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L’abolizione del carcere Yves Bourque1988

Introduzione

A partire dal giovane preistorico che ruba un pezzo di carne cruda di brontosauro ai compagni di caverna e fugge a rotta di collo nella foresta fino ad arrivare al ventenne di oggi che rapina il cassiere di una banca e scappa con ottocento dollari in sella alla sua moto, quello che chiamiamo “crimine” è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ciò che è cambiato sono i nomi, la rilevanza sociale, e soprattutto i nostri modi di trattare coloro che perpetrano “atti sbagliati”. Commettere qualcosa di sbagliato, contro i principi morali più elementari, contro le regole, le leggi, contro il prossimo, è un aspetto così intrinseco, qualcosa di così inerente il genere umano che nessuno nel corso della vita si può sentire del tutto al riparo dalla vergogna di essere rimproverato dai genitori o dall’ignominia di essere giudicato e condannato da una “Corte di Giustizia”. Coloro che nel corso della loro vita adulta non si vengono a trovare in queste circostanze sono chiamati “retti”, “cittadini onesti e rispettosi delle leggi”; gli altri: “criminali” fino alla morte.In Canada, quest’ultima categoria sta crescendo in proporzioni allarmanti al punto che prendendo in considerazione un giorno qualsiasi nel corso dell’anno si troverà che più di una persona su mille è in carcere. Senza parlare della cifra incalcolabile di coloro che sono sotto il controllo pervasivo della National Parole Board o in libertà vigilata; e senza contare le decine di migliaia che non si potranno mai più considerare veramente “liberi” a causa della loro esperienza nelle carceri canadesi: il peso psicologico, sociale ed economico del loro “marchio criminale”. Le carceri, non importa quanto “belle” le rendiamo, quanto “umane” le vorremmo, quanto “riabilitative” le desidereremmo, saranno sempre luoghi d’orrore dove si amministra con crudeltà e in modo devastante la vendetta pubblica su persone che sono le più vulnerabili e indifese della nostra società. Da un punto di vista logico, secondo il senso comune e soprattutto umano il carcere è assolutamente ingiustificabile, intollerabile e immorale. Costruire prigioni, giustificarle e difenderle, lavorare per esse e trarne profitto sono crimini contro l’umanità.Sono a favore dell’abolizione del carcere come una persona può essere a favore del sorgere del sole ogni mattino. La società continuerà a distruggere se stessa se si tollera che l’attuale ideologia prevalente sulla “Giustizia” penale e il sistema carcerario sopravvivano.Provengo da una famiglia di Montreal (Canada francese) della bassa middle-class. Fui subito attratto dalla sottocultura della musica/droga del movimento “hippie” degli ultimi anni ’60. All’età di tredici anni fumai per la prima volta della marijuana e a sedici anni ero già considerato uno scavezzacollo quando si arrivò alle sperimentazioni sulla droga, ci si prendeva LSD, mescalina e ci si iniettavano metamfetamine. Alla fine lasciai la scuola e, come era abitudine a quei tempi, girai il Canada facendo l’autostop, andando a finire a Gastown, il rifugio hippie di Vancouver. Il 12 Luglio 1975, quando avevo 19 anni, rapinai quaranta dollari a un parcheggiatore e pochi minuti dopo fui arrestato dalla polizia della città di Vancouver. Giunto alla stazione di polizia fui preso da due agenti e portato al piano di sopra in una stanzetta, mi fu detto di spogliarmi e per quindici minuti fui sottoposto a un interrogatorio durante il quale dovevo stare in piedi senza uno straccio di vestito addosso, oltraggiato, umiliato, spaventato e tremante. Fui riconosciuto colpevole di rapina e condannato a nove mesi di prigione. La mia ragazza era in cinta di un mese.Fui spedito al carcere di Oakala (nel British Columbia) dove per tre settimane provai terrore, indignazione e degradazione. Successivamente fui prelevato per essere trasferito in un campo di prigionia di nome Stove Lake, vicino a Mission, nel British Columbia. Là fui messo a lavorare dieci ore al giorno più il sabato mattina, a beneficio dell’Ente Parchi Provinciali e del Ministero delle Foreste. Guadagnavo 35 centesimi al giorno e, dopo esser diventato uno dei responsabili, lavorai quanto più possibile per avere la retribuzione massima di 1,25 dollari al giorno.Quell’estate era molto calda e secca. Scoppiò un incendio nella foresta che circondava il campo e ai circa quarantacinque prigionieri fu detto che avrebbero ricevuto sette dollari l’ora per aiutare a spegnere le fiamme. Mi offrii volontario e così fecero tutti gli altri. Equipaggiati con bombole sulla schiena, pompe d’acqua, badili e rastrelli, lottammo con le fiamme per tre giorni, fino all’esaurimento. Ricordo ancora nitidamente il mio amico G.P. steso al suolo da una bomba d’acqua lanciata da un immenso aereo-antincendio che volava a bassa quota. Dopo l’inferno, le norme di sicurezza richiedevano un controllo di sette giorni e sette notti sul sito. Immaginando che i soldi che stavo guadagnando avrebbero aiutato la mia ragazza a tirare avanti, mi offrii volontario e trascorsi la maggior parte della settimana successiva fra i resti carbonizzati della foresta sotto una pioggia incessante. Scoppiò una rivolta quando venimmo a sapere che non avremmo ottenuto il denaro promesso ma i soliti 35 centesimi al giorno. Ero furioso e organizzai una protesta, invitando tutti a sedersi a terra e a non lasciarsi spostare, tutti mi seguirono tranne pochi. Al mattino fummo ammassati in camion e portati al Centro Correzionale Regionale del Lower Mainland. All’arrivo, ci fecero entrare in gabbie metalliche allineate a perdita d’occhio contro il muro del Cancello Ovest “A”, e, uno dopo l’altro, fummo portati fuori, accompagnati da tre guardie davanti a tutti i prigionieri “ingabbiati” e fummo costretti a svestirci, chinarci e divaricare le chiappe in faccia a tutti. Mi ricordo un ungherese di mezza età che non capiva bene gli ordini in inglese e stette cinque minuti abbondanti chinato di fronte a noi, alzando prima i piedi, poi aprendo le braccia, finché le tre guardie, furibonde, lo lasciarono rientrare nella sua cella, senza fargli divaricare i glutei. Successivamente seppi da G.P. che quell’uomo, mentre tornava nella sua gabbia, stava piangendo. Per la prima volta fui colpito dalla realtà carceraria. Ero in pericolo, poteva succedermi qualsiasi cosa senza che nessuno mi venisse in aiuto. [1]In seguito fui riportato al campo di prigionia dove ripresi il mio lavoro. Un pomeriggio, ai primi di Novembre, mentre falciavo e bruciavo le sterpaglie preparando il terreno per una strada che andava costruita nella foresta, una guardia che mi stava vicino ricevette una comunicazione via radio e subito dopo venne ad avvertirmi che avevo ottenuto la libertà vigilata. Tutto quello che ricordo è che lanciai il cappello in aria e corsi per due miglia fino al campo dove attesi con agitazione di essere trasferito dal campo nella foresta fino al Centro Correzionale di Haney dove sarei stato ufficialmente rilasciato. I minuti sembravano ore, mentre pensavo a come organizzare una sorpresa per la mia ragazza. Forse avrei usato la porta posteriore e sarei comparso senza che lei se lo aspettasse dandole il più grande abbraccio e bacio che avesse mai avuto; o forse sarebbe stato meglio telefonarle prima, una volta giunto in città, per non provocarle un aborto o qualcosa del genere.Non immaginavo che il campo di prigionia si trovasse così all’interno della foresta e la strada per Haney mi sembrò interminabile. Una volta lì, dovetti attendere ancora – ansioso, felice e agitatissimo. Infine mi consegnarono i miei spiegazzati abiti civili, il mio portafoglio, dal quale estrassi la carta d’identità e diedi un’occhiata nostalgica alla foto in cui esibivo i miei amati, lunghissimi capelli. Mi allacciai le scarpe, firmai alcuni documenti e mi diressi verso la porta con in mano un biglietto dell’autobus per Vancouver. Non avevo neanche fatto un passo fuori dalla porta quando una guardia rossa in viso urlò il mio nome: “Bourque!”. Mi voltai e dopo uno sguardo in faccia alla guardia ebbi un’orribile sensazione. Impallidii. Mi disse “È appena arrivato un telex. La tua libertà condizionata è revocata, dovresti avere ancora un residuo pena da scontare a Montreal…”Tornai al campo di prigionia per cena ma non mangiai, tremavo, andai nella baracca degli attrezzi e mi fabbricai un coltello, non so neanche bene con quali intenzioni. Il resto di quella condanna, che scontai per intero, si rivelò essere un continuo di abusi ed umiliazioni che mi videro chiuso per trenta giorni aggiuntivi nel “buco”, e trasferito in un carcere sperduto di nome Mini-Max.Fui rilasciato a fine febbraio del 1976. Pioveva e faceva freddo, e qualunque sentimento di gioia potessi provare era soffocato dall’amarezza. Mio figlio era nato ed era stato dato in adozione, la mia ragazza aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi ed era stata posta sotto tutela di una coppia di comprensivi assistenti sociali.Sei mesi dopo, fui accusato di “traffico di stupefacenti”. Avevo condotto un agente in borghese travestito da hippie, da un mio amico che gli vendette 10 dollari di marijuana. Fui condannato a due anni e mezzo, dopo aver scontato otto mesi in attesa di giudizio, nell’Ala Sud di Oakala.Compirò trentadue anni il prossimo Maggio, e finora ho passato la gran parte della mia vita in ventidue tra carceri statali e federali sparse in tutto il paese.Poco tempo fa, mentre scontavo una condanna a nove anni nel penitenziario di Archambault, St Annes des Plaines, Quebec, non riuscivo più a sopportare il contesto brutalmente oppressivo e l’umiliazione imposti dalle guardie del nostro reparto e fu così che iniziai a rifiutare fermamente che il mio sedere e il mio scroto fossero palpati quotidianamente da impiegate donne. In breve una di loro scrisse un richiamo formale nei miei confronti e mi fece finire davanti a un consiglio disciplinare. Il giudice mi condannò a cinque giorni nel “buco” per essermi rifiutato di essere perquisito da questa guardia donna. Dopo esser stato nella zona di isolamento punitivo per un periodo che fu tra i più lunghi e dolorosi momenti della mia vita, tre guardie mi obbligarono a subire una perquisizione completamente nudo di fronte alla guardia donna che mi aveva fatto condannare. Mi rifiutai! Mi minacciarono con la violenza. Il mio animo urlava, mentre trattenevo le lacrime di paura e vergogna e mi costringevano a spogliarmi. Gridai che non avevano il diritto di farlo, che era illegale! Mi risposero che mi avrebbero “tolto a forza i vestiti”. Mi venne quasi una crisi isterica. Alla fine la guardia donna se ne andò. Mi tolsi i vestiti. Mi fecero girare, chinare, allargare le natiche, scuotere i capelli, estrarre la protesi dentaria, e con un ultimo sorriso di scherno sul volto, l’ufficiale in servizio mi disse di rivestirmi. La porta metallica si chiuse sbattendo… volevo morire. Un’improvvisa ondata di tepore mi sorprese nel mio cubicolo di cemento e mi ci abbandonai.Temendo rappresaglie, il mio vicino non testimoniò e così non potei presentare reclami per la tortura psicologica da parte delle guardie. Decisi allora di smettere del tutto di mangiare. Quando passarono i miei cinque giorni nel “buco” mi rifiutai di uscire. Dopo diciannove giorni di sciopero della fame fui portato di forza al penitenziario di Donnacona, vicino a Quebec City, dove per via della mia protesta fui posto in “segregazione amministrativa” (cioè ventitré ore al giorno in cella). Tutto ciò accadeva quattro mesi fa, e anche se poi ripresi a mangiare dopo ventun giorni, sono ancora rinchiuso nel mio “utero di cemento”, senza nessun beneficio, attendendo un trasferimento verso ovest. [2]

