Crea sito

… e finalmente i “matti” vennero chiusi fuori

Personalmente a me fanno più paura certe persone definite “normali” che lavorano tra 4 mura che non certe altre definite “matte”che stanno fuori. E’ senz’altro un’affermazione che lascia dubbi e interrogativi e ci si chiede come ci dovremmo comportare e di cosa dovremmo farne di quelle persone ritenute socialmente pericolose. Mi chiedo se non possa essere definito socialmente pericoloso chi toglie il lavoro,chi sfrutta,chi inquina,chi devasta,chi fa le guerre,non ditemi che tutto questo è normale solo perchè queste persone vestono in giacca e cravatta e hanno tra le loro mani il potere decisionale,hanno la facoltà di poter decidere cosa sia normale e cosa no. Il ragionamento potrebbe essere esteso benissimo anche al carcere,ma oggi voglio limitarmi a parlare di OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari),i quali sostituirono i manicomi finalmente oggi chiusi.La struttura manicomiale in Italia ha origini remote. Il primo manicomio istituito nel nostro territorio risale al 1876 e nello specifico si tratta del manicomio di Aversa per arrivare al 1927 dove si contano ben 127 strutture psichiatriche e 800 internati arrivando alla vigilia della seconda guerra mondiale con il numero di 5800. In manicomio venivano internate le persone scomode al potere e alle istituzioni e soprattutto che mostravano avversione nei confronti del potere totalitario fascista dell’epoca il quale prediligeva il manicomio al carcere per non creare martiri politici, come sosteneva il riformista Cesare Lombroso,un folle se messo in disparte non può più nuocere e soprattutto le sue parole non hanno alcun peso perché “dei matti si ride”. Questo sistema di coercizione mirava infatti oltre che alla detenzione all’annullamento della personalità degli individui. La tortura coercitiva manicomiale è stata subito adottata dalle forze di polizia sulla base del codice Rocco. I reclusi venivano internati con diagnosi ed appellativi per etichettare gli avversi al regime al limite del ridicolo,le vittime predilette erano soprattutto donne per ovvia conseguenza del contesto patriarcale maschilista e sessista in cui ci si trovava. Sul territorio italiano erano presenti sei ospedali psichiatrici giudiziari(Aversa,Napoli,Barcellona Pozzo di Gotto,Montelupo Fiorentino,Reggio Emilia,Castiglione delle Stiviere). Al di la del nome rassicurante di ospedali,questi luoghi sono stati concepiti come un istituzione più a fini disciplinari che terapeutici,tant’è vero che dipendono dal Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria (DAP),al loro interno erano presenti agenti penitenziari e sono amministrati da regole pressoché identiche a quelle delle carceri. Ospitavano persone fuoriuscite dal sistema giudiziario classico dopo essere state giudicate incapaci di intendere e di volere,che sono quindi state ritenute non imputabili in seguito ad una perizia psichiatrica che ne accertasse la pericolosità sociale.All’interno di questi veri e propri manicomi criminali erano presenti circa 1500 persone abbandonate a loro stesse in condizioni di disumano degrado.Da oltre un secolo il ruolo di queste istituzioni è quello di rinchiudere tutte quelle persone non punibili tramite la legislazione penale classica. Per questa categoria di criminali non sono previste pene ma “misure di sicurezza” che hanno come finalità la “difesa sociale”.Nel 1975 3 anni prima della legge Basaglia (legge 180),che ha permesso la chiusura dei manicomi civili, un decreto sancì il passaggio nominalistico dei Manicomi Giudiziari in Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nella pratica quotidiana non cambiò nulla se non le targhe poste al di fuori degli istituti.La durata della pena in OPG è determinata nel tempo,viene revocata solo nel momento in cui è dichiarata scemata la pericolosità sociale, concetto molto ambiguo. Il malato-recluso quindi non può mai sapere quando uscirà,solo il magistrato di sorveglianza può decidere quando la pena avrà fine.Larbitrarietà del parere del magistrato in merito a questioni mediche rende di fatto la reclusione all’interno degli OPG una sorta di ergastolo bianco,di reclusione a vita,senza alcuna certezza del tempo di permanenza al loro interno senza più alcuna attinenza con il reato per il quale si era originariamente perseguiti. L’unica vera funzione dell’OPG era quella di discarica sociale dove le persone indesiderate per i propri gesti venivano rinchiuse nel tentativo di nascondere il malessere profondo della nostra società.
Nel 2010 l’inchiesta effetuata dalla commissione sull’efficacia del Servizio Sanitario Nazionale stabilì il termine ultimo (31 Marzo 2013) entro cui tutti gli Ospedali psichiatrici giudiziari italiani avrebbero dovuto essere dismessi ma una proroga ha fatto si che restassero aperti fino ad oggi.Adesso, è lecito preoccuparsi, come in precedenza gli opg sostituirono i manicomi, si ha il timore che vengano create nuove strutture,forse più accoglienti,ma all’interno delle quali finirebbero sempre persone che hanno compiuto reati marginali,giudicate incapaci d’intendere e volere. E adesso ditemi pure che sono matto,detto da voi è solo un bellissimo complimento. Una sonora risata vi seppellirà.one-flew-over-the-cuckoos-nest-qualcuno-volo--L-evGTWi

La funzione del Mito come apologia del Dominio e sottomissione delle masse.

Premessa

Generalmente i poemi omerici come quelli di Esiodo, nonchè i miti e le leggende cretesi, vanno letti in maniera rovesciata nel senso che gli eroi, i protagonisti vittoriosi contro i crudeli e spietati nemici, privi di morale e di religione, non sono altro che gli esponenti della nuova società che poi diventerà una civiltà, quella schiavile che vuole imporsi su quella agricolo-pastorale precedente,dove le divinità, al massimo, erano connesse ai fenomeni naturali e non venivano fatte interferire più di tanto nelle vicende umane.
E’ quindi evidente che era nell’interesse dei loro autori presentare questi nemici nella maniera più deformata possibile, tale per cui il lettore ( in origine semplice ascoltatore) doveva avere l’ impressione che i fatti narrati non potevano che svolgersi così e che solo in un modo potevano essere interpretati.
Per esempio il mito del minotauro non rifletteva soltanto la talassocrazia della civiltà minoica ma anche il passaggio da una civiltà prevalentemente agricolo-pastorale-matriarcale (1), ove la religione era di tipo animistico, a una civiltà urbana-commerciale-patriarcale, dove la religione diventava politeistica e gerarchizzata.
Per giustificare tale transizione fu sufficiente far passare la regina Pasifae per un sgualdrina che aveva partorito un mostro, mezzo uomo e mezzo animale, accoppiandosi con un toro che le era stato regalato da una divinità molto antica, Poseidone” re degli oceani, che andava subordinato ad altri dei. Non a caso l’altro famoso mostro dell’ Odissea omerica, il pastore-agricoltore Polifemo, è figlio di Poseidone.
Quando la civiltà cretese che fonda nel Mediterraneo la “civiltà tout-court” insieme a quella egizia, scompare intorno al 1400 a.C., la sua cultura viene ereditata da quella greca, di origine indoeuropea, emigrata verso la penisola balcanica intorno al 2000 a.C. I poemi omerici e i testi di Esiodo non fanno che riflettere la cultura militare e aristocratica di questa nuova civiltà.
La prima seria contestazione a questa mitologia religiosa venne mossa da quei greci emigrati sulle coste ioniche dell’odierna Turchia occidentale (che quella volta si chiamava Asia Minore), in seguito all’invasione dorica del 1200 a.C. Fu così che nacque la filosofia, i cui connotati ateistici erano molto evidenti.

Un mito non è nato vero e col tempo è divenuto falso, ma è nato falso ed è divenuto sempre più incomprensibile. Al punto che oggi di tanti miti conserviamo soltanto alcune frasi fatte usate a mò di banali paragoni: p.es. “bello come un Apollo” o al femminile “come una Venere”, “astuto come Ulisse”, “forte come Ercole”, oppure “essere una megera” o “un narcisista”.
E tuttavia la mitologia greco-romana fa parte della storia della cultura ed è stata fonte inesauribile d’ispirazione per una schiera innumerevole di artisti, pittori, scultori, architetti, orafi, poeti e drammaturghi. Persino ai tempi del Manzoni si discuteva se continuare o meno a riconoscere dignità culturale alla mitologia classica.
Non si può che sorridere a leggere le avventure degli eroi ed eroine e soprattutto degli dei della mitologia greca. Eppure nella nostra stessa civiltà borghese tantissima produzione mediatica risente delle caratteristiche fondamentali di quell’antica mitologia, ovviamente mutatis mutandis.
Basti pensare a come il cosiddetto pubblico viene indotto a considerare gli attori cinematografici, gli atleti sportivi, gli eroi di libri o fumetti per giovani tradotti immancabilmente in film, ma si pensi anche ai successi editoriali di Luciano de Crescenzo, tutti impostati sulla riscoperta per lo più in forma ironica dei miti classici ma anche al modo stesso di fare politica che hanno taluni personaggi di governo, privi di riserve mentali quando si tratta di paragonarsi a superman o al messia.

La cosa strana è che per molti secoli la religione cristiana (sia essa cattolico-romana o protestante) ha creduto di poter ovviare alle favole del mondo pagano introducendo il realismo delle vite dei santi o la teologia della cosiddetta “vita trinitaria”, schiere angeliche ivi annesse. Ma è poi davvero strano questo? Ancora oggi il cristianesimo caratterizza, ideologicamente, tutta la civiltà occidentale, al punto che ci si rivolge tranquillamente a “dio” in occasione di guerre di conquista fatte passare per “missioni di pace” nella speranza di veder esaudite le proprie richieste coloniali o imperiali. Oggi i governi occidentali usano il cristianesimo alla stessa stregua di come nell’antichità i potentati usavano il paganesimo, persino avvalendosi di forme e modi che il cristianesimo stesso, nei suoi tempi migliori, aveva recisamente condannato. E’ come se la mancata realizzazione degli ideali cristiani abbia portato a un revival della mitologia classica, pur nel rispetto formale delle apparenze post-pagane.
Non c’è dunque stranezza in tutto questo, poichè cristianesimo e mitologia hanno più punti in comune di quel che non si pensi; solo che per accorgersene bisogna porsi al di fuori del cristianesimo e i primi a farlo, con successo, sono stati i filosofi illuministi del XVIII secolo, che, come noto, o erano atei o vagamente deisti.

Purtroppo, come spesso succede in questi casi, si è fatta di tutta l’erba un fascio, in quanto dietro la preoccupazione di salvaguardare le verità della ragione non c’è stata analoga preoccupazione di cercare di capire le ragioni di quei miti, pagani e cristiani, le motivazioni psicologiche, culturali o politiche che li avevano generati. Tutto era mito e quindi tutto da cestinare. A partire dal XIX secolo già tutta la mitologia cristiana era entrata a far parte, come oggetto d’interesse, delle scienze dedicate al folklore, allo studio dell’etnologia, sociologia, antropologia della religione. Scienze neonate che, spesso per motivi di opportunità, non sono mai arrivate a conclusioni che potessero risultare particolarmente scomode alle autorità religiose costituite e agli stessi governi occidentali, convinti che il cristianesimo sia fonte della loro superiore civiltà.
Un testo coraggioso come quello di Saintyves Paul (1860-1935), Les saints successeur des dieux. Essais de mythologie chretienne, Paris, 1906, non è mai stato tradotto in lingua italiana. Forse perchè l’autore sosteneva con energia che il culto dei martiri e dei santi è di origine pagana. E quanto, in questa trasposizione di miti, abbia influito l’ideologia ebraica divenuta cristiana, è facile immaginarlo.
Non bisogna infatti dimenticare che nel confronto culturale tra ebraismo ed ellenismo esiste una specifica superiorità ebraica proprio nella capacità di presentare in maniera realistica situazioni in gran parte romanzate. Mentre infatti nella mitologia greca appare subito evidente la costruzione
artificiosa palesemente inverosimile, volta a colpire l’immaginazione, la fantasia dell’ascoltatore o del lettore; viceversa in quella ebraica, generalmente più sobria ed allusiva, le falsificazioni hanno lo scopo di mettere in risalto una verità che sivuole presumere storica, connessa a vicende più di popoli o etnie o tribù che non di individui singoli o di piccoli gruppi parentali. Tant’è che spesso si ha l’impressione che nella cultura ebraica la falsificazione abbia, in definitiva, lo scopo di mascherare situazioni o eventi che potrebbero risultare contraddittori alle scelte “mitologiche” successivamente compiute, o comunque a scelte diciamo “impopolari”, in quanto la mitologia – anche nella cultura ebraica – viene sempre usata dalle classi dominanti come arma per rabbonirele istanze emancipative delle masse.

Nelle società antagonistiche la mitologia-e quindi ogni tipo di religione- può essere tranquillamente considerata come una forma di narcotico atto a far sognare paradisi perduti o comunque a far evadere dalle frustrazioni del presente. Sotto questo aspetto ci pare poco significativa la differenza tra miti e leggende. I miti e le leggende sono sempre stati usati per confermare un presente, non per negarlo. Nei miti la fantasia serve per edulcorare una
realtà segnata dagli antagonismi sociali.
Non ci piace l’idea di considerare i miti come discorsi chiusi in se stessi e le teologie come discorsi aperti al confronto incessante tra uomo e dio. Sarebbe come dire che i miti di un bambino sono delle favole proprio perchè si tratta di un bambino, mentre le teologie dell’adulto possono vantare delle verità proprio perchè vengono elaborate da persone adulte. Miti e teologie appartengono, in realtà, al novero delle leggende, e la differenza che li separa è solo di forma (nelle teologie p.es. vi sono delle tesi da dimostrare, il che potrebbe essere interpretato come una forma non di superiorità intellettuale ma di insicurezza esistenziale). E’ evidente che le favole per bambini somministrate dai loro genitori non possono avere la medesima complessità di quelle somministrate agli adulti da parte dei poteri costituiti. Il fatto che la cultura occidentale abbia creduto per molti secoli che la mitologia cristiana non sia stata una vera e propria mitologia bensì una vera e propria storia non toglie nulla alla convinzione che nella storia del cristianesimo la mitologia ha assolutamente svolto un ruolo preponderante al punto che risulta quasi impossibile discernere la verità dalla finzione.
Fa parte appunto dell’ideologia ebraica far credere vero ciò che è falso utilizzando allo scopo gli artifici dei dettagli storici degli avvenimenti popolari, mentre la mitologia di origine greca, non avendo alle spalle una consolidata tradizione di popolo, si preoccupa più di stupire con “effetti speciali” (ieri la retorica linguistica, oggi anche la multimedialità), avendo chiaramente un mero scopo di svago emotivo, di intrattenimento intellettuale, in cui l’identificazione tra aspettative del singolo e vicende mitiche non raggiunge mai profondità particolarmente esistenziali. Il dramma di Abramo che sacrifica Isacco è infinitamente più complesso di quello di Agamennone che sacrifica Ifigenia: là era il senso di una colpa personale che aveva portato all’infanticidio, qui è il senso d’ impotenza umana nei confronti del destino.
Con ciò ovviamente non si vuol sostenere che il cristianesimo non abbia operato un benefico “repulisti” di tutte le falsità della mitologia pagana; si vuol semplicemente sostenere che in questa sorta di epurazione razionale spesso e volentieri non si è fatto altro che rimpiazzare un’obsoleta e ingenua mitologia con un’altra decisamente più sofisticata.

