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In Israele non vivono solo ebrei.

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“C’è gente che è convinta che in Israele possano vivere solo gli ebrei. Falso. Ci sono musulmani (palestinesi), ci sono copti, drusi, etiopi, sud sudanesi (queste ultime due categorie sono rifugiati) e gente di ogni colore e ogni provenienza. Perché tutto si può dire di quel governo che mi troverà d’accordo, ma la gente d’Israele è prima di tutto gente. Ed è un paese straordinario, mi piange solo il cuore non possa esserlo davvero e fino in fondo, per colpa di una classe politica cieca e ostinata (e di chi li vota, certo: del resto da noi si può dire che non sia lo stesso? chissà cosa pensano di noi i rifugiati chiusi nei cie, per esempio…)” [ non possiamo forse dire la stessa cosa del nostro paese, e forse di gran parte del MONDO?]

“Hanno, tutti i partiti di destra al momento, una maggioranza del 60 per cento circa. Ma il 40 per cento non è che non conta niente. Vedi Rabin e il suo assassinio e le manifestazioni davvero oceaniche quando lui era vivo.”

CHI SOSTIENE IL GOVERNO DI DESTRA?

“Il votante di destra si divide in tre tronconi: gli ebrei ortodossi, che ricevono un sussidio di 250 euro per figlio (solo loro), non devono andare militare (loro studiano, non possono!), hanno una loro polizia interna che provvede in caso di delinquenti segnalati dalla polizia israeliana. Sono tantissimi, fanno una media di 10 figli ognuno e ultimamente sono diventati come le cavallette: sono ovunque. Poi quando è crollato il muro sono arrivati 1 milione e 500 mila russi: tantissimi.
Per avere la cittadinanza israeliana bisogna esibire un certificato di ebraicità, che un rabbino qualunque deve compilarti, basta che hai qualche parente – donna – nella tua storia. Il mio amico palestinese mi diceva: Sara non sono mica ebrei, quelli. Fanno solo finta e poi di nascosto il venerdì noi li vediamo venire in Moschea, a Gerusalemme, Alcuni anni fa ne hanno beccati un gruppetto che si dava all’ideologia nazista, con tanto di faccino di Hitler tatuato sulla schiena: non ci credevo quando l’hanno raccontato e così sono andata a vedere, con tanto di articoli sul giornale. Questo è l’elettorato di destra, in Israele. Mi fa sempre di più pensare a chi veramente vuole questa guerra. Chi, detto questo, vuole veramente questa guerra? Nethanyahu si erge a paladino dell’Occidente dicendo che vuole far fuori Hamas per sempre dalla nostra vita e dal nostro presente. Israele come guardiano degli interessi degli occidentali. Che sono gli stessi che per i loro comodi, hanno creato i movimenti fondamentalisti, perché facevano comodo in altre guerre e quindi vai con soldi e armi (in cambio di droga, naturalmente). C’è poco da scherzare là in mezzo. Una guerra che inizia con un rapimento e 4 assassini, che in un contesto mediorientale parrebbe quasi un motivo futile, comunque non quello necessario a scatenare una guerra… Una guerra voluta da chi?”

I COLONI…

“Dimenticavo: ci sono anche i nuovi arrivati, che vengono mandati a vivere nelle colonie abusive, quelle per intenderci in territorio palestinese e circondate da filo spinato, cani feroci, e moltissimi soldati. Questi vengono sbattuti là perché non hanno un soldo (specie i russi, ma anche altri), circondati dall’odio e diventano il braccio forte dell’estremismo di destra. I soldati che vivono nelle colonie, tanto per dire, nelle colonie vengono mandati a fare il militare. Così, sempre pronti a sparare ad altezza d’uomo senza battere ciglio.”

Sara Elter

Camillo Berneri e l’anarcosindacalismo.

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L’anarcosindacalismo deve avere una propria ben definita autonomia, anche dal movimento specifico. L’anarchismo ha contato di più ove ha assunto una fisionomia anarcosindacalista. L’anarcosindacalismo è una struttura organizzata, prima di tutto composta da lavoratori e ad essi rispondente, con i loro tempi e bisogni. Altrimenti si rischia di rimanere vittime degli stessi mali del movimento, che è il “partito” degli anarchici. Parallelamente, la realtà sindacale libertaria è più “politica” di un movimento che, in assenza di un proprio riferimento di massa, tende fatalmente ad estraniarsi dal mondo reale ed a divenire marginale e rivolto su se stesso. L’anarcosindacalismo, leale interprete dello spirito della Prima Internazionale, deve riportare il sindacato alle sue origini: una struttura indipendente da qualsiasi partito (anche dal movimento libertario in quanto tale), ma non estranea alla politica, dove l’agire politico è fissato nell’alterità della prassi democratica ed orizzontale. In sintesi, il tutto s’incardina nella capacità dei lavoratori in quanto tali, senza “mediazioni” e direttive provenienti da “élites” e guide esterne. Altrimenti non si sarebbe superato il limite naturale del sindacalismo burocratico e “dipendente”: quello della soggezione a forze politiche sedimentate in campo esterno. Il sindacato di partito viene costretto all’inazione e posto a guardia della pace sociale quando la sua forza parlamentare di riferimento ha conquistato il potere e “scatenato” nella “lotta” solo quando questa è all’opposizione. Di contro, la “esternità” delle leve della politica al mondo del lavoro, rappresenta, peraltro, una concezione inaccettabile in campo libertario: l’esistenza di un “limbo” separato ove si maturano le idee-guida, una sorta di piano astratto dove il mondo del lavoro non è vivo e pulsante, ma solo “rappresentato” sul palcoscenico del teatrino della politica (prevalentemente – ma non unicamente – parlamentare). Una deviazione tipica della Seconda Internazionale socialdemocratica e della Terza Internazionale bolscevica, che destina alla forza politica – partito, poi identificato con lo stato – il piano del progetto, lasciando al sindacato al massimo la mera “vertenza” e facendolo succube di strategie maturate esternamente ad esso, così espropriando il mondo del lavoro della propria titolarità politica soprattutto in termini progettuali. Il primato dell’etica, diviene quindi preminenza della democrazia di base (prassi organizzativa).

Vuoi ciò che è già tuo? Fila in carcere!

Nel racconto sotto viene rappresentata l’amara e triste realtà su cosa siano le leggi,a cosa in realtà servono e perché sono nate.Un uomo libero non ha bisogno di leggi per vivere, le leggi nascono a tutela di un potere che sfrutta punisce incarcera non appena ci si vuole riappropriare di ciò che già ci apparteneva dalla nascita,la libertà.
“Parlare di libertà avallando e invocando leggi è come chiudersi in una gabbia e consegnare le chiavi al nostro carceriere”. (Ale)

