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Il tempo perso.

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Sulla porta dell’officina
d’improvviso si ferma l’operaio
la bella giornata l’ha tirato per la giacca
e non appena volta lo sguardo
per osservare il sole
tutto rosso tutto tondo
sorridente nel suo cielo di piombo
fa l’occhiolino
familiarmente
Dimmi dunque compagno Sole
davvero non ti sembra
che sia un po da coglione
regalare una giornata come questa
ad un padrone?Jacques Prèvert

https://www.youtube.com/watch?v=8oCKFKfR5oc&hd=1

L’AZIONE (Carlo Cafiero)

Non è il caso che i signori sapienti assumano quell’aria,come se dovessero reggere il mondo intero: nonsono stati loro ad inventare l’idea rivoluzionaria. Sonostati gli oppressi, che, attraverso i loro tentativi, spessoinconsapevoli, di scuotere il giogo degli oppressori,hanno richiamato l’attenzione dei sapienti sulla moralesociale; e solo più tardi qualche raro pensatore si è degnatodi trovarla insufficiente, e più tardi ancora, altrihanno acconsentito a riconoscerla del tutto falsa.Sì, è stato il sangue versato dal popolo che ha finitoper cacciare delle idee nella loro testa. Le idee scaturisconodai fatti, e non viceversa, diceva Carlo Pisacanenel suo testamento politico, ed è vero. È il popolo che fail progresso, allo stesso modo che la rivoluzione: la partericostruttiva e la parte distruttiva. È lui ad essere sacrificatoogni giorno, per mantenere la produzione universale,ed è ancora lui che alimenta col suo sangue lafiaccola illuminante dei destini umani.E quando un pensatore, dopo aver imparato bene il librodelle sofferenze umane, enuncia la formula di un’aspirazionepopolare, i conservatori e i reazionari di ognitipo si mettono a gridare a piena voce: «Allo scandalo!».Ebbene sì, lo scandalo: abbiamo bisogno di scandalo;

 

 

 

perché solo a forza di scandali l’idea rivoluzionaria hapotuto fare il suo cammino. Non ha forse sollevato scandaloProudhon, quando esclamò: La proprietà è un furto?Ma oggi non c’è un sol uomo di buon senso e di cuore,che non pensi che il capitalista è il più scellerato ditutti i ladri; di più, il ladro per eccellenza. Armato delpiù atroce strumento di tortura, la fame, tormenta la suavittima, non per un istante, ma per tutta la vita: torturanon solo la sua vittima, ma anche la donna e i bambinidi quest’uomo che tiene stretto tra le sue mani. Il ladrorischia la libertà e spesso la vita, ma lui, il capitalista, oil ladro per eccellenza, non rischia niente, e quandoruba, s’impadronisce non solo di una parte, ma di tuttociò che il lavoratore ha.Ma non basta trovare la formula teorica. Dal momentoche il fatto ha generato l’idea rivoluzionaria, è ancorail fatto che deve intervenire per garantire la generalizzazione.Ai primi congressi dell’Internazionale, tra il proletariatofrancese erano pochi gli operai che accettavano l’ideadella proprietà collettiva. Ci è voluta la luce gettatasu tutto il mondo dagli incendi della Comune, perché l’idearivoluzionaria fosse vivificata e propagata, e perchési giungesse al congresso di Havre, che, per bocca diquarantotto rappresentanti degli operai francesi, riconoscecome scopo il comunismo-libertario. E tuttavia, ricordiamoancora come certi dottrinari-autoritari, pieni digravità e saggezza, ripetevano, ancora fino a pochi anni

 

 

 

cialista, dando luogo alla più disastrosa delle reazioni. Ifatti hanno dimostrato la profondità di vedute di questi«socialisti scientifici» (che, nella, maggior parte deicasi, non hanno nessuna scienza), che avrebbero volutoavviare tra i socialisti la famosa «politica dei risultati».È dunque dell’azione che abbiamo bisogno, dell’azionee sempre dell’azione. Con l’azione, si lavora al tempostesso per la teoria e per la pratica, perché è l’azione chegenera le idee, ed è l’azione, ancora, che si incarica didiffonderle per il mondo.Ma che tipo di azione faremo?Dobbiamo giungere, o mandare i nostri, in Parlamento?O al Consiglio municipale?No, mille volte no. Noi non abbiamo niente a che farecon le manovre dei borghesi. Non dobbiamo mischiarcial gioco dei nostri oppressori, se non vogliamo parteciparealla loro oppressione. «Andare in Parlamento, significaparlamentare, parlamentare significa scendere apatti», diceva una volta un ex-rivoluzionario tedescoche, da allora, ha parlamentato molto lui stesso.La nostra azione dev’essere la rivolta permanente, attraversola parola, attraverso gli scritti, col pugnale, colfucile, con la dinamite, e persino, a volte, con la schedaelettorale, quando si tratta di votare per Blanqui o Trinquetche sono ineleggibili. Noi siamo conseguenti, e ciserviamo di qualunque arma, quando si tratta di colpireda ribelli. Tutto ciò che non fa parte della legalità è buono,per noi.