Purtroppo l’accesso riservato a fonti e alle stesse lingue latine, greche ed ebraiche, ha fatto si che il popolo cristiano non abbia mai avuto gli strumenti (in Europa praticamente solo a partire dalla Riforma sono cominciati gli studi critici) per mettere in discussione tale operazione intellettuale.
La chiesa romana ha dominato incontrastata per molti e molti secoli proprio a motivo di un monopolio culturale sulla lingua scritta. Inevitabilmente questo potere ha impedito di fare studi critici sul passato pre-cristiano, quello di origine pagana, che ci avrebbe permesso di capire quale e quanta dipendenza esiste del cristianesimo nei confronti della mitologia classica.
Tutti i miti costruiti intorno alla figura di Gesù Cristo sono di origine pagana. Forse l’unico documento che la chiesa cristiana non è riuscita a manipolare è la sindone, nei confronti della quale si guarda bene dal considerarlo attendibile: infatti se la sindone è vera i vangeli mentono.

Funzione ideologica del mito e rapporti tra mitologia greca e romana.

La mitologia greco-romana ha svolto una funzione apologetica riscontrabile anche nella Bibbia ebraica e cristiana. Gli uomini moderni sono soliti considerare mitici quei racconti aventi caratteristiche leggendarie in cui i protagonisti compiono cose assolutamente impossibili o innaturali, anche se umanamente comprensibili o comunque, diremmo oggi, scientificamente irriproducibili, in quanto si fa ricorso a prodigi spettacolari o eventi miracolosi (molti dei quali però oggi possiamo riprodurre proprio in virtù della rivoluzione tecno-scientifica), interventi di forze o entità ultraterrene e così via.

Quando leggiamo le narrazioni mitologiche siano esse di cultura greco-romana o ebraico-cristiana siamo portati a considerarle come semplici descrizioni simboliche o allegoriche, mentre per tanti secoli gli uomini, nella loro ignoranza o per cieco fanatismo, le hanno interpretate in maniera letterale, senza metterle in discussione. Si pensi solo, sul versante ebraico-cristiano, alla creazione dell’ uomo o dell’universo, ancora oggi considerate da certi ambienti integralistici come intangibili al cospetto delle teorie evoluzionistiche, o, sul versante greco-romano, alle infinite leggende connesse alla nascita di città e stirpi. In realtà le cose non sono cose semplici. Oggi ci è facile, con la scienza e la tecnica e con lo sviluppo dell’ umanesimo laico, dire che un mito è un mito. Per es. nessuno oggi si scandalizza quando la critica sostiene che il personaggio di Enea descritto da Virgilio, in occasione della nascita di Roma, è del tutto inventato. Eppure questo atteggiamento disincantato non significa affatto che si sia stati capaci di demitizzare il mito di Enea. Il fatto che oggi si sia convinti che la realtà sia stata mascherata con degli artifici non implica di per sè la capacità di analizzare criticamente i valori di quella realtà trasmessi con la finzione.
Cioè se anche dimostriamo che Enea è un falso non per questo abbiamo dimostrato che era falsa la motivazione dell’ autore che si è servito di questo espediente letterario per trasmettere una determinata ideologia. Beninteso una motivazione va semplicemente constatata e non giudicata di verità o falsità. Virgilio aveva sicuramente delle buone motivazioni per presentare al suo pubblico un finto personaggio come Enea. E tuttavia compito del critico non dovrebbe essere semplicemente quello di dimostrare che l’eroe era simulato e che le sue vicende sono servite per legittimare scelte storiche e politiche che di leggendario nulla avevano, ma anche quello di verificare se le motivazioni che hanno fatto nascere questo eroe e le sue vicende possono considerarsi adeguate alla realtà che, seppur in maniera mistificata, si voleva far conoscere; un’analisi di questo tipo ci aiuterebbe a comprendere anche il nostro tempo. Non dimentichiamo che proprio l’Eneide venne considerata da Thomas S. Eliot come il classico che meglio poteva rappresentare l’Europa distrutta dalla seconda guerra mondiale. Posto infatti che la mistificazione va data per scontata, in quanto risulta presente in tutti i racconti mitologici di tutte le civiltà, il problema che bisogna affrontare in maniera nuova è un altro: dobbiamo o no accettare le motivazioni che hanno fatto
nascere quelle mistificazioni? Dobbiamo accettarle tutte o solo in parte? Dobbiamo forse accettarle come un dato di fatto, visto che esse, se ci sono pervenute, è da presumere che abbiano passato il vaglio dei poteri dominanti, i quali le avranno ritenute le più idonee a rappresentare la realtà del loro tempo e a trasmettere questa rappresentazione ai posteri? Oppure possiamo mettere in discussione questa constatazione di fatto e chiederci se per caso non avrebbe potuto esserci una diversa interpretazione della realtà? Restiamo all’esempio di Enea. Virgilio lo presenta come un Ottaviano ante litteram. Il poeta, che è un intellettuale del regime, preferisce la forza dell’eroe che deve unificare tutte le terre e le genti italiche sotto un unico dominio, all’autonomia delle tribù, delle etnie ecc., presenti da secoli nella penisola. Quando parla di Enea lo fa a favore dell’impero, dell’unità imperiale voluta da Augusto, e quindi a favore della forza. Ma Virgilio non può dirlo esplicitamente, poichè l’uso della forza – come noto – può implicare anche il torto. La forza dei romani, per evitare equivoci, va invece presentata come vincente perchè giusta, voluta dagli dei. La parte demagogica dell’Eneide sta nell’idea che l’eroe usa la forza per un fine di bene, per vincere la violenza e riportare i popoli ai valori etici originari. Deve riportarli con l’uso della forza, perchè non c’è altro modo. Le popolazioni italiche impediscono l’uso di altri mezzi perchè sono contrarie all’unificazione della penisola sotto un unico dominio imperiale. Ai tempi di Virgilio vigeva la guerra civile tra chi voleva salvaguardare una repubblica ormai alle corde con una democrazia fragilissima e chi invece voleva una centralizzazione dei poteri nelle mani di un principe. Virgilio vuole, anzi, deve dimostrare che l’uso della forza da parte dei romani era inevitabile, assolutamente necessario per vincere il “disordine” causato dalle popolazioni locali. Egli non prende in esame l’origine della violenza, anzi, ha tutto l’interesse a mostrare che la violenza non era stata causata dai romani, ma solo dagli italici. I romani usavano la forza del bene col bene della forza per superare i rischi della disgregazione. Questo perchè per Virgilio la nascita dell’impero non può essere messa in discussione. L’impero era nato per rimediare ai guasti causati dalla repubblica in sfacelo. Virgilio vuole sostenere la tesi che alla rovina della repubblica non vi era altra soluzione che l’impero. Questa interpretazione della realtà a lui coeva è stata semplicemente adottata nell’analizzare dei fatti accaduti 600 anni prima. Si è usata la mitologia per giustificare un determinato processo storico.
Criticare oggi la mitologia non significa ancora mettere in discussione la necessità di quel processo. Noi siamo figli di quel processo e non possiamo autonegarci, anche se è il processo stesso che ci nega.

Una delle caratteristiche tipiche di molti latinisti è quella di considerare la letteratura latina classica come, rispetto a quella greca, più dotata dal punto di vista dei sentimenti e delle virtù umane, non foss’altro perchè si tratta di una letteratura più sobria e meno retorica (nel senso negativo che noi oggi attribuiamo a questa parola), più ironica e autoironica, sicuramente meno tragica, infinitamente più vicina alla quotidianità del vivere sociale e civile. Basta fare un confronto, nei giudizi dei critici, tra quelli espressi sull’Eneide e quelli espressi sull’Iliade e l’Odissea.
Si badi, in questo confronto i latinisti tengono sempre in considerazione che la letteratura latina è di molto posteriore a quella greca, si serve di quest’ultima e cerca di svilupparla in maniera autonoma, originale. Questo per dire che nessuno si sogna di operare semplicistiche contrapposizioni tra cultura greca e cultura latina.
Spesso tuttavia i latinisti sembrano trascurare il fatto che nelle analisi particolarmente favorevoli alla letteratura latina non si mette mai in discussione la funzione apologetica esercitata da tale letteratura nei confronti degli interessi politici dell’impero. Spesso purtroppo non ci si accorge che l’humanitas della letteratura latina non può di per sè rendere questa letteratura più accettabile di quella greca, o farci ritenere l’impero romano, che essa legittimava, migliore di quello ellenistico. E’ vero che i personaggi omerici possono apparire più elementari nelle loro passioni, più istintivi o più immediati di quelli latini, ma questo riflette appunto la diversità di concezione politica del dominio, che in Grecia coincideva essenzialmente col territorio geografico della polis, mentre nella latinità si ha bisogno di una centralizzazione imperiale su vasta scala. L’humanitas della letteratura latina va messa in rapporto con l’esigenza di giustificare un’oppressione maggiore. Personaggi come Ulisse o Achille sono impensabili per un grande poema come l’Eneide, dove tutto deve essere finalizzato a un unico scopo: la gloria di Roma imperiale e il trionfo sui particolarismi localistici e sugli eroismi o sulle stravaganze individuali. Enea è l’uomo pius per definizione, il cui sentimento profondo di umanità si trasforma in crudeltà solo quando sono in gioco gli interessi superiori della politica, dello Stato. I latinisti, in tal senso, non hanno difficoltà ad accettare, neppure dopo duemila anni di cristianesimo, che la
pietas si volga nel suo contrario quando la posta in gioco è la tutela della civiltà romana. E sulla civiltà greco-romana, ma soprattutto su quella romana, noi ancora oggi andiamo a cercare le fondamenta della civiltà borghese.
C’è molta più ipocrisia nella letteratura latina di quanto non si creda. Qui infatti si ha necessità di giustificare lo schiavismo come sistema organizzato di rapporto socioeconomico, laddove il mondo greco al massimo lo considerava come una forma per dimostrare l’inferiorità culturale e intellettuale delle civiltà non ellenistiche. Tant’è che già all’avvento dell’imperatore Adriano – dice Giovenale – ” gli studi erano ormai privi di speranza e non avevano altro motivo di essere se non in Cesare”. Già a partire dal II sec. d. C. si assiste a un lento e inesorabile declino della letteratura latina

Oggi non è più possibile accettare che un dominio politico possa pretendere una maggiore legittimazione solo perchè i suoi apologeti mostrano una superiore visione umanistica della realtà. E neppure è possibile accettare l’esistenza di una concezione del destino inesorabile o di un fato insondabile nei cui confronti ogni volontà si deve piegare, ivi inclusa quella dalle caratteristiche più umane.

Nelle società antagonistiche basate prevalentemente sull’affermazione del singolo o della famiglia o anche della stirpe, proprietari di determinati mezzi produttivi, la mitologia ha un peso preponderante, paragonabile, come effetto persuasivo sulle masse, alle piramidi egizie, anch’esse peraltro forme espressive di un’ideologia mitologica. Oggi la mitologia viene svolta prevalentemente dai massmedia, in particolare dalla cinematografia, vera e propria fabbrica dei sogni. Essa infatti permette qualunque effetto speciale, qualunque forma di pathos o di intreccio psicologico, è in grado di riprodurre qualunque aspetto della realtà.

Nel mondo socio-religioso dei poemi omerici vi sono alcuni elementi salienti:
1. Anzitutto i greci (e con questa parola bisogna intendere gli intellettuali e la classe dirigente) erano convinti che il loro presente fosse migliore del loro passato, cioè che il passaggio dal comunismo primordiale alla società schiavile fosse stato assolutamente necessario, per cui fanno di tutto per mettere in cattiva luce chi non vi crede, chi ha cercato in qualche modo di opporvisi o comunque chi rappresenta qualcosa di antico, che si è già superato, materialmente e ideologicamente (p.es. Polifemo, la maga Circe).
2. Omero e gli altri cantori di queste leggende non possono in alcun modo essere paragonati ai profeti biblici, poichè mentre questi contestavano talune azioni dei potenti e rischiavano anche di essere giustiziati, i cantori greci invece li esaltavano, si mettevano al loro servizio e fruivano di tutti gli onori. Il loro specifico ufficio era quello di dilettare, sicchè in un certo senso si può dire che i poemi omerici possono essere paragonati a una forma di piacevole intrattenimento.
3. Nell’Iliade sussistono forme politiche provenienti da una democrazia guerriera primitiva, in cui i capi militari eleggono temporaneamente il loro sovrano per scopi bellici, ma la tendenza è quella di fare di tali capi un’aristocrazia privilegiata, il cui potere economico sta nella proprietà terriera e schiavile, mentre l’organizzazione politica è strutturata sull’indipendenza delle città-stato (poleis). Gli aristocratici sono dediti soltanto alla politica e alla guerra, ma anche alla conduzione di affari per aumentare i loro patrimoni immobiliari e detengono tutte le cariche prestigiose dell’amministrazione statale della polis, incluse quelle religiose.
4. I valori etici di questa classe sociale e quindi dei poemi epici che la rappresentano sono quelli degli eroi individuali che vogliono vincere o primeggiare a tutti i costi: il popolo è solo una massa informe che serve per realizzare gli obiettivi dei capi militari. Tutto può servire allo scopo, soprattutto quando si vuol far credere che è la patria ad essere minacciata: anche l’inganno, la menzogna, il raggiro, la spietatezza.
5. Tutta la religione (miti e leggende) dei poemi omerici riflette l’ideologia e gli interessi materiali di questa classe egemone aristocratica che è
razzista (in quanto considera i non greci dei barbari) e schiavista (anche gli stessi greci, se debitori insolventi, possono essere schiavizzati, ma in genere gli schiavi vengono acquistati sui mercati, oppure sono prigionieri di guerra o frutto di azioni piratesche, e naturalmente devono fare qualunque tipo di lavoro). In particolare gli dei rispecchiano la personalità, buona o cattiva che sia, degli uomini di potere, i quali vogliono far credere che essi sono sempre presenti, qualunque azione si compia. Gli dei parteggiano per questo o quell’eroe e quando in uno dei due prevale cio’ che viene attribuito alla maggior potenza di un dio rispetto a un altro (anche tra gli dei vi sono le gerarchie), oppure al destino, i cui criteri imperscrutabili di giustizia sono superiori alla stessa volontà divina. L’unica differenza fondamentale tra uomini e divinità sta nel fatto che gli uomini, quando muoiono, finiscono col diventare ombre dell’Ade, un luogo sotterraneo da cui non vi è alcuna possibilità di uscire, e dove non vi sono nè premi per i meriti nè punizioni per le colpe, per cui il significato della propria vita va cercato solo finchè si è vivi sulla terra.
Generalmente gli dei puniscono la condotta riprovevole degli uomini soltanto quando questa è reiterata o esibita o finalizzata a un interesse meramente
egoistico, indifferente a uno scopo superiore, insomma viene punito chi esagera, chi approfitta eccessivamente di qualcosa, chi gioca col destino, chi vuol mettere alla prova la pazienza degli altri (o degli stessi dei), chi vuole sottrarsi ai propri doveri istituzionali, ecc. La regola fondamentale che ognuno deve rispettare è quella di non infrangere le regole di una società basata sul predominio dell’aristocrazia guerriera, latifondista e schiavista. A queste regole invece cominceranno ad opporsi i primi filosofi cioè i rappresentanti di una nuova classe sociale, la borghesia,la cui ricchezza si basava non sulla terra ma sui traffici commerciali, soprattutto marittimi. E ciò avverrà, inizialmente, non nella penisola greca ma nelle sue colonie più fiorenti, quelle ioniche.

