Delega e responsabilità. (La società della competizione)

Delega e responsabilità.
Non c’è un aspetto della vita quotidiana che non sia stato infantilizzato e, col passare degli anni, non lo sia sempre di più. È difficile immaginare che qualcuno si soffermi a pensarci, ma la delega è alla base della vita dell’individuo contemporaneo.

Che ciò avvenga sotto la spinta di poteri forti con un disegno preciso o perché l’alto tasso tecnologico e la scarsità di tempo a disposizione rendono impossibile la conoscenza e la pratica necessarie o magari semplicemente per comodità, fatto sta che sempre più attività divengono esclusive dei cosiddetti esperti. Hai lavorato per 5 anni in una ditta di riscaldamenti e vuoi riparati la caldaia da solo? Non hai la certificazione. Hai tutte le conoscenze per un semplice intervento sulla linea elettrica? Non puoi, non sei un elettricista accreditato. Vuoi fare un orto nel tuo giardino e per avere più luce devi abbattere un albero? Ci vuole il permesso del comune. Non credi in un vaccino e vuoi seguire pratiche mediche alternative? Come osi? Hai più conoscenze di tutti gli insegnanti messi insieme della scuola elementare vicino casa, ma non ti sognerai mica di dare da te l’istruzione che ritieni necessaria ai tuoi figli? Hai subito un torto da qualcuno, ma non ti azzardare a vedertela da solo, non sei nessuno! Gli esempi potrebbero continuare per alcune pagine, ma la sostanza non cambierebbe: che si tratti della burocrazia, della tecnologia o di associazioni, ci sarà sempre qualcuno a dirti come devi svolgere quella data attività. Il problema principale è che questa condizione di sudditanza permanente non la avvertiamo proprio. È così introiettata in noi da non poterla vedere, così come non possiamo vedere il nostro stomaco. Questo ci ha portato ad aspettarci che ci sia sempre qualcuno a cui affidarsi, anche quando nasce un problema nuovo. Nonostante la pacificazione sociale dilagante in Italia, capita ancora che quando lo Stato e/o la multinazionale di turno decide di farla un po’ troppo grossa, nascano dei movimenti spontanei di protesta di persone arrivate al limite dell’immensa sopportazione avuta fino a quel momento e, quasi contemporaneamente, sorgano dei comitati di lotta. Questi, composti da persone in buona fede che vogliono coordinare le varie “anime” per una protesta più efficace, finiscono per assurgere presto al ruolo di gruppi di esperti della protesta. Proprio come negli altri campi, le persone iniziano a delegare la propria voce a loro con firme e consensi telematici, aspettandosi direttive più che coordinamento e, per contraccolpo, questi esperti finiscono col sentirsi responsabili per conto di tutti quelli che vogliono partecipare alla protesta. Con buona pace del termine “orizzontalità”, sempre più infangato, questi coordinatori di movimenti “dal basso” si sentono in obbligo di dar conto delle azioni compiute da terzi, proprio come un ufficiale nei confronti del subordinato. Se un pilota lanciasse un missile senza l’ordine del diretto superiore, si presume che una delle prime domande che gli verrebbero rivolte sarebbe: «Adesso chi se la prende la responsabilità?». In questo clima di incoscienza generale, dove tutto è scontato e manca il tempo per la riflessione, ci si auspica che almeno le persone che in buona fede vogliano condurre lotte orizzontali, si fermino a riflettere sulle proprie azioni e parole per cercare di evitare di assumere ruoli specifici che con l’orizzontalità non hanno nulla a che fare, altrimenti dal basso finisce per restare un aggettivo fisico.

Pubblicato da Brecce n° 7, Giornale murale @aperiodico, Dicembre 2016

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