– Buongiorno, lei è qui per deporre, lo sa?
– Ce lo so.
– In base all’articolo tale della legge tale dell’anno tale, lei ha rubato, quindi ha commesso un reato.
– Non riconosco la vostra legge, è solo il vostro punto di vista.
– La legge è uguale per tutti. Lei riconosce di aver commesso un reato?
– No. Riconosco che la vostra legge è un reato.
– Giovanotto, qui si parla in termini di legge. Riconosce il reato?
– Nei termini della vostra legge, che non riconosco, sì.
– E dica, era cosciente che lei stesse commettendo un reato?
– Conosco fin da bambino ciò che dice la vostra legge.
– E allora perché ha commesso reato?
– Perché non è conoscendo la legge a memoria che ci si sfama.
– In che senso?
– Vede, voi venite da noi quando ancora siamo bambini e ci insegnate che rubare, secondo la vostra legge, è un reato. Dunque lo sanno tutti, inutile fare questa domanda. E nonostante tutti sappiano che per voi rubare è un reato, la gente ruba perché non trova i mezzi per vivere come una persona dovrebbe vivere. Quindi la vostra legge non serve a togliere la causa che scatena il reato, ma solamente a punire la gente. Che senso ha punire la gente, se questa sa benissimo a priori che secondo la vostra legge rubare è un reato? Credete che basti la punizione per far sparire la miseria dal mondo? Perché qui si ruba per riprenderci quello che la vostra legge ci toglie. Siete voi che rubate a noi, per far arricchire i padroni. Noi ci riprendiamo ciò che è nostro, e per voi questo, e solo questo, è reato. La vostra legge non considera reato il fatto che un padrone rubi denari e vita a quelli che lui sfrutta, anzi, voi agevolate i padroni, li tutelate nella loro ruberia. Come potrei riconoscere la vostra legge? E come potrei credere che la vostra legge sia uguale per tutti? Voi potete anche mandarmi in galera, e ruberete ancora mia vita, ruberete ai miei figli il loro padre, ma questo per voi non è un reato. Per voi rubare è solo quando noi ci riprendiamo quello che era nostro, cioè la ricchezza che produciamo e la libertà che avremmo per diritto naturale, se voi non ce la rubaste. I ladri siete voi, e stando così le cose, dato che i criminali siete voi, è un onore per me essere rinchiuso nelle vostre celle, è il luogo dove voi rinchiudete gli sfruttati e i derubati, le persone oneste e libere come me. La vostra cella è il mio certificato di onestà.

By: Cloud’s Waldencarcere-chiavi

Ipoquark “Il meraviglioso mondo della scuola”

Buonaserata a tutti gentili telespettatori e telespettatrici che ci seguite su questa rete anche questa sera siamo qui con Cloud’s Walden e la sua creatura,parliamo di Ipoquark e delle meraviglie della natura,come vi ho annunciato ci troviamo con Walden il quale è riuscito a coronare il suo sogno più remoto cioè quello di invadere le sedi rai e ci è riuscito alla grande direi.Questa sera ci parlerà del meraviglioso mondo della scuola,una fucina di uomini liberi sia nel pensiero che nell’azione. Certi di non annoiarvi diamo inizio alle riflessioni dell’autore. (Ale)

Salve a tutti.
Vi è mai capitato, durante le vostre relazioni sociali, di incontrare una persona civilizzata che non sia mai andata a scuola? Credo proprio di no, e se ne avete incontrata qualcuna, beh, siete stati fortunati, perché si tratta di vere eccezioni. Di fatto, noi possiamo vantarci di essere una meravigliosa civiltà proprio grazie alla scuola che, quasi nessuno lo sa, è stata davvero una rivoluzione nel cammino evolutivo della specie umana, soprattutto negli ultimi 150 anni circa, quando i governi di tutto il mondo hanno pensato che ‘istruire’ le masse dovesse essere obbligatorio. Lo stato, si sa, ci vuole bene e si prende cura della nostra educazione, perciò quando sul finire del XIX secolo le persone si opposero all’obbligatorietà dell’istruzione, lo stato intervenne con forza, persino con i fucili, a convincerci tutti che sì, la scuola è necessaria e ci porta all’emancipazione, al progresso, alla civiltà, alla fratellanza. Infatti non possiamo certo lamentarci dei risultati, a giudicare dall’altissimo grado di libertà e di responsabilizzazione delle persone civilizzate.

A scuola ogni bambino rimane stabilmente al posto che gli è stato assegnato per ben 5 ore al giorno. Non ha motivo di pretendere un altro posto, perché uno stuolo di professionisti salariati sa bene che cosa è giusto per ogni bambino, decidono tutto loro, i maestri e i professori. In realtà gli ordini impartiti dai docenti si autoregolano sulla base di altri ordini, quelli superiori, perciò possiamo dire che chi decide tutto si trova in verità a monte, e i docenti non fanno altro che eseguire ordini, anche loro, come i loro studenti. Perciò è disdicevole per uno studente mettere in dubbio le cose che gli vengono ordinate, i libri che dovrà studiare, il motivo per cui deve frequentare la scuola quando potrebbe fare ciò che la sua natura gli grida dentro, che solitamente è giocare, ma anche e soprattutto imparare attraverso l’esperienza diretta e l’infinita varietà di relazioni umane. E’ già tutto preparato per lui. Qualcuno ha pensato a lui, e sarà così per il resto della sua vita, o così spererà. Non è meraviglioso?

Ogni studente impara che bisogna quindi ubbidire a tutti gli ordini, che non potrà assumersi direttamente le responsabilità perché c’è qualcuno per lui che dice di farlo al suo posto. Imparerà che la libertà personale, soprattutto quella di scegliere e di pensare cose diverse dal consueto, è bandita e punita a norma di legge. Senza questi provvedimenti, necessari e obbligatori, non ci sarebbe il grado di civiltà che abbiamo da molti secoli. Sì perché la scuola ha molti secoli, nasce circa 2600 anni fa, quando i ricchi spartani addestravano i figli nell’arte della retorica e delle armi, affinché potessero un giorno governare i sudditi con astuzia sopraffina. Per fortuna la civiltà ha dato modo a tutti di poter andare a scuola, e in questo modo non abbiamo avuto più sudditi e schiavi sul modello spartano, o ateniese, o romano. Il modello adesso è unico e uguale per tutti. Questa è democrazia. La storia della scuola è lunga e affascinante, costellata di coercizioni ritenute a torto azioni riprovevoli. Se un bambino non può più giocare, se viene costretto ad occupare anche il pomeriggio con i compiti assegnati, se deve solo ubbidire e avere sempre paura della punizione, è solo per avere la nostra magnifica civiltà di pace, giustizia, libertà, fratellanza, progresso umano.

Se c’è una cosa in cui la scuola eccelle per sua stessa natura è la ‘teoria del merito’, alla cui base sta la pratica della competizione, cioè della lotta conflittuale tra studenti per meritarsi un premio e l’elogio della maestra. Ed è un piacere vedere tutti in pieno conflitto per raggiungere il podio più alto. Chi lo raggiunge dimostra un attaccamento particolare alla cultura, quella dell’asservimento. L’alunno più bravo è sempre quello che il docente preferisce, perché è il più buono, il più asservito, non disubbidisce mai, esegue tutti gli ordini alla perfezione, fa tutti i compiti assegnati, e sacrifica benevolmente gran parte della sua vita e dei suoi desideri naturali di gioco. E’ per questo che possiamo vantarci, oggi, di aver raggiunto un grado di civiltà altissimo, la nostra società pullula di persone completamente dipendenti dalle autorità, e se queste non ci sono se le inventano, pur di non interrompere il percorso evolutivo della nostra grande civiltà. Meraviglioso.

Sì, ma com’eravamo prima che fosse inventata la scuola di massa? Beh, non potevamo certo vantarci come oggi. I bambini giocavano tutto il tempo, perciò conoscevano cose che alla nostra civiltà non interessano per niente, ad esempio costruire di tutto, coltivare, mungere gli animali, intrecciare corde, macinare il grano, cuocere il pane, prendere al lazo i vitelli fuggitivi, camminare per chilometri lungo i sentieri dei pascoli, ridere, sognare, guardare il cielo, costruirsi zufoli, scolpire il legno, modellare la creta, ballare, cantare, e mille altre cose completamente sciocche. Ma soprattutto questi bambini, nei loro affari, erano in grado di prendere decisioni autonome e risolvevano da soli i loro problemi. Insomma, una barbarie infinita che noi non auspichiamo alle nostre future generazioni.

Bene, per stasera è tutto, ci dispiace non poter usufruire di più tempo per raccontare altre meravigliose peculiarità della scuola, ad esmpio il metodo con cui si processano i bambini incivili o le strategie mediche alle quali questi vengono sottoposti, ma non escludiamo di preparare un’altra puntata su questo argomento. Alla prossima, e buona civiltà a tutti.

