo potere ha impedito di fare studi critici sul passato pre-cristiano, quello di origine pagana, che ci avrebbe permesso di capire quale e quanta dipendenza esiste del cristianesimo nei confronti della mitologia classica.
Tutti i miti costruiti intorno alla figura di Gesù Cristo sono di origine pagana. Forse l’unico documento che la chiesa cristiana non è riuscita a manipolare è la sindone, nei confronti della quale si guarda bene dal considerarlo attendibile: infatti se la sindone è vera i vangeli mentono.

Funzione ideologica del mito e rapporti tra mitologia greca e romana.

La mitologia greco-romana ha svolto una funzione apologetica riscontrabile anche nella Bibbia ebraica e cristiana. Gli uomini moderni sono soliti considerare mitici quei racconti aventi caratteristiche leggendarie in cui i protagonisti compiono cose assolutamente impossibili o innaturali, anche se umanamente comprensibili o comunque, diremmo oggi, scientificamente irriproducibili, in quanto si fa ricorso a prodigi spettacolari o eventi miracolosi (molti dei quali però oggi possiamo riprodurre proprio in virtù della rivoluzione tecno-scientifica), interventi di forze o entità ultraterrene e così via.

Quando leggiamo le narrazioni mitologiche siano esse di cultura greco-romana o ebraico-cristiana siamo portati a considerarle come semplici descrizioni simboliche o allegoriche, mentre per tanti secoli gli uomini, nella loro ignoranza o per cieco fanatismo, le hanno interpretate in maniera letterale, senza metterle in discussione. Si pensi solo, sul versante ebraico-cristiano, alla creazione dell’ uomo o dell’universo, ancora oggi considerate da certi ambienti integralistici come intangibili al cospetto delle teorie evoluzionistiche, o, sul versante greco-romano, alle infinite leggende connesse alla nascita di città e stirpi. In realtà le cose non sono cose semplici. Oggi ci è facile, con la scienza e la tecnica e con lo sviluppo dell’ umanesimo laico, dire che un mito è un mito. Per es. nessuno oggi si scandalizza quando la critica sostiene che il personaggio di Enea descritto da Virgilio, in occasione della nascita di Roma, è del tutto inventato. Eppure questo atteggiamento disincantato non significa affatto che si sia stati capaci di demitizzare il mito di Enea. Il fatto che oggi si sia convinti che la realtà sia stata mascherata con degli artifici non implica di per sè la capacità di analizzare criticamente i valori di quella realtà trasmessi con la finzione.
Cioè se anche dimostriamo che Enea è un falso non per questo abbiamo dimostrato che era falsa la motivazione dell’ autore che si è servito di questo espediente letterario per trasmettere una determinata ideologia. Beninteso una motivazione va semplicemente constatata e non giudicata di verità o falsità. Virgilio aveva sicuramente delle buone motivazioni per presentare al suo pubblico un finto personaggio come Enea. E tuttavia compito del critico non dovrebbe essere semplicemente quello di dimostrare che l’eroe era simulato e che le sue vicende sono servite per legittimare scelte storiche e politiche che di leggendario nulla avevano, ma anche quello di verificare se le motivazioni che hanno fatto nascere questo eroe e le sue vicende possono considerarsi adeguate alla realtà che, seppur in maniera mistificata, si voleva far conoscere; un’analisi di questo tipo ci aiuterebbe a comprendere anche il nostro tempo. Non dimentichiamo che proprio l’Eneide venne considerata da Thomas S. Eliot come il classico che meglio poteva rappresentare l’Europa distrutta dalla seconda guerra mondiale. Posto infatti che la mistificazione va data per scontata, in quanto risulta presente in tutti i racconti mitologici di tutte le civiltà, il problema che bisogna affrontare in maniera nuova è un altro: dobbiamo o no accettare le motivazioni che hanno fatto
nascere quelle mistificazioni? Dobbiamo accettarle tutte o solo in parte? Dobbiamo forse accettarle come un dato di fatto, visto che esse, se ci sono pervenute, è da presumere che abbiano passato il vaglio dei poteri dominanti, i quali le avranno ritenute le più idonee a rappresentare la realtà del loro tempo e a trasmettere questa rappresentazione ai posteri? Oppure possiamo mettere in discussione questa constatazione di fatto e chiederci se per caso non avrebbe potuto esserci una diversa interpretazione della realtà? Restiamo all’esempio di Enea. Virgilio lo presenta come un Ottaviano ante litteram. Il poeta, che è un intellettuale del regime, preferisce la forza dell’eroe che deve unificare tutte le terre e le genti italiche sotto un unico dominio, all’autonomia delle tribù, delle etnie ecc., presenti da secoli nella penisola. Quando parla di Enea lo fa a favore dell’impero, dell’unità imperiale voluta da Augusto, e quindi a favore della forza. Ma Virgilio non può dirlo esplicitamente, poichè l’uso della forza – come noto – può implicare anche il torto. La forza dei romani, per evitare equivoci, va invece presentata come vincente perchè giusta, voluta dagli dei. La parte demagogica dell’Eneide sta nell’idea che l’eroe usa la forza per un fine di bene, per vincere la violenza e riportare i popoli ai valori etici originari. Deve riportarli con l’uso della forza, perchè non c’è altro modo. Le popolazioni italiche impediscono l’uso di altri mezzi perchè sono contrarie all’unificazione della penisola sotto un unico dominio imperiale. Ai tempi di Virgilio vigeva la guerra civile tra chi voleva salvaguardare una repubblica ormai alle corde con una democrazia fragilissima e chi invece voleva una centralizzazione dei poteri nelle mani di un principe. Virgilio vuole, anzi, deve dimostrare che l’uso della forza da parte dei romani era inevitabile, assolutamente necessario per vincere il “disordine” causato dalle popolazioni locali. Egli non prende in esame l’origine della violenza, anzi, ha tutto l’interesse a mostrare che la violenza non era stata causata dai romani, ma solo dagli italici. I romani usavano la forza del bene col bene della forza per superare i rischi della disgregazione. Questo perchè per Virgilio la nascita dell’impero non può essere messa in discussione. L’impero era nato per rimediare ai guasti causati dalla repubblica in sfacelo. Virgilio vuole sostenere la tesi che alla rovina della repubblica non vi era altra soluzione che l’impero. Questa interpretazione della realtà a lui coeva è stata semplicemente adottata nell’analizzare dei fatti accaduti 600 anni prima. Si è usata la mitologia per giustificare un determinato processo storico.
Criticare oggi la mitologia non significa ancora mettere in discussione la necessità di quel processo. Noi siamo figli di quel processo e non possiamo autonegarci, anche se è il processo stesso che ci nega.