Il carcere: “Da fuori”
Mi ricordo che da piccolo, mentre stavo facendo un viaggio in auto con la mia famiglia, mio padre indicò il Vecchio Penitenziario di Laval, e ricordo anche di come era astratta l’immagine degli “uomini cattivi” che, mi spiegava, erano rinchiusi lì dentro. Durante tutti questi anni in carcere, osservando e parlando con molti “cittadini”, inclusa la mia famiglia, ho realizzato con maggior chiarezza il livello di distorsione raggiunto dall’immaginario collettivo quando si parla di carcere, detenuti e crimine.Ci sono motivi precisi per queste enormi distorsioni. Per giustificare le somme di denaro da capogiro necessarie per mantenere un mostro insaziabile come il Servizio Correzionale Canadese, gli si deve dare un carattere di necessità e di urgenza. Ciò è ottenuto dai media attraverso un grande zelo nell’esacerbare il risentimento e l’allarme sociale; sono molto abili nel raccontare una sola parte della storia. Questo ha dato vita alle ingiustizie e alle disumanità del nostro sistema “di Giustizia”. Se si prende ilCanadian Society, il notiziario delle sei riporterà un terribile e drammatico incidente in questo modo:
Oggi, un giovane impiegato bancario è stato ucciso a sangue freddo nel corso di una rapina. L’autore, un ragazzo di ventisei anni, eccetera eccetera, dopo essere stato arrestato dalla polizia, si è scoperto essere stato di recente rilasciato in libertà vigilata dopo aver scontato solo quattro anni su sette di condanna per rapina. Ulteriori notizie in seguito, ora, consigli per gli acquisti.
Non dice:
Ieri, di nuovo, un giovane impiegato bancario è stato ucciso nel corso di una rapina all’angolo della strada tal dei tali. Un’organizzazione umanitaria che sta aiutando i parenti della vittima a superare la loro immensa rabbia e il loro desiderio di vendetta ha raccontato ai nostri microfoni che il ventiseienne arrestato, dall’età di diciassette anni ha subito sei anni di “legale” tortura fisica e psicologica, di degradazione e sistematica de-umanizzazione nelle mani delle autorità penali. Distrutto socialmente ed emotivamente, eccetera eccetera, una volta raccontò allo psichiatra del carcere che le cicatrici delle bruciature di sigaretta sul suo pene, inflittegli dalla polizia in un interrogatorio per ottenere la denuncia di un grande spacciatore di eroina, lo avevano portato a tentare il suicidio almeno tre volte mentre era in prigione e una a casa di sua madre. Ulteriori notizie in seguito, ora uno speciale sugli effetti devastanti dei missili Cruise.
Non sto cercando di minimizzare la tragedia umana che ogni atto sbagliato provoca, ma la creazione di un “nemico pubblico” che dobbiamo sconfiggere ad ogni costo, il più velocemente e definitivamente possibile, proviene dal regno dell’assurdo, e anche se la gran maggioranza dei canadesi si colloca su queste posizioni con grande facilità, per non dire entusiasmo, è comunque al di fuori di ogni logica e onestà. Ciò è alla base di molte discordie sociali causate dalla paura, dalla rabbia, dall’odio e dall’ignoranza.Ognuno, ogni singolo essere umano, è un potenziale “criminale”, e in questo paese ciascuno può passare dal campo dei “liberi e retti” al campo dei “nemici indesiderabili”, abbastanza irreversibilmente, grazie allo stato del nostro sistema carcerario e del codice penale. Nondimeno moltissimi carcerati ed ex-carcerati provengono dagli strati più bassi della società: poveri, disadattati (anche politicamente) e disprezzati da tutti. Molti altri provengono da famiglie distrutte, genitori alcolizzati, minoranze disadattate e hanno vissuto in contesti socio-psicologici molto forti (ad esempio omosessuali e travestiti che si sono trovati in situazioni che li rifiutavano). Stranamente (ma nemmeno tanto), le guardie carcerarie e molti impiegati provengono dalle stesse situazioni, come del resto la polizia. Così, da una parte abbiamo i poveri e svantaggiati: incarcerati, oppressi, terrorizzati; e dall’altra parte i non-più-così-poveri-e-non-più-così-svantaggiati: carcerieri, oppressori e terrorizzatori che si prendono cura di loro. Il resto dei poveri, gli ordinari, la “gente normale”, non sono né predatori né prede, ma fanno parte del medesimo “gruppo” che è più influenzato dai diversi mass media, dal sensazionalismo e dalle mode; sono loro che molto facilmente oscillano e incitano alla repressione del crimine e dei criminali fino al punto di appoggiare e richiedere a gran voce la tortura, la degradazione e la distruzione di innumerevoli esseri umani, della loro stessa classe. E questo li tiene a bada.Crimini e omicidi sensazionali producono best-sellers e rappresentano un lucroso affare. I mass media hanno un interesse commerciale da perseguire, come pure interessi politici. La gente si ciba di crimini come caramelle. La televisione e i film ne sono stracolmi. Crimine, punizione e vendetta sono mode molto potenti ed è difficile che i media “si tirino la zappa sui piedi”. Inoltre, si deve far vedere come il nostro governo democraticamente eletto sa che cosa fare quando si tratta di “legge e ordine”, polizia e prigioni. Costruiscono carceri, sempre di più, progettano sistemi punitivi ed emanano nuove leggi. Stipendiano decine di migliaia di persone cui concedono un po’ di potere, uniformi, armi, salari, sicurezza, status sociale e approvazione, tutti fattori che contribuiscono a rinforzare la legittimazione della tortura e degradazione a danno dei reclusi. Le guardie carcerarie e gli impiegati, i cittadini, addirittura molti detenuti sono così immersi nell’illusione indotta della necessità del carcere, così completamente assorti nell’incantesimo che cerca in ogni modo di fargliela sembrare ” dopo tutto non così malvagia” che rifiutano l’idea stessa di abolire il carcere. Richiede notevole sforzo, da ogni parte, vivere in una menzogna così solidamente radicata e intelligentemente mascherata quale la “libera e civile società canadese” e non rimanerne abbagliati.Tutto sembra contribuire a una sistematica anestetizzazione dell’«opinione pubblica» e in particolar modo del personale carcerario, a cui ogni tortura, degradazione, violenza e oppressione sembra non solo legittima ma naturale. Infatti, quando un detenuto mostra segni di “riabilitazione” alle autorità penali o della libertà vigilata, questi segnali sono spesso indicativi di un completo assorbimento nel “sistema”; una rassegnazione alla propria indegna condanna, a tutte le ingiustizie, torture e degradazioni che ha dovuto subire fin dall’arresto, con la polizia e soprattutto in carcere. Una completa sottomissione al fascismo. Ogni impiegato carcerario diventa un mercenario perché deve obbedire a certi ordini per ottenere la ricompensa. E, senza contrastare la loro naturale propensione al sadismo, devono compiere particolari azioni e mostrare atteggiamenti che servono tutti a svilire, opprimere e sottomettere i detenuti. Vengono loro raccontati certi “fatti” dai fautori del carcere che automaticamente giustificano il loro “essere nel giusto” e “l’essere nel torto” dei detenuti. Queste convinzioni, inculcate in sessioni di lavaggio del cervello, teorie criminologiche, mass media e forza dell’abitudine, vengono rinvigorite quotidianamente dall’atteggiamento e dal comportamento che ogni detenuto mostra di volta in volta sotto il peso della tortura, della paura e dell’umiliazione.Il carcere, e quello a cui sottostanno i detenuti che vi sono rinchiusi, è la più grande causa del crimine. Nondimeno, questo fatto non è una minaccia per la classe dominante, a cui principalmente serve il carcere. Al contrario, i “mutanti”, vomitati indietro nell’ambiente che li ha partoriti (senza però il sostegno familiare) sono molto più spinti a rapinare e/o uccidere il proprietario del negozio all’angolo anziché commettere un atto terrorista diretto proprio contro coloro che hanno causato la loro tortura e svilimento.Oggi, persino ai bambini si insegna ad accettare il concetto di punizione. Di continuo liceali e studenti universitari di corsi di criminologia e altre materie vengono fatti entrare in “istituzioni” tirate a lucido, vengono loro mostrate accoglienti sale caffe, equipaggiamenti per lo sport, edifici per le visite delle famiglie, viste panoramiche e portati a conoscere “detenuti selezionati” e membri dello staff in situazioni “sotto controllo” e zone dove il fatto ignominioso e rivoltante che si trovano in uno zoo umano diventa invisibile e si confonde in un gradevole ma poco affidabile chiacchiericcio.