 

 

 

«Ma quand’è che ci conviene di inaugurare la nostraazione, il nostro attacco?» ci chiedono a volte degli amici.«Non dobbiamo aspettare che le nostre forze sianoorganizzate? Attaccare prima di essere preparati, significaesporsi alla sconfitta».Cari amici, se aspettiamo sempre di essere forti, perattaccare, non attaccheremo mai e faremo come quelbrav’uomo, che giurò di non gettarsi più in mare primadi avere imparato a nuotare. È proprio l’azione rivoluzionariache sviluppa le nostre forze, come la ginnasticasviluppa la forza dei muscoli. Certo, all’inizio i nostricolpi non saranno mortali; può anche darsi che faremoridere i socialisti gravi e saggi, ma potremo sempre rispondereloro: «Ridete di noi perché siete sciocchi comequelli che ridono di un bambino che cade facendo i primipassi. Vi diverte chiamarci bambini? Ebbene, sì, losiamo, dal momento che lo sviluppo delle nostre forze èa uno stadio ancora infantile. Ma provando a camminare,dimostriamo appunto che cerchiamo di diventare degliuomini, cioè un organismo completo, sano e robusto,in grado di fare la rivoluzione, e non degli scrittorelli-redattori,invecchiati prima del tempo, che rimasticanocontinuamente una scienza, la cui digestione non sicompie mai e che preparano sempre, nei tempi e neglispazi infiniti, una rivoluzione che si perde nelle nuvole.Come cominciare l’azione?Semplicemente, cercatene l’occasione: non tarderà apresentarsi. Dobbiamo essere presenti dovunque si sentaodore di rivolta e di polvere. Per prendere parte a unmovimento, non aspettiamo che questo si presenti, conl’etichetta del socialismo ufficiale. Ogni movimento popolareporta già in sé i germi del socialismo rivoluzionario:bisogna dunque parteciparvi, per dargli più slancio.Un ideale chiaro e preciso della rivoluzione è formulatosolo da una ristrettissima minoranza, e se, per parteciparealla lotta, aspettiamo che esso si presenti così comel’abbiamo concepito in cuor nostro, aspetteremo sempre.Non facciamo come i dottrinari che chiedono la formulaprima di tutto: il popolo porta nelle sue viscere la rivoluzionevivente, e noi dobbiamo combattere e morire conlui.E quando i fautori dell’azione legale o parlamentareverranno a rimproverarci di non unirci al popolo, quandova a votare, risponderemo: «Certo che ci rifiutiamodi unirci al popolo quando sta in ginocchio davanti alsuo dio, davanti al suo re, o davanti al suo padrone; masaremo sempre con lui quando sarà in piedi davanti aisuoi potenti nemici. Per noi, l’astenerci dalla politica,non significa astenerci dalla rivoluzione: rifiutarci dipartecipare a qualunque azione parlamentare, legale ereazionaria, significa votarci alla rivoluzione violenta eanarchica, alla rivoluzione della canaglia e dei pezzenti».(Da «Le Révolté», Ginevra, 25 dicembre 1880)

 

 

 

Né eletti né elettori (Pasquale Binazzi 1909)

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Pasquale Binazzi, autore del testo
Per quanto già molte volte, sia nelle nostre conferenze come sui nostri giornali ed opuscoli, abbiamo fino a sazietà risposto e dimostrato perché noi anarchici non dobbiamo essere né eletti né elettori, pur tuttavia i vecchi pregiudizi che annebbiano la mente di gran parte dei lavoratori, l’arte subdola di cui sono maestri i politicanti di ogni colore, ci mettono sempre nella condizione di dovere difenderci da attacchi, ora apparentemente benevoli, ora addirittura vili e triviali, coi quali lo studio degli illusi o degli intriganti cercano di menomare la propaganda nostra, affinchè non sfugga dalla loro tutela il gregge elettorale, di cui essi hanno bisogno per salire le comode e lucrose scale del potere. E lo scopo principale per cui questi uomini tanto si affannano, intrigano, corrompono, intimidiscono è per raggiungere il posto privilegiato di legislatori, mediante il quale essi possono non già rendersi interpreti della volontà di chi li elesse a deputati; ma imporre la propria e incanalare le risorse e le attività di un popolo a loro beneficio e della classe cui appartengono.

Questa è una verità troppo vecchia e resa fin troppo evidente dai fatti di tutti i giorni. Nessuno aspirerebbe al potere se questo non procacciasse dei vantaggi, dei privilegi morali, politici ed economici. Quindi il potere è per sua natura ingiusto e corruttore. Ma oltre a questa elementarissima considerazione che non può sfuggire neppure ai più bonari osservatori, ne dobbiamo fare altre ben più importanti e che sono precisamente quelle che ci fanno essere dei ferventi propagandisti dell’astensionismo nelle elezioni politiche ed amministrative. Il nostro atteggiamento e le ragioni per cui adottiamo questa linea di condotta diversificano assai dagli altri partiti o rivoluzionari o reazionari che accettano l’astensionismo, come ad esempio i mazziniani ed i clericali intransigenti. Noi non siamo astensionisti in forza di qualche pregiudiziale o perché il potere invece di avere una forma democratica repubblicana l’ha borghese e monarchica, oppure perché non è schiettamente clericale o papalina; ma perché noi siamo avversi ad ogni forma di potere costituito, perché ogni potere costituito rappresenta una sopraffazione, una violenza, un’ingiustizia.