Conclusione

Gli eroi di una qualunque civiltà sono tutti moralmente falsi quando addirittura non inventati. Ogni civiltà ha bisogno di giustificare il peggio di sè dandosi appunto degli eroi, che spesso sono martiri e che sempre vengono considerati come dei miti leggendari, la cui vera identità si perde nella notte dei tempi, in quanto ciò che di loro si deve ricordare, di generazione in generazione, è soltanto l’atto di eroismo, il gesto clamoroso, il sacrificio di sè.
La cultura dominante delle civiltà antagonistiche è tutta falsa. Noi consideriamo sublimi gli atti di eroismo, quando invece essi vennero compiuti per difendere un arbitrio, per imporre un abuso, sempre mascherato da un diritto alla libertà, da un superiore senso di giustizia. E’ certamente possibile che molti eroi si siano sacrificati in buona fede, convinti che non ci fossero doppi fini, ma chi ha tramandato la loro memoria l’ha fatto andando al di là delle loro intenzioni.
Gli eroi, i martiri, i miti, sono tra le maggiori illusioni di tutte le civiltà, al pari del progresso infinito, del benessere assoluto, della pretesa superiorità mondiale. E’ stato per colpa di queste illusioni che la storia ci è giunta completamente deformata, coi ruoli dei protagonisti del tutto travisati: i buoni son diventati cattivi e i cattivi buoni. Molto probabilmente quasi tutto quello che sappiamo è falso. E, allo stato attuale delle fonti storiche, non avremo mai la possibilità di conoscere la verità. Noi stessi non sappiamo più cosa sia la verità: è soltanto un’ approssimazione molto difettosa.
L’unica possibilità di poter afferrare un briciolo di verità è di guardare le cose in maniera rovesciata, come appunto si diceva nella premessa di questo libro.
I veri eroi son stati quelli che han cercato di resistere alla deformazione della verità.

tratto da “I miti rovesciati” di Enrico Galavotti

nota1 (più che matriarcale direi che la società era gilanica)

Greta On-Offarte gilanica

Te la sei cercata. Storie di violenza quotidiana.

La violenza degli uomini sulle donne è la cosa più abominevole e raccapricciante che un uomo possa attuare ed è purtroppo la conseguenza di una sottocultura derivante dal patriarcato il quale conserva in se tutti quei comportamenti acquisiti nei secoli dalla cultura dominante. Quella che stiamo per raccontare è la storia di Anna, la sua è una storia che risale a molti anni fa ma da allora niente è cambiato,queste storie si ripetono e spesso nell’assoluto timore delle vittime le quali un po per la vergogna di chi la addita di essere responsabile della violenza subita sia per paura di non essere creduta tace l’accaduto venendo meno ad accusare e a denunciare il suo carnefice. Tutto questo deriva da un’educazione ricevuta sbagliata,quando si cresce in ambienti dove ti viene insegnato che tutto ti sia dovuto,che puoi essere furbo e prepotente e che proprio con quella prepotenza puoi prenderti tutto ciò che vuoi e che puoi arrogarti qualsiasi decisione e diritto su chiunque. Riporto questa testimonianza affinchè si a di sprone a tutte le donne che subiscono violenza ad urlare a gran voce la loro storia e che la storia di Anna non resti inascoltata perchè la vergogna la deve provare solo chi opprime e non chi subisce.

A cosa serve rinchiudere una persona in una cella se poi il marcio che fa deviare le menti resta fuori? La violenza inferta a una donna non finisce dopo l’atto, nemmeno se i suoi anni avrebbero diritto a un po’ di pietà. La violenza prosegue nelle domande del poliziotto, non uno qualsiasi ma quello che dirige la squadra. Mentre scrivo cerco la sua foto digito il suo nome su google, poi desisto, non serve l’ho nitida nella memoria la sua faccia da poliziotto. Quella faccia ritrovata nei giornali tanti anni dopo, quel nome scritto per raccontarne la carriera finita tra una delle più brutte storie che questo paese visse (2001). “Te la sei cercata”; a mia madre é caduto il mondo addosso. Doveva pulire l’onta, la vergogna che provava davanti alla gente, non so se perché ero scappata da casa o perché avevo perso la “verginità” o tutte due le cose, non né abbiamo mai parlato e il tempo asciuga le ferite…. forse. Non mi ha picchiata mi ha terrorizzato, dominata per prendere tutto quello che poteva appagare i suoi desideri, la sua sete di potenza. Strappata all’adolescenza, catapultata nel mondo adulto senza nessuna fermata. Te la sei cercata……… e cosa importa se ho gridato o non ho gridato, se ho cercato di svincolarmi o se sono rimasta ferma, se ero vergine o non ero vergine, se ho perso sangue o non ho perso sangue, ma che domande sono (sbirri) Se non lo vuoi fare ma sei costretta dalla forza o dalla paura é stupro. É una ferita che non potrà chiudersi é un dolore nascosto, un dolore sospeso, che a volte riaffiora con prepotenza perché é un urlo soffocato. “te la sei cercata”…. chissa se lo pensa ancora o é rimasta soddisfatta della condanna di quello che, ora so, non giustifico né perdono, ma so, era solo un disadattato. Io ho subito e io posso condannare, condanno il governo che ha bendato gli occhi al popolo, condanno i capitalisti che hanno divulgato un finto benessere rendendo la massa schiava di un consumismo inutile, condanno la chiesa per il suo bigottismo indottrinato fin dalla culla. Condanno il sistema, tutto, che ha permesso alla disumanità di crescere e con essa la paura , alimento del potere……….. tutto il resto é conseguenza. Ringrazio mio padre che mi accolse in un abbraccio. Resta inalterata la mia voglia di scappare quando mi sento soffocata da stereotipi di vita altrui che cercano di ammaestrarmi tramite adepti della società borghese. Avevo bisogno di raccontare, l’ho fatto scrivendo. Sto ascoltando Chopin e mi sento meglio.basta-violenza

Eccoti serviti razzismo e guerra tra poveri spiegati terra terra.

Il termine più appropriato da utilizzarsi quando sentiamo parlare di “MISSIONI DI PACE” “MISSIONI UMANITARIE” o “IMPORTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA” è in realtà COLONIZZAZIONE.

Crei un confine delimitando un territorio tracciando una linea e crei una divisione,poi fai credere a chi sta dall’altra parte della riga(le hanno chiamate confini e dogane) chè potrebbe essere un tuo potenziale nemico,potrebbe invadere il “tuo” territorio, e quindi devi assolutamente difenderti e guardarti dal nemico immaginario,allora con l’”aiuto”delle armi gli dichiari guerra,se sei più forte ti appropri del territorio,ti ci stabilizzi e lo sfrutti insieme al colonizzato che ha meno mezzi e armi di te. C’è però chi non ce la fa più a sopportare l’orrore della guerra sotto i suoi occhi e allora seppur a malincuore (nessuno lascia volentieri la sua terra natia) tenta il viaggio della speranza per sfuggire all’oppressione e alla guerra mettendo a rischio la sua stessa pelle durante la fuga. Nel frattempo i governi se la ridono perchè continuano a costruire e a vendere armi,le chiamano “missioni di pace”loro,vogliono far credere di poter ottenere la pace con le armi. Lo sfruttato sei anche tu,perchè per quell’orrendo mercato vengono negati soldi alla collettività, tagliano la sanità,i posti di lavoro,il tutto a scapito tuo. Torniamo adesso al nostro potenziale “invasore”. In caso di successo,se il suo approdo va a buon fine, lo sventurato che ha intrapreso il viaggio della speranza(li chiamano così) pagando fior di quattrini a qualche scafista colluso con la mafia,il quale lo trasporta su mezzi fatiscenti ammassato con altre centinaia di suoi simili, stipato come una scatoletta di tonno da scaffalare,approda in italia dove trova l’italiota già accuratamente preparato dai razzisti della destra che gli mostrano lo “straniero”come colui che violenterà le donne,che ruberà il lavoro,che spaccerà, ne diranno di tutte e di più per farlo apparire come un vero delinquente “navigato” come se l’italiano fosse esente dal delinquere,ed è evidente che per delinquere debbano trovare il terreno,l’humus già pronto. A questo punto il giochetto,si è creato e alimentato il razzismo. C’è però da dire che le pseudo sinistre non sono certo da meno,hanno parte integrante nella vicenda,si dicono disposti ad accogliere gli sventurati dopo aver inviato ingenti quantitativi di armi per combatterli. Strano vero? Funziona proprio così da millenni, adesso che lo “straniero” è qua dovrà pur mangiare per sopravvivere,quindi si pensa bene allora a come doverlo sfruttare,lo si fa lavorare pagandolo 3 euro all’ora,lavori che l’italiano prima rifiuta e sdegna per poi rivendicarli subito dopo, e “lo straniero” con l’acqua alla gola accetta,al contempo l’italico colpito nel suo orgoglio nazionalista e patriottico si incazza e il gioco è fatto.Et voilà, eccoti serviti il razzismo e la guerra tra poveri. index

Donne, se non vi comportate bene, arriva l’Isis e vi fa il culo

“Non è bastato aver diffamato Greta e Vanessa, le due cooperanti rapite in Siria e rilasciate in gennaio, attribuendo a loro ogni genere di nefandezza. L’[email protected] medio ha deciso che indossare la kefiah significa stare dalla parte dei terroristi. Solidarizzare con la lotta palestinese idem. Essere contrari al razzismo mirato contro persone di religione musulmana non si può. Andare a dare una mano alle popolazioni che ne hanno bisogno non va bene. Perché il fascista medio, italiano, all’estero va solo per colonizzare, partecipare a prove di imperialismo, uccidere, forse, se è il caso, ovviamente per legittima difesa, giacché hanno deciso che quelli dell’islam sarebbero tutti quanti terroristi.
Di Greta e Vanessa s’è detto che se la sono cercata, bisognava lasciarle lì, sarebbero costate agli italiani un tot di soldi, e nel frattempo si sarebbero divertite, avrebbero fatto sesso consenziente con i guerriglieri e ora, a completare la sistematica azione diffamatoria contro di loro, arriva perfino una foto in cui una combattente curda a Kobane compare con un’arma in mano. Subito a dire che si tratta di Vanessa e che quella sarebbe la divisa di una guerrigliera dell’Isis. Perciò tutti i razzisti e i fascisti che parteggiano per le politiche imperialiste USA hanno deciso che il rapimento sarebbe stato funzionale al pagamento di armi per i terroristi.
Dovete sapere che ultimamente basta non essere d’accordo su qualunque cosa i destri dicano che come minimo di augurano che l’Isis arrivi a farti il culo. L’Isis è diventato il corrispondente dell’uomo nero. Mangia tutto, bimba mia, ché altrimenti arriva l’Isis. Non rientrare tardi, figliola, ché altrimenti ti rapisce l’Isis. Nominare l’Isis è, tra l’altro, funzionale ad un certo sessismo in questo caso pronunciato in modo indiretto. L’Isis si augura alle donne che diffondono contenuti non allineati, quelle che non sono piegate al cospetto di santa madre chiesa, cattolica. Quelle che si esprimono contro l’omofobia, per le unioni gay, le famiglie omogenitoriali, e via di questo passo. Qualunque cosa tu dica, in questo momento, il razzista e il fascista medio pronuncia l’Isis per intimorirti.
Ed è già un passo avanti, se penso alla maniera in cui si evocava uno stupro da parte dei “negri” o dei “rom” se non eri d’accordo con chi usava leggende razziste per seminare paura tra la gente. Le fobie vengono diffuse apposta per controllare le tue azioni. Costituiscono la maniera più semplice per inibirti e indurti ad affidare la tua vita, la tua sicurezza, alle ronde di questo o quel gran rambo nostrano. Storia vuole che queste fobie usino spesso i corpi delle donne. Perciò noi siamo utili in quanto vittime, perché se non ci mostriamo deboli e bisognose di una difesa da parte di questi campioni di coraggio, diventiamo le ingrate che meritano di essere ripassate da uno dell’Isis.
Lo stupro o l’evocazione di una punizione che passa per la mortificazione del nostro corpo, d’altronde, è una delle migliori armi di guerra che siano mai state usate. Le donne come merce di scambio. Le loro vagine come terreno di negoziazione tra gente che ricava potere o lo perde a seconda delle circostanze. Se non sei grata, allineata, se non stai con chi “protegge le nostre donne” dal malefico straniero, meriti di essere stuprata da un esercito di neri, rom o terroristi, perché è acclarato che a stuprare siano solo gli stranieri e non i tantissimi italiani che ogni giorno affollano le cronache dei nostri mezzi di informazione.

Perciò Vanessa viene rappresentata come una guerrigliera terrorista che avrebbe fottuto lo Stato Italiano. Il fatto è che si tratta di una enorme bufala, come tante altre diffuse per screditare queste due ragazze. Vanessa è stata di recente consegnata alle gogne destrorse per via di una intervista, concessa o anche no, su questo non si hanno notizie chiare, ad un giornalista di Repubblica. Tra le altre cose, smentite poi dai familiari, si scrive che le due ragazze vorrebbero, o, chissà, potrebbero, forse, tornare a fare volontariato in Siria. Apriti cielo. Qualcuno ha parlato di biglietto di sola andata, qualcuno gliene ha dette altre, di fatto è ripartita la macchina del fango e degli insulti a chiara connotazione sessista. Poi viene fuori anche questa foto che viene diffusa con offese nei confronti di Vanessa.
A chi mette in circolo simili bufale io vorrei chiedere: ma non provate un minimo di empatia? Non vi preoccupa sapere il male che potreste fare? Il dolore che causate? Vi è chiaro che si tratta di persone, le loro famiglie, tanta gente che soffre anche per quel che viene detto di brutto in giro? Perché se ve ne rendete conto, come già scrissi tempo fa, dovreste chiedere scusa. Diversamente, vorrei dire: tra voi e quelli dell’Isis, che differenza c’è?
E, per concludere, giusto perché mi piacerebbe sapere che ne pensate del fatto che di tanto in tanto la narrazione destrorsa viene un po’ contraddetta: sapete che chi ha fatto schiantare l’aereo non era né musulmano né straniero? E no, non era un autobus volante, come ha detto [email protected] su twitter…”

Di: Al di là del buco
20150128_89244_falsavanessa3

Manifesti antisessisti per una pubblicità regresso.

Seduta in autobus non posso fare a meno di leggere i manifesti che prepotenti si mostrano in tutta la loro indecenza. Manifesti per una “pubblicità progresso” antisessista, contro la violenza sulle donne :
-sai che ti picchia, se suona il campanello non aprirgli -,
ecco risolto il problema, non farlo entrare in casa, magari barrichiamoci e non usciamo più, evviva!
La sbircio tutta, una ad una, questa pubblicità progresso, pagata, forse, a qualche amico/a giusto per far girare l’economia (loro), la osservo attenta; ti presenta la violenza, nella forma maschile, ma non un accenno al “sistema” che questa violenza ha coltivato, mostrano la mano (maschio) non mostrano la testa (educazione del dominio).
La supremazia dell’uomo sulla donna trova il suo apice soprattutto nelle religioni, dove il pulpito è totalmente maschile e il ruolo della donna è solo servile. (in nome del padre del figlio e dello spirito santo).