Il carcere: “Da dentro”
Mentre la degradazione e l’alienazione sono fuori di dubbio, oltre alle privazioni “spicce” quali la perdita della libertà, della sicurezza, della privacy, dell’autonomia, di relazioni sessuali gratificanti, della libertà di parola e di associazione (e si tenga conto che questi sono solo i fondamenti di ciò in cui ogni detenuto si viene a trovare), innumerevoli abusi quotidiani e illegalità perpetrati da individui con un potere praticamente illimitato sui detenuti sono più o meno sopportati dalla popolazione reclusa senza possibilità di rivalsa. Qualsiasi salvaguardia per proteggere i detenuti canadesi dagli abusi e dalle torture psicologiche è completamente inutile dal momento che ogni Legge, Regolamento, Direttiva o Ordinanza può essere – e in effetti lo è – ignorata invocando il mantenimento del “buon ordine dell’istituzione” e qualsiasi impiegato del carcere che voglia “regolare i conti” con qualche detenuto può farlo sapendo che i detenuti non hanno modo di difendersi e non rappresentano una seria minaccia legale per lo staff del carcere. D’altro canto, alla prima minaccia di ribellione fisica, il detenuto viene rapidamente e brutalmente sottoposto a restrizioni e a violenza legale.I “miglioramenti” apportati negli scorsi decenni alle condizioni di vita nelle carceri canadesi, persino l’educazione, sono stati tutti strumenti utilizzati in vista di una più completa giustificazione del “sistema” di fronte all’opinione pubblica, per ovvie ragioni politiche, invece che un reale miglioramento del sistema (se questo è possibile!). Alcune carceri moderne, con celle “confortevoli”, pasti migliori, piante nei corridoi, la possibilità di comprarsi una televisione, una radio o programmi commerciali non hanno fatto sparire nessuna delle violenze, umiliazioni, paure e alienazioni delle carceri canadesi. Piuttosto, al contrario, hanno gettato i detenuti con le idee poco chiare in uno stato di ulteriore confusione, visto che il loro dolore e sofferenza non sono immediatamente riconducibili all’ambiente circostante, e questo porta a un senso di colpa e odio verso se stessi. Inoltre, tutti questi sotterfugi hanno incrementato l’arroganza e l’auto-giustificazione del personale a tal punto che anche gli psicologi istituzionali (assolutamente impreparati a lavorare in carcere) trovano l’atteggiamento di rifiuto da parte dei detenuti solo un altro indicatore della loro “immaturità” e della loro “natura criminale”; così si aggiunge la stigmatizzazione “patologica” a una persona già degradata e profondamente ferita.L’introduzione di “visite familiari privilegiate” – dove a un detenuto è permesso di stare settantadue ore da solo con la moglie e/o la famiglia, in una casa o un camper attrezzato allo scopo sull’area di terreno di proprietà del carcere – si è dimostrato un ulteriore strumento di degradazione, umiliazione e manipolazione; la gratificazione sessuale viene ora offerta come una ricompensa per l’obbedienza e la sottomissione! Un detenuto che non abbia una “relazione riconosciuta” da almeno sei mesi con una donna prima del suo arresto passerà probabilmente i successivi cinque, dieci o quindici anni rifugiandosi nelle proprie fantasie e nella masturbazione. Inoltre, coloro che sono “eleggibili” per programmi del genere si vengono a trovare in una condizione in cui si rendono conto che stanno chiedendo di poter far sesso con la moglie o la fidanzata a un ufficiale che spesso è una giovane donna o un gruppo composto da una mezza dozzina di ufficiali carcerari che rivangheranno passate “offese” e “corti disciplinari” da molto tempo dimenticate, solo per “testare” il detenuto che si morderà la lingua e sopporterà quanto può i doppi sensi e l’indignazione per poter accarezzare un seno che per molti mesi ha solo potuto immaginare. Non disdegnando quei pochi momenti che può passare con i propri amati un paio di volte l’anno, e a seconda dei suoi convincimenti morali, il detenuto proverà comunque un senso di disgusto e auto-tradimento per non aver espresso i suoi veri sentimenti e per essersi lasciato orribilmente manipolare e degradare per poter soddisfare uno dei suoi più forti bisogni fisici ed emotivi.Gli stessi meccanismi intervengono quando un detenuto è di fronte al “consiglio per la libertà vigilata”, dove individui che hanno carta bianca sulla sua vita prendono decisioni e valutano il/la detenuto/a sulla base di documenti e relazioni scritti su di lui/lei, tutti tipi di relazione di cui il detenuto non sa nulla, scritti negli anni dalle guardie e a cui non gli/le è permesso accedere, che si appelli o meno al “Privacy Act”. Molte di queste relazioni sono stilate dagli psicologi dopo che detenuti appena giunti in carcere e non ancora ambientati, sono stati convinti con l’inganno a vederli, non sapendo che ogni parola pronunciata nelle conversazioni, anche i dettagli più intimi, diventano pubblici, disponibili a tutti tranne che a loro stessi.Con la convinzione diffusa che ogni tortura imposta a un detenuto è giustificabile dal “fatto” che è un criminale e un elemento indesiderabile dalla specie umana, il governo canadese ha pienamente integrato i reparti maschili con guardie e impiegate donne – spingendo a livelli ancor più alti l’umiliazione, la degradazione, la tortura su questi uomini. Già ad oggi centinaia di detenuti sono stati costretti illegalmente a subire perquisizioni nudi in presenza di guardie donne e molti che si sono rifiutati hanno visto i propri abiti strappati via a forza in presenza di giovani guardie donne con cui dovranno convivere forzatamente per anni. I pochi che sono riusciti a far perseguire le guardie dalla Corte Federale hanno ottenuto solamente un rimprovero formale; nel frattempo queste pratiche continuano ovunque, soprattutto nelle strutture a custodia attenuata. In molte carceri, i detenuti uomini sono costretti a subire ispezioni mediche ed esami in presenza di guardie donne, mentre le carcerate donne sono specificatamente protette dalla presenza di personale maschile nei loro reparti. Nelle carceri maschili, i detenuti che hanno cercato di suicidarsi vengono gettati nudi in celle spoglie, senza nessun abito o lenzuolo per coprirsi, solo con un buco al centro del pavimento per defecare e vengono continuamente sorvegliati da guardie donne attraverso una televisione a circuito chiuso e attraverso lo spioncino nella porta della cella; inoltre, i detenuti ordinari vengono spesso gettati nudi in queste celle come punizione per offese dirette alle guardie. I detenuti, sessualmente deprivati, sono costretti a essere perquisiti completamente nudi, ogni giorno, da guardie donne; dalle stesse guardie sono spiati nelle loro celle sia che stiano defecando, sia che si stiano masturbando, sia che si stiano lavando. In molte carceri, i detenuti maschi sono costretti a farsi la doccia in piena vista delle guardie donne, ancor più nelle aree di isolamento punitivo e nei penitenziari che sono considerati più umani e a sorveglianza attenuata. Molti vivono con la paura quotidiana di essere violentemente umiliati.Questo controllo da parte di personale dell’altro sesso ha dato vita nei detenuti maschi a un irrefrenabile impulso alla violenza sulle donne e a un modo di pensare “orientato allo stupro”. Ha dato vita a mutamenti nei comportamenti sessuali e psico-sessuali dei detenuti, fino a innumerevoli casi di esibizionismo e voyeurismo, poiché la mente umana ha la tendenza a trasformare in “piacere” dolori e sofferenze che siano insopportabili. Innumerevoli frustrazioni e umiliazioni sessuali si aggiungono al già insopportabile giogo che i detenuti devono sopportare, specialmente a causa della presenza di guardie donne.

L’abolizione
Se vogliamo pensare in modo serio all’abolizione del carcere e se vogliamo trovare strade “umane” di affrontare il fenomeno che chiamiamo crimine, dobbiamo avere il coraggio di affrontare alcune questioni concrete. Un numero incalcolabile di cittadini canadesi hanno perso per sempre la loro umanità e integrità sociale a causa della loro condanna carceraria. Innumerevoli altri sono sistematicamente avviliti e fatti impazzire per lo stesso motivo. Non c’è posto per loro nella società, per com’è ora, perché questa è stata concepita per un altro tipo di uomini, non “mutanti”; queste persone non hanno molto da perdere e molti lo sanno. Inoltre, sono pieni zeppi di così tanto odio e dolore che un urlo grande come l’universo non li libererebbe comunque. Più che mai continueranno a rubare, rapinare, uccidere con tutte le giustificazioni del mondo, nella loro mente e nel loro animo, di cui si ha bisogno per agire così; afferreranno tutto quello che possono, finché possono, perché presto si suicideranno, o verranno uccisi dalla polizia, o verranno riportati in carcere – quest’ultimo è un aspetto indispensabile alle “autorità” per perpetuare ed espandere un sistema che è orribilmente immorale ed inumano. Se vogliamo gradualmente abolire il carcere, cosa ne faremo di queste persone il cui senso di sicurezza e libertà sono persi per sempre con la ferma consapevolezza che qualsiasi cosa può esser fatta loro, ovunque, in ogni momento e per qualsiasi ragione? Che cosa ne faremo di decine di migliaia ex-carcerati mutilati socialmente, psicologicamente ed emotivamente quando gli attuali magazzini non li conterranno più? Abbiamo qualche possibilità di re-integrare coloro che sono stati sistematicamente alienati dalla società e dall’umanità?E che dire di decine di migliaia di impiegati nelle carceri, guardie e carcerieri? Possiamo aiutarli a ritrovare un equilibrio quando è sapere comune che sono “cattivi” tanto quanto, se non peggio, i “criminali”? Quanto contano le loro “carriere” e le loro vite? Saranno capaci di far fronte alla situazione? Come faranno i canadesi a tener testa alla nostra immagine di nazione di gente civile? Non stanno “migliorando” il carcere, lo stanno “peggiorando”. Con la pericolosissima idea che stiamo “migliorando” il nostro sistema carcerario e diminuendo il trauma inflitto ai carcerati, stiamo dirigendoci verso un precipizio sempre più ripido e stiamo dando agli ufficiali, agli impiegati e alle guardie ulteriori giustificazioni ad andare avanti umiliando e abusando di esseri umani, a discapito di tutti i cittadini canadesi e nei fatti dell’umanità intera.
Come faremo a concretizzare le soluzioni che propongono gli abolizionisti? Io suggerisco: primo, dobbiamo ad ogni costo cominciare una sistematica attività di denuncia nei confronti delle carceri canadesi; dobbiamo ad ogni costo mostrare la loro inutilità e crudeltà assieme alle bugie e all’ipocrisia che sta alla base del nostro sistema penale e carcerario. Dobbiamo iniziare seri e obiettivi studi empirici sugli effetti sociali e psicologici dell’incarcerazione in Canada e dobbiamo immediatamente trovare dei modi per fermare le atrocità psicologiche, le torture, gli abusi e le illegalità cui sono soggetti i detenuti quotidianamente.Secondo, dobbiamo a ogni costo “de-hollywoodizzare” e “depoliticizzare” il crimine e trasferire gradualmente la “responsabilità” nel luogo a cui appartiene: l’arena sociale; dobbiamo cominciare ad osservare e accettare il fatto che siamo tutti colpevoli e che scaricando il biasimo su una sola persona e distruggendola andiamo contro le più fondamentali regole della logica: stiamo distruggendo noi stessi.
Terzo, dobbiamo essere onesti, avere coraggio e fronteggiare la verità che la discordia sociale, i crimini, le carceri e così via non sono altro che la manifestazione concreta di una realtà simbolica: ovvero sentimenti e pensieri prevalenti e più profondi nei cuori di noi tutti. Quello che vediamo, dovunque e in ogni angolo di questo paese, sul terreno politico e sociale, è noi stessi; quello che dobbiamo cambiare siamo noi stessi, se desideriamo vedere dei cambiamenti reali e mantenerli.

Conclusione

Alcuni anni fa divenni un artista, un pittore; e una notte, come facevo spesso, stavo a letto, nella mia cella, sondando la mia mente e la mia anima per l’ispirazione. Improvvisamente, nell’immobilità del buio, mi apparve un’immagine che mi fece rabbrividire: vidi un immenso, bellissimo paesaggio, erba verde, fiori, alberi e un sole splendente che illuminava ogni cosa; e dovunque, come sassi sparsi su un prato, in cima alle colline e nelle valli, oltre i ruscelli e sui fianchi delle montagne c’erano delle prigioni, migliaia di immensi edifici di mattoni rossi con sbarre alle finestre. E fin dove l’occhio poteva guardare non c’era nessuno. Non l’ho mai dipinto, ma l’immagine è oggi vivida come lo era quel giorno.