Comprendiamo che i mali sociali si eliminano eliminando le cause che li generano, quindi logicamente siamo avversi allo Stato, qualunque sia la sua forma, perché questo rappresenta un tiranno che sta sul collo dei cittadini; un grande parassita dalle mille branche che sa tutto assimilarsi, tutto carpire senza nulla dare. Comprendiamo che accettare per principio che altri pensino per noi, studino per noi, facciano per noi è un condannarci all’inattività, è rinunciare alla nostra indipendenza, è lasciarci atrofizzare lo spirito d’iniziativa sia nel campo del pensiero che dell’azione. Un uomo, un popolo è forte, è capace di sostenere efficacemente la lotta per la vita, ed anzi riesce a trionfare sulle difficoltà che gli si parano innanzi, a misura dello spirito d’indipendenza e d’iniziativa di cui è animato. Invece la tattica elezionistica abitua gli uomini ed i popoli alla passività, tutto si limita a fare la fatica di eleggersi un rappresentante, ad accentrare così in poche mani il potere e quindi l’avvenire di un’intera nazione.

Perciò noi anarchici siamo convinti che la massima indipendenza sia dell’individuo, come di ogni singola collettività umana, sia una condizione indispensabile di rapido progresso e di sviluppo su ogni ramo di attività e una eliminazione di parassitismo e di ogni ingombrante e dannosa burocrazia. Non bisogna metter l’uomo nelle condizioni che possa diventare il padrone dell’altro uomo; non bisogna concedergli né riconcedergli un’autorità, di cui poi tutti debbano sopportare le conseguenze dannose e subire gli errori e le ingiustizie che vengono consumate in nome di un potere da noi stessi eletto. Il potere per sua natura deve sviluppare due grandi mali che paralizzano la vita di un intero popolo, e cioè l’accentramento e la burocrazia. Stabilire che a Roma si debbano discutere, approvare, dare ordini, regolare i rapporti e gli interessi che riguardano collettività che risiedono a Milano, Torino, Palermo, ecc. è quanto di più errato si possa pensare e stabilire. Tutti anche nelle più dolorose circostanze hanno potuto constatare il grande fallimento dello Stato. Infatti questo che viene costituito, secondo i suoi sostenitori, per tutelare con maggiore potenzialità, minor dispendio di forze e unità d’intenti l’interessi delle collettività che deve amministrare, in pratica ha solo saputo meritarsi la critica e l’imprecazione generale, perché invece di scongiurare dei mali, di limitare i danni con pronti provvedimenti, ha dato prova di noncuranza, di una spaventevole lentezza, causata dal suo mostruoso ingranaggio burocratico. Il recente disastro calabro-siculo informi. La logica dei fatti impone dunque di non dover dar mano ad erigere delle istituzioni, il cui esponente rappresenta quanto di male possa colpirci. Ognuno confronti il funzionamento dello Stato, che impone ai suoi rappresentanti ed esecutori l’attesa d’ordini anche nelle circostanze più gravi, col mirabile risultato che sa sempre dare l’iniziativa individuale e collettiva, ed avrà subito una dimostrazione chiara delle verità che noi andiamo da molti anni propagandando e che vengono chiamate utopie, solo perché troppo grandi e perché impongono un mutamento radicale delle attuali condizioni di cose. Tutti si devono convincere che invece dell’inutile e pesante macchina dello Stato, i popoli hanno bisogno per il loro benessere di abbattere tutti gli Stati, siano essi democratici o reazionari, per poter più presto e bene stabilire tra di loro dei rapporti di scambio rapidi, diretti e mutabili a seconda dei bisogni e delle innovazioni che vengono introdotte nelle arti, nelle scienze e nelle industrie.

Lo Stato che in tutti i paesi del mondo non sa far altro che opera paralizzatrice delle individuali energie e il grassatore delle fatiche altrui, deve essere combattuto e non aiutato, deve essere abbattuto e non modificato. Quindi, o lavoratori, quando coloro che ambiscono di diventare i monopolizzatori di tutto, sciorineranno molti sofismi e vi useranno tutte le blandizie che il loro animo d’ipocriti dominatori sa abilmente trovare, ricordatevi che voi non dovete concorrere a dare vita allo Stato; voi non dovete concorrere a nominare gli uomini che lo impersonificheranno; voi se volete far trionfare la libertà e la giustizia non dovete essere né eletti né elettori.

[modifica] II. Illusioni sulla legislazione sociale

Manifesto astensionista anarchico
Quei repubblicani, quei socialisti e tutti coloro che nutrono fiducia sulla legislazione sociale, credono di usare contro di noi l’argomento principale quando ci dicono, quando dicono ai lavoratori che è necessario che la classe diseredata abbia in seno al parlamento – istituzione borghese – i suoi diretti rappresentanti, i suoi deputati che portino in quell’ambiente grigio la eco delle proteste e dei dolori dei poveri paria dei campi, delle miniere e delle officine. “Siamo in pochi, questi democratici politicanti dicono, perché non vi è il suffragio universale, arma potente assai temuta dalla borghesia. Aiutateci a conseguire questo diritto per tutti i cittadini, per tutti i lavoratori e noi avremo fatto un gran passo verso l’emancipazione sociale”. A parte gli esempi che si potrebbero citare di paesi dove il diritto al voto è più esteso che non in Italia; a parte i risultati incerti che si potrebbero ottenere se tutta la massa acefala potesse ancor più in modo pecorile essere guidata alle urne a compiere l’alto dovere civico!!!; a parte le ragioni d’indole morale dette nel precedente capitolo, vi è da tener conto della resistenza tenace, e nei più dei casi anche violenta, che sa usare ogni singolo privilegiato contro chi vuole strappargli una parte dei privilegi che ha saputo imporre alla grande maggioranza dei produttori con ogni sorta di astuzie e di frodi. Vi è stato un tempo in cui quando l’astuto poliziotto Giolitti amoreggiava coi generali del socialismo italiano – momento di vergognoso amplesso che essi oggi vorrebbero che fosse da tutti dimenticato e che ha provocato persino un segreto convegno a Bardonecchia fra Giolitti ed il futuro ministro Filippo Turati – allora tutti decantavano i trionfi della legislazione sociale ed i 50 milioni (!!) guadagnati dal proletariato nelle sue ultime agitazioni.