Una delle caratteristiche tipiche di molti latinisti è quella di considerare la letteratura latina classica come, rispetto a quella greca, più dotata dal punto di vista dei sentimenti e delle virtù umane, non foss’altro perchè si tratta di una letteratura più sobria e meno retorica (nel senso negativo che noi oggi attribuiamo a questa parola), più ironica e autoironica, sicuramente meno tragica, infinitamente più vicina alla quotidianità del vivere sociale e civile. Basta fare un confronto, nei giudizi dei critici, tra quelli espressi sull’Eneide e quelli espressi sull’Iliade e l’Odissea.
Si badi, in questo confronto i latinisti tengono sempre in considerazione che la letteratura latina è di molto posteriore a quella greca, si serve di quest’ultima e cerca di svilupparla in maniera autonoma, originale. Questo per dire che nessuno si sogna di operare semplicistiche contrapposizioni tra cultura greca e cultura latina.
Spesso tuttavia i latinisti sembrano trascurare il fatto che nelle analisi particolarmente favorevoli alla letteratura latina non si mette mai in discussione la funzione apologetica esercitata da tale letteratura nei confronti degli interessi politici dell’impero. Spesso purtroppo non ci si accorge che l’humanitas della letteratura latina non può di per sè rendere questa letteratura più accettabile di quella greca, o farci ritenere l’impero romano, che essa legittimava, migliore di quello ellenistico. E’ vero che i personaggi omerici possono apparire più elementari nelle loro passioni, più istintivi o più immediati di quelli latini, ma questo riflette appunto la diversità di concezione politica del dominio, che in Grecia coincideva essenzialmente col territorio geografico della polis, mentre nella latinità si ha bisogno di una centralizzazione imperiale su vasta scala. L’humanitas della letteratura latina va messa in rapporto con l’esigenza di giustificare un’oppressione maggiore. Personaggi come Ulisse o Achille sono impensabili per un grande poema come l’Eneide, dove tutto deve essere finalizzato a un unico scopo: la gloria di Roma imperiale e il trionfo sui particolarismi localistici e sugli eroismi o sulle stravaganze individuali. Enea è l’uomo pius per definizione, il cui sentimento profondo di umanità si trasforma in crudeltà solo quando sono in gioco gli interessi superiori della politica, dello Stato. I latinisti, in tal senso, non hanno difficoltà ad accettare, neppure dopo duemila anni di cristianesimo, che la
pietas si volga nel suo contrario quando la posta in gioco è la tutela della civiltà romana. E sulla civiltà greco-romana, ma soprattutto su quella romana, noi ancora oggi andiamo a cercare le fondamenta della civiltà borghese.
C’è molta più ipocrisia nella letteratura latina di quanto non si creda. Qui infatti si ha necessità di giustificare lo schiavismo come sistema organizzato di rapporto socioeconomico, laddove il mondo greco al massimo lo considerava come una forma per dimostrare l’inferiorità culturale e intellettuale delle civiltà non ellenistiche. Tant’è che già all’avvento dell’imperatore Adriano – dice Giovenale – ” gli studi erano ormai privi di speranza e non avevano altro motivo di essere se non in Cesare”. Già a partire dal II sec. d. C. si assiste a un lento e inesorabile declino della letteratura latina