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Francisco Ferrer (Pensiero sulla scuola)

“La scuola imprigiona i bambini fisicamente, intellettualmente e moralmente, per dirigere lo svilippo delle loro facoltà nel senso voluto; Educazione significa oggi domare, addestrare, addomesticare.

Si ha una sola idea molto precisa e una volontà: far sì che i bambini siano abituati a obbedire, a credere e a pensare secondo i dogmi sociali che reggono. ”

(Francisco Ferrer)
scuola

Il sessismo non ha sesso.

Se vediamo il sessismo come il problema e se pensiamo che il sessismo consista semplicemente nell’oppressione degli uomini sulle donne e gli omosessuali, allora il problema per gli uomini è principalmente quello di comprendere la posizione e l’esperienza degli oppressi e quindi cercare di agire per modificarla. Non credo sia possibile cambiare l’atteggiamento sessista degli uomini partecipando a tutte le manifestazioni delle donne. E’ necessario invece che essi si liberino dal proprio ruolo sessuale maschile. Per fare questo non basta solo ampliare la propria disponibilità ai rapporti con un po’ di bisessualità.

Il sessismo/maschilismo non è solo eterosessualità, è ricerca di potere, comporta chiusura, competitività, grigiore, insensibilità, interesse per le cose e i traguardi, più che per le persone e la trasformazione. E’ di fatto il puntello psicologico dell’organizzazione del lavoro nelle società industrializzate, con minime variazioni dipendenti dal fatto che ci si trovi in una società liberata piuttosto che capitalista. Gli uomini sono obbligati in questo ruolo come le donne sono obbligate al loro.

Bisogna ammettere che parte del ruolo maschile sopravvive anche quando l’oppressione sessista è in se’ superata. Cambiare è la cosa più importante da fare, e implica una presa di coscienza per l’uomo, soprattutto per coloro che hanno una resistenza all’analisi collettiva di esperienze e sentimenti. Implica non assumere una posizione dominante nel rapporto principale, non assorbire affetto senza darne, comporterebbe anche il portare avanti questioni che non li riguardano direttamente ma che propongono l’abolizione dei loro privilegi di maschi bianchi o neri eterosessuali. Questo poi non vuol dire aver fatto abbastanza…

Dice Simone de Beauvoir: “se io voglio definirmi, sono obbligata inanzitutto a dichiarare “sono una donna”…un uomo non comincia mai con il classificarsi, come individuo di un certo sesso: che sia uomo è sottointeso”.
Mai come oggi penso che invece gli uomini debbano cominciare col definirsi per capire almeno che cosa sono, che cosa vogliono come sono fatti e come reagiscono. Ma vediamo come si costruisce questo individuo. Il modo in cui nella maggior parte delle famiglie i genitori si rivolgono ogni giorno al figlio maschio con frasi del tipo: “non piangere come una femminuccia”….bravo, ti comporti come un vero ometto!!…, non ha pari nel processo di diseducazione e di condizionamento che una persona subisce nella sua vita.

La costruzione pezzo per pezzo dei ruoli maschile e femminile avviene dentro la famiglia. Molto presto il bambino impara che essere maschio è qualcosa di importante e distintivo. Se in casa poi c’è una sorella, il paragone con l’altro sesso è diretto. Se essa è più grande, lei avrà cura di lui amorevolmente, in modo materno, nutrendolo, lavandolo, cullandolo. Se essa è più piccola lui la condurrà “sotto la propria responsabilità”, e avrà il mandato da parte del padre di mostrarle i segreti della vita. E’ una spirale di dipendenza, o meglio di costruzione di una personalità basata sulla dipendenza, che sarà difficile spezzarla in seguito.
Questa sicurezza-identità-gratificazione diventeranno una invisibile catena sulla quale si costruirà il più grosso nodo della struttura patologica della famiglia. La negazione dell’indipendenza e dell’autonomia costruisce l’insicurezza, fa capire al bambino che in futuro dovrà dipendere da qualcuno cosi come ora dipende dai genitori. Il bambino impara che l’unico modo per sfuggire all’assurdità degli ordini e delle leggi dei propri genitori è diventare come loro, sostituirsi a loro già nei gruppi con altri bambini fare il capobanda, e, come il padre in particolare, comandare e dominare. L’identificazione maschio-potere è immediata, chi ha il potere ha il prestigio, diventa un “simbolo”.

L’educazione del futuro maschio è piena di negazioni, si proibisce e si rinforza. Si nega l’emotività e si rinforza l’aggressività: “devi saperti arrangiare da solo”….è una frase ricorrente per il maschio!! L’emotività, mostrare i propri sentimenti è repressa pian piano, per gradi. Poi fuori dalla famiglia c’è la scuola, ci sono altri bambini, e questo modello si fa avanti da tutte le parti. Bisogna andare a scuola, accettare le regole, il potere del preside, della maestra.
Tutta autorità pura. Da qui si impara che il mondo è una cosa cattiva, e se non sei corazzato prendi la sveglia. Al maschio però questo gioco dell’autorità viene insegnato come un bel gioco, e se impara bene in futuro potrà averne un po’. La figura vincente tra il padre e la madre è abbastanza chiara. Anche se a casa ha il “potere” sul bambino, è più legato al fatto di essere più grande, di essere un adulta. Questo potere verrà ridimensionato quando entra in riferimento con il padre, assente o presente che sia. In sostanza la paura della mamma è controbilanciata dal fatto che con lei le cose si possono sempre aggiustare. Con la mamma c’è un rapporto tutto sommato di alleanza, una alleanza di oppressi, di deboli, di dipendenti…. Sulla madre e sul padre i bambini formano la prima idea dell’uomo e della donna e sulla loro immagine compiono la propria identificazione sessuale. La percezione del rapporto uomo-donna come rapporto servo padrone, vincente-perdente è accompagnata da una primordiale e proibita conoscenza della sessualità. La sessualità diventa un dovere, per il maschio diventa una prestazione da portare a termine. E’ lo strumento attraverso il quale si afferma sul mondo. E’ una prova che deve assolutamente riuscire. Il rapporto sessuale per un uomo è una continua ricerca di auto-appagamento, molto raramente una ricerca di piacere; si avvicina quasi all’evacuazione più che al culmine del piacere.

Basta pensare che l’unica erezione “naturale” è quella del mattino, quando la pipì preme sulla vescica, il resto passa nella loro testa in relazione alle fantasie sessuali. Fantasie di sesso libero, più vicine ad una richiesta di disponibilità femminile che ad una fase di liberazione. Solo dopo la scopata, dopo averlo messo dentro, l’uomo dichiara al mondo di avercela fatta anche questa volta. Se si finisce a letto e si fa, va bene, altrimenti rimane un amaro in bocca. Accumulano orgasmi come denaro!! Devono avere molti orgasmi, molte donne, molte esperienze, molta forza, molto di tutto, niente di niente. Il sesso si traduce come lavoro alienato, sono posseduti dai suoi stessi schemi di produzione e qualità del prodotto. Non c’è niente di liberatorio. Recuperare questa sessualità è molto faticoso, anche perchè c’è poco da recuperare, molto da distruggere. Negli anni più forti della cosiddetta “contestazione”, quando nascevano i movimenti di liberazione della donna e i collettivi femministi, tutto questo veniva sbattuto in faccia, e molti di loro accettavano di mettere in discussione il proprio ruolo. Nacquero allora in molte parti del mondo collettivi di uomini, gruppi maschili contro il sessismo. Gli “effeminists”. Nascevano come collettivi di autocoscenza, così come facevano le donne. Pareva un rovesciamento della bibbia: “il movimento di liberazione degli uomini nacque dalla costola di una donna, dal movimento di liberazione femminista. Nacquero molti collettivi omosessuali, che riflettevano questa presa di coscienza. Era importante e fondamentale confrontarsi con questi temi. Vi era una possibilità di cambiare, una sintesi tra la lotta politica e la vita personale. Fare politica significava anche viverla in prima persona. Sperimentare nella pratica quotidiana la possibilità di collettivizzare i bisogni materiali, una trasformazione reale dell’esistenza personale.