Venne la realtà cruda dei fatti a dissipare la vacuità delle parole, gli eccidi proletari imposero silenzio ai politicanti della frazione estrema, i quali di fronte all’indignazione generale dei lavoratori dovettero bruscamente troncare i loro incestuosi amori, seguire la piazza e perdere qualche seggio a Montecitorio. Anche allora, come in altre occasioni, la borghesia che si era seriamente preoccupata della rapidità ed estensione colla quale seppe il proletariato proclamare lo sciopero generale politico, e comprendendo quanto era per lei pericoloso che i lavoratori abbandonassero le vie legali ed incominciassero ad usare l’azione diretta, se la prese coi capi popolo, scagliò contro costoro tutta la sua stampa prezzolata, incitò i locandieri, gli affitta camere, la piccola borghesia, lo stuolo dei servitori delle istituzioni perché facessero vile ed assordante coro contro i lavoratori, perché avevano osato – ahi purtroppo! solo per qualche giorno – di protestare con un po’ di energia contro i sistematici assassinii di poveri affamati, di smunte donne e di miseri piccini. Anche quella misera borghesia che si compiace in tempi di bonaccia di farsi chiamare liberale, seppe con eguale veemenza e criteri reazionari condannare l’impulso generoso dei lavoratori, seppe con non minore rabbia fare pressioni contro i duci delle schiere proletarie, contro i politicanti dei partiti popolari, affinchè richiamassero i ribelli alla consuetudinaria docilità e alla cieca fiducia nella legislazione sociale.

La borghesia più intelligente comprese che il concedere alla classe sfruttata qualche riconoscimento ufficiale e accettare il principio della legislazione sociale, non costituiva per essa alcun pericolo. Quello che seriamente teme e che vuole con ogni mezzo scongiurare è la sfiducia nei metodi legalitari; non vuole che si dilaghi fra la grande massa lavoratrice la fiducia nell’azione diretta, nell’azione singola, nell’azione prettamente rivoluzionaria, perché assai bene comprende che questa segnerebbe il principio della sua fine. Ecco perché noi anarchici moviamo aspra guerra ai nostri avversari che adescano i lavoratori col miraggio dei grandi (??) benefici della legislazione sociale. I poveri abbrutiti dalle fatiche, dalla miseria e dall’ignoranza ascoltano questi progettisti delle pacifiche conquiste, prendono tutto sul serio, credono che basti stabilire con un articolo di legge un miglioramento qualsiasi perché venga dopo poco attuato; imparano a venerare i loro leggiferatori come gli antichi cristiani veneravano il loro Cristo; ed intanto il tempo scorre ed i senza pane ed i senza tetto continuano la loro parte di docili macchine produttive, seguitando a produrre per altri e lusingandosi sempre di vedere spuntare per opera della legislazione sociale il simbolico e decantato sole… dell’avvenire apportatore di benessere e giustizia per tutti.

Intanto messi su una falsa via iniziano agitazioni sterili, che non danno né possono dare alcun pratico risultato, vanno dietro ora a questo ora a quell’arruffone politicante; chiedono i pochi soldi di aumento di salario, lusingandosi che tale aumento procaccerà loro maggiore benessere, mentre invece non s’accorgono che per la legge ferrea del salario, derivante dall’attuale sistema di economia politica, essi concorrono a far rialzare artifiziosamente il costo generale della vita – a maggiore vantaggio degli sfruttatori – ed essi rimangono sempre dei poveri diseredati, coloro che tutto devono pagare e che per tutti devono soffrire. Fino a tanto che rimarrà saldo come principio la proprietà privata e il salario costituirà la pietra di paragone del compenso del lavoro umano; fino a tanto che i principi della finanza saranno lasciati i padroni delle ricchezze ed i monopolizzatori di tutti i prodotti, saranno pure i trionfatori del potere, gli alleati, i protetti e gli ispiratori dello Stato e della Chiesa, ed ai lavoratori, ad onta delle apparenti concessioni e miglioramenti, rimarrà soltanto quanto loro necessita per non morir di fame. I pingui e tristi eroi dell’oro cedono soltanto quando sono costretti a farlo, e a tutta quella gente che s’illude ed illude di poter armonizzare il capitale col lavoro, non potrebbe danneggiare maggiormente gli interessi dei non abbienti.

Si prova un profondo disgusto a vedere della gente che vorrebbe passare per sincera e per chiaroveggente, dimenticare i punti sostanziali della questione sociale e per amore di un vile seggio nelle amministrazioni pubbliche o al parlamento smorzare ogni ardore giovanile, soffocare ogni impeto generoso, e, per rendersi accetti a tutti gli elettori delle diverse graduazioni politiche e sociali, smussare tutte le angolosità del proprio pensiero, e anzi fare dei veri sforzi per renderlo incomprensibile e accettabile alla massa amorfa, che non sa pensare né vuole fare sforzi per comprendere. E più disgusto suscitano quei giovani, che dicono di appartenere alle file dell’avanguardia del socialismo, quando si vedono prendere parte attiva agli ibridi connubi ed affannarsi per andare alla ricerca di un candidato qualsiasi, perché questi si prenda il disturbo di fare qualche piccola promessa e qualche insignificante dichiarazione di fede incerta. No, in questo caso meglio è trincerarsi nel silenzio, se non si sa o non si vuole risvegliare l’animo sopito del popolo. Se essi non vogliono essere i pionieri di ardenti verità, se non vogliono essere i pugnaci combattenti contro le cattive presenti istituzioni e conto uomini corruttori e corrotti, almeno non partecipino agli intrighi, abbandonino il popolo a se stesso piuttosto che ingannarlo, piuttosto che trascinarlo in vie contorte che lo fanno allontanare dalla soluzione del tormentoso problema sociale. Se invece veramente amano il popolo, se vogliono educarlo, incoraggiarlo e consigliarlo, essi devono rimanere col popolo e fra il popolo. Da questo trarranno sempre novella audacia ed eviteranno così il pericolo di diventare le giudiziose scimmie ammaestrate del baraccone nazionale.