Non più puttane, ne’ madonne finalmente solo donne, si gridava negli anni passati, azzardando vestiti più o meno colorati che coprivano un corpo che voleva poter essere libero da modelli imposti dalla società capitalista, donne che volevano poterlo gestire quel corpo nella più piena libertà.
Quella libertà, che per tante ancora costa cara, rimarrà irraggiungibile fintantoché l’uomo non si libera definitivamente da tutte le ipocrisie su cui si basa il sistema e dalle quali, spesso, nasce la moralità bigotta e possessiva, o, ancora, la rivalità aggressiva e dispotica.

“il corpo é mio e lo gestisco io” altro vecchio slogan che forse non teneva conto della superbia femminile che quel corpo ti invita a curarlo di più (magari dall’estetista) o della competitività femminile “cos’ha quell’altra più di me” che spesso si traduce in tette e culo (ognuno ha il suo metro), se non anche del disprezzo femminile, pronto a giudicare ed a etichettare chi del proprio corpo fa quel che vuole, perciò giù con ipiteti: puttana, troia, zoccola ………. , dimenticavo, “chi si crede d’essere questa femminista di merda” (frase non di esclusiva proprietà del maschilista).

La strada da percorrere é ancora lunga, ed anche se ci sono uomini che capiscono o almeno tentano di capire, ce ne sono ancora tanti chiusi nel lutto della loro ottusità e che, purtroppo, si nutrono e si rafforzano anche di quei diti puntati fra donne.

Un poco più di rispetto non farebbe male a nessuno o come dicevano gli hippy: – “fate l’amore, non fate la guerra” – e se abbiamo bisogno d’un metro, che sia quello dell’intelligenza.

Cat. Denise1610895_810508542366979_6653332378955240690_n

Abecedario del razzista doc (denominazione di origine caotica).

giornata-mondiale-contro-il-razzismo
Questa è una lista di alcune delle classiche risposte riprese dai vari commenti sul web, dal linguaggio al pensiero comune di molti italioti razzisti, si assomigliano un po tutte,sono quasi sempre le stesse. La lista sarebbe ben più lunga,il razzista italiota è in realtà molto più profondo nelle sue esternazioni razziste, entrare in competizione con lui è impossibile, si avvale della sua ignoranza cercando di trascinarti al suo livello per poi vincere la partita a mani basse per l’esperienza. Ogni tipo di approccio è praticamente inutile,il suo sprezzo per la “diversità” etnica e razziale è talmente radicata in lui tanto da arrivare pure a discriminare se stesso essendo privo di argomentazioni. Purtroppo tutto questo è da attribuirsi al martellamento mediatico che i mass-media fanno subire agli italioti invitando i peggiori rappresentanti delle destre nazionali negli studi televisivi,negli ultimi tempi in particolare pare ci stiano di casa.Riporto una lista di risposte e le affermazioni più usuali e frequenti nel linguaggio comune del razzista mentre si esprime nei confronti di persone di nazionalità e di colore della pelle diverse dalle sua. La lista a dire il vero è molto riduttiva,sarebbe ben più vasta se consideriamo il fatto che queste definizioni sono state estrapolate in soli 2 post ma il livello sub-culturale del razzista DOC con la complicità degli stati e dei governi è soggetto ad aumentare a dismisura.

-Portali a casa tua

-Ci rubano il lavoro
-Diamogli fuoco
-Spacciano
-Violentano le nostre donne
-La casa la danno prima a loro che a un italiano
-Prima gli italiani
-Aiutiamoli a casa loro
-Non si lavano
-Io non sono razzista ma…
-Ha ragione Salvini
-Bisogna diventare extracomunitari anche noi per avere -agevolazioni
-Gli danno 50 euro al giorno
-Sono razze inferiori
-Al mondo ci deve essere chi comanda e chi deve subire

E ancora…

-Portano le malattie
-Viaggiano gratis sui mezzi pubblici
-Non aprono la portiera della macchina alle donne
-Non pagano l’assicurazione
-Vendono le calze e le mutande porta a porta
-I vecchietti li fanno entrare e loro li derubano
-Si attaccano al contatore dei vicini
-Ogni giorno vanno in posta a versare soldi
-Faceva bene Mussolini
-…to be continued…

Le lune e i marò.

Scorrendo tra le notizie sul web ho notato che sono tornate sotto le luci dei riflettori e delle malelingue le 2 ragazze italiane rapite in Siria e poi rilasciate dietro presunta cauzione del governo italiota ai miliziani dell’isis, e se ne parla con toni arroganti e denigratori coronati dai peggiori insulti sessisti,a tale proposito vorrei esprimere anch’io il mio parere a riguardo. O siete tutti quanti invidiosi oppure non avete coglioni ed uteri, non mi è troppo chiaro ancora,non credo che vadano in vacanza e del resto sono libere di andare dove cavolo le pare e di farsi scopare liberamente da chi le pare. Si vociferava della possibilità di un loro ritorno in Siria smentito poi dal fratello di una delle due ragazze in un’intervista il quale nega addirittura il fatto che la sorella sia stata addirittura intervistata. Il rincoglionimento mediatico ha portato a fare un parallelismo con la causa dei marò,come se l’uccisione di 2 persone potesse essere paragonata a chi ha tutt’altro tipo di intenti, la mala informazione di regime ha portato gran parte degli italiani i quali dapprima vedevano in una certa maniera i marò a sostenerne in un secondo momento la causa.Vorrei vedere tra chi punta il dito accusando e criticando se si fosse trattato delle loro figlie e se ad esempio fossero state rapite in un qualsiasi altro paese ritenuto civile non invocherebbero l’aiuto della farnesina (e non è una donna) e un pagamento di un eventuale riscatto. Lungi da me il prendere le difese di 2 persone che neanche conosco ma non credo proprio che vadano in vacanza per intraprendere un viaggio del cazzo ,esiste anche una parola conosciuta da molti però praticata da pochi,si chiama volontariato e non “missione di pace” come da anni ci hanno abituati i mass-media con i loro bombardamenti mediatici,quelle missioni di pace che hanno in realtà un solo scopo,militarizzare e colonizzare i territori con la scusa di andare ad “esportare la democrazia”,altra definizione molto in voga.. Si tratta ovviamente solo del mio pensiero personale e non sto a soffermarmi sul pagamento del riscatto si,pagamento del riscatto no,non è certo questo il problema ma il problema è il fatto che le 2 ragazze vengono apostrofate ed etichettate come “troie e puttane” e colluse con le milizie dell’ isis. Sicuramente se si fosse trattato di 2 uomini molto probabilmente non se ne sarebbe neppure parlato, segno evidente del maschilismo imperante.Penso che ogni tanto prima di dare fiato alla bocca e digitare a sproposito sarebbe opportuno prima azionare il cervello e il buon senso sempre che se ne sia dotati. Meno marò e largo alla partecipazione attiva delle donne alle vere missioni umanitarie.640x360_C_2_video_478406_videoThumbnail

I left Gatekeeper.

contro-la-manipolazione
20 marzo 2015 alle ore 23.44

All’alba del terzo millennio la figura del left gatekeeper ricopre un’importanza cruciale nell’amministrazione del gregge umano. In questo articolo cercheremo di capire il perché.

Vi siete mai chiesti perché personaggi come Michael Moore, Naomi Klein, Saviano, Grillo, Travaglio, Santoro, Gabanelli, continuino a svolgere la loro opera di denuncia sui mezzi di informazione senza che il sistema faccia nulla di concreto per evitare che le loro voci giungano alla popolazione?

Il passato ci ha insegnato che gli uomini ‘pubblici’ liberi e dissenzienti che abbiano sfidato l’establishment siano stati ammorbiditi con ricatti e minacce o addirittura assassinati. Politici come Kennedy, Moro e Luther King; intellettuali come Pasolini e Impastato; magistrati come Falcone e Borsellino, giornalisti come Alpi, Tobagi, Fava; sono stati tutti uccisi per via della loro scomodità.

E allora come mai i personaggi elencati in cima al post sono ospitati e stipendiati dai mezzi di persuasione sistemica? A prima vista un mondo in cui siano tollerate delle nette prese di posizione contrapposte alla politica vigente non può che apparire libero e democratico.

Ad una seconda analisi, però, emergono alcuni dubbi. I tempi – infatti – sono cambiati, e con essi le strategie di tacitazione del dissenso. Alla epoca di Kennedy e Pasolini i media di massa non avevano ancora assunto il controllo della cultura collettiva. La televisione era uno strumento di svago e non l’unica credibile enunciazione della verità. La gente era più ricettiva, e alcune personalità carismatiche da semplicemente scomode potevano diventare realmente deleterie per il potere.

Controllare l’informazione oggi significa sviluppare sistemi di controllo e tacitazione assai più sottili di quelli adottati in passato. E soprattutto significa adoperarsi affinché la coscienza collettiva resti narcotizzata da questo stato di ottundimento mediatico.

Tempi diversi, misure diverse.

Una società in cui il dissenso sia del tutto bandito dai mezzi di comunicazione di massa – infatti – non potrebbe che nuocere all’equilibrio, spezzare l’incantesimo e produrre cittadini coscienti del proprio stato di “libera cattività.”

Di conseguenza l’attuale obiettivo dei burattinai non è più quello di soffocare in maniera indistinta ogni voce dissonante, bensì selezionarle e controllarle; assicurarsi che dissentano nel modo giusto e dirigano il loro dissenso contro le situazioni ed i personaggi appropriati.

Tale controllo viene perseguito mediante un lavoro di selezione a monte. Attraverso filtri politici e burocratici ci si assicura che emergano solo voci critiche che per propensione (più o meno spontanea) tendano a focalizzare la loro opera di denuncia contro determinate problematiche anziché altre, e tendano a proporre soluzioni politiche sterili e strumenti di protesta gestibili dal potere.

E’ ampiamente dimostrato che tutte le volte in cui la selezione a monte per una qualche ragione sia fallita, la natura posticcia dei media sia emersa in tutto il suo pragmatismo, svelando il marciume dietro la facciata della ‘pluralità di informazione.’ Come d’incanto il personaggio scomodo è semplicemente scomparso dalla scena pubblica (due esempi: Barnard e Stefano Salvi), bandito da qualsiasi palinsesto televisivo, redazione giornalistica e casa editrice ad ampia diffusione.

Il termine gatekeeper, coniato negli USA verso la metà del secolo scorso, letteralmente significa ‘custode del portale.’ Esso definiva – un po’ ingenuamente – i personaggi selezionati dal potere che adoperavano la loro ‘autorevole’ immagine pubblica (direttori, giornalisti, scienziati, intellettuali) allo scopo di controllare il flusso e la qualità delle informazioni cui la popolazione potesse accedere, minimizzando o discreditando le nozioni e informazioni sconvenienti rispetto ai paradigmi della cultura dominante.

Attualmente il fenomeno è così diffuso che l’appellativo ha perduto significato. Dare del gatekeeper ad un operatore della comunicazione di massa equivale ad accusare di ipocrisia un uomo politico. Si tratta di attributi talmente connaturati alla categoria da non poter più fungere da tratto distintivo individuale.

Dalla figura del gatekeeper è però scaturita una nuova tipologia di persuasori occulti. Si tratta dei left gatekeeper, con cui oggi negli Stati Uniti si usano definire i dissenzienti che in apparenza avversano il sistema, ma che in sostanza – a volte consapevolmente, a volte meno – fanno esattamente il suo gioco.

Generalmente i loro discorsi si limitano a rimestare tematiche già sviscerate da essi stessi o da altri left gatekeeper. Le campagne di denuncia di cui si fanno promotori tendono a spostare l’attenzione sugli effetti, allontanandola dalle cause. I Grandi Temi, i Grandi Crimini difficilmente sono menzionati dai left gatekeeper.

Le soluzioni da essi proposte sono sterili, inconsistenti, e soprattutto assonanti alla finta realtà mediatica e conformi alle esigenze sistemiche. I left gatekeeper sono convinti (o fingono di esserlo) che il solo modo di manifestare il dissenso sia attraverso un limitato novero di strumenti codificati dal potere costituito attraverso la cultura dominante. Tutto ciò appare come un controsenso dal momento che i limiti entro cui costoro concepiscono la protesta sono stati tracciati dallo stesso soggetto contro cui la protesta è rivolta.

Come non mi sono mai illuso che la realtà sia quella rappresentata dai mass media, non mi illuderò che un personaggio stipendiato per dissentire sui mezzi di persuasione di massa, potrà mai venirmi a parlare dei veri problemi del mondo: il sistema debito, le deviazioni delle società segrete, la scienza affaristica, le attività manipolative dei servizi di intelligence, il punto di vista palestinese, la genesi delle grandi malattie contemporanee … e via dicendo.

Sicché farò in modo che quanto appreso dai left gatekeeper non rappresenti un punto d’arrivo, ma uno stimolo, una minuscola fenditura nel sipario con cui il sistema ottunde la mia visione della realtà. Una fenditura che la mia curiosità e deduttività, unita alle nozioni apprese altrove, potrà essere ingrandita fino a divenire uno strappo.

“Chi dice di combattere la dittatura dall’interno, è già complice.” S. Allende

(anticorpi.info)

Politicanti politichesi polituncoli arrivisti e lecchini affini giù la maschera.

Pensare di poter cambiare un sistema clientelare che fonda le sue basi sull’autoritarismo e le intrusioni mafiose standone all’interno è come pensare di vedere nascere un figlio materializzandosi direttamente da fuori. Adesso, è risaputo come anche la persona più onesta e con le migliori intenzioni e tutti i buoni propositi sia nell’impossibiltà di poter cambiare un sistema dal suo interno ,è praticamente impossibile,chiunque vi abbia provato è stato fatto fuori e non vuole essere soltanto una metafora, spesso è stato fatto fuori proprio fisicamente e di esempi eclatanti la storia ne ha visti e ne ha raccontati molti. Il sistema non va cambiato,va abbattuto per poi ricostruire nuove fondamenta sulle quali ricostruire una nuova società libera da ogni sorta di autoritarismo. Pensare di poterlo cambiare dall’interno è impossibile,molte persone oneste che sono entrate per provare a cambiarlo sono finite poi per farne parte di quel sistema diventando ingranaggi dello stesso,o ci si adatta oppure si finisce col venirne stritolati. Un sistema si mantiene e non cambia a beneficio degli oppressi e degli sfruttati e quando parla di riforme cerca solo il modo migliore per garantire i suoi privilegi,lo dice poi anche la parola stessa ri-formare,ossia ricreare delle condizioni per far si che nulla cambi e resti tutto esattamente com’é. Il sistema non si riforma da dentro ma lo si può abbattere solamente dall’esterno con la giusta consapevolezza perchè un sistema che legifera e regolamenta a proprio piacimento non possiede nulla nè di umano nè di consapevole per il raggiungimento di una società nuova esente da ogni sorta di imposizione e di autoritarismo libera e civile.10408606_1448790822078329_5615411552547329416_n

Massa città da denomadizzare e disumanizzare.