robottiniLe occupazioni, le assemblee, erano momenti di vita collettiva, le comuni, possibilità di trasformare, rompere, distruggere, ricostruire. Spesso però anche questi esperimenti dimostrarono i propri limiti. Le gerarchie e gli atteggiamenti leaderistici cacciate dalla porta rientravano dalla solita finestra. Molti furono i tentativi, tuttora ne esistono, ma dentro spesso cambiava poco o niente. Il militante-politico-alternativo avanguardia del nuovo, fa fatica a cambiare se stesso.
Il processo di distruzione, l’abbattimento di strutture di potere e quindi della sicurezza non assicura la possibilità immediata di costruzione di alternative, anzi la stessa distruzione della sicurezza è spesso contraddittoria mai data per certa. E così rimangono i limiti, torna il sessismo anche dentro il movimento.

Ma è possibile cambiare? e come? La società borghese ha resistito alle pressioni femministe per circa 150 anni e se in questi anni sono maturate le condizioni perchè la divisione in caste (uomo/donna) mettessero in discussione i ruoli (potere/non potere) la sfida femminista nei confronti degli uomini deve creare la “coscienza maschile”.
Il movimento di liberazione delle donne non libererà gli uomini, libererà le donne. Gli uomini sono destinati a diventare un nuovo tipo di maschio… altrimenti passiamo ai robot!!!!

Fonte: Tactical Media Crewdirettore_1120

Il bigotto.

ll bigotto è uno strano essere chè crede nella superiorità della sua specie.Non bestemmia ma nomina infinite volte il suo dio nell’arco della giornata(se dio vuole,grazie a dio,dio permettendo ecc.ecc.)E’ fermamente convinto chè con i suoi comportamenti guadagnerà il paradiso a scapito degli altri chè secondo lui andranno all’inferno.E’ un eccezionale interprete della bibbia, ed è convinto chè Sodoma e Gomorra siano le capitali del vizio.Il bigotto cerca in ogni modo di convertire glì altri con ogni mezzo, tortura compresa. Non perde una messa la Domenica,manco a dirlo si reca ad ogni funerale ed ogni funzione religiosa chè si svolga in una chiesa.Conosce tutti i santi a memoria spesso senza conoscerne la storia,predica la povertà ma non appena incontra un “barbone”(il bigotto lo chiama così) è lui chè glì chiede l’elemosina poi lo caccia a calci e sputi.Va a “puttane” (definisce così le donne che definisce amorali)bigotti nonostante predichi la castità e se non sei come lui ti considera un pazzo,insomma predica bene ma razzola male.Il bigotto è facilmente riconoscibile dal suo crocione d’oro chè porta al collo per emulare il papa,orecchini a forma di croce e t-shirt con le più svariate scritte stupide. Quando lo incontri,evitalo.

Ubriacatevi.

“Bisogna esser sempre ubriachi. Tutto sta in questo: è l’unico problema. Per non sentire l’orribile fardello del Tempo che rompe le vostre spalle e vi inclina verso la terra, bisogna che vi ubriachiate senza tregua.
Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro, ma ubriacatevi.
E se qualche volta, sui gradini d’un palazzo, sull’erba verde d’un fossato, nella mesta solitudine della vostra camera vi risvegliate con l’ubriachezza già diminuita o scomparsa, domandate al vento, all’onda, alla stella, all’uccello, all’orologio, a tutto ciò che fugge, a tutto ciò che geme, a tutto ciò che ruota, a tutto ciò che canta, a tutto ciò che parla, domandate che ora è; e il vento, l’onda, la stella, l’uccello, l’orologio, vi risponderanno: “È l’ora di ubriacarsi! Per non esser gli schiavi martirizzati del Tempo, ubriacatevi; ubriacatevi senza smettere! Di vino, di poesia o di virtù, a piacer vostro.”

Charles BaudelaireBaudelaire et la fee verte

Ipoquark. “L’uomo civile sa quel che fa”.

Ipoquark le meraviglie della natura.

Salve e bentornati a Ipoquark. L’argomento di questa sera riguarda la principale attività della natura e dell’evoluzione. Questa attività, come un enorme fiume dal quale si diramano mille e mille torrenti che ritornano alla fonte, non è altro che il vero motore di tutto l’ecosistema in continuo divenire. Si tratta della ‘civiltà’. Pensate, la natura, al fine di rigenerarsi, ha creato circa 5000 anni fa la civiltà, cioè agglomerati più o meno estesi di bipedi che ormai dominano sulla quasi totalità del pianeta e che hanno tutti la medesima caratteristica: una cultura comune e condivisa. Sì, ma un tipo molto preciso di cultura, la sola in grado di perpetuare il ciclo vitale dell’esistenza universale naturale, preservarne l’integrità, e armonizzarne ogni elemento. E’ un controllo formidabile posto su ogni cosa. Pensate, quando qualcosa sembra non andare per il verso giusto, la natura si autoregola attraverso la civiltà, la quale si adopra affinché il guasto venga riparato o eliminato del tutto. In che modo? Beh, ad esempio con le armi, l’inquinamento, la deforestazione, il depauperamento delle risorse, i genocidi… Certo, sembrano cose brutte viste dal di fuori, ma la natura sa quello che fa, ha il suo progetto, e la civiltà rappresenta il nervo centrale di questo progetto.

Senza l’ausilio della civiltà, la natura avrebbe continuato a sbagliare tutto, ecco perché a un certo punto dell’evoluzione si è autofornita della civiltà. Per esempio, quando un agglomerato di bipedi viene ritenuto cattivo o inutile, la civiltà interviene con le armi o con un altro metodo, più raffinato e colto, che è appunto la colonizzazione, attraverso la quale si esporta la cultura dominante nell’agglomerato che ne possiede un’altra. La colonizzazione, se eseguita con buon calcolo, non necessita neppure dell’ausilio delle armi. Pensate un po’ che raffinatezza e quanto risparmio. Una cultura da sostituire, soprattutto se è pacifica, è sicuramente un errore primordiale della natura, quindi, sostituendola, l’agglomerato ritenuto inutile e dannoso diventa alla fine produttivo e vantaggioso. Lo scopo della colonizzazione è proprio quello di ingrandire la rete dei bipedi acculturati, affinché i loro capi acquistino maggiore prestigio, ricchezza personale e dominio. Sono infatti questi capi a scoprire quali errori ha commesso la natura e a porvi rimedio. E’ la natura stessa che crea questi capi, senza i quali la terra smetterebbe di girare intorno alla sua orbita.

In questo modo è evidente che ne giova tutto l’ecosistema e l’evoluzione stessa. Noi tutti non potremmo neanche vivere senza la civiltà, probabilmente ci faremmo la guerra in continuazione e spariremmo nel giro di qualche decennio. Invece la civiltà, con i suoi 5000 anni di vita, ha portato ordine nei ritmi biologici, nelle geometrie esistenziali, e in tutte le orbite planetarie. Pensate, se non ci fossero la natura e la sua meravigliosa civiltà non potremmo neanche sfruttare i bambini, e sarebbe davvero un disastro planetario.

Per questa sera è tutto, vi ringrazio, e vi dò appuntamento alla prossima puntata di Ipoquark, le meraviglie della natura.

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IPOQUARK ‘Quello che Darwin non ha voluto dire’.

Benvenuti in questa nuova puntata di Ipoquark. Anche oggi parleremo di natura e delle sue meravigliose creature, in questo caso lo sbirro.

E’ vero che la natura, nella sua grande armonia, ha riservato agli uomini un trattamento particolare: ha regalato loro la ragione. E’ per questo che la natura ha creato lo sbirro, l’essere più intelligente tra tutti gli altri. Lo sbirro è infatti un essere perfettissimo, programmato in modo ineccepibile. D’altra parte, la natura sa sempre quello che fa. Per lo sbirro la natura ha concepito un ruolo meraviglioso che egli ricopre perfettamente e infallibilmente: il ruolo dell’obbediente. Poco importa il tipo di governo in carica, egli obbedisce a tutti gli ordini, perché la sua straordinaria intelligenza gli permette di rilevare, in un ventaglio di infinite possibilità, la scusa più conveniente per obbedire in quel preciso momento. Capite bene che ci vuole una capacità intellettiva straordinaria. Più lo sbirro obbedisce, più è fiero, più la natura esulta. Ma parliamo di scopi e obiettivi. Lo scopo che la natura ha riservato allo sbirro è quello di difendere il ricco mentre questo ruba al povero, ma anche dopo, quando il povero tenta di riappropriarsi di ciò che evidentemente la natura non gli ha riservato. Solo il ricco, infatti, è iscritto nel libro bianco della natura, mentre riguardo al povero la natura ha evidenziato chiaramente accanto al suo nome: ‘inutile ai miei scopi’.

Lo sbirro si caratterizza esteriormente da una livrea riconoscibile a seconda delle zone geografiche, da noi è blu, e da una strumentazione atta a quello scopo previsto dalla natura di cui abbiamo parlato. Guardate in che modo la natura e l’evoluzione si siano prodigate nel fornire allo sbirro questa varietà di dispositivi, sia di controllo, sia di offesa. Nessuno scampo per il povero. La natura è davvero meravigliosa. Ma l’evoluzione della specie non si è limitata a questo. Da 5000 anni circa, infatti, la natura ha fornito di eccellente intelligenza anche moltissimi altri umani. Circa 5000 anni fa sono nate quelle che possiamo definire ‘società degli obbedienti’, estemamente raffinate e precise da questo punto di vista. Gli umani che ne fanno parte, ormai la maggior parte su questo pianeta, possiedono un’intelligenza particolare che permette loro di avere la stessa livrea degli sbirri, ma olografata nel cervello. Per questi non è importante l’apparenza, ma perseguire lo scopo. Ma cosa succede quando uno di questi umani -diciamo così, sbirri dentro- è proprio un povero? Può la natura creare un povero che ha come obiettivo quello di difendere i ricchi? E’ qui che la natura si rivela in tutta la sua potenza creativa. Seguitemi.

Ebbene, la natura ha creato un dispositivo interno al povero, un dispositivo sempre attivo, attraverso cui il povero non si accorge di perseguire lo scopo, che ricordo è sempre quello di obbedire e difendere i ricchi. Geniale! Per questo motivo moltissimi poveri esultano quando uno della loro specie si presta a diventare un ricco iscritto nel libro bianco della natura. In quel caso la natura prende la sua penna e corregge all’istante. Ed è per questo, anche, che moltissimi umani poveri, quando vedono altri poveri che rubano, non esitano a rifarsi alla regola scritta dai ricchi e a mandarli in punizione. Questa sì che è solidarietà. Eh sì, noi dobbiamo tutto all’evoluzione e a questo straordinario progetto che la natura ha riservato a tutte le cose. Per oggi è tutto. Grazie e alla prossima puntata.

By: Cloud’s Walden10521802_886042981412188_1561169472_n

Il TSO (Trattamento sanitario obbligatorio)

Nessuno può essere sottoposto a visite mediche o a ricovero ospedaliero contro la sua volontà. Questo dice il ministero della giustizia ma…

10426605_637944279646135_5024946332662252393_nLe leggi sul ricovero forzato sono state utilizzate in tutto il mondo per giustificare vari tipi di soprusi: finanziario, sessuale, politico, per profitto commerciale, eredità e addirittura per la sicurezza del governo.  TSO significa Trattamento Sanitario Obbligatorio , ovvero quando una persona viene sottoposta a cure mediche contro la sua volontà (legge del 23 dicembre 1978, articolo 34).
In pratica, tranne alcune rarissime eccezioni, si verifica solo in abito psichiatrico, attraverso il ricovero (forzato) presso i reparti di psichiatria degli ospedali pubblici ( SPDC – Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura ).La legge stabilisce che si può attuare il TSO a sole due condizioni:
1. La persona necessita di cure (secondo i sanitari che l’hanno visitata) e
2. le rifiuta.
Di fatto il TSO viene messo in atto quando la persona appare pericolosa per sé o per gli altri, in soggetti che manifestano minaccia di suicidio, minaccia o compimento di lesione a cose e persone, rifiuto di comunicare con conseguente isolamento, rifiuto di terapia, rifiuto di acqua e cibo.
Può accadere anche che una persona disturbata psichicamente, un tossicodipendente in crisi di astinenza, un alcoldipendente… assumano dei comportamenti imprevedibili o violenti.
In queste situazioni spesso i familiari conviventi o i vicini di casa, qualora la persona sia in terapia presso uno psichiatra, chiedono aiuto allo psichiatra del servizio, oppure nel caso la persona non lo fosse, chiamano direttamente l’ambulanza e/o i vigili o i carabinieri.
La legge stabilisce anche un’esatta procedura che deve essere seguita al fine di mettere in atto il TSO.
Il  Trattamento Sanitario Obbligatorio è disposto con provvedimento del Sindaco, nella sua qualità di autorità sanitaria, del Comune di residenza o del Comune dove la persona si trova momentaneamente.
Egli emana l’ordinanza di TSO solo in presenza di due certificazioni mediche che attestino che:
1. la persona si trova in una situazione di alterazione tale da necessitare urgenti interventi terapeutici;
2. gli interventi proposti vengono rifiutati;
3. non è possibile adottare tempestive misure extraospedaliere.
Tutte e tre le condizioni devono essere presenti contemporaneamente e devono essere certificate da un primo medico, che può essere il medico di famiglia, ma anche un qualsiasi altro medico e convalidate da un secondo medico che deve appartenere alla struttura pubblica (generalmente uno psichiatra della ASL).
La legge non prevede che i due medici debbano essere psichiatri.
Le certificazioni oltre a contenere l’attestazione delle condizioni suddette che giustificano la proposta di TSO, devono motivare la situazione concreta: non devono limitarsi a enunciare le tre condizioni né si devono usare prestampati; in pratica la proposta di TSO deve essere (anche se in breve) motivata.
Ricevute le certificazioni mediche, il Sindaco ha 48 ore per disporre, tramite un’ordinanza, il TSO facendo accompagnare la persona dai vigili e dai sanitari presso un reparto psichiatrico di diagnosi e cura.
In un primo momento la persona viene invitata a seguire vigili e sanitari nel reparto ospedaliero, se si rifiuta viene prelevata con la forza, messa in ambulanza e trasferita al reparto ospedaliero. In teoria la legge fornisce il diritto alla persona di scegliere il reparto dove essere ricoverato.
Nessuno può essere trattenuto contro la sua volontà presso strutture sanitarie o nei reparti psichiatrici di diagnosi e cura a meno che non sia soggetto ad un  provvedimento di TSO.
Il Sindaco ha poi l’obbligo di inviare l’ordinanza di TSO al Giudice Tutelare (entro 48 ore successive al ricovero) per la convalida e il Giudice convalida il provvedimento entro le 48 ore successive (legge 180, art. 3 comma secondo).
Qualora manchi la convalida il TSO decade automaticamente. Il Giudice Tutelare può però anche non convalidare il provvedimento annullandolo.
Quasi mai l’ordinanza del TSO risulta firmata dal sindaco; di solito vi è un Ufficio preposto allo svolgimento della procedura del TSO e un assessore delegato (l’assessore alla sanità; in sua assenza uno qualunque gli altri assessori), che si limita a firmare l’ordinanza.
Il TSO ha per legge la durata di 7 giorni.
Al termine dei 7 giorni, qualora non sia stata presentata dallo psichiatra del servizio una richiesta di prolungamento, il trattamento termina e lo psichiatra, non per forza lo stesso che ha proposto e convalidato il TSO, è tenuto a comunicare al Sindaco la cessazione delle condizioni richieste per l’internamento.
Il Sindaco a sua volta lo comunica al Giudice Tutelare.
Qualora il trattamento venga prolungato, prima della scadenza dei 7 giorni deve essere comunicata al Sindaco una richiesta motivata di prolungamento. Entro 48 ore dal ricevimento della richiesta verrà firmata a nome del sindaco o del suo delegato l’ordinanza di prolungamento, provvedendo a notificarla al Giudice Tutelare nelle 48 ore successive. Il Giudice a questo punto convaliderà o meno il provvedimento e lo comunicherà al sindaco. Nel caso di proroga il paziente deve richiedere la notifica (= comunicazione) per evitare di rimanere chiuso in reparto, risultando ora un ricovero volontario.
Una volta venuto meno il TSO per scadenza dei termini la persona può chiedere di essere dimesso in ogni momento e tale richiesta deve essere esaudita.
Durante il ricovero l’unica possibilità che ha la persona di sottrarsi al Trattamento Sanitario Obbligatorio è quella di accettare la terapia.
Capita però il provvedimento di ricovero forzato venga mantenuto, nonostante il paziente accetti la terapia.
Anche se la legge impone il ricovero forzato solo in casi eccezionali, come già esposto sopra, la realtà però è diversa:
1. Con una certa frequenza i ricoveri coatti (=forzati) vengono fatti senza rispettare pienamente le normative, approfittando del fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle leggi e dei diritti della persona ricoverata. Sovente il paziente viene lasciato all’oscuro del fatto che, allo scadere dei 7 giorni, può lasciare il reparto e così inconsapevolmente viene trattenuto in regime di TSV (= Trattamento S anitario Volontario).
2. Ci sono poi pazienti che, quando si recano in reparto sotto TSV, vengono poi trattenuti in TSO nel momento in cui fanno la richiesta di uscire ed andarsene.
3. Durante la settimana di TSO si assiste ad un terribile stato di debolezza, confusione, spersonalizzazione ed alienazione da parte del paziente che, oltre a subire un grande trauma, viene sottoposto a pesanti terapie psico-farmacologiche, che non fanno altro che annientarlo come individuo, renderlo “innocuo e docile” agli occhi degli operatori.
4. Per il paziente che venga ritenuto “ribelle” si ricorre sia alla contenzione fisica che all’isolamento.
Poiché alcuni contestano che questi episodi avvengano o altrimenti affermano che si tratti di rarissimi episodi, in internet potete trovare molte storie che illustrano queste violazioni.
Quando la persona viene ricoverata in Trattamento Sanitario Obbligatorio presso il servizio psichiatrico, i suoi diritti (primo tra tutti quello alla libertà di movimento e di scelta) vengono limitati ed è obbligata a subire passivamente i trattamenti a lei somministrati.
Ma una serie di diritti inalienabili vengono mantenuti:
1. La persona può fare ricorso al Sindaco contro il TSO. Anche gli amici, i familiari, chiunque abbia a cuore la persona ha questa possibilità. La legge infatti dice espressamente che CHIUNQUE può fare ricorso. Ovviamente si può anche far intervenire un avvocato. Il Sindaco ha l’obbligo di rispondere entro 10 giorni (art. 33 legge 833/78). Se viene presentato il ricorso entro le 48 ore successive al ricovero, conviene farne pervenire una copia al Giudice Tutelare. Se la risposta è negativa, il paziente può presentare la richiesta di revoca direttamente al Tribunale (art. 35 legge 833/78), chiedendo contemporaneamente la sospensione immediata del TSO e delegando, per rappresentarlo in giudizio davanti al Tribunale, una sua persona di fiducia.
2. Benché la persona non possa rifiutare le cure, questa ha il diritto di essere informata sulle terapie a cui viene sottoposta e di scegliere anche tra una serie di proposte alternative. Comunque, nel caso le terapie somministrate siano particolarmente invasive, sarebbe opportuno presentare al responsabile del reparto una dichiarazione di diffida ai sanitari nei confronti delle terapie che dalla persona vengono considerate lesive e può chiedere ed ottenere di inserire tale comunicazione all’interno della cartella clinica.
3. Il TSO non giustifica necessariamente la contenzione; mai comunque la violenza fisica. Qualora venga usata la contenzione fisica, questa dovrebbe essere applicata solo in via eccezionale e per un periodo di tempo non superiore alla somministrazione della terapia. L’art 1 della legge 833 del 23 Dic 78 afferma che “la tutela fisica e psichica deve avvenire nel rispetto della dignità e libertà della persona”. L’utilizzo punitivo della contenzione, eventuali violenze verbali e fisiche degli operatori, fatti questi non ammissibili legalmente, sono reati perseguibili penalmente. In tal caso si può presentare una denuncia alla magistratura.
4. Durante il TSO il paziente ha il sacrosanto diritto di comunicare con chi vuole, anche attraverso telefonate e non è ammissibile, da parte degli infermieri, selezionare le persone che loro ritengono autorizzate ad entrare nel reparto (art.33 legge 833/78)
5. Terminato il periodo di TSO, non sono necessari né una firma per uscire dal reparto, né la presenza di qualcuno che venga a prendere il paziente, assumendosene la responsabilità, in quanto la persona che viene ricoverata in un reparto psichiatrico non è né incapace né interdetta e conserva tutti i diritti e doveri di chiunque altro. Quindi può chiedere di essere dimessa in qualsiasi momento (legge 180, legge Basaglia del 1978) e questa richiesta deve essere immediatamente esaudita, altrimenti ci si trova di fronte al reato di sequestro di persona. Il TSO decade anche nel caso in cui i medici o il Sindaco o il Giudice Tutelare non abbiano specificato nel provvedimento le motivazioni che hanno reso attuabile il Trattamento Sanitario Obbligatorio.
6. Il paziente ha il diritto di comunicare nella sua cartella clinica tutte le informazioni concernenti il suo stato di salute e i trattamenti a cui viene sottoposto.
7. Il paziente ha inoltre il diritto di sapere i nominativi e le qualifiche di chi opera nel reparto. Ogni infermiere deve avere sul camice un cartellino di riconoscimento.

Fonte:  DeutschlandRadio Zwangsbehandlung in der Psychiatrie verboten 23.10.2012

La storia di Giuseppe Casu morto in TSO.

Si chiamava Giuseppe Casu. Faceva l’ambulante. Ed è morto dopo essere rimasto per sette giorni legato a un letto d’ospedale. I medici che lo hanno tenuto in queste condizioni sono stati assolti, anche in secondo grado. Ora però i giudici della corte d’appello di Cagliari hanno chiarito le motivazioni della sentenza. Di una assoluzione che, dicono, ha molti “ma”. Perché si tratta, scrivono i magistrati, di un «macroscopico caso di malasanità». Di una vicenda «dall’evoluzione incredibile» che deve essere conosciuta. Anche perché non è poi così “anormale” come sembra.

La morte di Giuseppe Casu inizia il 15 giugno del 2006, quando viene ricoverato contro la sua volontà nel reparto di psichiatria dell’ospedale Santissima Trinità di Cagliari: un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) attivato d’ufficio di fronte alla sua agitazione contro le forze dell’ordine a causa dell’ennesima multa per abusivismo. Arrivato in corsia viene sedato, legato al petto, alle mani e ai piedi, e portato in una stanza. Quel giorno può vederlo solo la moglie. «Io l’ho visto dopo», racconta la figlia, Natascia : «Era addormentato, faceva fatica a parlare».
Un dipinto con la scena del Tso e il… Un dipinto con la scena del Tso e il volto di Casu da giovane

Le “cure” (il virgolettato è dei giudici) continuano: psicofarmaci, controlli, visite. Nessun elettrocardiogramma. Nessun colloquio verbale: il 20 giugno il primario vorrebbe parlare con lui ma non riesce, è troppo sedato. Nonostante questo stabilisce una diagnosi: disturbo bipolare maniacale. L’unica patologia riconosciuta negli anni al venditore ambulante era stata un disturbo di personalità non meglio identificato e una leggera epilessia giovanile tenuta sotto controllo dai farmaci. Ma nelle mani dei medici arriva col fiato che puzza d’alcol (i parenti e il medico di famiglia informano il giorno stesso del fatto che non era mai stato un alcolizzato – quella mattina sì, aveva una bottiglia di moscato), e in stato di “evidente agitazione”. Fra i fratelli poi ci sono persone con disturbi mentali. Così per il dottor Gianpaolo Turri, la dottoressa Maria Rosaria Cantone e la loro équipe la diagnosi è fatta. E nonostante i dubbi, senza altri esami clinici, inseriscono fra i farmaci una sostanza indicata per gli alcolisti a rischio crisi d’astinenza.

«Mi hanno preso per pazzo, chiamate i carabinieri», dice un giorno Giuseppe ai parenti in visita. «Non ero mai stata di fronte a uno psichiatra, non sapevo nemmeno cosa fosse un Tso», racconta Natascia: «Non avevo pregiudizi, motivi di temere. Mi son fidata dei medici e basta». Sui farmaci, le costrizioni, i lamenti, lei e i fratelli non sanno cosa dire. Chiedendo quando sarebbe stato slegato, accettano. Aspettano. Fino a che il 22 giugno non arriva la notizia: è morto.

La prima autopsia parla di una tromboembolia all’arteria polmonare. Da questo partono gli avvocati ingaggiati da Natascia, accompagnata da Francesca Ziccheddu, fondatrice del comitato “Verità e giustizia per Giuseppe Casu “, e Gisella Trincas, portavoce di molte associazioni di familiari, per sostenere l’accusa di omicidio contro i responsabili di reparto: la costrizione fisica sarebbe stata, per loro, all’origine di quell’embolia.

Ma qui inizia “l’incredibile evoluzione della vicenda” di cui scrivono i giudici della corte d’appello di Cagliari. Perché parallelente al processo che si avvia contro i camici bianchi del servizio di psichiatria, iniziano le udienze per il primario di anatomopatologia dello stesso ospedale, Antonio Maccioni, e di un suo tecnico. L’accusa è di aver occultato parti del cadavere di Giuseppe Casu e di averle sostituite con quelle di un altro paziente deceduto. I giudici di primo e di secondo grado confermano: colpevoli, e condannano il primario a tre anni di carcere. Ma poiché la sentenza non è ancora definitiva, non ha ancora superato l’ultimo grado della corte di Cassazione, il processo sulla morte di Casu non può tenere conto degli esiti.

Il dibattimento su cosa (e chi) ha ucciso quindi Giuseppe Casu continua, tralasciando il fatto che i reperti dell’autopsia siano tutti potenzialmente scorretti. La tromboembolia diventa difficile da dimostrare, e i tecnici della difesa convincono i togati che si tratti di “morte improvvisa”, una crisi cardiaca di cui è impossibile tracciare sicure fasi e origini certe. In mancanza di prove e di un nesso fra cause ed effetti, i medici responsabili del servizio di psichiatria vengono assolti, anche in appello.
La piazza in cui è stato ucciso… La piazza in cui è stato ucciso Giuseppe Casu

Così termina la parte che riguarda condanne e assoluzioni. Ma comincia il resto, inizia «quella morte che sembra non finire mai», come cerca di spiegare Natascia, che continua a vivere e lavorare a Cagliari, e mentre aspetta la Cassazione si dice pronta a fare ricorso anche alla Corte Europea. Perché intorno alla sentenza, e lo si capisce dalle motivazioni dei giudici, dalle testimonianze, dal racconto della figlia, emerge come sia stata tolta la dignità, oltre che la vita, a una persona che era stata ricoverata «per proteggere gli altri e sé stessa dal male» ed è morta nelle mani di chi la doveva curare. Perché, scrive il tribunale cagliaritano, una cosa è certa: «se detto ricovero non fosse mai avvenuto, il Casu sarebbe ancora vivo».

«Il primo addebito di colpa è rappresentato dallo stato di contenzione fisica adottato per tutto l’arco di tempo», scrive la corte d’appello: «in contrasto con le più elementari regole di esperienza, che consigliano di mantenere la contenzione il minor tempo possibile e non certamente per giorni». «Mentre nel caso di specie», continuano le motivazioni: «a parte la necessità di applicare la contenzione nel primo periodo, nel rispetto del trattamento sanitario obbligatorio, essendo certo lo stato di agitazione psicomotoria, la fascia pettorale fu rimossa il secondo giorno, mentre quelle impiegate per immobilizzare polsi e caviglie non furono mai rimosse».

È normale? Esser legati così, senza poter parlare, spiegare, senza poter intervenire? Quasi. Nella sua testimonianza, resa durante le udienze del processo di primo grado, Maria Rosaria Cantone, il medico di guardia il giorno del ricovero: «dichiarò che la pratica della “contenzione fisica” anche oltre le 48 ore era frequente in quel reparto che presentava dei problemi legati al sovraffollamento», scrivono i giudici: «atteso che il numero dei pazienti ricoverati era di gran lunga eccedente quello massimo stabilito dai regolamenti mentre quello del personale infermieristico era inferiore a quello necessario». «Eravamo costantemente sotto organico dal punto di vista del personale infermieristico», dichiara la dottoressa: «la mancanza di personale per noi è una costante».

Oltre i lacci, ci sono i farmaci. In dosi normali ma sufficenti ad addormentare il paziente per giorni: «il Casu non fu mai in condizioni di potersi esprimere a riguardo», scrivono i giudici discutendo la scelta di somministrare un farmaco indicato particolarmente per gli alcolisti in crisi d’astinenza: «perché perennemente sedato o semi sedato».

«Io mi son sentita ignorante. Mi sono fidata. Non potevo temere. Non potevo immaginare cosa sarebbe successo», conclude Natascia: «Ora so, però. E voglio fare di tutto, col comitato per la verità su mio padre, le associazioni e un documentario che stiamo per chiudere, per rendere quello ci è successo un esempio. Per informare le persone. Perché la gente sappia». Che, se anche «Non ci sono gli addebiti di colpa, il necessario nesso causale, idoneo ad integrare il reato di omicidio colposo», come scrivono i giudici, nei reparti di psichiatria degli ospedali, ancora oggi, a 36 anni dalla legge Basaglia, può succedere tutto questo. Per “mancanza di personale”.

Di: Francesca Sironi da L’Espressolegata

La “pazzia” è qua fuori.