[modifica] III. Che fare?

Arrivati a questo punto mi pare di sentirmi da ogni parte rivolgere la domanda: Che fare dunque? Io rispondo con una sola parola: la rivoluzione. Questo malessere generale che ormai si acutizza in tutte le classi dei lavoratori – siano essi operai manuali o cultori del genio o del fecondo pensiero – si estende anche nelle altre categorie meno potenti, meno privilegiate, le quali cercano con ogni mezzo di non essere completamente travolte dalla lotta per la vita. Questo disagio quasi generale rappresenta le prime scosse della terra in quel punto dove non si è ancora definitivamente assestata, e l’assestamento verrà dopo una grande scossa, dopo un tremendo terremoto. Quindi anche la natura c’insegna che noi non possiamo mutare radicalmente i rapporti economico-sociali se non compiamo l’atto rivoluzionario, l’atto definitivo che deve completare, anzi attuare, quella rivoluzione che già è avvenuta nel pensiero nostro. Tutto il resto è vana retorica, se non è spudorata menzogna. Il trionfo del quarto d’ora, la soluzione del problema della giornata, il riconoscimento legale dei diritti che altri devono poi concedere; l’attesa del proprio benessere della sapienza, dell’onestà, dall’attività di altri, sono tutti palliativi, tutti ritardi, tutte illusioni, tutte mistificazioni.

La rivoluzione non è un capriccio, non è una degenerazione, non è una malvagità, ma è una necessità. Bisogna che ogni uomo possa assestarsi sulla terra come egli vuole, bisogna che si senta completamente libero nei suoi atti e nel suo pensiero, bisogna che l’individuo non s’imponga alla collettività, come la collettività all’individuo, e ciò non può venire se non col trionfo della grande rivoluzione livellatrice e liberatrice di tutte le ingiustizie, di tutte le miserie e di tutte le schiavitù. Solo allora si verrà stabilendo il vero equilibrio sociale, che darà inizio ad una novella gagliarda vita che sarà veramente vissuta da ogni individuo, perché tutti educati alla scuola dell’operosità e della libera iniziativa.

Come già in altro punto di questo modestissimo lavoro ho detto, saranno gli stessi bisogni che regoleranno i rapporti fra individui, collettività e popoli; saranno i bisogni che regoleranno le attività, le iniziative, la produzione e gli scambi dei prodotti. Però bisogna che anche i rivoluzionari e gli anarchici un po’ alla buona, comprendano che la rivoluzione non è la rottura di un vetro, la ribellione sciocca alle guardie in un momento di sbornia, ma è l’azione costante, coscientemente ribelle a tutte le presenti ingiustizie, a tutte le attuali concezioni economiche politiche. Bisogna fare il grande vuoto all’attuale edifizio sociale, sottrargli quanto più sta in noi i difensori ed i coadiuvatori, non bisogna lasciarci assorbire né moralmente né finanziariamente, non bisogna alimentarlo, ma scavargli l’abisso che lo travolga. E voi, o lavoratori di campi e delle officine, voi che pur seminando e mietendo ciò che è il frutto delle fatiche vostre dovete tutto consegnare a chi nulla produce, voi che costruendo macchine, case, mobili, vesti, oggetti di bellezza e d’arte dovete rimanere sempre miseri, sempre schiavi, sempre iloti, comprendeteci una buona volta, ascoltate i nostri consigli, cominciate a scacciare lontani da voi i pastori della Chiesa e dello Stato e lo stuolo dei politicanti, ed unitevi alle nostre falangi ribelli che lottano per il trionfo dell’integrale emancipazione umana, per il trionfo del tanto temuto, calunniato ma pur tanto bello e grande ideale dell’Anarchia.

La Spezia, 1909

L’11 Settembre anarchico.

Il monumento a Gino Lucetti.L’11 Settembre è una data storica per l’anarchia carrarese. Si ricorda infatti Gino Lucetti originario della frazione di Avenza,il quale lo stesso giorno del 1926 lanciò una bomba su di un mezzo in cui viaggiava Benito Mussolini.

L’attentato non andò a buon fine,l’ordigno rimbalzò sulla macchina ferendo 8 passanti e Lucetti venne immobilizzato e poi arrestato e successivamente condannato a 30 anni di carcere passando per vari istituti per poi finire a Ventotene dove venne poi liberato dagli alleati nel 1943.

Il 17 Settembre dello stesso anno Lucetti morì durante un bombardamento. Il 27 Aprile del 1947 la salma venne trasferita dall’isola di Ischia ad Avenza e la partecipazione al suo funerale fu numerosissima.

