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Palestina, esistere non basta più. I media raccontano solo violenza, mai disobbedienza e disperazione

sakhninNell’ultimo mese la tensione in Palestina e in Israele è cresciuta fino ad esplodere in scontri, omicidi, esecuzioni sommarie da parte dell’esercito e fitte sassaiole. Le immagini sono arrivate nelle nostre case dai telegiornali, con giornalisti che, con funambolica abilità, con la solita litania ci dicono che gli israeliani si difendono dai terroristi. Ormai si aggiornano solo i numeri.

E’ diventato questo il conflitto israelo-palestinese per i media? Ebbene sì un susseguirsi di numeri aggiornati in tempo reale. Le scene da film di Tarantino in cui feriti palestinesi, bambini o adulti che siano, vengono ammazzati, o come dice la sicurezza israeliana “neutralizzati”, non vengono trasmesse dai media internazionali.

Così come non lo sono le immagini del bambino ferito da un colono che senza pietà gli grida “figlio di puttana” e chiede ai poliziotti, che calciano il ferito, di finirlo. Le televisioni internazionali non hanno passato il video in cui con disprezzo un colono israeliano ha sbattuto sul viso di un ragazzino palestinese ferito che veniva trasportato su una barella delle fette di carne di maiale, gridando “sappiamo quanto a voi musulmani piace il maiale.” Le immagini di questi attacchi brutali si trovano su Facebook e Twitter, ad uso di coloro che la causa palestinese la seguono da anni e sanno già molto bene quale sia la situazione.

Il linguaggio usato dai media, che non pronunciano mai la parola occupazione e riportano cifre e fatti senza contesto, contribuisce nuovamente ad isolare i palestinesi, a beneficio di Israele. Un’altra porta in faccia a persone che da generazioni hanno fatto della resistenza, del restare attaccati alla propria terra ad ogni costo una ragione di vita.

“Esistere è resistere”, si legge sul Muro che Israele ha costruito oltre la Linea Verde per prendersi terre e risorse idriche palestinesi. Ma oggi i giovani palestinesi pensano che forse anche esistere non sia più sufficiente perché la loro è diventata una realtà che è al di sotto della sopravvivenza. Soffocati dall’oppressione del regime militare di occupazione che controlla le loro vite fin dalla nascita, dal numero sempre crescente di coloni, oggi oltre 600,000 di cui circa 300,000 solo a Gerusalemme Est, i giovani palestinesi hanno rotto le fila dell’immobilismo imposto dalla politica di contenimento dell’asservita autorità palestinese.

Con i leader politici di un certo calibro dietro le sbarre delle carceri israeliane e i burocrati neoliberisti dell’Autorità Palestinese al potere impegnati a far quadrare i conti per ingraziarsi i generosi donatori stranieri, occidentali o arabi che siano, i giovani palestinesi non hanno trovato che se’ stessi come ultima ed unica “arma” per contrastare l’occupazione. E non si può dire che non abbiano provato a farlo con mezzi pacifici.

Forse in pochi ricordano quando nel 2011 tentarono azioni di disobbedienza civile salendo sugli autobus riservati agli israeliani che attraversano la Cisgiordania con destinazione Gerusalemme e furono brutalmente picchiati e arrestati. Non fa notizia il fotografo palestinese che, nonostante abbia avuto entrambe le gambe amputate a seguito di operazioni militari, continua a chiedere giustizia pubblicando le foto di Gaza in macerie. Non hanno fatto notizia i ragazzi e le ragazze vestiti come i personaggi di avatar per protestare contro il muro che a Bil’in gli porta via le terre che le loro famiglie hanno coltivato da generazioni, che gli porta via il futuro.

Stanchi anche dell’indifferenza della politica internazionale, che ha ridicolizzato i timidi tentativi dei burocrati palestinesi di far uso dei meccanismi di giustizia internazionale, i giovani palestinesi non possono fare altro che prendere in mano il proprio futuro; è la loro unica possibilità di sopravvivenza. Non gli resta altro che danzare la debke mentre lanciano un sasso contro una jeep dell’esercito israeliano o andare verso morte certa colpendo con un coltello chi è partecipe, più o meno consapevole, di un sistema coloniale che da decenni li umilia e li opprime.