(Pubblicato sulla rivista canadese Journal of Prisoners on Prisons, volume 1, estate 1988)
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Buona camicia a tutt*

Vorrei fare una piccola e semplice riflessione esprimendo il mio pensiero in merito alle celebrazioni di ieri nelle varie piazze d’Italia sul 25 aprile. Mi chiedo se abbia poi ancora senso continuare a parlare di antifascismo. Mentre guardavo e leggendo qua e la ho notato che nella maggior parte delle piazze erano presenti moltissimi esponenti del pd e mi è tornata alla mente un’espressione di Ennio Flaiano,il quale facendo riferimento ai fascisti nel 45 pronunciò queste parole:”sono saliti al volo sul carro dei vincitori” alludendo a chi allora indossava la camicia nera per poi smetterla ed indossare quella rossa. Ieri secondo me si sono riappropriati della camicia di origine e se pensiamo che erano presenti in qualità di antifascisti la cosa appare assai ridicola visto che si sta subendo il fascismo del momento perchè il fascismo è multicolore e ogni epoca ha il suo, non è quindi accettabile il fatto di doversi trovare a manifestare nelle piazze con l’oppressore a fianco e sempre per ricordare un’affermazione del sopra citato Flaiano il quale asseriva che “i fascisti si dividono in 2 categorie,fascisti e antifascisti”,credo che mai affermazione fu più azzeccata di questa perchè direi che parlare di antifascismo a questo punto lo trovo fuori tempo e fuori luogo almeno in questo contesto specifico. Il fascismo è stato uno dei periodi più truci e tristi della storia del nostro paese e credo a questo punto trovo che sia abbastanza restrittivo secondo me continuare ad utilizzare impropriamente il termine antifascismo. Ritengo,anzi, sono ultra convinto che sia molto più appropriato utilizzare i termini resistenza e antiautoritarismo per continuare la lotta all’oppressione. Quindi io dico:”contro ogni tipo di autoritarismo resistenza ad oltranza oggi come ieri”.

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Le donne e la resistenza.

La scelta delle donne di lottare contro il fascismo è stata un’impresa davvero grandiosa se pensiamo alla condizione e alla considerazione della donna durante il ventennio fascista. Mussolini diceva:”Le donne non devono contare,la donna deve solo obbedire” Ribadendo:”La mia opinione della sua parte nello stato è in opposizione ad ogni femminismo”. Il fascismo aveva segnato l’apice della maggior oppressione e la donna doveva avere un ruolo di soddisfacimento e di prolificità per portare avanti la stirpe.

Le donne erano sottomesse alla supremazia e al volere dell’uomo,asservite alla politica di guerra e alla potenza della razza,divenendo sempre più insofferenti ai soprusi e alle imposizioni oltre che ai principi fascisti avendo sviluppato un livello di consapevolezza diverso a seconda delle loro condizioni sociali e culturali.

La piena maturità fu raggiunta,ad ogni modo,solo nella seconda guerra mondiale,che scosse profondamente la società italiana,agendo nelle coscienze e nella consapevolezza di tutti,in primis delle donne.

Accorse in difesa della pace e della libertà esse arrecarono un contributo indispensabile alla guerra di liberazione nazionale,accettandone con coraggio rischi e conseguenze. La partecipazione femminile divenne quindi un fenomeno collettivo quasi anonimo che vide come protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione. Le motivazioni ideologiche e politiche che spinsero a ribellarsi,furono molteplici. All’ispirazione comune della fine della guerra e della conquista di una società più giusta,si accompagnò il bisogno di soccorrere parenti ed amici,presentando la propria decisione come compimento del dovere di mogli,di figlie o di spose. Tra le donne che sostennero la Resistenza non mancarono ad ogni modo coloro le quali diedero alla lotta un chiaro significato politico,facendosi promotrici della battaglia per l’emancipazione femminile.10430390_951308448253485_9041221704288478709_n

Quando ti accorgi che il fascista a volte lo si può trovare anche tra chi si definisce compagno.

Capita anche di accorgersi che il fascista si trova proprio anche tra alcuni sedicenti compagni. E’ successo ieri in un post in cui cercavo di mettere in allerta chi condivide post da pagine palesemente di destra poichè avevo notato alcuni compagni anarchici attingere da quelle pagine di informazione,può capitare anche di confondersi ci mancherebbe, ma quando questo avviene di frequente e lo noti tra le stesse persone allora qualche domanda te la poni. E’ successo che un pseudo compagno e lo ritengo tale perchè più avanti si capirà,si è fiondato nel post improvvisamente ma non per partecipare alla discussione,bensì per attaccare una pagina anarchica alludendo al fatto che ammiccasse l’occhio a pagine fasciste e comuniste. Mi riservo di fare il nome della pagina non certo per tutelarla come sosteneva l’amico in questione sebbene io abbia molta stima per l’informazione che fa e per i contenuti che diffonde, ma per correttezza nei riguardi dei gestori in quanto persone fisiche e quindi esistenti nel reale perchè mi sembra che qua sopra certe cose siano andate dimenticate, e poi l’”arte”della delazione la lascio a lui. Ad ogni modo ho controllato sulla pagina se quello che sosteneva l’”amico” corrispondesse alla verità ma non ho notato alcuna vicinanza a pagine fasciste anche se lo avevo escluso a priori,ma,data l’insistenza mi sono preso la licenza di farlo e tuttavia ho notato solamente qualche like a pagine comuniste. Quando ho fatto notare all’accusatore che c’è comunismo e comunismo,esiste il comunismo autoritario come lo stalinismo e il comunismo libertario,vedi il partigianato,a quel punto allora è passato all’invettiva,poi, nel post si è inserito un’altro compagno che ha cercato di ripetergli le stesse cose ma non c’è stato verso,non sentiva ragione,è arrivato al punto di cancellare tutti i suoi commenti per poi arrivare a bloccarci entrambi (sai che perdita =D),e questo secondo me la dice tutta sul suo essere anarchico,cercava consensi per denigrare una pagina anarchica solo perchè in precedenza ebbe uno screzio con uno dei gestori. Adesso, mi chiedo a cosa e a chi possa giovare il volere a tutti i costi screditare una pagina anarchica se ci si ritiene tali,al limite si interpella l’interessato e si cerca di chiarire,ma non lo ha fatto perchè lui aveva la verita in saccoccia,uno spacciatore del verbo anarchico tanto per usare la prima definizione he mi viene in mente. La cosa li per li mi ha coinvolto perchè avrei voluto capire ma non ne ha dato la possibilità nè a me nè a nessun’altro e secondo me il fatto che si sia dileguato cancellando i suoi commenti e bloccando i suoi interlocutori dimostra che dovrebbe essersi reso conto di averla fatta grossa. Non cito nemmeno il suo nome anche se a dire la verità lo farei per mettere sul chi va là ma lascio a lui l’arte della delazione e concludo dicendo che a criticare troppo gli altri specialmente chi la pensa come te, (nel suo caso uso il condizionale dovrebbe) si finisce col perdere di vista gli obiettivi prefissatisi favorendo solo la parte avversa,del resto il detto divide et impera non nasce poi a caso.
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Piccoli aguzzini crescono.

“Mentre persone e sigle animaliste si affannano con petizioni, raccolte di firme e a elemosinare a parlamentari, Governo, Regioni, Comuni regolamenti, leggi e normative a tutela degli Animali (come se non sapessero che la strage quotidiana degli Animali avviene con la legittimazione e benestare degli stessi organi di potere a cui si rivolgono), c’è chi invece ha capito bene cosa si deve fare per ottenere ciò che si vuole, come cacciatori e pescatori ospiti fissi e graditi nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, circensi osannati in TV in prima serata, dietisti e esperti tuttologi che pontificano sull’importanza del mangiar carne creando allarmi e instillando paure, pubblicità menzognere piene di Animali felici di farsi ammazzare.
C’è anche chi in questo periodo di frenesia consumistica pensa bene di “educare” sin da piccoli i bambini e le bambine, fornendo loro giochi che inculcano nelle loro giovani menti la visione antropocentrica e specista della nostra società del dominio. Ed ecco che arrivano sugli scaffali dei negozi camion giocattolo che trasportano Animali al macello e recinti per imprigionare i vitelli in attesa del loro primo e ultimo viaggio verso la morte. Stanno già preparando – e lo sanno fare bene – le prossime generazioni umane in modo che l’agonia animale non abbia mai fine.”

Sovente da piccolo micapitava di giocare con i soldatini, con gli americani e gli indiani,con una balestrina ad elastico abbattevo gli indiani perchè mi avevano fatto credere nei film che fosse cosa buona e giusta. Per fortuna sono cresciuto e mi sono fatto un’idea mia su cosa sia giusto o sbagliato e detesto con tutta la mia forza gli americani per la loro propaganda e la loro violenza nel mondo. Si continua a cercare di crescere i bambini con valori sbagliati per portare la loro subdola cultura dominante proprio come ci viene mostrato nella foto sotto dove ci si arroga il diritto di poter portare animali al macello come se quelle vite non avessero alcun valore,proprio come una moltitudine di militari scaricati proprio come gli animali,vittime sacrificali pronte per la rappresaglia considerate numeri e non individui…22107_1385702508423846_7375356323447219419_n

Verso il primo maggio…

Si avvicina il primo maggio,mi inorgoglisce molto il fatto che mi arrivino inviti da ogni dove per la partecipazione alle “festa” che verranno orgamizzate nelle varie piazze del paese sempre che di festa si possa parlare almeno per chi la pensa come me e che conserva in se gli ideali anarchici. In questa giornata di lutto gli anarchici ricordano i martiri di Chicago e penso che i più neanche ne conoscono la storia. I sindacati confederali riempiranno le piazze di ogni città mostrandosi come sempre solidail-quarto-stato_pellizza-da-volpedo_primo-maggio-largeli con i lavoratori prendendoli a pacche nelle spalle dopo essersi accordati con il padrone,la situazione è sempre più disperata,si dice che il lavoro dia la dignità ad un essere umano ma di quale dignità stiamo parlando se le persone non sono più neanche in grado di pagarsi le bollette e un affitto e di potersi curare. Tagli tagli e ancora tagli, si dice per il bene della nazione per uscire da una crisi,questo danno ad intendere al popolo quando in realtà i soldi vanno tutti sperperati in opere inutili per giustificare e lavare soldi derivanti dagli accordi stato mafia e negli armamenti per le famose “missioni di pace” all’estero e per mantenere una manica di farabutti legittimati dal popolo i quali campano col loro sudore e il loro sangue. Festa di che,dei lavoratori licenziati? O facciamo festa per quelli “privilegiati” che ancora lavorano costretti dal ricatto nel ricatto a livelli di schiavi dopo la morte definitiva dell’articolo 18 e del job’s act del governo Renzi. Non mi voglio dilungare troppo perchè di cose ce ne sarebbero molte da dire. Quest’anno per il primo maggio,sarò a Milano per dire no alll’inaugurazione dell’expo,simbolo dello sfruttamento e del malaffare e mi auguro che tutte le piazze d’Italia siano gremite di persone, ma il mio pensiero in particolare va aCarrara che in questo periodo sta vivendo la sua rivolta con l’amministrazione comunale per le inadempienze perpetuate negli anni e per il degrado dl territorio. Parlando di rivoluzione mi tuonano in testa le parole di Malatesta il quale negli anni 20 disse:”La rivoluzione avverrà un primo maggio”,sicuramente non sarà questo l’anno buono,le rivoluzioni come ci ha insegnato fin’ora la storia non hanno fatto altro che stabilire un’altro potere. Il cambiamento sta nella consapevolezza,nella presa di coscienza sia individuale che collettiva e dobbiamo lavorare parecchio su questo cercando di credere in noi stessi e smettere di farci le guerre tra poveri e di delegare, perchè le istituzioni sono state create da uomini,dobbiamo abbattere ogni tipo di gerarchia,solo allora potremmo parlare di rivoluzione ma non prima, altrimenti la rivoluzione resterà solamente una mera aspettativa. La vera rivoluzione dovrà e non potrà essere altro che culturale.