E’ sempre più stupefacente  Stefano Benedetti consigliere comunale di F. I. di Massa. Pochi giorni fa ha protestato contro il comune perchè aveva assegnato una casa popolare a una famiglia di sinti, fino a quel momento accampata nel parcheggio di Mirteto. La casa popolare non doveva essere data a questi “zingari” perchè non  ne avevano reale bisogno, essendo accampati nel parcheggio  dove “disponeva comunque di un posto per vivere con tanto di servizi” (parole sue), non ne avevano diritto non essendo italiani e massesi, non ne avevano fatto domanda e non erano graditi agli altri coinqulini. Oggi, dopo che in un’area di sosta non autorizzata, nei pressi del campo sportivo si è verificato un incendio  chiede perentoriamente a comune e prefetto che chiudano tutti i campi abusivi di Massa, e ne caccino i residenti. I campi degli “zingari” (ma Benedetti scrive la parola senza virgolette) non autorizzati costituirebbero un grave pericolo  – anche “perchè all’interno vi vivono diversi bambini”i -, sia per i loro abitanti che per chi ci vive vicino (? sic). Tra i campi che considera pericolosi cita espressamente reclamandone con insistenza la chiusura, proprio il parcheggio di Mirteto. Ma se fino a ieri lo considerava un’alternativa valida per gli “zingari”, “un posto per vivere con tanto di servizi” , rispetto alle case popolari, come mai oggi  lo presenta come altamente pericoloso e da smantellare? Un minimo di coerenza non guasterebbe. Ma il tarlo che rode Benedetti è sempre lo stesso. Lui, gli “zingari” li vuole fuori da Massa. Massa deve diventare una città “denomadizzata”. 
Non solo perciò ha raccontato balle sui sinti a cui è stata assegnata la casa popolare che sono, italiani, massesi di residenza e inseriti nella graduatorie delle case popolari, ma non propone nulla, nonostante l’accenno pietistico ai “diversi bambini” presenti nei campi, di alternativo alle aree di sosta non autorizzate, attualmente abitate de sinti e rom quasi tutti, se non italiani,  “comunitari”: Se si cacciano da Massa (ammesso e non concesso che sia legittimo e possibile), dove devono andare? Perché da qualche parte dovranno pure andare, non essendo puri spiriti, ma cittadini italiani, magari anche massesi ed europei. 
Invece si limita a ventilare che Comune e Prefetto potrebbero finire in guai giudiziari nel caso succedessero disgrazie in questi campi. Ma i guai seri capitano invece soprattutto a chi viene “evacuato” e buttato in mezzo alla strada, nell’assoluta precarietà, senza alternative. E’ successo a Livorno, dove morirono bruciati vivi quattro bambini rom, perché, cacciati con i loro genitori da un campo sosta non autorizzato, si erano  dovuti accampare, sotto un cavalcavia dell’autostrada, in mezzo alle sterpaglie, lontano da ogni fonte d’acqua e servizio. Una vergogna irreparabile per la città di Livorno e per la magistratura che non ha fatto giustizia. 
La città di Massa non ha un solo campo sosta autorizzato, mentre la Comunità Europea chiede che ogni comune se ne doti. Perchè non si provvede ad attrezzarne qualcuno come avviene da altre parti, a Carrara, a La Spezia, a  Pisa, a Lucca, eccetera, per dare loro una sistemazione decente, invece di costringerli a vivere nell’insicurezza e nella precarietà?  

Benedetti ce l’ha con rom e sinti, estracomunitari e comunitari dell’est: per lui attentano alla sicurezza, delinquono, rubano, schiamazzano, portano malattie, sono sporchi, dormono in ruderi occupati abusivamente, bivaccano nelle piazze, rendono indecorosa la città, chiedendo l’elemosina o vendendo cianfrusaglie. Se poi sono rom e sinti, le accuse e il disgusto arrivano all’ennesima potenza, sono ladri,  infidi, criminali, sporchi, fastidiosi,  per natura, fin da bambini. Non si vogliono integrare, ma rimanere “zingari”,  per cui vanno respinti ai loro paesi d’origine, senza buonismi e incertezze. Sono giudizi che esprime sistematicamente per scritto e in trasmisisoni televisive.
Si dà il caso però, restando ai rom e ai sinti locali, che sia molto difficile applicare loro, i suoi drastici sogni di pulizia etnica (anche se non costituiscono affatto delle etnie, termine sinonimo di razza, che va quindi rifiutato, anche se il nostro lo usa). Perchè i rom del Lavello non sono sotto la giurisdizione di Massa, mentre lui è consigliere comunale di questa città, sono nati per lo più in Italia e a Massa Carrara, molti hanno, per questo, ottenuto la cittadinanza italiana a 18 anni,  altri sono apolidi, essendo fuggiti dall’ex Jugoslavia in tempo di guerra dove hanno perso casa, paese e anche nazionalità, con lo spostamento dei confini interni. 
Per i sinti, quelli accampati nel parcheggio da sempre semivuoto (anche quando non c’erano loro)  di Mirteto, le cose, per quanto desidera Benedetti, risultano ancor più deludenti, perchè sono tutti, ma proprio tutti, italiani, da secoli, magari, chissà, da prima della famiglia Benedetti, hanno la residenza a Massa e molti di loro sono nati in questa zona. Dove rimpatriarli, quindi se già sono nel lor paese d’origine e nella loro città di residenza? 
Di fronte a questa ineludibile contraddizione e impossibilità, anni fa Benedetti polemizzò contro il Comune, reo di non averli sistemati, per sgomberare il parcheggio, in qualche casa popolare. O in un altra area. Il Comune di Massa propose allora di realizzare, temporaneamente un campo sosta, nell’area abbandonata delle Jare. Benedetti insorse e mobilitò un po’ di abitanti della zona, che non volevano avere come vicini degli “zingari” e in alternativa propose di confinarli, volenti o nolenti, nella zona  sperduta, fuori mano e senza servizi, dell’ex Polveriera e di mantenerli costantemente sotto controllo, funzione da affidare, se possibile, alla sua organizzazione dal significativo e benaugurante nome di SSS. 
Già l’Europa ha accusato e sanzionato l’Italia per le sua gravi discriminazioni nei confronti dei rom e dei sinti; attuando le proposte di Benedetti  si incorrerebbe sicuramente in nuove sanzioni. Perchè le leggi europee, prevedono per i campi rom e sinti, l’esatto contrario dell’isolamento e del confino sorvegliato che vuole Benedetti. I campi devono essere vicini ai centri abitati in modo da favorire l’integrazione e la facilità dei rapporti con la popolazione. Senza contare che nessuno può costringere dei cittadini italiani a risiedere dove vuole Benedetti o a farsi controllare da una organizzazione privata per di più dichiaratamente ostile nei loro confronti. 
Dopo anni, il comune di Massa assegna una piccolissima casa popolare a una famiglia sinta di otto persone fin qui accampata a Mirteto. Ma neanche questa sistemazione piace al nostro consigliere. E’ uno scandalo che sia stata data una casa popolare a una famigli di sinti che “disponeva comunque di un posto per vivere con tanto di servizi” a Mirteto, quando ci sono tanti cittadini massesi in graduatoria in attesa di assegnazione. 
Fino a ieri Benedetti chiedeva lo sgombero dei sinti da Mirteto, perché accampati illegittimamente e in modo indecoroso e in condizioni disumane  in un parcheggio, senza adeguati servizi e igiene, ma oggi, improvvisamente, dato che  qualcuno di loro ha ottenuto la casa popolare per la quale era in graduatoria da anni, scopre che deve restare nel parcheggio visto che  “disponeva comunque di un posto per vivere con tanto di servizi”. 
Il degrado in cui vivevano i sinti  di Mirteto, secondo Benedetti, tanto da volerli deportare alla Polveriera,  improvvisamente è scomparso. Vivevano già «con tanto di servizi» a Mirteto, perché trasferirli? «Difficile – specifica Benedetti –  comprendere il motivo per il quale per l’ennesima volta, è stata favorita una famiglia di nomadi rispetto a chi è molto più radicato sul territorio e vive da anni in condizioni di estremo disagio sociale ed abitativo. Bisogna forse trasformarci in zingari per farci riconoscere i  nostri diritti umani, oppure, vi decidete una volta per tutte a iniziare a prendere in considerazione anche i nostri simili, cioè gli italiani e i massesi, coloro che questo territorio lo vivono da sempre e vi sono fortemente radicati?» Per l’«ennesima volta sono stati concessi alloggi popolari a famiglie di nomadi». Ma quando mai? Non è vero. Ce li dica Benedetti quali e quante assegnazioni di case popolari sono state fatte ai sinti per poter giungere a una cifra che sia possibile definire ennesima. Ma se lo vuole mettere in mente una buona volta che i sinti di Mirteto sono italiani e massesi e quindi con eguale diritto di tutte le altra famiglie  di questo territorio di accedere a una casa popolare? Non può far finta di non saperlo. Non può non rendersi conto che è una grave discriminazione, distinguere i sinti dai  «nostri simili, cioè gli italiani e i massesi». Ma al peggio non c’è limite.  Benedetti dichiara di  essere intervenuto su questo caso per sostenere la causa dei «residenti dello stesso condominio» (al quale è stata assegnata la famiglia sinta), che «non hanno nessuna intenzione di convivere con questa gente». Questa gente?…  Benedetti la Lega di Salvini ti attende …

Marcello Palagi10645144_600355286767550_1288470111590808507_n

Assemblea Permanente: i gruppi “ascolto pubblico” e “tg”nella zona rossa di Marina di Carrara.

“L’Assemblea Permanente, che ha organizzato vari eventi come i “degrado tour” a Carrara e ad Avenza per mettere in evidenza le criticità della nostra città e delle sue frazioni, ha riscontrato come spesso manchi la conoscenza dei problemi, grazie anche al cronico deficit critico dei media locali, principale mezzo di informazione dei cittadini comuni; ha quindi colto la necessità di un percorso di informazione collettiva, mettendosi a diretto contatto con le persone.
L’obiettivo è risvegliare quelle coscienze sopite nel tempo a causa della comunicazione volutamente distorta, che le rassicura tenendole lontane dalla vita politica e dall’interesse collettivo, lasciando campo libero ai/alle delegat* di turno.

Da tempo è nato un gruppo che si offre di essere presente sul territorio, in maniera spontanea, per informare la cittadinanza sulle numerose problematiche locali e sulle condizioni delle varie località oltre che sull’immediato da farsi per la loro messa in sicurezza.
In questi giorni il gruppo di ascolto pubblico si recherà, insieme al gruppo TG, a Marina di Carrara nella zona rossa per ascoltare – direttamente dalla loro voce – le persone che hanno vissuto la terribile esperienza del 5 Novembre, quando crollò l’argine ed esondò il torrente Carrione, lasciando una grossa parte della popolazione nel panico e nel fango.
L’intento è raccogliere direttamente le testimonianze e cogliere gli umori della gente che ha subito, sua malgrado, gli effetti devastanti di opere pubbliche eseguite con imperizia, frutto del malaffare e del degrado morale del nostro territorio.
Si ricorda inoltre che l’Assemblea Permanente sta lavorando per la realizzazione – a breve – di un degrado tour a Marina di Carrara,il quale sarà preceduto da volantinaggi informativi.

Il gruppo di ascolto pubblico si incontra ogni mercoledì alle 21, presso il Palazzo degli Uffici in P.zza 2 Giugno a Carrara (di fronte al comune).
Chiunque voglia aderire, è il benvenuto”.

Alleghiamo il link del gruppo facebook https://www.facebook.com/groups/796079093815498/?fref=ts

Di: Carrara Assemblea Permanentetext3346

Ma esistono i genitori perfetti?

Crescere un cucciolo d’uomo sicuramente non é facile quando la società in cui vivi ti impone un determinato comportamento. Perciò se il tuo “crescere un cucciolo” significa anche rispettare l’evoluzione del suo pensiero, questo porterà inevitabilmente a delle difficoltà che il bimbo incontrerà nel percorso scolastico obbligatorio.
La scuola, così com’è concepita, non è altro che una incubatrice di arroganza, potere, competizione e servilismo. E se non tutti, tanti sono i docenti che, nonostante la loro alta statura culturale (?), sovente si atteggiano a perfetti conduttori di talk show nostrani non nascondendo la preferenza per una o un studente inalzandoli a semidei (il figlio che avrebbero voluto a loro immagine e somiglianza) o, viceversa, denigrando quello o quella troppo distanti dal loro mondo perbenista.
A questo tipo di insegnanti si aggiungono i genitori distratti, non tutti certo, però tanti. I genitori distratti sono quelli che “bisogna stare attenti ai programmi che il bambino guarda alla tv” e poi lo lasciano solo davanti allo schermo a guardare programmi con la de filippi. Per i genitori distratti vedere la scena di un bacio lesbico o omosessuale può causare in un bambino grossi problemi a livello psicologico, ovvero, non sono capaci di spiegare con parole semplici che ci si può voler bene anche se appartenenti allo stesso genere.
I genitori perfetti (a parte chi crede di esserlo) non esistono.
Esistono invece bambini soli, che potrebbero essere amati e cresciuti da coppie che di diverso hanno solo la mente sgombra da tabù, quei tabù che solo un’educazione libera può scacciare. Ma per questa società, fondata sull’egoismo eterosessuale, il bisogno di un bambino vale meno dell’ottusità di tanti adulti.

Caterina Denise

10171842_808886955862193_7168590645711795467_n

Perchè diciamo no all’expo 2015.

“Eataly (così come Slow Food e Coop) ha un ruolo fondamentale nella costruzione fiabesca della mega esposizione mondiale (mondiale, ma, come si è visto, nutrita di inglese maccheronico, se va bene), contribuendo a rendere appetitosa e pulita la facciata di Expo. Ormai è chiaro ed evidente che questa facciata ecologista e biologica costruita da Oscar Farinetti e dai suoi “soci” nasconda un modello alimentare d’élite, che nega il diritto alla sovranità alimentare e la libertà di coltivare e vivere della terra in maniera autonoma ed esterna ai circuiti dell’agroindustria e delle certificazioni di controllo europee.
Ma di fronte all’evoluzione dei “padroni dei semi”, questi ultimi si impegnano a propinarci l’idea della “opportunità”, che sa tanto di “voto utile” o simili.

Essere contro Expo, oltre alle diffuse (e sacrosante) motivazioni, significa anche essere contro la moda insulsa e vuota del “biologico”, etichetta elitaria svuotata di significato se impiegata da chi fa di tutto per fregiarsi del riconoscimento “bio”, avvalendosi, però, senza scrupolo alcuno, del lavoro semischiavistico della manodopera immigrata.
Ciò che fa arrabbiare non è tanto che l’evoluzione del dominio e dello sfruttamento vengano spacciati per progresso, partecipazione, libertà, opportunità, possibilità di futuro e nutrizione. Ciò che più fa arrabbiare è che questa presentazione fiabesca provenga dalla compagine del cibo elitario che porta alta la – finta – bandiera della buona cucina italiana.

Vanno, quindi, sostenute le svariate iniziative di lotta e occupazione, come le esperienze di Mondeggi e Caicocci, anche per collegare tra loro i lavoratori immigrati, schiavizzati come braccianti e collegarci con loro.

E, naturalmente, non ci spaventa la prevedibile militarizzazione del sito espositivo e del territorio circostante, con la scusa dell’antagonismo sociale e del terrorismo internazionale, per imporre un modus operandi, nutrito di paradigmi emergenziali già visti, che vuole limitare la libertà di movimento e di espressione”.

CI vediamo il primo maggio!

Dal webno-expo-articolo-621-

Riflessioni dopo una settimana di occupazione dell’ex OPG di Materdei.