Sarebbe miope pensare che quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sia la reazione alle restrizioni che Israele ha imposto un mese fa all’accesso alla moschea di Al Aqsa o che da parte israeliana la furia sia stata scatenata dall’attacco in cui hanno perso la vita due coloni israeliani nei pressi di Nablus.

Le violenze e le manifestazioni di questi giorni sono la cartina tornasole del fallimento degli accordi di Oslo, della pace economica di Saeb Erekat, della soluzione a due stati. Da parte palestinese è tragicamente sfociato in impotenza l’ottimismo di coloro che, non avendo capito che i lunghi documenti degli Accordi di Oslo altro non erano che una trappola per sottrarre ai palestinesi il controllo delle proprie terre, risorse e del proprio destino, vent’anni dopo, si sono solo trovati inermi e indebitati con le banche.

In questo clima di frustrazione, di slogan politici e nazionalisti che non erano altro che parole portate via dal vento, sono cresciuti i ragazzi e le ragazze che, con l’incoscienza e spudoratezza della loro età, oggi affrontano a volto coperto e con le mani piene di pietre un nemico crudele e inesorabile. Anche i bambini, cresciuti nei campi profughi o in una Gerusalemme est intrisa di tensione e paura, che hanno visto i propri parenti e i compagni di scuola picchiati e arrestati dalle forze di sicurezza israeliane, si sentono grandi e prendono parte ad un gioco al massacro più grande di loro.

Chi dovrebbe proteggerli ancora sembra non aver capito che le regole del gioco sono cambiate e che uccidere a sangue freddo un bambino palestinese per Israele è ordinaria amministrazione. A Gaza durante l’attacco dell’estate 2014, Israele ha ucciso oltre 550 bambini e non ha mostrato rimorsi, tanto meno la comunità internazionale ha alzato la voce per far capire che certe morti innocenti non possono essere tollerate, al contrario i dati di quest’anno indicano trend positivi nel settore industriale bellico israeliano.

Gli israeliani, scampato ogni pericolo che il sogno palestinese di oslo potesse diventare realtà, stanno dando libero sfogo alla fobia dell’arabo e alla voglia di vendetta generati dalla propaganda del terrore e dalla disumanizzazione ideologica dei palestinesi che pervade il sistema dell’istruzione, l’esercito e i media israeliani e internazionali.

La disumanizzazione dei palestinesi agli occhi degli israeliani è ulteriormente rafforzata dalla separazione fisica che i due gruppi hanno subito a causa delle politiche adottate da Israele e culminate con la costruzione del Muro e la chiusura di Gaza. In una società profondamente militarizzata è facile instillare disprezzo e senso di superiorità verso coloro tenuti sotto il giogo militare e coloniale. I continui attacchi dei coloni contro i palestinesi, le migliaia di ulivi sradicati, le case palestinesi bruciate e la morte di famiglie innocenti sono testimonianza di questi sentimenti.

Negli ultimi giorni questa violenza è sfociata in follia e caccia all’arabo, per cui il minimo sospetto legittima agli occhi dell’israeliano e dell’occidentale medio esecuzioni sommarie come quella avvenuta nella stazione degli autobus di Afula. La gravità della situazione è confermata dall’impunità con cui tutto questo avviene, ad ulteriore conferma del fatto che le autorità israeliane sono non solo complici ma istigatrici di questa violenza.

Gestire il livello di violenza a seconda delle necessità politiche è una delle tattiche con cui Israele si destreggia abilmente per assicurarsi la coesione interna e l’appoggio incondizionato delle potenze occidentali unite nella lotta al terrorismo. Fino a che il conflitto israelo-palestinese sarà confinato nella retorica del terrorismo il ciclo di violenza non si arresterà.

Fino a che non si condannerà l’occupazione israeliana in maniera categorica chiedendone la fine incondizionata, i ragazzi palestinesi continueranno a morire ammazzati senza che nessun rappresentanza politica rivendichi queste giovani vite. I ragazzi e le ragazze palestinesi che in questi giorni hanno accettato di sfidare la morte anche semplicemente uscendo da casa o da scuola, l’hanno fatto con la triste consapevolezza di non avere nessun esercito che si mobiliterà in loro difesa e che nessuna sentenza punirà mai i colpevoli della loro morte.