(Ale)

Da Anarchopedia: http://ita.anarchopedia.org/Haymarket_Square

Inno del primo maggio Pietro Gori https://www.youtube.com/watch?v=j8abirtakZo

Restituiamo il parco della Padula alla cittadinanza.

Non si concede nessuna pausa l’assemblea permanente,non si ferma neanche la domenica quel gruppo di “disobbedienti facinorosi” e falliti quarantenni,è così’ infatti che sono stati definiti in precedenza da qualcuno che non ha digerito un risveglio collettivo.
Domenica scorsa LIBERA PADULA 19 APRILEun gruppo di volontari esenti da gettoni di presenza o compensi si è ritrovata a Marina di Carrara per il pre volantinaggio dell’evento in programma domenica 19 aprile Libera Padula, l’unico spazio verde disponibile negato alla cittadinanza. Carrarese. Sarà una giornata all’insegna dell’aggregazione e della condivisone quella organizzata dall’assemblea permanente per la riappropriazione di quello spazio verde negato. In un paio d’ore i volontari hanno distribuito centinaia di volantini confrontandosi ed interloquiendo con la grossa affluenza di persone la quale ha approfittato della bellissima giornata di sole trascorrendo la domenica al mare con le loro famiglie e i loro amici a quattro zampe,le quali molto incuriosite hanno rivolto domande ed espresso pareri al riguardo. Vogliamo ricordare inoltre che l’assemblea permanente nella settimana entrante proseguirà con il volantinaggio, ci saranno dei gruppi che si organizzeranno anche per pubblicizzare l’evento del degrado tour in programma domenica 26 aprile, ovvero un corteo che metterà in evidenza tutte le criticità del territorio marinello, ma soprattutto con l’interesse prevalentemente rivolto alla zona rossa colpita dall’alluvione del 5 novembre 2014 e dei suoi abitanti completamente abbandonati a loro stessi dalla nostra amministrazione comunale a suo dire del tutto incolpevole ed estranea ai fatti. L’assemblea permanente invita tutta la cittadinanza a partecipare sia all’evento del 19 aprile in località padula che al degrado tour del 26 aprile affinchè tutti insieme si possa ridare il lustro che merita alla nostra meravigliosa città ormai da troppo tempo nelle mani di numerosi incompetenti che l’hanno lasciata decadere nel degrado più assoluto e che torni finalmente a splendere il sole su una città povera tetra triste e cupa.

CARRARA- Regionali “la politica vuole solo voti”: il borgo si riunisce e decide l’astensione

“C’è solo una cosa che muove la politica: il voto”. Così a Fontia, borgo di 200 anime sulle colline di Carrara al confine con la Liguria, nessuno darà il suo, di voto. Un’astensione di massa alle Regionali del 31 maggio decisa all’unanimità dagli abitanti per protestare contro “una politica sorda e cieca” per dirla con le parole di Cristiano Corsini, presidente del comitato di cittadini Vivere Fontia e della Pro loco. Politica “che ha abbandonato il paese”: le strade che franano e non vengono ripianate, un parco di antenne piazzato in uno dei luoghi simbolo della seconda guerra mondiale, nel piazzale della chiesa di Santa Lucia, da dove si vede tutto il litorale dalla Val di Magra a Livorno, e che proprio per questo era stato scelto dai nazisti come punto di vedetta per bombardare la costa, prima di cedere all’assalto degli americani e dei partigiani.

Da anni gli abitanti “si sgolano e si svenano” per chiedere che le strade vengano messe in sicurezza e che quelle antenne spacca-paesaggio e ammazza-salute vengano spostate in un’altra zona, a pochi metri di distanza. Ma la risposta è sempre stata un muro di gomma, perché Carrara non fa la differenza: nonostante gli esposti, gli allarmi, le suppliche dei cittadini, le strade continuano a essere dissestate, pericolose, brutte, come quelle antenne minacciose sul paese. I paesani lanciano una “rivolta bianca”, come quella raccontata dallo scrittore portoghese José Saramago nel suo Saggio sulla lucidità, dove l’80 per cento di una città senza nome votava scheda bianca alle elezioni governative.
Ma gli abitanti di Fontia, terra di Resistenza e di diritti conquistati con i fucili, vanno oltre; il 31 maggio eserciteranno il loro diritto di voto nel modo più estremo: astenendosi. Tutti. “Non votare mi fa venire la pelle d’oca – spiega Franco Grassi, ex militante della sezione giovanile del Pci, che abita a Fontia da una decina di anni – ma abbiamo esaurito tutte le forme di protesta. Siamo dimenticati, isolati dal resto della città. Paghiamo le tasse ma non abbiamo diritto nemmeno alla sicurezza. La strada rischia di crollare da un momento all’altro”.
Nella strada provinciale che collega il paese alla città – appena 4 chilometri – si sono verificate sei frane in sei anni, dal 2009, una per ogni anno e più di una ogni chilometro. La più pericolosa è quella risalente al 2012, quando parte di un uliveto è finito giù, portandosi via mezza carreggiata e andando a tappare un canale che poi è esondato, provocando non pochi danni in città. La parte di monte franata non è mai stata messa in sicurezza: un guardrail adesso è sospeso sul nulla e la strada continua a essere per metà inagibile, nonostante da lì passi ogni giorno lo scuolabus. “Come facciamo a sentirci sicuri a percorrere quelle strade?”, domanda Emanuele Monfroni. “Ogni giorno passano da lì i nostri figli e gli autobus di linea: prima o poi franerà tutto”.
Alla Procura di Massa Carrara – che già sta indagando sull’alluvione dell’autunno scorso, altro capitolo di incuria ambientale – è arrivato anche un esposto nel quale l’associazione segnala chilometro per chilometro le frane con tanto di foto allegate. “Abbiamo fatto una miriade di segnalazioni in Provincia – racconta Corsini, il presidente della Pro Loco – ma nemmeno una frana è stata messa in sicurezza. Ci dicono che non ci sono soldi; e allora dove sono finiti i fondi della Regione per le alluvioni?”

Altro capitolo è quello delle antenne, che svettano accanto alla chiesa di Santa Lucia, in una terrazza panoramica, che una volta era proprietà della curia di Massa Carrara e dove nel 1945 erano piazzati i cannoni delle truppe naziste. La chiesa era invece l’infermeria dove i combattenti venivano salvati o morivano sotto i ferri. Una storia cancellata da tre enormi antenne. Secondo una relazione del comitato del borgo, che ha raccolto i dati di Arpat, i valori dell’inquinamento magnetico hanno superato più volte i limiti di 6 volt previsti per le zone intensamente frequentate. “Siamo preoccupati per la nostra salute – confessa Davide Rocco, 30 anni – Mio padre due anni fa è morto per un tumore, io ho avuto la leucemia e negli ultimi quindici anni il tasso di mortalità per cancro è stato altissimo. Perché non fanno almeno un’indagine? Perché non aprono almeno un registro dei tumori per individuare le cause? Sono preoccupato per mio figlio”.
Gli abitanti di Fontia non chiedono la Luna. “Spostare di qualche metro i tralicci – scandisce Corsini – permetterebbe alla zona di riprendere le sue antiche origini e consentirebbe al paese di prendere un nuovo slancio per il futuro, senza compromettere il lavoro svolto dagli impianti di diffusione. Eppure c’è una cecità dilagante nella politica”. Così la rivolta è non votare. Saramago nel suo romanzo si chiede cosa succede a un Paese se alle elezioni i cittadini decidono in massa di votare scheda bianca. E allora, cosa succede se un borgo intero non va a votare? “Conquistiamo i nostri diritti – chiosa l’ex militante comunista – anche se è brutto dire che i diritti vanno conquistati, perché dovremmo già averli”.

Melania Carnevali

Da: Il fatto quotidiano.itimage

Ricordiamoci di essere vivi per non dover poi piangere i morti.

La tegola ci deve cadere in testa altrimenti non ci muoviamo. Fermi davanti alla tv ad ascoltare le tragedie di un’italia che cade a pezzi, si sgretola, inghiottita dal fango che non é quello delle inondazioni ma quello putrido dell’economia capitalista, fermi ad ascoltare con qualche lacrima se cade il morto, indignati per qualche giorno poi ce ne stiamo tranquilli, a noi c’è andata bene, ricorderemo le catastrofi ogni anno per non dimenticare.
Magari siamo anche soddisfatti delle sentenze di cassazione che condannano costruttori, progettisti, tecnici comunali finanche i sindaci per le responsabilità “umane”, come fu per il crollo della scuola di san Giuliano di Puglia. Scuola che non doveva essere aperta, visto che non era stato fatto il collaudo dopo la sopraelevazione che appesantì il solaio di svariate tonnellate di calcestruzzo, ma si sa siamo “umani” (27 bambini 1 maestra).
Siamo un popolo solidale, pronti ad aprire il portafoglio per aiutare chi ha bisogno di ricostruire, ad acquistare parmigiano reggiano terremotato, ad essere presenti sul posto per togliere pietre o spazzare fango e questa é una cosa bellissima, ma dopo?
Dopo aspettiamo le sentenze pur sapendo che servono a poco. Ci limitiamo a rimanere rassegnati che tanto é così dalla testa alla punta di questo stivale, isole comprese. Dopo siamo troppo presi dai problemi quotidiani, che sono talmente tanti da farci dimenticare il nostro territorio, (che é vasto, direi che è il mondo, ma limitiamoci a l’italietta per ora) che continua ad essere violentato da mani sporche di mafia che ti rubano pezzi di terra per costruzioni che mai termineranno devastando boschi, monti, mari e l’aria, incuranti dei disastri che ciò può causare …… ma noi siamo troppo presi dai nostri problemi.
Certo siamo presenti e attivi contro le grandi opere, ma mi chiedo se basta.
No non basta, perché mentre si tenta di salvaguardare un pezzo di territorio nel silenzio ne devastano altro, nonostante le lotte dei cittadini che in quel luogo vivono.
Poi si aspettano nuove elezioni politiche, che portano promesse più o meno uguali, ti riempiranno la cassetta della posta per chiederti il voto dandoti del tu come se fossimo vecchi amici (ma chi cazzo siete), qualcuno si sentirà sollevato, potrà delegare i problemi al “nuovo” politico di turno.
Non ho la soluzione in tasca né posso decidere per altri cosa sia giusto fare e cosa no, ma mi auguro che le urne siano sempre più vuote, mi auguro che questa nostra solidarietà cresca e alle lotte, no tav, no muos, no grandi navi ecc., se ne aggiunga una che le possa raggruppare tutte; mi auguro una rivolta che ridia vita a questa terra che sta morendo, mi auguro di veder spezzate le catene e vivere tutti in una cosciente sana e rispettosa Libertà.

“Al popolo che vuole emanciparsi non resta altra via che opporre forza alla forza” (Malatesta)

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Perché nessuno sia più schiavo, nessuno sia più padrone!!!

Ridicoli! A sentirli parlare sono tutti indignati per le riforme del lavoro, della pensione e della scuola. Gioca a loro favore la memoria corta degli italiani.
Hanno sguazzato felici in questi anni forti di deleghe in bianco che hanno permesso loro di siglare accordi sempre più al ribasso, raccontando frottole sul futuro dei figli e aiutati da una crisi da cui non si deve uscire, perché serve, questa crisi serve per rendere più vulnerabile il lavoratore.
I lavoratori accettano rassegnati il loro destino, qualcuno un po’ meno, quando la pancia comincia a brontolare sale la rabbia; allora ecco che ti accontentano, 3 ore di sciopero che viene rinviato, poi confermato, insomma bisogna aver espletato tutte le burocrazie previste mica puoi scioperare così a caso. Fanno di tutto per evitarlo lo sciopero, chissà perché.
Il perché lo vedi nelle istituzioni, dai comuni al parlamento, dalle regioni al governo, da cofferati a ichino da epifani a damiano, deleghe e sempre deleghe.
E mentre loro se la ridono i lavoratori non reagiscono, alcuni persino comprendono il “padrone” (poveretto).
Distrutti nel fisico e nella mente qualcuno comincia a sentirsi schiavo; ma quanto ancora dovrà subire per prendere coscenza e strappare quella delega?
Autogestione e Solidarietà tra lavoratori, disoccupati, studenti ecc., questo é quello che serve per riprenderci la lotta e la vita.
Uscire dal guscio che ci hanno costruito addosso per isolarci, romperlo per tendere la mano a chi si trova in difficoltà. La lotta di uno é la lotta di tutti.
Ripartire da noi, dai nostri bisogni, dalle nostre volontà, contro i soprusi dei capitalisti e dei loro lacchè, contro ogni politica sindacale autoritaria e servile.
Perché nessuno sia più schiavo, nessuno sia più padrone!!!

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Quei confini che ci segnano la vita.

Breve storiella…

Una mattina nella Valle Dorata, cosi è chiamata l’intera piana coltivata a grano, il sole, non ancora alto, scalda già la folta chioma dei due vecchi ed isolati ulivi.
La loro è una storia davvero singolare…
Come due fratelli sono cresciuti insieme, pochi centimetri separano i loro rami e le loro foglie.
La natura però, anni fa, giocò loro un bello scherzo perché, se pur uguali e cosi vicini, l’uno produce belle e corpose olive nere, l’altro gustosissime olive rosse.
Per questa loro singolare attitudine sono conosciuti in tutta la regione come: il Rosso ed il Nero.
Negli anni hanno sopportato torride estati e gelidi inverni, superato siccità e forti temporali, cosa più importante, hanno conservato per lungo tempo, forse proprio dietro la spessa corteccia, un misterioso segreto.
Solo una cosa, ahimè, li ha sempre divisi: un muro.
Quel confine, così marcato e artificiale, ha sempre contraddistinto le loro vite.
Rosso è sempre stato fortunato! Le sue foglie hanno visto giovani scambiarsi promesse d’amore e uccellini nascere in quei nidi che nel tempo ha ospitato.
A Nero, invece, la vita non ha mai sorriso.
Nel lontano ’43 alcuni militari tedeschi fucilarono ai suoi piedi dieci partigiani italiani, il sangue dei poveri ragazzi macchiò Nero in maniera indelebile.
Dieci anni dopo il forte arbusto dalle olive nere si ammalò. Tubercolosi dell’olivo, una grave malattia di origine batterica che indebolisce gravemente le piante.
Il tempo passava e Rosso guardava il vecchio amico peggiorare di giorno in giorno, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro, qualcosa però lo teneva irrazionalmente in vita e Rosso, in cuor suo, era fiducioso.
Senza nessuna cura, e senza una ragionevole spiegazione, il forte albero si riprese, pareva rinato, come se una forza esterna e dirompente lo avesse aiutato.
Passarono gli anni e finalmente il destino strizzò un occhio agli oramai centenari arbusti.
Un contadino, che aveva visto sempre di malo modo quell’ammasso di pietre, comprò entrambi i terreni dove, si racconta, anni addietro le due piante avevano messo radici. Finalmente era arrivato il momento di abbattere quel muro che per anni li aveva divisi.
Quello che agl’occhi dei presenti si mostrò fu sconcertante.
Infatti, senza le pietre e con la terra smossa, il contadino notò che le due piante, così vicine ma così diverse, avevano un’unica ed immensa radice che ne alimentata le foglie e nutriva i frutti.
Quel confine ne aveva segnato l’esistenza, ne aveva intaccato la scorza e marcato le differenze, ma non li aveva mai veramente divisi.
Un’unica radice, era quello il loro segreto, perché infondo anche tutti noi abbiamo un’unica radice, ma sono i confini che poi ci segnano la vita.Mondo

La palla è mia e decido io quando si smette di giocare

E’ inaccettabile recarsi ad una commissione comunale e sentire da un presidente di commissione pretendere i documenti dai cittadini presenti per poter assistere alla seduta.
E’ quanto è successo stamani alle 11 in commissione comunale alla quale il presidente Poletti pretendeva dagli ospiti presenti di esibire un documento di identità per la loro presenza ed un loro eventuale intervento alla fine.
Uno dei presenti ha fatto notare al signor Poletti che si trattava di un abuso ma si è detto favorevole – nel caso in cui vi fosse un regolamento che lo prevedesse – ad esibirlo senza alcun problema. Il presidente ha chiamato i vigili urbani, i quali si sono precipitati nella sala della commissione, specificando che un loro intervento potrebbe essere giustificato solo se sussistessero problemi di ordine pubblico. A quel punto il presidente non rassegnandosi all’idea afferma:“Non intendo più sopportare offese personali e sono pronto a sporgere querela contro chi mi offende. E’ per questo che voglio conoscere le generalità di chi viene in commissione” Così si giustifica il presidente il quale dopo aver appreso che non esiste una legge che lo prevede ha aggiunto”allora mi riservo di procedere con l’incontro” e la replica di un cittadino presente non si fa attendere e gli fa notare che il suo è il classico comportamento dei bambini dicendogli “la palla è mia e non si gioca più,porto via il pallone”.

Una consigliera si è poi recata dal signor Boldrini, il quale ha confermato che non esiste un regolamento dove si richiedano i documenti ai presenti. Tuttavia si ritiene inaccettabile questo ennesimo abuso di potere, proprio a pochi giorni dall’ultimo consiglio comunale, quando un assessore si permise di insultare i presenti paragonandoli a dei cani con un “andate a cuccia”.
Questo episodio non è altro che la conferma che – con i loro ripetuti abusi – vogliano scoraggiare la cittadinanza alla partecipazione alla vita politica in ogni modo, negandogli le sale libere e incutendo timore (anche con mezzi poco consoni e antidemocratici) andando contro la loro stessa “democrazia” sulla quale fondano la loro autorità, a dispetto della libertà alla partecipazione e alla costruzione di un’altro tipo di democrazia, quella vera.
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Sei bella e prosperosa? Allora lavori, diversamente crepa di fame

images15Una settimana fa uscendo dal supermercato mi sono trovato di fronte una ragazza di bella presenza che mi ammicca con un sorriso,contraccambio e rallento il passo cercando di capire cosa stesse pubblicizzando,mi fermo incuriosito dalla sua propaganda e non per la sua avvenenza, e vedo che pubblicizza dei materassi ad acqua e fin qui niente di male se non che nelle fotografie vi erano donne in lingerie sdraiate in varie posizioni. Credendomi interessato ha cominciato a parlare,l’ho interrotta dopo poco, solo perchè mi dispiaceva farle ripetere tutta la lezioncina che probabilmente le è stata insegnata a memoria non essendo minimamente interessato alla sua propaganda facendole notare di come il corpo femminile venga mercificato e sfruttato a fini propagandistici. Mi ha guardato meravigliata e mi ha detto che avevo ragione,ha usato da sola il termine sessista,quella pubblicità secondo lei avrebbe dovuto contenere entrambi i sessi. La conversazione è durata una ventina di minuti e non si è affatto curata dei passanti che entravano e uscivano e ha aperto una parentesi sui criteri di selezione delle ragazze su certe pubblicità,le quali devono rispondere a certi canoni di bellezza ed ha anche aggiunto che se era brutta non sarebbe stata a lavorare li. Eravamo quasi alla fine della conversazione quando passa un mio conoscente di vecchia data il quale mi dice:” o Alessà e sei sempre a provarci”,io tra me e me ho pensato:”figurati se doveva mancare il maschilista”,sembrerebbe una cosa fatta apposta,se ti fermi a parlare con una ragazza devi per forza provarci,lo so è una battuta ma guarda caso non centrava niente anche se non poteva certo sapere di cosa stessimo parlando. Ci siamo guardati in faccia io e la ragazza attoniti,lei aveva capito perfettamente che non avevo nessun tipo di interesse nei suoi confronti e si è dispiaciuta per lui per la sua esclamazione poco felice e ci siamo salutati. Sembrerebbe una storia qualunque, la “normalità” ma queste cose dovrebbero far pensare seriamente a cosa porta il capitalismo,se sei bella vieni sfruttata e lavori,se sei brutta neanche vieni considerata e muori di fame e la mente richiama ai campi di concentramento dove si diceva utile e non indispensabile. Regresso involutivo dei giorni nostri.

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Il giardino fiorito.

Continuare a chiedere al potere qualcosa, vuol dire legittimarlo, reclamare diritti vuol dire sottomettersi ai doveri, distogliere lo sguardo dalla profondita’ dell’abisso in cui stiamo precipitando non ci aiutera’ a frenare la caduta. Promuovere il concetto di delega e facendo sembrare plausibile una trattativa con il potere utilizzando lo stesso linguaggio, gli stessi organi d’informazione e la stessa parzialita’ di chi vorremmo vedere annientato, non ci portera’ da nessuna parte. Se crediamo davvero che questa societa’ si fonda sulla separazione dalla natura, che questo sistema necessita dello sperpero delle vite degli uomini e delle donne, degli altri animali e della terra, che questa piramide del dominio antropocentrista si basi sulla certezza che gli altri animali siano mere risorse da sfuttare, se pensiamo che tutto questo sia una follia che ci trascinera’ nel disastro, a noi in fondo cosa rimane, se non combattere ogni discriminazione e violenza perpetuata a danno di tutti gli esseri viventi, nessuno escluso. Davanti a un nemico di tale portata, non ha senso elemosinare clemenza o chiedere protezione, o ancora sperare in un suo cambiamento radicale. La lotta per la liberazione animale,umana e della terra deve iniziare innanzitutto da noi stessi, solo cosi’ si potranno scoprire gli inganni e le mistificazioni che questo sistema di dominio ci tiene celati. Davvero pensiamo che questo sistema che si basa sul saccheggio di ogni risorsa, puo’ diventare piu’ verde ? Che la politica che da sempre ci manipola e ci trascina nel baratro possa diventare piu’ umana ? Che il potere che da sempre controlla, rinchiude, elimina ogni forma di protesta di chi non si omologa scopra la tolleranza ? Se davvero vogliamo ribellarci contro ogni forma di dominio e sfruttamento, bisogna prima imparare a liberarci dalle catene mentali che ci imprigionano, obbligandoci a vivere una vita di privazioni. E’ inaccettabile pensare che se il nostro giardino e’ curato e in ordine, allora abbiamo conquistato la nostra emancipazione. Non c’e’ liberta’ individuale finche’ intorno a noi altri giardini sono saccheggiati e vilipesi. Cominciamo con il chiuderci alle spalle il nostro cancello e iniziamo a lavorare negli altri giardini, anche quelli piu’ lontani e difficili da raggiungere, solo in questo modo quando torneremo alla nostra realta’, al nostro piccolo angolo di verde ci accorgeremo stupiti che e’ stato mantenuto in ordine e fiorito da altri. Il mutuo appoggio e’ l’unica arma affilata e destabilizzante che il potere conosca, non e’ preparato a tale solidarieta’ e col tempo collassera’ su se stesso. L’unica vera rivoluzione dell’oggi e’ tranciare il cordone ombelicale che ci tiene legati al comando. Riappropriarci degli spazi sostenendo e incoraggiando una cultura di rispetto e amore tra noi oppressi di qualsiasi specie. Questo non significa abbandonare la lotta contro l’egemonia, anzi, in tal senso il mutuo appoggio libertario a larga scala sia nelle citta’ che nelle campagne offre l’unica ancora che ci salvera’ dal naufragio, permettendo agli esseri umani, agli animali e alla terra la salvaguardia che essi meritano….
Olmo Libertarioprimavera-nei-giardini-butchart

Canta il gallo.

Per vivere felici bisogna essere in armonia con la natura, per natura intendo tutto quello che mi circonda, piante, animali non umani, fiumi e sorgenti, montagne, creste e dirupi, erba,sassi e terra, il verde degli altipiani e il nero della notte. Allora io sono, per cosi’ dire in armonia con quella volonta’ delicata che mi abbraccia. Ogni aspetto della natura e’ poesia, dai colori del tramonto, quando i raggi del sole perdono intensita’ e sfumano di rosa le cime, alla notte quando in pace ascolti i primi suoni dei rapaci. Il barbagianni ha una melodia che non si puo’ descrivere, sembra sospeso tra due note che infinite solcano lo spazio sopra di te. La civetta e’ piu’ silenziosa, attenta,scruta i movimenti anche i piu’ impercettibili che fai, nonostante tu sia immobile. Un minimo rumore la mette in allarme, svelta tra gli alberi si allontana e lascia spazio all’allocco che piu’ temerario si posa nei dintorni. Il volo di questi meravigliosi abitanti della notte e’ pura grazia, leggiadria ed equilibrio. Spesso non si fa caso alla notte, e’ una dimensione che fa paura e gli animali lo sanno. Ecco perche’ i rapaci notturni sono fortunati, l’uomo ha timore della notte, non si addentra all’interno della foresta, ne e’ terrorizzato. I cinghiali approfittano della notte per poter uscire e mangiare, sanno che in quella dimensione non vengono braccati. Tutti gli animali sono consapevoli che l’essere umano ha timore dell’ignoto e quindi corrono,si spostano,vivono di notte. I caprioli percorrono le radure al buio e lo stesso fanno i daini. Si pensa erroneamente che si siedono nei prati ad aspettare l’alba, ma io li ho visti con la luna piena stagliarsi a mezza costa, e poi ridiscendere i piani inclinati a velocita’ mozzafiato. I lupi attraversano intere valli e i camosci superano i valichi. Poi arriva l’alba e finisce tutto, inizia il regno della morte, della conquista facile, della stupidita’. Chi e’ felice non deve aver timore della notte, e’ una condizione ottimale per conciliare il rispetto con la comprensione. La felicita’, la solidarieta’, l’amore sono parole vuote, senza significato, se non accompagnate dal rispetto per quello che ci circonda. Come puoi amare qualcuno o qualcuna se devasti il mondo attorno a te, se sradichi la delicatezza di coloro che ti fanno ombra, se fai della crudelta’ il tuo Modus vivendi. La mattina presto, prima che albeggi, l’erba e’ ancora nera, poi come d’incanto piano piano sfuma nel verde. Non puo’ esistere il nero dell’anarchia senza il verde della natura, sono fusi insieme. Nonostante noi, essi sono fusi insieme. Possiamo parlare una vita intera, ma la natura non ha i nostri tempi e non sa cosa diciamo, lei colora e basta. Arrivera’ il tempo in cui ognuno di noi, si siedera’ e imparera’ l’unica cosa che nessun essere umano puo’ insegnarci, perche’ nasce dentro di noi…..la consapevolezza. La liberta’ e’ come un lampo, cessa immediatamente nel momento in cui viene stroncata in coloro che non ti hanno mai fatto del male.
Chicchiricchi canta il gallo, lui lo sa il perche’, noi ancora no.

Olmo Libertario
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L’ europa condanna l’italia ma le fornisce i bastoni.

E’ notizia fresca di ieri quella riportata da tutte le testate giornalistiche dalle quali si evince che la corte europea di Strasburgo condanna lo stato italiano per i fatti del G8 di Genova del 2001 ma la violenza delle forze dell’ordine non si è certo placata a distanza di 3 lustri,anzi,la repressione è in continuo aumento,i diretti responsabili Gratteri e De Gennaro sono stati addirittura promossi ad altre cariche. Riteniamo una farsa la condanna,una condanna che arriva sulla carta ma di fatto poi la stessa corte europea ammette che si brandisca il bastone contro chi manifesta per rivendicare un posto da schiavo per portare a casa un tozzo di pane,quella stessa corte europea che ammette l’esistenza di un corpo di polizia chiamata Eurogendorf la quale a sua discrezione può arrogarsi il diritto di prelevare chiunque senza addurre alcuna spiegazione e poter sparare sugli inermi come esattamente faceva un tempo la Gestapo. In realtà tutto ciò fa parte di un programma europeo studiato a tavolino dove da una parte ci si indigna per certi fatti e dall’altra si chiede più sicurezza e maggior repressione. Ma vediamo nel dettaglio cos’è un “uomo” dello strato,uno sbirro.
Per principio non esistono sbirri buoni. E poi cosa vuol dire ‘buoni’? Se si intende dall’animo umano, allora a maggior ragione dico che non esistono sbirri buoni. Vedete, in questo sistema di merda esiste una quantità abnorme di lavori di merda, intendo lavori immorali come il sistema, che servono al sistema. Bob Black ne ha contati il 95% del totale. Ora, fra tutti i lavori visibilmente immorali, cioè disumani, lo sbirro è al primo posto, per principio. A poco serve avere parenti sbirri per difendere un qualcuno in divisa, lo sbirro è sbirro. A poco serve vedere uno sbirro con una rosa in mano per giudicarlo umano. Chi sceglie di fare lo sbirro non ha fatto quella scelta per donare fiori. Si tratta di una mansione, e tra tutte le mansioni immorali, quella dello sbirro lega a sé la personalità dell’individuo più delle altre, cioè la persona si identifica totalmente in quella mansione immorale. Non a caso gli sbirri dicono di esserlo con orgoglio anche oltre le ore di servizio. Insomma, se un operaio che fabbrica bombe svolge una mansione immorale giusto in quelle ore di lavoro, e magari a casa si pente, uno sbirro è sbirro sempre, lo dice persino a voce alta. Ma allora dobbiamo forse accusare lo sbirro di massima immoralità? No, c’è di peggio. Ci sono le persone sbirre dentro che sono molto più immorali degli sbirri in divisa. E queste persone rappresentano quegli agglomerati di inetti che difendono il sistema, lo legittimano, lo perpetuano. Se io non perdono uno sbirro in divisa, figuriamoci quei molti che la divisa ce l’hanno nella testa. Quelli sono i veri responsabili di questa situazione, sono quelli che dicono ‘esistono sbirri buoni’ oppure che ‘lo stato è necessario’ o che ‘ci vuole un governo’. Neri, rossi, blu, bianchi, multicolore, non importa, è sempre tutto fascismo inside, culturale.stato polizia

G8 2001 L’italia condannata a Strasburgo dalla corte europea.

Quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane nell’irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 «deve essere qualificato come tortura». A stabilirlo è la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per le violenze inferte su uno dei manifestanti, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.

La notizia che l’italia è stata condannata dalla corte di Strasburgo per i fattacci e le sevizie del G8 del 2001 di Genova sembrerebbe far gioire ma solo per un attimo,in realtà adesso cosa succederà? La risposta è scontata,un bel nulla,non arresteranno sicuramente l’italia,è una notizia che può placare solo la parte perbenista italiota,quella stessa parte di persone che è poi quella che chiede maggior repressione e sicurezza. Resterà tutto come prima,nei cortei le forze dell’ordine continueranno a massacrare i manifestanti che scendono in piazza per rivendicare un piatto di minestra con la solita violenza e pensare che gli unici a poter arrestare veramente l’italia e quest’orda di violenza repressiva siamo noi,soltanto noi cominciando a scioperare ad oltranza. Ma cosa lo dico a fare.

Riflessione person(ALE)

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A Carrara nessun responsabile a L’Aquila il fatto non sussiste.

Ricorrono 6 anni oggi dal terremoto dell’Aquila dove ci sono ancora ben 13.000 persone sfollate per una situazione di disagio che avrebbe dovuto essere momentanea ma sono stati abbandonati sia dalle amministrazioni locali che dalle amministrazioni “dei piani superiori”,le quali, come succede quasi sempre in questi casi ne escono pulite con un:” Il fatto non sussiste” Ieri sera per opporsi a questa vergogna 10000 persone hanno voluto ricordare le 329 vittime della tragedia e opponendosi alla sentenza. A distanza di 5 mesi dall’alluvione di Carrara del 5 novembre 2014 ci sentiamo in dovere di fare un parallelismo tra i 2 avvenimenti,in quanto l’amministrazione comunale e il sindaco Zubbani hanno dichiarato che:”non si ritengono responsabili. Incuria,devastazione selvaggia e cementificazione pare siano passati inosservati anche agli occhi di chi avrebbe dovuto prendere immediati provvedimenti nei confronti dei governanti della città di Carrara,i quali tuttora siedono sui loro scranni. Riteniamo inaccettabile che un’intera popolazione debba vivere nel terrore e sotto la costante minaccia di un’altra eventuale alluvione poichè niente è stato fatto per la messa in sicurezza del territorio. Siamo vicini alla popolazione abruzzese sebbene la situazione sia ben più grave rispetto a quella carrarese essendoci state 329 vittime,ma cosa succederà in futuro se il territorio non verrà messo in sicurezza? Confidiamo al più presto che le 13.000 persone possano tornare nelle loro case e poter finalmente vivere dignitosamente e ci auspichiamo al contempo che avvenga la stessa cosa per tutte le persone colpite dall’alluvione di Marina di Carrara abbandonate a loro stesse dalle istituzioni.Morire per effetto dell’esondazione di un torrente è equiparabile al morire per un cedimento strutturale dovuto ad un terremoto e chiudere gli occhi di fronte a questi scempi pone due domande: ” o si è incompetenti o si è collusi”,ma spesso,entrambe le cose.terremoto-laquila-vert

IL PRINCIPIO DELLA RANA BOLLITA

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Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana.

Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare.

La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa.

L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.

Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Questa esperienza mostra che – quando un cambiamento si effettua in maniera sufficientemente lenta – sfugge alla coscienza e non suscita – per la maggior parte del tempo – nessuna reazione, nessuna opposizione, nessuna rivolta.

Se guardiamo ciò che succede nella nostra società da alcuni decenni, ci accorgiamo che stiamo subendo una lenta deriva alla quale ci abituiamo. Un sacco di cose, che ci avrebbero fatto orrore 20, 30 o 40 anni fa, a poco a poco sono diventate banali, edulcorate e – oggi – ci disturbano solo leggermente o lasciano decisamente indifferenti la gran parte delle persone. In nome del progresso e della scienza, i peggiori attentati alle libertà individuali, alla dignità della persona, all’integrità della natura, alla bellezza ed alla felicità di vivere, si effettuano lentamente ed inesorabilmente con la complicità costante delle vittime, ignoranti o sprovvedute.