311250_100906586737743_1331526850_n

Carissimi, oggi fa giusto una settimana da quando una sessantina di coraggiosi pazzi entravano nell’Ex OPG di Materdei e lo riaprivano al quartiere. pochissimi giorni, ma per la quantità di cose successe sembra una vita fa. quindi stamattina ci siamo fermati per fare un piccolo bilancio, che vogliamo condividere con voi, per farvi capire quanta fatica c’è dietro questo progetto, quanto abbiamo bisogno di una mano, ma anche quanto è bello realizzare in modo diretto e autorganizzato i sogni collettivi…
be’, in una settimana abbiamo:
– resistito a un primo tentativo di sgombero, lanciato una petizione che ha raccolto migliaia di firme di abitanti del quartiere, psichiatri, parenti di detenuti, scrittori, musicisti, amministratori locali e finanche eurodeputati;
– volantinato tutti i giorni nel quartiere e organizzato visite guidate all’interno dell’OPG, visitato ormai da più di mille persone, che per la prima volta hanno potuto toccare con mano cos’è un manicomio e un carcere, e hanno visto prendere vita un posto da dove sentivano provenire solo urla e dolore;
– messo su iniziative politiche, come i due incontri sulla salute mentale e le politiche repressive, e iniziative sociali, pittura per bambini, giardinaggio, aperitivi, cene, proiezioni di partite e film;
– abbiamo volantinato nelle scuole superiori e all’università, ci siamo presentati a convegni di psichiatria e a iniziative istituzionali, per incalzare le personalità della nostra città e del paese a prendere posizione;
– dal punto di vista della cura dei luoghi, abbiamo innanzitutto ripulito la scalinata che dà sulla strada, infestata da erbacce, siringhe e cacche di cane, rendendo più agevole e gradevole il passaggio per i cittadini; abbiamo disboscato il chiostro, in cui prima non si poteva nemmeno entrare, tirando fuori un pozzo bellissimo che era sepolto dalle piante; sempre nel chiostro abbiamo cominciato un bellissimo murales; abbiamo portato l’elettricità nella struttura; abbiamo pulito e adattato ben tre stanze, nonché i passaggi verso l’orto e il campetto di calcio (scale, corridoio); abbiamo inventato un bagno; liberato le grondaie che erano bloccate dalle piante e facevano marcire queste pareti storiche; infine abbiamo delimitato le zone “museali”, in modo da mettere in sicurezza il giro per le scolaresche, ed evitare che la struttura possa essere ulteriormente danneggiata.
questo lo abbiamo fatto in una settimana, peraltro consumati dalle notti al freddo e di guardia per evitare a tutti i costi lo sgombero, che purtroppo pesa ancora come minaccia. ma questo non lo abbiamo fatto solo noi, lo abbiamo fatto con voi, che passavate a pulire, ci portavate attrezzi, cibo, facevate girare una notizia o ci scrivevate il vostro incoraggiamento… questa settimana, insieme, vogliamo fare ancora di più: sono in cantiere diverse iniziative, a partire da stasera, e tanti lavori perché ci manca ancora molto di quello che serve per iniziare le nostre attività sociali e politiche…
siamo pazzi? forse sì! ma come si dice? “se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”…

Arroganti coi più deboli zerbini coi potenti.

“Pur non essendo di fronte a notizie certe (in questi casi il condizionale è quantomai d’obbligo), il clima fra gli scranni è di sicuro rovente”.

Da fonti attendibili si apprende che nell’ultima verifica dei consiglieri comunali di maggioranza, il direttore della casa di riposo “Regina Elena” Ermanno Biselli sarebbe stato pesantemente messo in discussione, senza che nessuno dei presenti spendesse una parola in sua difesa. Pur non essendo di fronte a notizie certe (in questi casi il condizionale è quantomai d’obbligo), il clima fra gli scranni è di sicuro rovente.

Nell’ultimo consiglio comunale il sig.Zubbani. di fronte a dati e testimonianze inoppugnabili sul Biselli, dichiarò pubblicamente che avrebbe fatto le opportune verifiche.

Ad un individuo messo a capo di una casa di riposo comunale, che costa 117mila euro all’anno ai contribuenti, che nel 2013 ha dissestato di oltre 100.000 euro il bilancio della struttura da lui diretta (ripianandolo con tagli sanguinosi all’assistenza), che ha azzardato ad alzare le rette mensili dei pazienti scavalcando commissioni varie e LO STESSO CONSIGLIO COMUNALE (Zubbani a parte) con la speranza che la politica “ci mettesse una pezza sopra”… Un sindaco vero direbbe: Biselli, QUELLA E’ LA PORTA.

Adesso si vedrà se – con una verifica di maggioranza così “evidente” a riguardo – Zubbani sarà forse in grado di fare quello che andava fatto da anni.
Certo è che un primo cittadino, che sia costretto a dover avere pezze d’appoggio per poter procedere a mettere fine a un’ingiustizia (che sia un Biselli o che siano i “beni estimati”), mentre non esita a imbavagliare la cittadinanza che protesta, si può definire solo in un modo:
ARROGANTE COI PIU’ DEBOLI, ZERBINO COI POTENTI.

Di: Carrara Assemblea Permanente11026318_1623810387854000_4976762670967580662_n

Ecco chi era il rivoluzionario Che Guevara.

Un celebre scrittore latino-americano, Vargas Llosa, mette in luce gli aspetti meno noti e tutt’altro che libertari del famoso eroe latino-americano.

a cura di Luciano Atticciati

Che Guevara, che fece così tanto (o era così poco?) per distruggere il capitalismo, ora è un tipico marchio capitalista. La sua immagine adorna tazze, cappucci, accendini, portachiavi, portafogli, protezioni di baseball, cappelli, fazzoletti, canottiere, magliette, borse, jeans, e naturalmente quelle onnipresenti t-shirts con la fotografia scattata da Alberto Korda del rubacuori socialista con il suo basco durante i primi anni della rivoluzione. Come è successo che il Che sia passato dal mirino fotografico nell’immagine che, ventotto anni dopo la sua morte, è ancora il marchio del rivoluzionario (o del capitalista?) chic? Sean O’ Hagan scrisse nel «The Observer» che esisteva persino un sapone in polvere con lo slogan «Che lava più bianco».

I marchi del Che sono adoperati da grandi e piccole imprese, come la Burlington Coat Factory, che ha realizzato una pubblicità televisiva con dei giovani in pantaloni da lavoro e t-shirt del Che, o il Flamingo’s Boutique in Union City, New Jersey, il cui proprietario rispondeva alla furia degli esuli cubani locali con questo incredibile argomento: «Io vendo qualunque cosa la gente voglia comprare». I rivoluzionari anche si uniscono alla frenesia di vendita, «Il Che store», rifornisce «per tutti i vostri bisogni rivoluzionari» su Internet, mentre il giornalista italiano Gianni Minà ha venduto a Robert Redford i diritti sui diari del Che, i ricordi del suo viaggio giovanile in Sud America del 1952, in cambio dei diritti sul lancio della pellicola I Diari della Motocicletta con la finalità di produrre il suo proprio documentario. Per non dimenticare Alberto Granado, l’uomo che accompagnò il Che nel suo viaggio giovanile e offre consulenze sul personaggio, ed ora protesta a Madrid, secondo «El País», che l’embargo americano contro Cuba rende difficile la raccolta dei suoi diritti d’autore. Per ulteriore ironia: la casa in cui Guevara è nato, a Rosario in Argentina, una splendida struttura del primo Novecento, angolo Urquiza e Entre Ríos, fino a poco tempo fa è stata occupata dal fondo pensioni private AFJP Máxima, una società che ha dato vita alla privatizzazione della previdenza sociale in Argentina negli anni Novanta.

La trasformazione di Che Guevara in un marchio capitalista non è nuova, ma il fenomeno ha avuto un significativo revival dopo anni di crisi politica e ideologica di tutto ciò che Guevara rappresentava. Questo successo è dovuto in pratica ai Diari della Motocicletta, il film prodotto da Robert Redford e diretto da Walter Salles (uno dei tre film fatti o in fase di realizzazione negli ultimi due anni, gli altri due sono stati diretti da Josh Evans e Steven Soderbergh). Piacevoli panorami sfuggiti agli effetti dell’inquinamento capitalista, il film mostra il giovane in un viaggio di auto-coscienza e insieme di conoscenza del problema sociale, una reinvenzione dell’Uomo ispirata a Sartre.

Ma per essere più precisi, il corrente revival, parte dal 1997, trentesimo anniversario della morte del Che, quando cinque biografie arrivarono in libreria, e la sua salma venne riscoperta nei pressi dell’aeroporto Vallegrande in Bolivia, dopo che un generale in pensione in una spettacolare rivelazione, ne fece scoprire l’esatta ubicazione. L’anniversario riportò l’attenzione su Freddy Alborta, il famoso fotografo del Che morto e disposto su un tavolo simile al celebre ritratto di Cristo del Mantegna.

È caratteristico per i seguaci di un culto non di conoscere la vita reale del loro eroe, la vera storia. Molti Rasta rinuncerebbero ad Hailé Selassié se conoscessero ciò che realmente era. Non è sorprendente che gli attuali seguaci di Guevara, suoi nuovi post-comunisti ammiratori, anche si deluderebbero di aderire a un mito ad eccezione dei giovani argentini che dicono «Ho una t-shirt del Che ma non so il perché».

Alcuni che hanno accolto e invocato l’immagine di Guevara come un simbolo di giustizia e di ribellione contro gli abusi del potere. In Libano i dimostranti protestavano contro la Siria sulla fossa del precedente Primo Ministro Rafiq Hariri portando l’immagine del Che. Thierry Henry, un calciatore francese, che gioca per l’Arsenal in Inghilterra, mostrava ad un gran galà organizzato dalla FIFA (l’organizzazione del calcio mondiale) una maglietta rosso-nera del Che. In un recente numero del «New York Times» Manhola Dargis notava: «Il grande colpo può essere la trasformazione di uno zombie nero in un leader rivoluzionario» e aggiunse: «Io credo che il Che realmente viva dopo tutto». L’eroe del calcio Maradona mostrava l’emblematico tatuaggio del Che sul suo braccio destro durante un viaggio in cui incontrò Hugo Chavez in Venezuela. A Stavropol nella Russia Meridionale, dimostranti che chiedevano miglioramenti sociali occuparono la piazza centrale con la bandiera del Che. A San Francisco, la City Lights Books, la leggendaria casa di letteratura beat, offre ai frequentatori della sezione dedicata all’America Latina metà dello spazio ai libri sul Che. Josè Luis Montoya, un ufficiale di polizia messicano che combatte il narcotraffico a Mexicali, indossa una fascia alla fronte con l’immagine del Che perché lo fa sentire più forte. Al campo rifugiati di Dheisheh in Palestina, i poster del Che adornano un muro dedicato all’Intifada. Un mercato domenicale dedicato alla vita sociale in Sidney, Australia, organizza tre tipi di party, dedicati ad Alvar Aalto, Richard Branson e Che Guevara. Leung Kwok-hung, il ribelle eletto all’assemblea legislativa di Hong Kong, contesta Pechino indossando una maglietta del Che. In Brasile Frei Betto, consigliere del Presidente Lula per il programma «Fame Zero», sostiene che «noi dovremmo dedicare meno attenzione a Trotzky e più a Che Guevara». E alla famosa cerimonia dell’Accademy Awards, Carlos Santana e Antonio Banderas eseguirono i temi musicali dei Diari della Motocicletta, mentre il primo si esibiva con la maglietta del Che e un crocifisso. Le manifestazioni del nuovo culto del Che sono ovunque. Ancora una volta il mito colpisce gente la cui causa per lo più rappresenta l’esatto opposto di ciò che Che Guevara era.

Nessun essere umano è senza qualche qualità positiva. Nel caso di Che Guevara queste qualità possono aiutarci a misurare il gap che separa la realtà dal mito. La sua onestà (ovvero parziale onestà) lo spinse a lasciare alcune testimonianze scritte delle sue crudeltà, compreso quelle orribili, sebbene non le peggiori. Il suo coraggio, ciò che Castro descrisse come «il suo modo, in ogni difficile e pericoloso momento, di fare la più difficile e pericolosa cosa» comportava che non si assunse la piena responsabilità per l’inferno di Cuba. Il mito può dirci riguardo un periodo storico quanto la realtà. E così grazie alle sue proprie testimonianze del suo pensiero e delle sue gesta, e grazie anche alla sua prematura dipartita, possiamo comprendere i molti inganni.

Guevara poteva essere attratto dall’idea della sua morte, ma era molto più attratto dall’idea della morte degli altri. Nell’aprile del 1967, parlando delle sue esperienze, egli riassunse le sue idee omicide di giustizia nel suo Messaggio alla Tricontinentale: «Odio come elemento di lotta, un inflessibile odio per il nemico, che spinge l’essere umano oltre i suoi limiti, facendo di lui una effettiva, violenta, selettiva macchina di uccisione a sangue freddo». I suoi primi scritti sono pieni di questa retorica e ideologica violenza. Sebbene la sua precedente fidanzata Chichina Ferreyra dubiti che la versione originale dei Diari della Motocicletta contenga l’affermazione: «Io sento le mie narici dilatate assaporando l’odore acre della polvere da sparo e del sangue del nemico», Guevara condivideva con Granado in quel periodo giovanile questa esclamazione: «Rivoluzione senza sparare un colpo? Tu sei pazzo». Un’altra volta il giovane bohemien sembrava incapace di distinguere l’apparenza della morte nello spettacolo e la tragedia delle vittime della rivoluzione. In una lettera scritta in Guatemala nel 1954 a sua madre, dove egli fu testimone del rovesciamento del governo rivoluzionario di Jacob Arbenz, scrisse: «Era tutto un divertimento, le bombe, i discorsi, e le altre distrazioni per rompere la monotonia che stavo vivendo».

L’attenzione di Guevara quando viaggiava con Castro dal Messico a Cuba a bordo del Granma, era su una frase in una lettera alla moglie che scrisse il 28 gennaio 1957, non molto dopo lo sbarco, che fu pubblicata in un suo libro, Ernesto: una memoria del Che Guevara nella Sierra Maestra: «Qui nella giungla cubana vivo e assetato di sangue». Questa mentalità era stata rinforzata dalla convinzione che Arbenz aveva perso il potere perché non era riuscito a giustiziare i suoi potenziali nemici. In una precedente lettera alla sua ex-fidanzata Tita Infante aveva osservato che «se ci fosse stata qualche esecuzione, il governo avrebbe mantenuto la sua capacità di riprendersi». È una notevole sorpresa che durante la lotta armata contro Batista, e dopo il trionfale ingresso a L’Avana, Guevara assassinò o supervisionò l’esecuzione dopo processi sommari di una gran quantità di persone, provati nemici, sospetti nemici, e quelli che avevano avuto la disgrazia di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Nel gennaio 1957 come indica il suo diario della Sierra Maestra, Guevara spara a Eutimio Guerra perché sospettava che passasse informazioni: «Io chiusi il problema con una pistola calibro trentadue nel lato destro del suo cervello… Le sue cose erano ora mie». Successivamente sparò a Aristidio, un contadino che esprimeva il suo frequente desiderio di lasciare il movimento ribelle. Mentre si domandava se l’ucciso «era realmente colpevole da meritare la morte».