E’ difficile prevedere quali potranno essere gli sviluppi di una situazione in cui i responsabili politici, da un parte gli israeliani per un piano preordinato e dall’altra la leadership palestinese per debolezza politica e interesse, hanno rispettivamente voluto e lasciato che il conflitto sfociasse nella violenza privata. Il sindaco di Gerusalemme che esorta i propri cittadini ad armarsi e le misure punitive adottate dal Governo israeliano di chiudere alcuni quartieri di Gerusalemme Est e di non restituire i corpi dei palestinesi coinvolti in attacchi contro israeliani sono benzina sul fuoco, ed indicano che Israele intende far affogare la causa palestinese nel sangue.

Il rappresentante diplomatico palestinese alle Nazioni Unite ieri ha affermato che i Palestinesi necessitano della protezione delle forze delle Nazioni Unite, forse dimenticandosi che tale forza può essere autorizzata solo dal Consiglio di Sicurezza, l’organo delle Nazioni Unite che da sempre è stato ostile verso l’adozione di misure efficaci contro le violazioni israeliane a causa del diritto di veto dell’alleato chiave di Israele: gli Stati Uniti.

Forse avrebbe dovuto prendere nota del comunicato con cui l’amministrazione americana condannava gli attacchi contro gli israeliani senza far alcun riferimento ai morti palestinesi, che in meno di due settimane sono arrivati ad oltre 30. Il resto della comunità internazionale, impegnata in manovre bellico-diplomatiche sull’ingestibile fronte siriano, si è limitata a poche frasi di routine senza mordente.

Il presidente palestinese Abu Mazen ha dimostrato di aver perso completamente il polso della situazione e ha ribadito il proprio impegno per la pace e chiesto la fine dell’occupazione. Impegnarsi per la fine dell’occupazione con ogni mezzo e senza concessioni, per avere libertà, giustizia e rispetto per i propri diritti per arrivare a parlare di pace, è invece quello che oggi chiedono i giovani palestinesi, in Palestina e in Israele.

Ora più che mai sentono che il tempo è loro nemico e che l’occupazione li sta strangolando. E si sa, chi si sente afferrato alla gola non può che reagire scalciando violentemente per liberarsi dalla presa e non soccombere per la mancanza di ossigeno.

Se questa sia una terza intifada o meno poco importa, non è importante darle un nome, è importante capirne il messaggio: la politica a tutti i livelli e per ragioni diverse ha fallito, ha lasciato le persone indifese e gli individui devono far cambiare la politica.

Questo messaggio sembra essere arrivato anche ai palestinesi cittadini d’Israele e agli arabi israeliani che hanno indetto uno sciopero generale e in circa 200,000 hanno dimostrato a Sakhnin, nel nord di Israele, in solidarietà con i palestinesi sotto occupazione. A questa specifica manifestazione avrebbero dovuto aggiungersi gli ebrei israeliani, in quanto vittime della manipolazione e delle politiche coloniali israeliane.

Dovremmo tutti riempire le strade delle capitali europee, di New York, di Pechino, fare come a Santiago del Cile, avere il coraggio di esigere dai nostri politici di smetterla con l’ipocrisia di considerare le parti del conflitto israelo-palestinese come duellanti ad armi pari e di riconoscere che Israele detiene le chiavi per la soluzione di questo conflitto, che non è né religioso né lotta al terrorismo, ma un regime coloniale e razzista camuffato da occupazione militare. Riprendiamoci anche noi, come stanno facendo i giovani palestinesi il potere nelle nostre mani e facciamo sentire la nostra voce di dissenso nei confronti dei nostri stati per la loro connivenza con i crimini commessi da Israele.

Dobbiamo far in modo che la comunità internazionale sia costretta a mandare un segnale forte, assordante, che faccia sentire Israele a disagio con il resto degli alleati di sempre. Non è questo che si fa anche con un amico quando, dopo ripetute rimostranze, continua dritto per la sua strada? Ad un certo punto lo si allontana per incoraggiarlo a riflettere e cambiare atteggiamento.