I foschi presagi annunciati per il futuro, anziché suscitare delle reazioni e delle misure preventive, non fanno altro che preparare psicologicamente il popolo ad accettare le condizioni di vita decadenti, perfino drammatiche.

Il permanente ingozzamento di informazioni da parte dei media satura i cervelli che non riescono più a discernere, a pensare con la loro testa.

Allora se non siete come la rana, già mezzo bolliti, date il colpo di zampa salutare, prima che sia troppo tardi!

( Noam Chomsky)

Dei settari e delle protagoniste. Le lotte e i percorsi di liberazione.

Ai giorni nostri la critica sociale non gode di buona salute e sono scomparsi i grandi movimenti, ma non le ragioni che le aveva partorite. Si può dire che le manchi una diffusione? Si potrebbe affermare che soffra di sovraesposizione: è diventata un luogo comune, che si crede di sapere a memoria, se conosciuta su libri e riviste. Le tensioni libertarie, sempre presenti nella società, hanno trovato conferme in questi anni. La ripresa delle lotte per la soddisfazione di esigenze primarie sempre più negate da questo sistema, sta vedendo l’incrociarsi dei destini delle nuove generazione con le altre che le hanno precedute. Lo studente di oggi sarà, con buona probabilità il precario di domani, assieme a quello di oggi. I loro destini sono uguali a quelli di operai, impiegati, ecc, un tempo garantiti, sacrificati sull’altare della delocalizzazione delle imprese, destino ancor più complicato per il migrante.

Lo sviluppo delle lotte a margine della condizione salariata (contro le nocività, la psichiatria, le prigioni etc.) derivavano la propria forza dal fatto di avere la lotta di classe come substrato immediato: l’amianto, il manicomio e la galera dovrebbero essere percepite come armi del padrone. Ciò ha un doppio significato: da una parte il movimento proletario, o almeno una parte di esso, era divenuto un centro d’attrazione anche per coloro che erano esclusi dal salariato (dagli studenti fino ai carcerati), dall’altro questa minoranza era portatrice di una critica totale del sistema. Oggi la lotta di classe ha diminuito d’intensità, fino quasi a scomparire, come in un periodo di controrivoluzione, e queste lotte, tendono ad avvolgersi su se stesse. Senza una ripresa della lotta di classe è impossibile che esse, laddove esistano realmente (come da anni in Val di Susa contro il TAV, per esempio), riescano a dinamizzare il contesto generale, a “sbloccare” la situazione.

Se isoliamo il valore costitutivo dell’azione condivisa, distruggiamo l’essenziale per produrre un superfluo immaginifico. L’anarchismo non può che ripetere, e rimettere in gioco in ogni lotta, la sua stessa e semplice conclusione totale, perché questa prima conclusione è fin dall’origine identificata al risultato totale del movimento, pena l’aver relegato alla marginalità una storia e una tradizione, a un idea astratta. guerra stato e capitale

L’abbandonarsi alla deriva settaria ed autoreferenziale, è il pesante lascito della stagione degli anni 70, della frammentazione parossistica, della lotta aspra fra le diverse fazioni, coscientemente o meno strumentalizzata ai diversi fini. L’autoreferenzialità non porta a niente, o a fare iniziative tanto per farle, solo “opera di testimonianza”, invece di stare nella realtà concreta, nella realtà sociale, vicino alle persone che vivono un territorio, chi fa “un serio” lavoro militante lo sa. È imprescindibile stare fra la gente nostra, poiché la risultante delle forze del cambiamento si compone delle diverse esperienze, dei vari percorsi di libertà.

Rifarsi alle proprie radici è importante, ma ha ben pensare è meglio considerare la propria storia, come un fiume, con diversi affluenti, più che un albero, inamovibile e sferzato dal vento. Fissare dei paletti, dei punti fermi quali l’antifascismo, l’antisessismo, l’antirazzismo non deve diventare un codice esclusivo che non consente di dialogare coi più, le cui coscienze sono piegate dal sistema d’indottrinamento scolastico, universitario o main stream.

Le nuove generazioni che si affacciano alla politiche per l’emancipazione dell’umanità, potrebbero imparare dagli errori del passato, senza cadere in un afflato volontaristico, psicologico, che potrebbe risultare pericoloso per se stessi e per gli/le altr*. Quando la volontà diventa il valore supremo, allora il delirio è dietro l’angolo. Non a caso nei territori battuti dai “cani sciolti” si trova spesso più fantasia e sperimentazione. L ‘indifferenza verso altre pratiche è non cogliere le differenze, ma se c’è qualcuno che fa cogliere le differenze, che le fa vivere, magari le conquista a quell’afflato universale che viveva nella Comune di Parigi, a Kronstad, nelle ramblas di Barcellona, e che vive in Chiapas e in qualche minoranza agente in Grecia.

partenzaLa vicinanza e prossimità nella dignità dei rapporti, in un tempo odierno davvero pericoloso in cui l’erosione dei diritti si coniuga con una fragilità delle risposte e degli anticorpi della società tutta, non solo quella classista, sono una garanzia.

Un punto fermo dovrebbe essere avere un pensiero, un azione ed una pratica sincretica. Il carattere inclusivo nelle pratiche, stare dentro le situazioni, portare il punto di vista proprio, magari frutto di analisi, di pensiero e non solo di percezioni o stati emotivi momentanei. Se il non congiungimento immediato con una coscienza di fondo, richiama la continua giustificazione: “noi siamo gli unici che…”, “noi siamo diversi dagli altri…” etc.; per l’altro, se collocata dall’esterno, la coscienza non possiede una trasmissibilità al fine di essere “inoculata”. Vale per tutti i vani tentativi di veicolare una coscienza, vale per la cosiddetta controinformazione. Si comunica realmente sempre e solo riguardo a ciò che si ha in comune. Al di fuori di una condizione comune effettivamente vissuta, di una comunità di lotta già esistente, la diffusione di un’informazione qualsivoglia (“esiste questa lotta in quel tal posto”, “hanno arrestato tizio per…etc.) è del tutto inutile: non sarà nient’altro che un dato in più nel flusso inarrestabile e superfluo che ci inonda quotidianamente.

La teoria e la pratica anarchica, per come essa oggi si manifesta, vede i limiti delle lotte come limiti esterni, imposti. Da qui, ad esempio, la pratica di “spingere” durante le manifestazioni degli altri: di “liberare” qualcosa che c’è ma è bloccato (dalle burocrazie di movimento, ai cosiddetti “pompieri” etc). In realtà questi limiti sono del tutto interni, sono un prodotto delle lotte stesse. E allora chiunque intende praticare un intervento per liberare dai propri limiti le lotte attuali non può che riprodurre tali limiti al contrario: “interrompere la normalità”, “creare momenti di rottura” Si parla di un rapporto sociale diverso da quello capitalistico che si manifesta istantaneamente in tali momenti. Dunque lotta all’interno di un rapporto sociale contraddittorio e rapporti sociali differenti che si fronteggiano faccia a faccia. Se il nuovo rapporto sociale è già presente nello stile di vita individuale (dall’alimentazione alle preferenze musicali) come nel momento collettivo (la famosa e poco vissuta “maniera diversa di stare insieme”), basterà semplicemente che esso si estenda. Oggi invece la benevolenza e la generosità, di tanti militanti è frustrata da improbabili cappelli politici. DAF in Kobane 2

Persone, gente nostra che sente sulla propria pelle le contraddizioni, che matura le riflessioni e scelte. Di rompere col sistema, nell’agire efficacemente al di fuori e dentro di esso, entrando direttamente nella vita sociale. Dentro e contro la storia. Dai picchetti antisfratto o davanti ai cancelli delle fabbriche, ai cortei studenteschi, dalle occupazioni di scuole ed università, ai presidi permanenti delle discariche, centrali a bio masse, rigassificatori, ecc; dai CIE (per fortuna demoliti dai migranti stessi), all’attivismo coraggioso e determinato NO TAV e NO MUOS, insieme alla creazione di vie alternative di lotta: sportelli di ascolto e aiuto, lavoro e documenti ai migranti, percorsi sulla sessualità, creazioni di orti urbani, mercatini vari, nascita di comuni agricole, filiere per la produzione e trasformazione di beni primari, quali grano, olio, vino e birra, da gustare ascoltando un recital di poesie, o l’ultimo pezzo hip hop, o ballando una taranta.

black_Il contrastare efficacemente le politiche padronali, i dettami della troika, le falsità dei partiti, implica percorsi ed incontri nuovi, avvolte inediti, nel territorio, facendo a pezzi steccati e orticelli polico-ideologici di un tempo. Ingenuità? Non credo. Certo non voglio qui negare, che permangono e sono a volte forti le differenze politiche e di metodo. La storia dei movimenti ha le sue differenti letture. Gli approcci, non si possono dare per scontati, nelle varie situazioni, sia geografiche che di settore. Passi avanti sono stati fatti lì dove ogni componente ha trovato spazio per la propria identità, dando forza all’innovazione sociale del movimento tutto. Ma ciò che è ancora più importante, circa l’azione diretta che si è data, è che essa costituisce un decisivo passo avanti verso la riconquista di quel potere individuale sulla vita sociale che le burocrazie centralizzate e soffocanti hanno usurpato alla nostra gente. Attraverso l’azione diretta, non solo riacquistiamo la sensazione di poter controllare il corso degli eventi sociali, ma acquistiamo ancora una nuova individualità e una nuova personalità, senza le quali è assolutamente impossibile realizzare una società veramente libera, fondata sull’attività individuale e sull’autogestione. L’io di ciascuno individuo come essere umano, creativo e capace con sue proprie sensibilità e carattere. Le società classiste o di massa, trovavano e hanno la base nella gerarchia, nell’obbedienza e nella dominazione, nell’essere spettatori omogenei, nell’uniformarsi alle avanguardie, nella fiducia nei guru o leader di turno, siano essi Obama, Berlusca, Renzi o Grillo.

gas1“Una società veramente libera, non reprime l’individualità, ma piuttosto l’incoraggia e la favorisce, la libera e rende attuale, poiché crede nella capacità dell’uomo, di tutti gli esseri umani, a gestire la società, e non solo a eleggere, e propri esperti o sedicenti geni. Il principio dell’azione diretta non è altro che l’allargamento del concetto di assemblea della città libera. E’ il mezzo attraverso il quale ogni individuo riscopre le energie nascoste in sé e riacquista un senso di fiducia nelle proprie capacità e conoscenze. È il mezzo attraverso il quale gli individui possono assumere direttamente il controllo della società…..è un principio morale, un ideale, una sensibilità che dovrebbe comprendere e interessare tutti gli aspetti della nostra vita, del nostro comportamento, di ogni prospettiva” (M. Bookchin)

images AL’incontro delle pratiche, nelle piazze, nelle strade, nei campeggi di resistenza in difesa del territorio, il contaminarsi attraverso l’ascolto e il fare assieme, arricchisce quel bagaglio, di conoscenze che ognuno si porta dietro, magari nella propria realtà, contribuendo a modificarne la coscienza e le prospettive nel cambio culturale e materiale, del proprio quartiere, CSOA, facoltà, ecc. L’impegno a recuperare e inventarsi la nostra identità, svilupparla, nel migliore modo possibile, è il modo più bello, profondo e soddisfacente di viversi questa vita negli anni a venire

Orestes

Da:Anarcalabraimage3344

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