L’attentato al duce compiuto dal giovane carrarese è stato ritenuto il più grave di tutti in quanto messo in atto da un anarchico, e fino ad allora gli anarchici non avevano mai progettato un’azione violenta contro il duce.

Dopo l’attentato di Lucetti vennero fatti numerosi arresti,molti dei quali anche a Massa Carrara,furono messi in carcere parenti ed amici del Lucetti tra i quali ricordiamo: Adele Crudeli,madre di Lucetti,i figli Giuseppe, Andrea e Assunta e l’amante di quest’ultima Domenico Bibbi, Ameglia Paglini,e Gino Bibbi amico intimo di Lucetti.

Le indagini non avevano rilevato alcun elemento di colpevolezza,venne trovato solamente del materiale di propaganda anarchica e ad ogni modo niente che potesse far pensare ad un collegamento con l’attentatore. La sorella di Lucetti, Assunta dichiarò di non sapere nulla e di non essersi mai interessata di cosa facesse il fratello. La madre Adele Crudeli dichiarò di aver saputo tramite un ragazzo che non conosceva, che il Lucetti intendeva espatriare con un veliero che trasportava marmi. Infine Maria Bibbi sostenne: Io conoscevo solo Gino Lucetti per ragioni di parentela perché sua mamma è cugina della mia e perché sin da bambini abbiamo vissuto nello stesso paese…

 

Dostoevskij e la pena di morte. Da:”L’idiota”

 

Uccidere chi ha ucciso è un delitto incomparabilmente più grande del delitto stesso. L’omicidio, ordinato da una sentenza, è molto più atroce che non l’omicidio del malfattore. Colui che viene assalito dai briganti e sgozzato di notte in un bosco o in qualsiasi altro modo, sino all’ultimo istante spera certamente di salvarsi. Ci sono esempi di persone che, con il coltello già piantato in gola, speravano ancora, o fuggivano o chiedevano pietà.
Ma nel caso della ghigliottina, questa estrema speranza, che rende la morte dieci volte più lieve, viene radicalmente soppressa; qui esiste una sentenza, esiste la certezza dell’impossibilità di sfuggirle, e questa certezza è di per se stessa un supplizio peggiore di qualsiasi altro.
Mettete un soldato di fronte alla bocca di un cannone in combattimento; nel momento in cui vi accingete a sparare, egli avrà ancora un filo di speranza, ma leggete a questo soldato la sentenza che lo condanna irrimediabilmente ed egli diventerà pazzo o scoppierà in pianto. Chi ha mai detto che la natura umana è in grado di sopportare una tale atrocità senza impazzire? Perché una simile crudeltà inutile, mostruosa e vana? Ma forse esiste anche un uomo al quale, dopo aver letto la sentenza di morte e dopo avergli lasciato un po di tempo per torturarsi in preda al terrore, si dica: «Vattene, sei graziato!». Ecco, quest’uomo potrebbe forse descrivere ciò che si prova (…)


L’Idiota – Dostoevskij

Davanti alla legge. Franz Kafka (1914)

Davanti alla legge. Franz Kafka (1914)

Davanti alla legge sta un guardiano. Un uomo di campagna viene da questo guardiano e gli chiede il permesso di accedere alla legge. Ma il guardiano gli risponde che per il momento non glielo può consentire.

 

L’uomo dopo aver riflettuto chiede se più tardi gli sarà possibile. «Può darsi,» dice il guardiano, «ma adesso no». Poiché la porta di ingresso alla legge è aperta come sempre e il guardiano si scosta un po’, l’uomo si china per dare, dalla porta, un’occhiata nell’interno.

 

Il guardiano, vedendolo, si mette a ridere, poi dice: «Se ti attira tanto, prova a entrare ad onta del mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo l’ultimo dei guardiani. All’ingresso di ogni sala stanno dei guardiani, uno più potente dell’altro. Già la vista del terzo riesce insopportabile anche a me.»

 

L’uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà; la legge, nel suo pensiero, dovrebbe esser sempre accessibile a tutti; ma ora, osservando più attentamente il guardiano chiuso nella sua pelliccia, il suo gran naso a becco, la lunga e sottile barba nera all’uso tartaro decide che gli conviene attendere finché otterrà il permesso.

 

Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere a lato della porta. Giorni e anni rimane seduto lì. Diverse volte tenta di esser lasciato entrare, e stanca il guardiano con le sue preghiere. Il guardiano sovente lo sottopone a brevi interrogatori, gli chiede della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande fatte con distacco, alla maniera dei gran signori, e alla fine conclude sempre dicendogli che non può consentirgli l’ingresso.

 

L’uomo, che si è messo in viaggio ben equipaggiato, dà fondo ad ogni suo avere, per quanto prezioso possa essere, pur di corrompere il guardiano, e questi accetta bensì ogni cosa, però gli dice: «Lo accetto solo perché tu non creda di aver trascurato qualcosa.»

 

Durante tutti quegli anni l’uomo osserva il guardiano quasi incessantemente; dimentica che ve ne sono degli altri, quel primo gli appare l’unico ostacolo al suo accesso alla legge. Impreca alla propria sfortuna, nei primi anni senza riguardi e a voce alta, poi, man mano che invecchia, limitandosi a borbottare tra sè.

 

Rimbambisce, e poiché, studiando per tanti anni il guardiano, ha individuato anche una pulce nel collo della sua pelliccia, prega anche la pulce di intercedere presso il guardiano perché cambi idea.

 

Alla fine gli s’affievolisce il lume degli occhi, e non sa se è perché tutto gli si fa buio intorno, o se siano i suoi occhi a tradirlo. Ma ora, nella tenebra, avverte un bagliore che scaturisce inestinguibile dalla porta della legge.

 

Non gli rimane più molto da vivere. Prima della morte tutte le nozioni raccolte in quel lungo tempo gli si concentrano nel capo in una domanda che non ha mai posta al guardiano; e gli fa cenno, poiché la rigidità che vince il suo corpo non gli permette più di alzarsi. Il guardiano deve abbassarsi grandemente fino a lui, dato che la differenza delle stature si è modificata a svantaggio dell’uomo.

 

«Che cosa vuoi sapere ancora?» domanda il guardiano, «sei proprio insaziabile.» «Tutti si sforzano di arrivare alla legge,» dice l’uomo, «e come mai allora nessuno in tanti anni, all’infuori di me, ha chiesto di entrare?»

 

Il guardiano si accorge che l’uomo è agli estremi e, per raggiungere il suo udito che già si spegne, gli urla: «Nessun altro poteva ottenere di entrare da questa porta, a te solo era riservato l’ingresso. E adesso vado e la chiudo.»

 

 

 

La società ideale. (Tratto dal tramonto del diritto penale di Luigi Molinari).1909

La società ideale. (Tratto dal tramonto del diritto penale di Luigi Molinari).1909

L’uomo libero non ha bisogno né di leggi né di autorità.L’organizzazione futura si baserà sul libero accordo di essere vincolati unicamente da un sentimento di reciproco rispetto per la dignità umana. Speciali simpatie, tendenze particolari ad un determinato esercizio riuniranno l’umanità in una infinita e mutevole agglomerazione di gruppi nei quali l’infimo sarà veramente uguale al più grande. La politica e l’economia non esisteranno più,esse avranno ceduto il posto alla solidarietà umana. L’inventore saprà che al lavoro dell’umanità precedente egli deve gli studi che hanno facilitato e resa possibile la sua nuova invenzione,l’uomo di genio non insuperbirà di un dono della natura e userà del suo genio non per beneficare se stesso o per sciupare,ma per essere utile alla società umana intera.L’amor proprio e la nobile ambizione saranno sprone più che sufficiente per spingere l’attività umana alle nuove lotte contro la natura,alle nuove conquiste scientifiche.Premio del lavoro sarà la soddisfazione interna della propria coscienza e la stima e l’amore dei compagni.Ciò sarà quando le leggi che ci vincolano cadendo ai piedi dell’uomo,permetteranno di prendere la terra che da il pane a tutta l’umanità e di alzare liberamente il capo al cielo affinché l’uomo possa per davvero distinguersi dagli animali inferiori che la natura vuole proni al padrone.

 

 

(Luigi Molinari)

 

Nessuno è “straniero” e nessuno è “clandestino”.

Gli italiani hanno spesso idee differenti e contraddittorie,perfino opposte sugli “stranieri” che emigrando da lontani paesi sbarcano sullo stivale.Invece gli “immigrati” all’unisono,la pensano nel medesimo identico sui costumi,le abitudini e i modi di fare degli italiani.Vivendo in modo comunitario in molti in una stessa abitazione hanno continue occasioni di confrontare le idee che si sono fatti dopo una giornata di lavoro in fabbrica o in un cantiere edile,oppure a vendere cianfrusaglie per la strada.Fino a un attimo prima di addormentarsi,come se fossero in assemblea permanente,parlano,commentano,si mettono al corrente di tutto,ironizzano o si compiacciono a seconda di quello che hanno visto o provato per esperienza diretta.Impariamo soprattutto da loro.

 

L’approdo

Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,Che lascia dietro di sè mari e tempeste,I cui sogni sono morti o mai nati,E siede a bere all’osteria di Brema,Presso al camino, ed ha buona pace.Felice l’uomo come una fiamma spenta,Felice l’uomo come sabbia d’estuario,Che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,E riposa al margine del cammino.Non teme né spera né aspetta,Ma guarda fisso il sole che tramonta.

(Primo Levi)

 

Manicomi,dalla nascita al periodo fascista agli O.P.G dei giorni nostri.

La struttura manicomiale in Italia ha origini remote. Il primo manicomio istituito nel nostro territorio risale al 1876 e nello specifico si tratta del manicomio di Aversa per arrivare al 1927 dove si contano ben 127 strutture psichiatriche e 800 internati arrivando alla vigilia della seconda guerra mondiale con il numero di 5800. In manicomio venivano internate le persone scomode al potere e alle istituzioni e soprattutto che mostravano avversione nei confronti del potere totalitario fascista dell’epoca il quale prediligeva il manicomio al carcere per non creare martiri politici, come sosteneva il riformista Cesare Lombroso,un folle se messo in disparte non può più nuocere e soprattutto le sue parole non hanno alcun peso perché “dei matti si ride”. Questo sistema di coercizione mirava infatti oltre che alla detenzione all’annullamento della personalità degli individui. La tortura coercitiva manicomiale è stata subito adottata dalle forze di polizia sulla base del codice Rocco. I reclusi venivano internati con diagnosi ed appellativi per etichettare gli avversi al regime al limite del ridicolo,le vittime predilette erano soprattutto donne per ovvia conseguenza del contesto patriarcale maschilista e sessista in cui ci si trovava.

 

 

 

Ecco alcune etichette che venivano affibbiate ai ribelli e agli avversi al sistema:

 

 

 

“folle criminale,alienato mentale,irrecuperabile malfattore,asociale,disordinato mentale,germe ereditario,demenza precoce,soggetto degenerato,soggetto in preda a follia bolscevica,affetto da paranoia allucinatoria,squilibrato di mente,turpe megera,anarchica fanatica,disturbatrice di altissime personalità del regime,,eccesso di altruismo,eccedente la norma,affetto da delirio di persecuzione o da recriminazione,antinazionali,antitaliani ecc.ecc.

 

 

 

Ai giorni nostri la situazione non è cambiata nonostante la famosa legge 180 di Franco Basaglia del 1978,la quale prevedeva la chiusura totale delle strutture manicomiali, ma così non è stato,sono state solamente cambiate le insegne da manicomio ad O.P.G (ospedale psichiatrico giudiziario).

 

Attualmente ci sono ancora sei opg in attività dove gli internati vivono in condizioni disumane costantemente sedati e sottoposti ad elettroshock,pratica da sempre usata e ai giorni nostri tornata in auge sia per “contenere”i malcapitati che per contenere le spese sostituendolo ai psicofarmaci.

 

Il 1 aprile 2014 avrebbe dovuto cominciare una nuova era per i vecchi manicomi criminali: avrebbero infatti dovuto chiudere i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) presenti sul territorio italiano.

 

Al 13 dicembre 2013 erano 1.051 le persone rinchiuse negli Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere, Napoli e Aversa. Un calo di quasi 600 detenuti in tre anni.  Quindi viene da chiedersi:” Quale sarà il prossimo nome che gli uomini del potere daranno alle future strutture psichiatriche?” Ci auspichiamo solo di non trovarci di fronte all’ennesima farsa.

 

 

Manicomi criminali una “follia” senza fine.

 

Ho ritrovato questo volantino consegnatomi in Val di Susa qualche mese fa e purtroppo rappresenta la realtà di molte persone che vengono tutt’oggi recluse dentro i manicomi e le strutture psichiatriche di stato facendo di loro degli emarginati etichettandoli e ghettizzandoli spesso a vita. Condividerò con voi questo argomento davvero toccante per cercare di combattere il silenzio e l’omertà nascosti tra quelle mura visto che in psichiatria non sono mai stati abbandonati i sistemi di tortura,è stato riabilitato l’elettrroshock e le persone vengonoancora legate ai letti di contenzione e picchiate oltre che imbottite di cocktails di psicofarmaci. Riporterò pari pari le parole di quel volantino con l’intento di capirci qualcosa in più e di cercare di porre fine a questa immane e disumana pratica coercitiva. Il volantino in questione non fa riferimento alla foto ma al testo sotto.

Attualmente in Italia sono presenti sei ospedali psichiatrici giudiziari(Aversa,Napoli,Barcellona Pozzo di Gotto,Montelupo Fiorentino,Reggio Emilia,Castiglione delle Stiviere). Al di la del nome rassicurante di ospedali,questi luoghi sono concepiti come un istituzione più a fini disciplinari che terapeutici,tant’è vero che dipendono dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (DAP),al loro interno sono presenti agenti penitenziari e sono amministrati da regole pressoché identiche a quelle delle carceri.
Ospitano persone che sono fuoriuscite dal sistema giudiziario classico dopo essere state giudicate incapaci di intendere e di volere,che sono quindi state ritenute non imputabili in seguito ad una perizia psichiatrica che ne accertasse la pericolosità sociale.Ad oggi dentro questi veri e propri manicomi criminali sono presenti circa 1500 persone abbandonate a loro stesse in condizioni di disumano degrado.
Da più di cento anni il ruolo di queste istituzioni è quello di rinchiudere tutte quelle persone non punibili tramite la legislazione penale classica. Per questa categoria di criminali non sono previste pene ma “misure di sicurezza” che hanno come finalità la “difesa sociale”.
Nel 1975 3 anni prima della legge Basaglia (legge 180),che ha permesso la chiusura dei manicomi civili, un decreto sancì il passaggio nominalistico dei Manicomi Giudiziari in Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nella pratica quotidiana non cambiò nulla se non le targhe poste al di fuori degli istituti.
La durata della pena in OPG è determinata nel tempo,viene revocata solo nel momento in cui è dichiarata scemata la pericolosità sociale, concetto molto ambiguo. Il malato-recluso quindi non può mai sapere quando uscirà,solo il magistrato di sorveglianza può decidere quando la pena avrà fine.
Larbitrarietà del parere del magistrato in merito a questioni mediche rende di fatto la reclusione all’interno degli OPG una sorta di ergastolo bianco,di reclusione a vita,senza alcuna certezza del tempo di permanenza al loro interno senza più alcuna attinenza con il reato per il quale si era originariamente perseguiti. L’unica vera funzione dell’OPG è quella di discarica sociale dove le persone indesiderate per i propri gesti vengono rinchiuse nel tentativo di nascondere il malessere profondo della nostra società.
Nel 2010 l’inchiesta effetuata dalla commissione sull’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale ha stabilito il termine ultimo (31 Marzo 2013) entro cui tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani dovranno essere dismessi. Ad oggi ancora nessuno dei 6 istituti si è mosso verso un adeguamento alla normativa ma anzi è prevista una proroga di 2 anni.
Sebbene il superamento di ogni istituzione totale sia di fatto una vittoria,nel caso in cui si smantellassero i manicomi criminali senza cambiare legge che li sostiene verrebbero create nuove strutture,forse più accoglienti,ma all’interno delle quali finirebbero sempre persone che hanno compiuto reati marginali,giudicate incapaci d’intendere e volere.524758_507748962619439_53670843_n

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