E allora abbiamo il dovere di chiedere che i nostri stati cessino di fornire armi ad Israele, di puntare il dito ogni volta che la nostra politica estera filo-israeliana contribuisce a rafforzare l’occupazione, di rifiutarci di vedere nei nostri supermercati prodotti delle colonie israeliane in Palestina. Se alzassimo la testa e facessimo sentire la nostra voce e il nostro appoggio aiuteremmo questi giovani palestinesi a non dubitare che “Esistere è Resistere”, insieme.

La terza intifada, per quelli che vogliono chiamarla in questo modo, è una lotta a mani nude per la libertà e contro l’oppressione, che dovrebbe andare oltre i confini della Palestina, per dare a tutti noi di nuovo il coraggio di prendere in mano una pietra per scagliarla contro il muro d’indifferenza dei nostri politici, per far valere i nostri diritti.”

di Grazia Careccia

Fonte: QCode Magazine

BELLIZZI (SA) STANNO UCCIDENDO UN SOGNO:

Mi sento un fantasma mentre guardo, con rabbia e paura, l’acqua invadere ancora una volta il mio laboratorio, spaventoso!
Questa terra, questa casa, questa piccola azienda rappresentano il sogno di tutta la mia vita, dei miei cari e dei nostri collaboratori, realizzate con mutui e grandi sacrifici.
E’ la terza volta che succede nonostante le mille precauzioni che abbiamo preso e ci rendiamo sempre più conto che non e’ l’acqua a uccidere i nostri sogni, non è stata la calamità naturale o il fato, ma l’incuria e l’arroganza degli speculatori e dei politici ciechi che preferiscono guadagni immediati al rispetto e al benessere del territorio e dei cittadini. Non è stata l’acqua ad uccidere i sogni di tante persone, ma l’arroganza e l’egoismo degli uomini che ci governano e che continuano a trattare la natura e gli uomini stessi come oggetti creati per soddisfare la propria sete di ricchezza e di potere.
Noi piccoli artigiani che rappresentiamo il 90% degli introiti fiscali nazionali siamo la carne viva dove potere attingere sempre, fino a l’esasperazione, fino a farti compiere gesti estremi. In cambio di cosa, se i servizi, anche quelli più elementari, sono a zero?! Nemmeno come in questi casi tragici senti la presenza dello stato. Lasciati sempre soli, nella disperazione più totale.
Le alluvioni non si ripetono più a distanza di 20 o 30 anni ma di 15 giorni, un mese, e questo è davvero spaventoso.
Se non sarà fatta una politica seria, sarà molto difficile aver voglia di continuare a lavorare, a vivere e a sognare nelle zone come le nostre… La domanda non è quanto valga l’esistenza umana, ma quale sia il suo prezzo.
Naturalmente, caro Stato o governanti vi aspetto per il pagamento delle tasse, per quelle siete sempre puntuali con i vostri modi da strozzino, (NON SIETE CONGRUI). Mercificate la vita dei cittadini fino a farla “scadere” per poi “vuotarla” e “renderla”. State ammazzando la piccola impresa e questo e’ un vero e proprio omicidio di Stato, con tanto di mandanti ed esecutori !!

Giancarlo Caracciolo
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VENEZIA- Piovono fogli di via per molti attivisti

Come sgombrare uno spazio occupato in una città particolare come Venezia?
Ma ovvio allontanando gli occupanti con i fogli di via ……
Ecco che la solidarietà alla lotta dei detenuti del carcere di Santa Maria Maggiore diventa “un pericolo per la sicurezza pubblica”
SIAMO ARRIVATI A 13 FOGLI DI VIA, alcuni già definitivi e per periodi di 3 anni.
Venezia sta crollando, è stata violentata dal mose, viene continuamente stuprata dalle grandi navi, dalla corruzione di imprenditori e politici intenti a mangiarsi la torta, viene violata continuamente e ogni giorno ma il pericolo è altro …………….. pericoloso è chi non china la testa alla politica
I fogli di via stanno ormai dilagando in tutto lo stivale …….. serve una risposta alla repressione perché:
“”Il foglio di via non è altro che un confine, l’ennesimo e più labile di altri, tra una presenza non giustificata e un mondo sempre più assente da se stesso, popolato di estranei.
Il momento attuale ce lo insegna chiaramente: ogni qual volta si incontra un confine si può trovare la forza necessaria per abbatterlo, svelandolo in tutta la sua fragilità di carta e cemento.
Ne resterà solo il fragore del suo schianto.””

“Oggi un altro avvio di procedimento per foglio di via è stato notificato a un compagno non residente a Venezia. Fin’ora sono otto i provvedimenti di allontanamento dal Comune notificati per i fatti relativi al 29 e al 30 luglio scorso (5 effettivi e 3 in avvio).
Appare ormai chiara la volontà della questura di tenere lontani dalle mura del carcere non solo chi è abitualmente attivo in città ma anche tutti coloro che, potenzialmente, potrebbero portare da fuori solidarietà alla lotta dei detenuti.
Nel frattempo, dopo un sospetto silenzio, sono riprese a uscire notizie dall’interno: pare che alcune condizioni siano migliorate, che molti più ragazzi abbiano accesso ai luoghi di lavoro e che sia persino arrivato qualche soldo di sussidio. In un articolo apparso su un quotidiano locale, datato 10 ottobre, il ministro della giustizia in persona promette “attenzione” sulla situazione di Santa Maria Maggiore, sdrammatizzando sulla situazione di sovraffollamento. In fin dei conti, dopo i trasferimenti seguiti alla protesta, i detenuti hanno ben 3 metri quadri di spazio personale a testa, di che si lamentano?
Da novembre, inoltre, è annunciato l’arrivo di nuovi secondini freschi di addestramento, per supplire alle tanto lamentate carenze di organico.”

Da: Il Pipandro
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Le macerie.

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Osservando con attenzione la completa rovina a cui siamo abituati e che vorticosamente circonda con anelli sempre piu’ stretti la nostra esistenza, la desolazione che ci abbraccia, la paura che attanaglia il nostro spirito ribelle, ci accorgiamo immediatamente che la maggior parte dei nostri guai sono direttamente proporzionati ai nostri comportamenti. Si arriva ad avere l’impressione che piu’ spalanchiamo il nostro cuore con azioni solidali, con genuino altruismo, gratuito e fraterno approccio verso una linea che non ha confini, maggiore e’ l’oppressione, la violenza e la repressione derivata da tali condotte. Ovviamente non siamo in errore, ma sempre piu’ moltitudini lo credono. Il profondo piano inclinato che impedisce di rimanere in equilibrio aumenta giorno dopo giorno, la morsa stringe la nostra volonta’ e troviamo sempre meno parole per urlare la comprensione dei nostri atteggiamenti. Il sistema poi imprime le sue falsita’ imboccando coloro che credono alle fiabe di una societa’ artificiale fondata sulla competitivita’ e il falso progresso. La delusione morde coloro che lottano per una societa’ piu’ giusta, le umiliazioni non sempre trovano corazza sufficiente a deviarle e la forza perde d’intensita’ così come il coraggio. Naturalmente non e’ per tutti così, alcuni sono indomabili ma le legioni dirette e manovrate dal potere aumentano inesorabilmente, avanzano stritolando tutto e tutti e la fiaccola che portiamo assume in tali circostanze un peso gravoso. La predisposizione che indossiamo come una seconda pelle al confronto e al dialogo diventa sempre piu’ spesso insostenibile lasciando lo spazio alla rabbia e allo sconforto. L’orizzonte e’ talmente cupo che stentiamo a riconoscerne i contorni, ma esiste, una societa’ diversa e’ possibile, il libero accordo, un mutuo appoggio in liberta’ e’ alla portata di uno sguardo, e’ vero si cela dietro l’ipocrisia e la vergognosa attitudine alla sopraffazione ma e’ sufficiente strappare la maschera del re di cartapesta per leggerne finalmente i colori, per reggerne il peso delle tonalita’. Ho sempre pensato che l’istinto sia dote naturale, un pregio da difendere con determinazione dall’assalto quotidiano della omologazione di massa, un inclinazione che nessuno potra’ mai cancellare, anche calpestato e villipeso resistera’ perche’ corpo unico con la nostra voglia di riscatto e di lotta. Mai perdere lo slancio “in direzione ostinata e contraria”…

Olmo

Il cittadino si ribella… lo stato lo arma e poi arresta pure lui.

Adesso con la fobia dagli al ladro dagli al ladro si rischia di morire sparati solo perchè ti vedono parlottare con un’amico in disparte. Deliri mass-mediatici fomentati dalle destre giustizialiste e manettare. Ora non basta più chiedere maggiori controlli da parte delle forze di polizia,adesso si urla alla legittima difesa come se la vita del ladro valesse meno del bene di cui vorrebbe appropriarsi, come in America del resto dove si può tranquillamente procurarsi un’arma in un semplice supermarket,mi ritornano in mente i vecchi film anni 70 dove ci mostrano la polizia con le mani legate e il cittadino esasperato che si fa giustizia da se. In questo modo aumenta ‘odio razziale,lo sdoganamento della legittima difesa farà si che la proprietà privata diventi una zona franca dove il padrone può tranquillamente decidere di giustiziare chi solo si avvicina a casa sua e magari non gl sta simpatico,in altre parole lo stato arma il cittadino. In America negli ultimi anni per l’utilizzo disinvolto delle armi si sono verificate numerose stragi. La sicurezza aumenta solamente con la fine della miseria e con la cultura non invocando la legittima difesa che vede sullo stesso piano sia l’intruso che il proprietario,dove l’intruso si presenterà più preparato provocando sparatorie da far-West. Stato,male assoluto.Cittadino_Ribella_GDMCD7007

Messina- Lettera di Sergio ai domiciliari per iniziativa antipsichiatrica davanti al tribunale.

Riceviamo e diffondiamo uno scritto di Sergio, prigioniero ai domiciliari a seguito di un’iniziativa antipischiatrica a Messina:

“In un mondo in cui lottare per la libertà è un crimine, l’innocenza è forse ciò che di peggio possa capitare ad un essere umano”

“La nostra esistenza è sotto il minimo che l’essere umano richiede. Impariamo il rischio del vivere e l’avventura del lottare: unica possibilità per non essere tombe viventi, pagine malscritte di una inutile storia”
(da un volantino comontista)

Credo sia giunto il momento di rompere il silenzio in cui sono rimasto, in attesa della fine del primo tempo di questa farsa giudiziaria. Dal 31 agosto sono agli arresti domiciliari per un’aggressione mai avvenuta ai danni di un vigile. Il 24 settembre il giudice ha così sentenziato: 10 mesi per me, senza benefici, e 6 mesi per Irene, pena sospesa.

Certo non sono in una cella, ho le comodità di una casa, non sento, tutte le sere, la chiusura della porta blindata e le gelide mandate di chiavi a monito della mia condizione. Ma il corpo subisce comunque le ristrettezze obbligatorie e l’amputazione del movimento.Tramite il controllo sui corpi il capitale aspira al dominio totale sulle vite degli individui, rendendoli sempre più automi e sempre meno autonomi. In questa prospettiva il carcere, la psichiatria, l’ideologia del lavoro, l’urbanistica, sono alcuni degli strumenti di cui esso si dota per realizzare il suo progetto di schiavitù.Si tracciano linee per indicarci dove e come vivere, come muoverci, cosa pensare, cosa dire. Bisogna chiedere sempre il permesso, uno spazio, un percorso, bisogna chiedere di avere in concessione una dignità. Viviamo in democrazia, si può parlare di tutto e pensare ciò che si vuole, purché tutto resti nell’ambito dello scambio d’opinione e del chiacchiericcio formale, ma quando le parole si sottraggono all’opinionismo e si trasformano in azione, quando i nostri desideri prendono forma, ma non sono i desideri che ci vengono concessi, quando il “sogno di mille cose” ci spinge ad agire, ecco che la repressione si abbatte, la catena viene tirata perché non dobbiamo varcare la soglia, il limite imposto. Per questo adesso subisco queste restrizioni, per aver tentato di varcare questa soglia.

Il 31 agosto eravamo davanti al tribunale, in presidio, per resistere, per opporci alla volontà repressiva di un consigliere comunale che chiedeva, a gran voce, l’intervento di polizia, psichiatria (T.S.O) e servizi sociali. Il suo intento era far sloggiare una donna accampata in un’aiuola, posta tra il tribunale e l’università, perché rovinava – a suo dire – il decoro di un luogo “prestigioso”.I giornalisti pennivendoli locali, poi, hanno provveduto a far da eco agli anatemi.

Ma Il minimo per una persona senza casa è avere quantomeno una tenda sopra la testa.Certo, in una notte estiva puoi farne anche a meno e avere il piacere di dormire sotto un cielo stellato, ed ecco che il minimo può regalarti il massimo, se sai cogliere l’opportunità. Ma questa opportunità – un’aiuola e un cielo stellato- non puoi averla.Non è decoroso, non è civile.

C’è chi non sa guardare il cielo. “Vaglielo a spiegare che è estate, ma poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”, o in un reparto psichiatrico, quei “decorosi” istituti dove l’uomo viene privato della dignità, l’umiliazione si chiama assistenza, gli abusi si chiamano cure e la segregazione ha il valore di riabilitazione fisica e morale.
Per tutta risposta, noi, che mal sopportiamo angherie e soprusi, abbiamo piazzato una tenda contro i T.S.O. e ogni autorità.Allora il consigliere e i giornalisti hanno gridato così forte da farsi sentire dalle solerti e “vigili” forze dell’ordine, che con la loro solita arroganza, tra minacce e intimidazioni, hanno tentato di sgomberare il presidio fino ad inventarsi un’aggressione pur di arrivare fino in fondo al loro intento repressivo.
La sentenza del tribunale è il sigillo posto su questo progetto di sopraffazione.Ad essere giudicata non è stata solo l’azione, ma tutto il nostro essere, lanciando un monito: ciò che fate, ciò che pensate, ciò che in sostanza siete, E’ SBAGLIATO.Se qualcuno ancora pensa che da un’aula di tribunale possa uscire qualcosa di buono, una qualche giustizia, mi auguro si possa ricredere.

Non vogliamo essere né innocenti, né colpevoli, concetti giuridici che appartengono al linguaggio del diritto e, dalle aule dei tribunali, penetrano gli individui in profondità, perpetuando il meccanismo del giudizio e il tintinnio delle catene.Riteniamo che al di là delle ingiustizie particolari, è la società ad essere ingiusta e il potere è di per sé un abuso.La violenza legittima dello stato è infinitamente peggiore di tutte le altre: le strade incessantemente pattugliate sono il segno evidente della brutalità e della sopraffazione alla quale bisogna piegarsi in nome della sicurezza e della pace sociale.I progetti di guerra e devastazione dei territori – TAV, MUOS, impianti nocivi e mortali quali trivelle per l’estrazione di petrolio, rigassificatori, inceneritori, elettrodotti – non sono altro che la violenza legale alla quale bisogna piegarsi in nome del profitto.

Ma c’è chi non vuole e non riesce a piegarsi.
I governanti, gli amministratori dell’esistente vogliono imporre a tutti la loro misura, noi non vogliamo misure, linee e confini.
La nostra passione per la libertà è smisurata. Si è vero, abbiamo sbagliato, abbiamo chiesto il minimo anche a noi stessi. Potevamo fare molto di più.
Quindi non ci accontenteremo più di un’aiuola, una tenda e due striscioni.
Ci prenderemo tutto, non chiederemo permessi, né autorizzazioni.
Ad autorizzarci, sarà la nostra passione e la nostra determinazione.

LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE

Sergio
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Alpi Apuane. Una natura morta.

12112424_10207477070385232_6761987730845623707_nCome si può non essere d’accordo sul fatto che le Alpi Apuane stiano scomparendo a vista d’occhio, ma nessuno però parla di chiusura. Viene da chiedersi se veramente le persone si indignano per lo scempio oppure si indignano perchè loro non ci mangiano,perchè nel primo caso allora si è capita la gravità della conseguenza e si è maturata una certa consapevolezza dopo secoli di escavazione che tempi addietro vedevano l’escavazione del marmo come una risorsa di vita insieme alla pesca. Nel secondo caso invece mi viene da pensare che queste persone vogliono solamente sostituire con altre persone chi amministra attualmente Carrara e in questo caso allora sono esattamente come loro,già,sperano con la roulette del voto di spuntarla per vedere loro stessi o i loro beniamini seduti sugli scranni che magari hanno fatto loro chissà quali promesse. Con la scusa assurda del ricatto occupazionale tengono in vita questa colossale menzogna per favorire i soliti noti,i quali si arricchiscono proporzionalmente alla morte del territorio Apuano. Non è possibile in alcun modo parlare di sicurezza del territorio senza prima intervenire a monte bloccando l’escavazione,come del resto non è neppure possibile arginare lo scempio in corso se non con una sensibilizzazione sul territorio con un’informazione dettagliata e con un dialogo con i cavatori stessi,i quali a causa del perfezionamento delle tecniche lavorative sono soggetti a perdere per forza di cose il loro posto di lavoro. Mio padre per esempio lavorava alla Farmoplant, e quando ha chiuso ne è stato contento perchè era consapevole delle conseguenze del suo lavoro sulla salute della collettività ma costretto a dover mantenere una famiglia ha dovuto sottostare al ricatto. Come posso esercitare una professione che oltre che nuocere a me stesso nuoce ad una intera popolazione si chiedeva. Infatti la nostra terra ha la più alta percentuali di tumori a distanza di 30 anni dalla chiusura della Farmoplant dopo lo scoppio dell’impianto del rogor. La stessa cosa sta accadendo con l’escavazione,con la brama di denaro si passa sopra la vita delle persone,si verificano alluvioni a causa dell’intasamento dei corsi d’acqua,gli stessi corsi d’acqua vengono inquinati dai vari sversamenti e questo è sotto gli occhi di tutti durante le precipitazioni. Bisogna assolutamente fermare tutto questo. Le alternative ci sono,manca la volontà,con la riconversione del territorio si potrebbero reimpiegare tutte le 500 persone che lavorano in cava,ebbene si, perchè ormai sono 500 le persone che lavorano in cava manciata più e manciata meno. Solo 2 anni fa erano 776 i lavoratori nell’attività estrattiva e il numero scenderà ancora vistosamente e lo sanno bene ed è per questo che hanno intensificato l’escavazione e hanno paura di questo. Danno ad intendere ad un’intera popolazione che il marmo è l’economia di Carrara ma il marmo è solo la morte di Carrara,dove sono finiti i laboratori? Dove sono le segherie? Dove sono finite le officine che manutenevano i telai? Non c’è più niente di tutto questo. Stanno uccidendo la natura e una popolazione. Abbiamo una zona industriale abbandonata,basterebbe riappropriarsi delle vecchie fabbriche e bonificare il territorio e aprire delle attività compatibili con tutto l’ecosistema e far riprendere l’economia della nostra città ma piuttosto preferiscono continuare sgretolare le montagne per ingrassare loro stessi e i loro amici. Liberiamoci di queste persone una volta per tutte, basta votare,non esistono destra e sinistra,quando arrivano al cucchiaio,abbiamo una posizione geografica da fare invidia,abbiamo il mare e le montagne in pochissimi chilometri,valorizziamole e incentiviamo veramente il turismo,ma chi veramente a voglia di venire a Carrara se non per soli interessi legati al marmo,un negozio si e uno no sono chiusi,certo,potrebbero venire a Carrara per vedere tutto ciò che non si deve fare, allora si,non ci avevo pensato in effetti. Basta utilizzare il marmo come scusa ma soprattutto smettiamo di delegare agli altri ciò che saremmo in grado di fare noi stessi se solo avessimo più fiducia nelle nostre possibilità per poter arrivare ad autogestire Carrara con tutte le sue risorse. Ma soprattutto basta col dire che le cave sono dei carrarini e della collettività,le cave sono sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura. Le montagne appartengono alla natura e a nessun’altro.

Un carrarino.

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