Luis Guardia e Pedro Corzo, due ricercatori della Florida che stanno lavorando a un documentario su Guevara, hanno ottenuto la testimonianza di Jaime Costa Vàzquez, un ex-comandante dell’esercito rivoluzionario conosciuto come «El Catalàn», che riteneva che le numerose fucilazioni attribuite a Ramiro Valdés, futuro Ministro degli Interni di Cuba, fossero diretta responsabilità di Guevara, in quanto sulle montagne Valdés era sotto i suoi ordini. «Se sei in dubbio, uccidilo» furono le istruzioni del Che. Alla vigilia della vittoria, secondo Costa, il Che ordinò l’esecuzione di un paio di dozzine di persone in Santa Clara, nella parte centrale di Cuba, dove la sua colonna era andata in azione per l’assalto finale dell’isola. Alcuni di loro vennero uccisi in un hotel, come Marcelo Fernàndes-Zayas; un altro precedente rivoluzionario che successivamente divenne giornalista, ha scritto, aggiungendo che fra i giustiziati, conosciuti come casquitos, c’erano contadini che si erano uniti all’esercito semplicemente per sfuggire alla disoccupazione. Ma la «macchina d’uccisione a sangue freddo» non mostrava tutto il suo rigore fino a che, immediatamente dopo il collasso del regime di Batista, Castro non gli conferì l’incarico di dirigere la prigione di La Cabaña. Castro ebbe buon occhio nella scelta della persona giusta a difendere la rivoluzione contro le possibili infezioni. San Carlos de La Cabaña era una fortezza in pietra usata per difendere L’Avana contro i pirati inglesi del XVIII secolo, successivamente divenne una caserma. In un modo che ricordava Lavrenti Beria, Guevara la diresse durante la prima metà del 1959, in uno dei periodi più oscuri della rivoluzione. José Vilasuso, un avvocato e professore della Università Interamericana di Bayamon a Puerto Rico, che apparteneva all’organizzazione del processo mi disse recentemente che: «Il Che era un componente della Comisiòn Depuradora. Il procedimento era conforme alla legge della Sierra: c’era una corte militare e la strategia del Che era che noi dovevamo agire con convinzione, intendendo che gli imputati erano tutti assassini e il modo di procedere rivoluzionario doveva essere implacabile. Il mio diretto superiore era Miguel Duque Estrada. Il mio compito era di gestire i documenti prima che fossero mandati al Ministero. Le esecuzioni ebbero luogo da lunedì a venerdì, nel cuore della notte, subito dopo che la sentenza era stata emanata e automaticamente confermata in appello. Nelle più orribili notti, ricordo sette uomini giustiziati».

Javier Arzuaga, un cappellano basco, che diede conforto ai condannati a morte, e personalmente testimone di dozzine di esecuzioni, mi parlò recentemente nella sua abitazione a Puerto Rico. Un precedente prete cattolico, ora settantacinquenne, che si definì «più vicino a Leonard Boff e alla Teologia della Liberazione che al precedente Cardinale Ratzinger» sottolineò che «c’erano circa ottocento prigionieri in uno spazio adatto per non più di trecento persone: personale militare e di polizia di Batista, alcuni giornalisti, alcuni uomini d’affari e commercianti. Il tribunale rivoluzionario era composto da uomini della milizia. Che Guevara presidiava la corte d’appello. Egli non modificò mai una sentenza. Io visitai quelli del braccio della morte. Girava la voce che io ipnotizzavo i prigionieri perché rimanessero calmi, così il Che ordinò che io fossi presente alle esecuzioni. Dopo che io lasciai l’incarico a maggio, vennero giustiziate molte più persone, ma io personalmente fui testimone di cinquantacinque esecuzioni. C’era un Americano, Herman Marks, che dava l’idea di un criminale. Noi lo chiamavamo “Il Macellaio” perché godeva nel dare l’ordine di sparare. Io supplicai molte volte il Che a nome dei prigionieri. Ricordo particolarmente il caso di Ariel Lima, un ragazzo. Il Che non si mosse. Né lo fece Fidel a cui andai a fare visita. Fui così traumatizzato che alla fine di maggio di quell’anno mi fu ordinato di lasciare il villaggio di Casa Blanca dove si trovava La Cabaña e dove dicevo messa da tre anni. Andai in Messico per cure. Il giorno che andai via, il Che mi disse che noi tentammo di modificare le opinioni dell’altro a vicenda ma senza risultato. Le sue ultime parole furono: “Quando noi ci toglieremo la maschera ci scopriremo nemici”».

Quante persone furono uccise a La Cabaña? Pedro Corzo ci propone il dato di circa 200, simile a quello fornito da Armando Lago, un professore di economia in pensione che aveva compilato una lista di 179 nomi come parte di uno studio di otto anni sulle esecuzioni a Cuba. Vilasuso mi disse che 400 persone erano state giustiziate fra gennaio e la fine di giugno del 1959 (al momento in cui il Che cessò di dirigere La Cabaña). Telegrammi segreti mandati dall’Ambasciata Americana a L’Avana al Dipartimento di Stato a Washington parlavano di «oltre 500». Secondo Jorge Castañeda, uno dei biografi di Che Guevara, un Cattolico Basco simpatizzante della rivoluzione, padre Iñaki de Aspiazù parlò di 700 vittime. Félix Rodriguez, un agente della CIA che era parte del team incaricato della caccia a Guevara in Bolivia, mi disse che affrontò la questione del Che dopo la sua cattura, circa «2.000» esecuzioni di cui era responsabile durante la sua vita. «Egli disse che erano agenti della CIA e non fornivano dati», Rodriguez richiamò. Il più alto dato potrebbe includere le esecuzioni che ebbero luogo nei mesi successivi al congedo del Che da La Cabaña. Ritornando a Carlos Santana e al suo Che. In una lettera aperta pubblicata da «El Nuevo Herald» il 31 marzo di quest’anno, il grande jazzista Paquito De Rivera criticò Santana per il suo abito utilizzato per l’Oscar e aggiunse: «Uno di quei Cubani [a La Cabaña] era mio cugino Bebo, che fu imprigionato proprio per essere Cristiano. Egli mi raccontò con infinita amarezza come poteva sentire dalla sua cella all’alba le esecuzioni senza processo dei molti che morirono gridando “Lunga vita a Cristo Re”».

Il desiderio di potere del Che aveva altri mezzi di esprimersi oltre all’assassinio. La contraddizione fra la sua passione per i viaggi, una protesta di sorta contro i limiti dello Stato-Nazione, e il suo impulso di creare uno Stato schiavistico è sorprendente. Scrivendo di Pedro Valdivia, il conquistatore del Cile, Guevara afferma: «Egli apparteneva alla speciale classe di uomini, in cui il desiderio di potere senza limiti è così estremo che qualsiasi sacrificio per ottenerlo sembra naturale». Egli sembrava descrivere se stesso. Ad ogni passo della sua vita adulta, la sua megalomania si manifestava nella potente spinta a prendere il controllo sulla vita e i beni della gente, e abolire la loro libera volontà.

Nel 1958, dopo la presa della città di Sancti Spiritus, Guevara tentò senza successo di imporre una specie di sharia, regolando le relazioni fra uomo e donna, l’uso dell’alcool, e il gioco d’azzardo, un puritanesimo non esattamente caratteristico del suo tipo di vita. Inoltre Guevara ordinò ai suoi uomini di derubare le banche, una decisione che giustificò in una lettera del novembre di quell’anno a Enrique Oltuski, un gregario, «la lotta delle masse si accorda con il rubare alle banche perché nessuna di loro ha un penny loro proprio». Questa idea di rivoluzione come licenza di riallocare le proprietà si accordava a quella marxista puritana di divenire emigrante dopo il trionfo della rivoluzione.

La spinta a dispossessare gli altri delle loro proprietà e di rivendicare la proprietà di territori di altri era tipico dell’idea di potere dispotico di Guevara. Nelle sue memorie, il leader Gamal Abdel Nasser ricorda che Guevara gli chiese quanta gente avesse lasciato il suo Paese a causa della riforma agraria. Quando Nasser replicò che nessuno era fuggito, il Che rispose arrabbiato che il modo di misurare la grandezza dei cambiamenti è dato dal numero di persone «che avvertono che non c’è più posto per loro nella nuova società». Questo feroce istinto raggiunse il picco nel 1965, quando parlò del «Nuovo Uomo» che lui e la sua rivoluzione avrebbero creato.

L’ossessione del controllo collettivista condusse il Che a collaborare alla formazione dell’apparato di sicurezza che fu costituito per soggiogare i sei e mezzo milioni d’abitanti di Cuba. Ai primi del 1959 una serie di incontri segreti ebbero luogo a Tararà vicino a L’Avana, il luogo dove il Che si ritirò per un breve periodo per motivi di salute. Lì i massimi leader, Castro compreso, progettarono lo Stato di polizia cubano. Ramiro Valdés, un subordinato del Che durante il periodo della guerriglia, fu posto a capo del G-2, un’organizzazione modellata su quella della Ceka. Angel Cuitah, un veterano della guerra civile spagnola, inviato dai Sovietici, e legato a Ramòn Mercader, l’assassinio di Trotzky, e successivamente amico del Che, giocò un ruolo importante nell’organizzazione del sistema, insieme con Luis Alberto Lavaindera, che aveva servito il capo a La Cabaña. Guevara stesso diresse il G-6, il gruppo incaricato dell’indottrinamento ideologico delle forze armate. L’invasione della Baia dei Porci sostenuta dagli Americani nell’aprile del 1961 divenne l’occasione perfetta per consolidare il nuovo Stato di polizia con la cattura di decine di migliaia di Cubani e una nuova serie di esecuzioni. Come Che Guevara stesso disse all’ambasciatore sovietico Server Kudriavtsev, i contro-rivoluzionari mai potranno «alzare le loro teste di nuovo».

«Contro-rivoluzionario» è il termine che era adoperato con chiunque si allontanava dal dogma. Era il sinonimo comunista di «eretico». I campi di concentramento erano un modo impiegato dal potere dogmatico per sopprimere il dissenso. La storia attribuisce al generale spagnolo Valeriano Weyler, capitano-generale di Cuba alla fine del XIX secolo, il primo uso del termine «concentrazione» per descrivere la politica di ammassamento di potenziali oppositori, in tal caso sostenitori del movimento indipendentista, con filo spinato e recinti. I rivoluzionari di Cuba un secolo e mezzo più tardi riprendevano quella tipica tradizione. All’inizio la rivoluzione mobilitava i volontari a costruire scuole e a lavorare nei porti, piantagioni e fabbriche, con tante piacevoli foto di Che scaricatore, Che tagliatore di canne, Che sarto. Non molto tempo dopo il lavoro volontario divenne un po’ meno volontario: il primo campo di lavoro forzato, Guanahacabibes, fu installato nella parte occidentale di Cuba alla fine del 1960. Questo è come il Che spiegava il metodo del confinamento: «[Noi] mandiamo a Guanahacabibes soltanto quei casi dubbi dove noi non siamo sicuri che bisognerebbe mandare la gente in prigione… la gente che ha commesso crimini più o meno gravi contro la morale rivoluzionaria… è un duro lavoro, non un brutale lavoro, piuttosto le condizioni di lavoro sono dure».

Questo campo era il precursore del definitivo confinamento sistematico iniziato nel 1965 nella provincia di Camagüey per dissidenti, omosessuali, vittime dell’AIDS, Cattolici, Testimoni di Geova, preti afro-cubani, e altri, sotto la denominazione di «Unidades Militares de Ayuda a la Producciòn» («Unità Militari di Aiuto alla Produzione»). Ammassato in corriere e camion, il «disadattato» viene trasportato con le armi puntate addosso ai campi di concentramento organizzati a Guanahacabibes. Alcuni non ritorneranno mai, altri vengono violentati, picchiati o mutilati; e la maggior parte traumatizzati a vita, come Néstor Almendros mostrato in un documentario venti anni fa.

Così «Time magazine» avrebbe colto nel segno nell’agosto 1960 quando descrisse l’organizzazione del lavoro della rivoluzione con una storia di copertina con protagonista Che Guevara come «cervello», Fidel Castro come «cuore» e Raùl Castro come «pugno». Ma la immagine esprimeva il ruolo cruciale di Guevara come bastione del totalitarismo. Il Che era in qualche modo un improbabile candidato di purezza ideologica, dato il suo spirito bohemien, ma durante gli anni del tirocinio in Messico e nel seguente periodo della lotta armata a Cuba, egli emerse come l’ideologo comunista infatuato dell’Unione Sovietica; molti gli attriti con Castro e altri, essenzialmente più opportunisti, favorevoli a qualsiasi mezzo necessario per la conquista del potere. Quando i cosiddetti rivoluzionari vennero arrestati nel 1956, Guevara fu il solo ad ammettere che era comunista e stava studiando il russo. Egli parlò apertamente delle sue relazioni con Nikolai Leonov dell’Ambasciata Sovietica. Durante la lotta armata a Cuba forgiò un’alleanza con il Partito Socialista Popolare (il partito comunista dell’isola) e con Carlo Rafael Rodrìguez, personaggio chiave della conversione del regime di Castro verso il comunismo.

Questa fanatica disposizione fece del Che il numero uno della «sovietizzazione» della rivoluzione che era stata vantata ripetutamente per il suo carattere indipendente. Non appena i barbudos arrivarono al potere, Guevara prese parte ai negoziati con Anastas Mikoyan, il Ministro sovietico che visitò Cuba. Egli confidava in ulteriori negoziati sovietico-cubani durante una visita a Mosca alla fine del 1960. Essa faceva parte di un lungo viaggio la cui maggiore impressione fu la Corea del Nord di Kim II Sung. Il secondo viaggio di Guevara in Russia nell’agosto 1962 era anche più significativo, perché confermò il trattato che faceva di Cuba la testa di ponte nucleare dell’Unione Sovietica. Egli incontrò Kruscev a Yalta per definire i dettagli di un’operazione che era già iniziata, e riguardava l’introduzione di quarantadue missili sovietici, metà dei quali armati con testata nucleare, rampe di lancio e circa quarantaduemila soldati. Dopo aver sollecitato gli alleati sovietici sulla minaccia che gli Stati Uniti potevano scoprire ciò che stava accadendo, Guevara ottenne assicurazioni che la marina sovietica sarebbe intervenuta, ovvero in altri termini, che Mosca era pronta per la guerra. Secondo la biografia di Guevara scritta da Philippe Gavi, il rivoluzionario si era vantato che «questo Paese vuole rischiare tutto in una guerra atomica di inimmaginabile distruttività per difendere un principio». Appena dopo la fine della crisi dei missili a Cuba, finita con il rinnegamento da parte di Kruscev della promessa fatta a Yalta e la negoziazione di un accordo con gli Stati Uniti alle spalle di Castro che includeva la rimozione dei missili in Turchia, il dittatore cubano disse a un quotidiano britannico: «Se i missili fossero rimasti, noi li avremmo usati e lanciati tutti contro il cuore degli Stati Uniti, New York compresa, per la nostra difesa contro un’aggressione». E un paio d’anni più tardi, alle Nazioni Unite, sosteneva: «Come marxisti noi abbiamo sostenuto che la coesistenza pacifica fra le nazioni non include la coesistenza fra sfruttatori e sfruttati».

Guevara si allontanò dall’Unione Sovietica negli ultimi anni della sua vita. Fece tale scelta per ragioni sbagliate, biasimando Mosca per essere troppo morbida ideologicamente e diplomaticamente, per avere fatto troppe concessioni, diversamente dalla Cina maoista, che arrivò a vedere come un paradiso di ortodossia. Nell’ottobre 1964, in una memoria scritta da Oleg Daroussenkov, un funzionario sovietico vicino a lui, cita Guevara affermando: «Noi chiedemmo le armi ai Cecoslovacchi, ed essi rifiutarono. Poi noi chiedemmo ai Cinesi; e ci risposero di sì nel giro di pochi giorni, ma non ci soddisfecero, affermando che uno non vende le armi a un amico».