Ci chiamano pazzi, quando la pazzia é andare al centro commerciale a comprare ogni illusione al prezzo di equilibrio tra assurdo e grottesco, guardare le partite in tv, avere pattuglie di sbirri e telecamere da tutte le parti, camminare in un oceano di illusione artificiale, in un deserto cementificato.Pazzi sono quelli che allo squillo di una sveglia saltano giù dal letto per affrontare una giornata di schiavitù dovendo pure ringraziare chi li sfrutta perché gli permette di comprarsi un mezzo per andare a lavorare per lui.
La pazzia é nei telegiornali che non ne dicono una giusta, nella gente che affolla le chiese, le urne, le platee dei programmi della Tv. La pazzia é nella gente che implora maggior rigore, piú repressione, maggiore “sicurezza“. La pazzia é in coloro che bevono e condannano la canna, in coloro che pagano sorridenti la propria infelicitá.
La pazzia é essere condannati a vivere un‘esistenza in cui non é possibile passare un solo quarto d‘ora della propria vita senza pensare o dover spendere soldi. 10291257_284392438389156_3641013349141689939_n

La pazzia é essere condannati a vivere un‘esistenza in cui non é possibile passare un solo quarto d‘ora della propria vita senza pensare o dover spendere soldi.

Per spezzare questo folle incantesimo sociale l‘unica cosa possibile é rendere cosciente la ribellione, trasformarla in rivolta, e solo il fuoco puó illuminare questo cammino.

IL CARCERE E IL SUO DOPPIO

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…Uno dei posti dell’orrido in cui ci si può imbattere in questo paese è l’OPG, sigla che sta per Ospedale Psichiatrico Giudiziario, un posto infame che non è ne ospedale ne psichiatrico e soprattutto giudiziario. In realtà è un manicomio criminale, anzi un carcere in tutto e per tutto trasformato in manicomio, anzi meglio ancora è peggio di un carcere ed un manicomio messo insieme, diciamo che si tratta della più orribile deriva della psichiatria italiana.
Ci sono stato dentro per due anni, venni trasferito da un carcere normale in quell’inferno senza via di ritorno.
Ad entrarci si fa presto, è necessario un foglio di carta, una perizia psichiatrica che nel mio caso fu redatta dopo due incontri in carcere, due colloqui per un totale di mezz’ora, tant’è che bastarono a dichiararmi totalmente infermo di mente, sofferente di tre o quattro disturbi, che poi nessuno ha confermato, ed infine pericoloso per la società.
Per uscirne però non è affatto facile, anzi nel più dei casi è impossibile.
Come la mia detenzione non sia diventata un cosiddetto “ergastolo bianco” è solo un caso fortuito, misto alla mia determinazione ed all’interessamento di persone che hanno fatto di tutto per farmi uscire di la. E’ stato come aver vinto una lotteria, che quella volta era toccata a me. Uscire fisicamente dall’OPG non vuol dire però essere usciti da quel pacchetto medico-legale che è la pericolosità sociale, diciamo che si è a metà dell’opera, bisogna completare a quel punto tutto il percorso riabilitativo. Un percorso degno di un romanzo di Kafka, dentro un castello burocratico fatto di relazioni, revoche, colloqui psichiatrici, notifiche e permessi, tanti permessi.
Ho dipeso dalla comunità nella quale risiedevo, dal CPS dove andavo a fare i colloqui, dal UEPE e chi più ne ha più ne metta. Si perché nel nostro paese chi commette un reato rischia il carcere, chi invece al momento del reato presenta storture dal punto di vista psichico o soffre di patologie psichiatriche rischia un altro trattamento all’interno appunto di questi manicomi. Quindi la giustizia si sdoppia, tutto si sdoppia, diventa un percorso con due direzioni parallele dove bisogna fare attenzione che una delle due non prevalga.
Devo dire però che dopo tre anni sono riuscito ad uscire da quell’incubo in carta bollata, ed è evidente che sono soddisfatto, ma non posso essere felice, perché non si può provare gioia nel cuore sapendo che centinaia di persone con la mia situazione sono ancora rinchiuse e probabilmente ci rimarranno ancora per tanti anni. Non posso dirmi contento, perché ho ancora nella mente il ricordo degli sguardi dietro le sbarre degli altri detenuti, sguardi di felicità mista a rabbia, invidia e rassegnazione, con quel velo opaco che gli psicofarmaci lasciano sugli occhi.
La ragione della loro permanenza eterna in OPG è dovuta al fatto che nessuno all’esterno vuole occuparsi di loro, dare la disponibilità ed un posto in comunità per questi uomini che hanno avuto la colpa di aver commesso un reato risibile tanti anni fa ma bollati però dal marchio infamante della follia, sembra costino tanto, perché ovviamente hanno bisogno di un “percorso doppio”, si definiscono infatti “doppie diagnosi”. Mentre in altri casi si tratta solo di uomini che hanno vissuto sempre in un manicomio, uomini istituzionalizzati ormai, un esercito di “anormali” come li definiva Foucault, un esercito che nessuno vuole.
Il loro destino come il mio d’altronde, è legato ad una relazione psichiatrica, a delle parole scritte, che hanno però tanto peso da poter ribaltare una condizione umana.
Quando a fine percorso mi rifiutai di fare ancora colloqui con lo psichiatra della comunità rischiai di buttare a mare tutto quello che avevo conquistato, ma siccome il mio percorso era stato impeccabile il medico non potè provare il brivido di affibbiarmi quei paroloni di cui è pieno il DSM, ma dovette accontentarsi di definirmi “megalomane”.
Racconto un episodio che rende bene l’idea del peso delle parole scritte da costoro Ero in camera di consiglio per la terza volta a dover riesaminare la pericolosità sociale, di fronte avevo il pubblico ministero ed il cancelliere ed a fianco l’operatore della comunità mentre il magistrato davanti a me leggeva la relazione. Leggeva con soddisfazione i meriti ed i progressi che vi erano scritti, mentre il pubblico ministero attentissimo faceva dei cenni di soddisfazione verso di me. Ad un certo punto il giudice si trovò a pronunciare la parola megalomane, si fermò di botto, come per tirare il fiato, si guardarono tra di loro negli occhi, il giudice al pubblico ministero il cancelliere ad entrambi ed entrambi all’operatore che sembrava stupito, insieme rivolsero tutti i loro sguardi verso di me, passarono dieci secondi di silenzio, mentre ero seduto nella posizione di chi è a disagio, ingobbito per l’avere sulla testa un macigno che qualsiasi cosa avrebbe potuto far cadere sul mio capo. Il giudice ad un certo punto riparti con la lettura, col tono di un “andiamo avanti che è meglio”. L’esito fu la revoca definitiva di quell’infamante misura di sicurezza.
In meno di mezz’ora mi ritrovai a non essere più pericoloso per la società, e nemmeno più infermo di mente.
Una volta lo psichiatra mi disse ” ma tu non pensi di avere una personalità doppia, non credi che a volte dentro di te ci sia una voce che ti dice di fare cose diverse dal normale?” Gli risposi “dottore io purtroppo un doppio non me lo posso permettere, io in tutti questi anni più che sdoppiarmi ho dovuto assottigliarmi, dimezzarmi, diventare dello spessore di un foglio di carta che riesce a passare sotto una porta, un foglio di carta sul quale chiunque a seconda della sua specializzazione, può scrivere qualcosa”
Quando si dice il “potere psichiatrico” si parla di cose del genere, di un inferno dentro al quale lo psichiatra può fare il bello ed il cattivo tempo, è per questo che io dico sempre “se hai a che fare con una persona che si qualifica con qualcosa che inizia con psico, sia esso psicologo, psichiatra ecc, non stringergli la mano ma guardalo dritto negli occhi perché probabilmente hai di fronte un mascalzone che mira a tenerti in pugno!”.

Pubblico l’articolo ovviamente con il consenso dell’interessato.

Di: Alfonso Nacchia

Quando gli “immigrati” erano italiani.

Piccoli e scuri, puzzano e rubano

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in 2 e cercano una stanza con uso cucina. Dopo pochi giorni diventano 4, 6, 10. Parlano lingue incomprensibili, forse dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici, sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali»
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare.
Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia.

Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

Fonte: Ottobre 1919. Dalla relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso degli Stati Uniti sugli immigrati italiani.QUANDO GLI EMIGRANTI ERAVAMO NOI32

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