Oggi non è più possibile accettare che un dominio politico possa pretendere una maggiore legittimazione solo perchè i suoi apologeti mostrano una superiore visione umanistica della realtà. E neppure è possibile accettare l’esistenza di una concezione del destino inesorabile o di un fato insondabile nei cui confronti ogni volontà si deve piegare, ivi inclusa quella dalle caratteristiche più umane.

Nelle società antagonistiche basate prevalentemente sull’affermazione del singolo o della famiglia o anche della stirpe, proprietari di determinati mezzi produttivi, la mitologia ha un peso preponderante, paragonabile, come effetto persuasivo sulle masse, alle piramidi egizie, anch’esse peraltro forme espressive di un’ideologia mitologica. Oggi la mitologia viene svolta prevalentemente dai massmedia, in particolare dalla cinematografia, vera e propria fabbrica dei sogni. Essa infatti permette qualunque effetto speciale, qualunque forma di pathos o di intreccio psicologico, è in grado di riprodurre qualunque aspetto della realtà.

Nel mondo socio-religioso dei poemi omerici vi sono alcuni elementi salienti:
1. Anzitutto i greci (e con questa parola bisogna intendere gli intellettuali e la classe dirigente) erano convinti che il loro presente fosse migliore del loro passato, cioè che il passaggio dal comunismo primordiale alla società schiavile fosse stato assolutamente necessario, per cui fanno di tutto per mettere in cattiva luce chi non vi crede, chi ha cercato in qualche modo di opporvisi o comunque chi rappresenta qualcosa di antico, che si è già superato, materialmente e ideologicamente (p.es. Polifemo, la maga Circe).
2. Omero e gli altri cantori di queste leggende non possono in alcun modo essere paragonati ai profeti biblici, poichè mentre questi contestavano talune azioni dei potenti e rischiavano anche di essere giustiziati, i cantori greci invece li esaltavano, si mettevano al loro servizio e fruivano di tutti gli onori. Il loro specifico ufficio era quello di dilettare, sicchè in un certo senso si può dire che i poemi omerici possono essere paragonati a una forma di piacevole intrattenimento.
3. Nell’Iliade sussistono forme politiche provenienti da una democrazia guerriera primitiva, in cui i capi militari eleggono temporaneamente il loro sovrano per scopi bellici, ma la tendenza è quella di fare di tali capi un’aristocrazia privilegiata, il cui potere economico sta nella proprietà terriera e schiavile, mentre l’organizzazione politica è strutturata sull’indipendenza delle città-stato (poleis). Gli aristocratici sono dediti soltanto alla politica e alla guerra, ma anche alla conduzione di affari per aumentare i loro patrimoni immobiliari e detengono tutte le cariche prestigiose dell’amministrazione statale della polis, incluse quelle religiose.
4. I valori etici di questa classe sociale e quindi dei poemi epici che la rappresentano sono quelli degli eroi individuali che vogliono vincere o primeggiare a tutti i costi: il popolo è solo una massa informe che serve per realizzare gli obiettivi dei capi militari. Tutto può servire allo scopo, soprattutto quando si vuol far credere che è la patria ad essere minacciata: anche l’inganno, la menzogna, il raggiro, la spietatezza.
5. Tutta la religione (miti e leggende) dei poemi omerici riflette l’ideologia e gli interessi materiali di questa classe egemone aristocratica che è
razzista (in quanto considera i non greci dei barbari) e schiavista (anche gli stessi greci, se debitori insolventi, possono essere schiavizzati, ma in genere gli schiavi vengono acquistati sui mercati, oppure sono prigionieri di guerra o frutto di azioni piratesche, e naturalmente devono fare qualunque tipo di lavoro). In particolare gli dei rispecchiano la personalità, buona o cattiva che sia, degli uomini di potere, i quali vogliono far credere che essi sono sempre presenti, qualunque azione si compia. Gli dei parteggiano per questo o quell’eroe e quando in uno dei due prevale cio’ che viene attribuito alla maggior potenza di un dio rispetto a un altro (anche tra gli dei vi sono le gerarchie), oppure al destino, i cui criteri imperscrutabili di giustizia sono superiori alla stessa volontà divina. L’unica differenza fondamentale tra uomini e divinità sta nel fatto che gli uomini, quando muoiono, finiscono col diventare ombre dell’Ade, un luogo sotterraneo da cui non vi è alcuna possibilità di uscire, e dove non vi sono nè premi per i meriti nè punizioni per le colpe, per cui il significato della propria vita va cercato solo finchè si è vivi sulla terra.
Generalmente gli dei puniscono la condotta riprovevole degli uomini soltanto quando questa è reiterata o esibita o finalizzata a un interesse meramente
egoistico, indifferente a uno scopo superiore, insomma viene punito chi esagera, chi approfitta eccessivamente di qualcosa, chi gioca col destino, chi vuol mettere alla prova la pazienza degli altri (o degli stessi dei), chi vuole sottrarsi ai propri doveri istituzionali, ecc. La regola fondamentale che ognuno deve rispettare è quella di non infrangere le regole di una società basata sul predominio dell’aristocrazia guerriera, latifondista e schiavista. A queste regole invece cominceranno ad opporsi i primi filosofi cioè i rappresentanti di una nuova classe sociale, la borghesia,la cui ricchezza si basava non sulla terra ma sui traffici commerciali, soprattutto marittimi. E ciò avverrà, inizialmente, non nella penisola greca ma nelle sue colonie più fiorenti, quelle ioniche.

Conclusione

Gli eroi di una qualunque civiltà sono tutti moralmente falsi quando addirittura non inventati. Ogni civiltà ha bisogno di giustificare il peggio di sè dandosi appunto degli eroi, che spesso sono martiri e che sempre vengono considerati come dei miti leggendari, la cui vera identità si perde nella notte dei tempi, in quanto ciò che di loro si deve ricordare, di generazione in generazione, è soltanto l’atto di eroismo, il gesto clamoroso, il sacrificio di sè.
La cultura dominante delle civiltà antagonistiche è tutta falsa. Noi consideriamo sublimi gli atti di eroismo, quando invece essi vennero compiuti per difendere un arbitrio, per imporre un abuso, sempre mascherato da un diritto alla libertà, da un superiore senso di giustizia. E’ certamente possibile che molti eroi si siano sacrificati in buona fede, convinti che non ci fossero doppi fini, ma chi ha tramandato la loro memoria l’ha fatto andando al di là delle loro intenzioni.
Gli eroi, i martiri, i miti, sono tra le maggiori illusioni di tutte le civiltà, al pari del progresso infinito, del benessere assoluto, della pretesa superiorità mondiale. E’ stato per colpa di queste illusioni che la storia ci è giunta completamente deformata, coi ruoli dei protagonisti del tutto travisati: i buoni son diventati cattivi e i cattivi buoni. Molto probabilmente quasi tutto quello che sappiamo è falso. E, allo stato attuale delle fonti storiche, non avremo mai la possibilità di conoscere la verità. Noi stessi non sappiamo più cosa sia la verità: è soltanto un’ approssimazione molto difettosa.
L’unica possibilità di poter afferrare un briciolo di verità è di guardare le cose in maniera rovesciata, come appunto si diceva nella premessa di questo libro.
I veri eroi son stati quelli che han cercato di resistere alla deformazione della verità.

tratto da “I miti rovesciati” di Enrico Galavotti

nota1 (più che matriarcale direi che la società era gilanica)

Greta On-Offarte gilanica

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