Il grande rivoluzionario aveva una chance di porre in pratica la sua visione economica, la sua idea di giustizia sociale, come capo della Banca Nazionale di Cuba e del Dipartimento dell’Industria dell’Istituto Nazionale di Riforma Agraria alla fine del 1959, e, a partire dagli inizi del 1961, come Ministro dell’Industria. Il periodo in cui Guevara ebbe la responsabilità di gran parte dell’economia cubana, l’isola vide il quasi collasso della produzione di zucchero, il fallimento dell’industrializzazione, e l’introduzione del razionamento, tutto ciò in quello che era stato uno dei quattro Paesi dell’America Latina con maggiore successo economico negli anni precedenti alla dittatura di Batista.

Il suo periodo di capo della Banca Nazionale, durante il quale stampò le banconote firmate «Che» era stato sintetizzato dal suo collega Ernesto Betancourt: «[Egli] era ignorante dei più elementari principi economici». Le capacità di comprensione di Guevara riguardo il mondo economico furono espresse con forza nel 1961, alla conferenza mondiale in Uruguay, dove egli predisse un tasso di crescita per Cuba del 10% «senza alcun timore» e a partire dal 1980 un reddito pro-capite maggiore di quello «degli Stati Uniti di oggi». Infatti nel 1997, 30° anniversario della sua morte, i Cubani possono disporre di cinque libbre di riso e una di fagioli al mese, quattro once di carne due volte l’anno, quattro once di soia per settimana, e quattro uova al mese. La riforma agraria tolse le terre ai ricchi ma per darle ai burocrati, non ai contadini. Il relativo decreto venne scritto nell’abitazione del Che. In nome della diversificazione economica l’area coltivata fu ridotta, e la manodopera distolta in altre attività. Il risultato fu che fra il 1961 e il 1963 i raccolti diminuirono della metà, ridotti a soli 3,8 milioni di tonnellate. Era il sacrificio giustificato dai progressi dell’industrializzazione? Sfortunatamente Cuba non aveva materie prime per l’industria pesante, e come conseguenza della redistribuzione rivoluzionaria, non disponeva di moneta forte per comprarle all’estero o beni strategici. Dal 1961 Guevara dava spiegazioni imbarazzanti ai lavoratori: «I nostri compagni tecnici nelle aziende hanno fatto un dentifricio… che è buono come il precedente; pulisce alla stessa maniera, sebbene dopo poco diventa duro come pietra». Dal 1963 tutte le speranze dell’industrializzazione di Cuba vennero abbandonate, e la rivoluzione accettò il suo ruolo di fornitore coloniale di zucchero al blocco sovietico in cambio di petrolio per coprire le sue necessità o per essere destinato alla rivendita ad altri Paesi. Per i successivi tre decenni, Cuba sopravvisse con il sussidio sovietico di sessantacinque-cento miliardi di dollari. Avendo fallito come eroe di giustizia sociale, Guevara meritò un posto nei libri di storia come genio della guerriglia? Il suo maggiore successo militare nella lotta contro Batista, la presa della città di Santa Clara dopo un assalto a un treno di rifornimenti pesanti, è oggetto di controversie. Numerose testimonianze indicano che il comandante del treno si arrese prontamente, forse a seguito di corruzione. Gutiérrez Menoyo, che diresse un altro gruppo di guerriglieri in un’altra zona, è fra quelli che svalutano il ruolo della vittoria di Guevara. Subito dopo il trionfo della rivoluzione, Guevara organizzò gruppi guerriglieri in Nicaragua, nella Repubblica Domenicana, a Panama e Haiti, tutti sconfitti. Nel 1964 egli inviò il rivoluzionario argentino Jorge Ricardo Masetti verso la morte persuadendolo a lanciare un attacco al suo Paese nativo dalla Bolivia, subito dopo che la democrazia rappresentativa era stata restaurata. Particolarmente disastrosa fu la spedizione in Congo del 1965. Guevara affiancava due ribelli, Robert Mulele nella zona occidentale e Laurent Kabila nella parte orientale, contro il tergibile governo congolese sostenuto dagli Stati Uniti così come dal Sud Africa e da mercenari cubani in esilio. Mulele aveva occupato Stanleyville per un breve periodo. Durante il suo regno del terrore, come V. S. Naipaul ha scritto, eliminò fisicamente tutte le persone in grado di leggere e che portavano la cravatta. Come l’altro alleato, era indolente e corrotto; ma il mondo scoprì negli anni Novanta che era anche una macchina umana di morte. In tutti i casi Guevara trascorse il 1965 aiutando i ribelli della zona orientale prima di fuggire dal Paese ignominiosamente. Poco dopo Mobutu arrivò al potere e installò una tirannia pluridecennale. Anche in America Latina, dall’Argentina al Perù, le rivoluzioni ispirate al Che diedero come risultato il rafforzamento del brutale militarismo per anni. In Bolivia, il Che fu sconfitto di nuovo e per l’ultima volta. Egli non comprese la situazione locale. C’era stata una riforma agraria anni prima, il governo aveva rispettato molte delle istituzioni comunitarie dei contadini; mentre l’esercito si sentiva vicino agli Stati Uniti nonostante il suo nazionalismo. «Le masse contadine non ci aiutano per niente» fu la malinconica conclusione del suo Diario Boliviano. Ancora peggio, Mario Monje, il leader comunista locale, che non amava la guerriglia, dopo essere stato umiliato alle elezioni, spinse Guevara in una zona non difendibile del Sud-Est del Paese. Le circostanze della cattura del Che alle gole del Yuro poco dopo l’incontro con l’intellettuale francese Regis Debray e il pittore argentino Ciro Bustos, entrambi catturati come lasciarono il campo, erano, come il gruppo principale della spedizione, un affare da sognatori.

Guevara fu certamente baldo e coraggioso, deciso a organizzare la vita in modo militare nei territori sotto il suo controllo, ma non era il generale Giap. Il suo libro Guerra di guerriglia insegna che le forze popolari possono battere un esercito, che non è necessario aspettare le giuste condizioni perché un «foco» insurrezionale (o un piccolo gruppo di rivoluzionari) possa avere successo, e che la lotta deve aver luogo principalmente nelle campagne. Nelle sue prescrizioni sulla guerriglia riserva alle donne il ruolo di cuoche e infermiere. In realtà l’esercito di Batista non era un vero esercito, ma un corrotto gruppo di teppisti senza alcuna motivazione e senza molta organizzazione; e i «focos» della guerriglia, ad eccezione del Nicaragua, finirono tutti nel nulla; mentre l’America Latina è diventata al 70% un Paese urbano negli ultimi quarant’anni. Anche da questo punto di vista il Che Guevara fu un uomo insensibile e incompetente.

Nell’ultimo periodo del XIX secolo, l’Argentina fu il secondo Paese per tasso di crescita nel mondo. Successivamente agli anni Novanta di quel secolo, il salario reale di un operaio argentino era maggiore di quello svizzero, tedesco e francese. Dal 1928 il Paese fu il dodicesimo per reddito pro-capite a livello mondiale. Questo risultato che le generazioni successive cancellarono, fu in larga parte dovuto a Juan Bautista Alberdi. Come Guevara, ad Alberdi piaceva viaggiare: percorse le pampas e i deserti dal Nord al Sud, all’età di quattordici anni, sempre tornando a Buenos Aires. Come Guevara, Alberdi si oppose a un tiranno, Juan Manuel Rosas. Come Guevara, Alberdi ebbe una chance di influenzare un leader rivoluzionario al potere, Justo José de Urquiza, che portò alla caduta di Rosas nel 1852. E sempre come Guevara, Alberdi rappresentò il nuovo governo nei suoi viaggi intorno al mondo, e morì all’estero. Ma vi erano anche differenze fra il vecchio e il nuovo personaggio caro alla Sinistra, Alberdi non uccise nemmeno una mosca. Il suo libro, Bases y puntos de partida para la organizaciòn de la Repùblica Argentina, fu il fondamento della Costituzione del 1853 che limitò i poteri del governo, aprì ai commerci, incoraggiò l’immigrazione, garantì il diritto alla proprietà, con ciò inaugurando un periodo di settant’anni di eccezionale prosperità. Egli non interferì negli affari di altre nazioni, opponendosi alla guerra contro il Paraguay. La sua immagine non adorna la pancia di Mike Tyson.

Titolo originario:The Killing Machine: Che Guevara, from Communist to Capitalist BrandBy Alvaro Vargas LlosaIn «The New Republic»

Traduzione:Luciano Atticciati10915139_528911677248844_3025258829852369513_n

Presto sarà la natura a presentare il conto.

In queste ultime ore saranno decise le sorti delle Alpi Apuane,mi spiego meglio,siamo alla vigilia di una probabile decisione che decreterà definitivamente la morte delle montagne del comprensorio Apuano. Non è difficile capire quale decisione verrà presa,le varie lotte degli ambientalisti con petizioni e denunce poco possono quando a decidere le sorti delle nostre montagne è una cerchia ristretta di persone il cui unico interesse è quello di continuare a devastare per mantenere la macchina del capitale. Che dire,ci sentiamo tutt* del tutto impotenti di fronte a tutto questo e possiamo solo sperare in un barlume di umanità e di consapevolezza ma non ci può essere consapevolezza quando c’è di mezzo il dio denaro,si deve per forza continuare ad ungere le ruote della macchina. Mi chiedo per quanto ancora l’uomo potrà arrogarsi il diritto di poter decidere sulle sorti del pianeta e di distruggere la natura,bisogna essere totalmente privi di coscienza e prima o poi verrà il giorno in cui i conti sarà la natura stessa a presentarli,non una banca una finanziaria o una multinazionale ma dalla natura stessa stanca di subire costantemente violenza. Ci si dispiace per le alluvioni in regione ma solo a parole,sanno benissimo che le cause principali sono da attribuirsi all’escavazione selvaggia ma è facile,si fa leva sul problema occupazionale per far presa sulle persone ma queste persone devono però sapere che entro pochi anni delle Apuane resterà solo un ricordo in cartolina e i cavatori saranno tutti senza lavoro. Non sarebbe forse meglio allora trovare una sistemazione per queste persone occupandole per la riconversione del territorio? Invece no,bisogna continuare a produrre fino allo stremo col risultato finale di avere un panorama ancora invidiabile completamente devastato e una perdita certa di posti di lavoro perchè siamo ormai agli sgoccioli,questione di pochi anni e tutto sarà purtroppo finito.431919_149821065204749_1054199371_n

Lo stereotipo della donna “lunatica”.

Quant* conoscono l’espressione popolare lunatica usata impropriamente anche nei riguardi dell’uomo per sottolineare un repentino cambiamento d’umore derivante dal fatto che sia la luna che la donna ogni 28 giorni compiono il loro ciclo? Immagino poche persone anche se è un’espressione usata quasi da tutt* rivolgendosi all’altro sesso per sottolinearne il cambiamento improvviso di umore. Tuttavia è da sempre un’espressione detestata dai movimenti femministi in quanto considerata un’etichetta, ma vediamo da dove nasce questa espressione popolare la quale ha origini secolari.
La “donna lunatica” fu il nodo centrale di un discorso sulla mutevolezza femminile che fu alla radice dell’antifemminismo e della scarsa attendibilità della donna qual testimone, anche in caso di stupro. Sulle lunatiche cioè sul carattere imprevedibile e lunatico delle donne molto fu scritto dall’imperante MISOGINIA. [Una potente letteratura si destreggiò variamente sulla presunta “mutevolezza delle donne” collegata anche ma non solo al ciclo mestruale quanto e soprattutto all’esistenza nel loro encefalo di una “zona cava” permeabile ai condizionamenti psicologici come pure alle possessioni preternaturali, convinzione su cui poggiava sia la sanzione generale della sua inferiorità rispetto all’uomo con necessaria subordinazione a padre, eventualmente, marito ma anche quella specifica quanto estremamente pericolosa della sua relativa attendibilità in campo giuridico quale testimone, anche in delitti perpetuati a suo danno come lo stupro. La prima erudita che con sagacia e coraggio sfidò gli eruditi e riuscì a demotivare il tema della lunaticità delle donne fu come si legge qui “Elena Cassandra TarabottiI” (1604-1652) meglio nota come “Suor Arcangela Tarabotti”.
La grandezza della Tarabotti risiedeva in certe sue intuizioni, oltre che nel suo modo di scrivere agile e moderno rispetto all’epoca = l’equazione donna= lunatica(comunque più rischiosa di quanto si pensi sottindendendo l’oscura identità della donna con la triforme dea Diana che comportava ambigue ulteriori equazioni come quella di donna pagana = donna strega = puttana), non era come anche sembrava ad alcune donne dell’epoca una mera sanzione dell’equazione donna= maliziosa civetta (variamente ripresa in ambito letterario = senza indulgere nelle citazioni basta qui citare quanto ne disse la letteratura giocosa e nel caso G. C. Croce in una sequenza narrativa del suo celebre “Bertoldo”) ma celava una “trappola giuridica pericolosissima” (e di cui a lungo le donne avrebbero pagate e pagano le conseguenze) quella dell’ inattendibilità della donna di rimpetto alla testimonianza anche in caso di molestie e violenze sessuali.
streghe

Carrara una discarica a cielo aperto.

Nel gennaio del 1920 sulle colonne del giornale “Il Cavatore”,l’avvocato socialista Vico Fiaschi lanciava il grido “Le cave ai cavatori”,rivendicando il possesso e l’utlizzo degli agri marmiferi da parte dei lavoratori e contestando le usurpazioni e le concessioni dei cosiddetti baroni del marmo che si erano arricchiti sfruttando il duro lavoro dei lavoratori. All’epoca,gli occupati nella escavazione,lavorazione e trasporto del marmo nel comprensorio carrarese ammontavano a circa 12.000 unità.
Oggi la situazione é radicalmente cambiata. I baroni del marmo ci sono ancora,anche se,nella maggior parte dei casi,sono rappresentati da grandi multinazionali,il cui enorme potere é direttamente proporzionale alla loro “impersonalità” ma gli addetti all’escavazione,lavorazione e trasporto marmo,si sono ridotti a non più di 600 unità.
Le macchine hanno da tempo rimpiazzato gli uomini. La produzione é aumentata in maniera vertiginosa. I profitti,sempre più per pochi e sempre più elevati. I pericoli per chi lavora,sempre presenti. La “comunità” carrarese non dipende e non vive più,come un secolo fa,da e su il marmo. In compenso,i disagi e le nocività derivanti da tale attività sono giunti a livelli di guardia. Il trasporto su gomma dei blocchi e dei detriti,che ha da tempo soppiantato quello precedente su rotaia ha congestionato e inquinato le strade di Carrara e dintorni. La distruzione delle montagne é progredita in maniera esponenziale,mentre i paesi a monte e la stessa città si stanno gradualmente spopolando.Carrara non è più la patria del marmo,nel senso che tale affermazione poteva avere economicamente e socialmente,agli inizi del 900. Oggi, é gestita e controllata da pochi e “impersonali” padroni,e abitata da un migliaio di novelli schiavi,da decine di migliaia di disoccupati e da altrettanti precari,impiegati,addetti a servizi improduttivi,dipendenti part-time,lavoratori stagionali,giornalieri in nero,ecc. Quindi,alla luce di quanto sopra possiamo dire che Carrara non è la patria del marmo ma è una discarica a cielo aperto!
1376461_372638542868076_84909370_n

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: