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Il 31 ottobre 1892 nasce l’Anarchico Maurizio Garino

Il 31 ottobre 1892 nasce a Ploaghe, Sassari, l’Anarchico Maurizio Garino, Anarco-sindacalista, protagonista durante gli eventi del biennio rosso. (Gli scioperi, i tumulti, le rivolte e le occupazioni di terre e fabbriche che si susseguirono nel biennio 1919-1920, conosciuto come biennio rosso, furono un momento storicamente importantissimo per le classi oppresse ed in particolare per il movimento operaio italiano. In un’ottica prettamente rivoluzionaria, gli Anarchici e i socialisti sostennero l’occupazione delle fabbriche e la costituzione di consigli di fabbrica in grado di autogestirle, emancipandosi così dalla classe padronale e ponendo le basi per la rivoluzione sociale ).
Garino nel 1910 è tra i principali fondatori del Circolo di Studi Sociali della Barriera di Milano che successivamente, in ricordo di Francisco Ferrer y Guardia (fucilato il 12-10-1909), assumerà la denominazione di Scuola Moderna “F. Ferrer”. Garino diviene direttore della scuola dove operai, lavoratori e Anarchici in genere, discutevano e affrontavano gli argomenti più disparati (filosofia, architettura, astronomia, scienze, biologia ecc.).
Nel 1919 Garino è, come rappresentante degli Anarchici torinesi, tra i fondatori dell’Unione Comunista Anarchica Italiana (Congresso di Firenze, 12/14 aprile), dove viene anche designato membro del Consiglio generale
Nel 1921 entra a lavorare in una cooperativa, di cui poi diventerà dirigente, che verrà trasformata in seguito in società per azioni per evitare che fosse fascistizzata. Durante il ventennio fascista rimane a Torino, patendo continui arresti e persecuzioni. Dopo l’8 settembre 1943 prende parte attiva alla resistenza.
Finita la guerra, continua ancora a portare avanti il suo pensiero partecipando alla riorganizzazione del movimento Anarchico libertario piemontese e ricostituendo la Scuola Moderna.
In età avanzata, a chi gli chiederà cosa avesse significato per lui e per l’Anarchismo quel biennio (1919-20), Garino risponderà :
“ Siamo sempre stati considerati dei sognatori, degli utopisti; noi siamo certi di non esserlo, ed anche l’esperienza del biennio rosso conferma le nostre tesi: l’unica via rivoluzionaria aperta di fronte alla classe operaia è quella della rivoluzione libertaria, dell’autogestione “.

Garino muore a Torino nell’aprile del 1977.

Walter Ranieri

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Il 31 ottobre 1892 nasce l’Anarchico Maurizio Garino

Ubuntu, ovvero benevolenza verso il diverso

 

 

 

ubuntu
Ubuntu è un termine africano e significa benevolenza verso il diverso, è un etica, una filosofia di vita basata sul rispetto e il mutuo appoggio.

Ubuntu, ovvero benevolenza verso il diverso.C’è chi dice che il razzismo è insito in ogni essere umano, coloro che lo dicono probabilmente fanno parte di questa tipologia. É vero. Molto probabilmente in ambienti estranei alla tenaglia coercitiva degli Stati, di qualsiasi colore o religione, gli individui mostrerebbero ben altri sentimenti nei confronti del viaggiatore, dello sconosciuto, dell’affamato. Questo avviene in quei posti dove non arrivano leggi o polizie. Generalmente i “dipendenti” di uno Stato utilizzano strategie per indurre falsi bisogni, false paure nelle persone, affinchè rimangano al guinzaglio e così essere meglio manovrate. L’imperativo dei capetti di qualsiasi partito o movimento è quello di mascherare la verità, stravolgere le motivazioni e creare un odio verso il diverso in maniera tale che l’individuo perde di vista le miserie che quotidianamente lo obbligano a sopravvivere, miserie create dagli stessi capetti. Siamo manipolati e plasmati in tutto per arrivare sereni a diventare piccoli numeri che sono utili solo a correre, correre, produrre, consumare, crepare. Il sistema però non considera mai una cosa, gli umani, alcuni umani hanno un limite psico-fisiologico nel correre, produrre, consumare sempre di più, a un certo punto si innescano automatismi interiori, naturali e inevitabili, e il consumismo rallenta: si arresta dentro ogni singolo che, sfatto, non ne può più, e si arresta nei suoi figli, cioè in quelle nuove generazioni che guardano come siam messi noi cresciuti col cervello pieno di bisogni indotti e pensano: “Col cavolo che faccio anch’io quella vita lì”. Lo stesso vale per il razzismo, arriverà il momento in cui le moltitudini non si combatteranno più ma proietteranno lo sguardo e la lotta contro coloro che hanno instillato l’odio. Oggi sono ottimista. Rimango del parere comunque che alcuni esseri umani sono refrattari al rispetto e alla solidarietà, fascisti dentro si nasce. Ubuntu è un termine africano e significa benevolenza verso il diverso, è un etica, una filosofia di vita basata sul rispetto e il mutuo appoggio. Ogni volta che vedo false barricate ( le barricate sono altra cosa nella storia, erette sempre contro il potere, mai contro il debole) ergersi in nome di idiozie collettive, di vigliacco predominio penso alla parola Ubuntu, l’unica parola valida che può attraversare le nebbie degli smemorati…

Olmo

Insuscettibili di guarigione. Verso la liberazione totale

 

liberazione-totale La liberazione annienta il potere, le autorizzazioni, la proprietà. Fino a quando non si capirà che il consenso, da qualunque strada arrivi, per definizione lo si accaparra imbrogliando il prossimo e lo si utilizza insultandolo, non ci sarà mai liberazione ma una sorta di teatrino finto che mette in scena sempre lo stesso spettacolo, file interminabili di individui che trascinano catene insopportabili. La liberazione non arriverà a piccoli saltelli come un fiumiciattolo di pianura ma impetuoso come una piena di novembre. L’onda d’urto strapperà gli anelli inchiodati alle pareti e trascinerà tutta la sporcizia della società. Nessuna gabbia reggerà il colpo e finalmente si apriranno tutte le celle dei condannati a morte, giustiziati per zuccherare il palato, per le proprie idee, per una libertà totale. Alcuni mi dicono che sono un sognatore, un innocuo utopista irrazionale, una persona che non vive nel reale, una macchietta che non conosce i problemi di tutti i giorni, un fortunello che abita lontano dalla lotta insomma un privilegiato. La visione antropocentrica ha la convinzione per statuto di secoli che l’uomo è al centro di tutto. La liberazione scardinerà anche queste tavole inchiodate nel cervello da troppe genuflessioni. Si è vero sono un sognatore e meno male, viceversa sarei immobilizzato dagli incubi che devastano il nostro pensiero pulito, sono anche innucuo e questa è una fortuna per la vita già maltrattata di questo sistema, irrazionale anche, l’istinto mi muove non il raziocinio che porta a servire e sottomettersi, vivere poco nel reale lo prendo come un complimento, preferisco tenere compagnia al tramonto che ai viali inceneriti dal piombo, i problemi che attanagliano li conosco, probabilmente anzi sicuramente non sono i vostri stessi problemi, infine sarei un privilegiato, e su questo sono in accordo totale, la mia libertà non è negoziabile. Non rincorro false speranze date da coloro che ci schiavizzano, non seguo le legioni che in fila aspettano sereni l’apertura dei cancelli del consumo, non ascolto le sirene affascinanti di un sistema che trita tutto quello che incontra. Forse la Liberazione Totale è per inguaribili sognatori, per esseri che spiccano voli al di là dei reticolati, per animali indomabili ma questo non significa perdere, fallire, termini che non conosciamo, semplicemente significa vivere liberi, lottare per questo e se la libertà vi fa paura, non c’è bisogno di dire che siamo malati, sbagliati, lo sappiamo cosa significa essere liberi in un mondo di plastica, essere sbagliati per noi è un complimento, mi spiace. Siamo pazzi per la libertà, malati e visionari per la libertà, una malattia che ci corroderà certo ma, non so il perchè, preferiamo ammalarci per il resto della nostra vita che essere sani come ci volete voi…

Olmo

Non scegliere la forma delle tue catene,spezzale!

Non scegliere la forma delle tue catene,spezzale!

speezza-le-catene
Non scegliere la forma delle tue catene,spezzale! spezza le catene.Idee Idee e riflessioni sull’astensionismo attivo, crescente e generalizzato come strategia rivoluzionaria. Per una critica al fronte del No sociale al referendum costituzionale.

Idee e riflessioni sull’astensionismo attivo, crescente e generalizzato come strategia rivoluzionaria. Per una critica al fronte del No sociale al referendum costituzionale.

Che sia da Est o da Ovest, gran parte delle attuali correnti costituenti l’etere socio-politico, aldilà della loro origine e del loro livello di consapevolezza, marciano impetuose in direzione opposta alla crescita e allo sviluppo delle lotte sociali nel nostro paese.
In particolare, la contro-campagna intrapresa negli ultimi mesi al fine di indurre alla scelta del “No” al referendum sulla riforma costituzionale, la cui data di voto è stata fissata al 4 di dicembre, è un esempio di iniziativa che sta mettendo tutti d’accordo, o quasi; un’ultima spiaggia che sta fungendo da collante a realtà diversissime le une dalle altre. È impressionante constatare come quasi ogni area dell’opposizione, o sedicente tale, si ritrovi a viaggiare sulla stessa lunghezza d’onda, dai fascisti di Casa Pound ad una buona fetta dell’estrema sinistra extraparlamentare. Uno scenario che ha del surreale, e che ci espone le cronache di una sacra alleanza di carattere legalitario e di dubbio gusto, mossa in parte da una sorta di timore esasperato in merito ad una generale ed imminente deriva totalitaria conseguente all’ampliamento del potere dell’esecutivo intuibile dalla formulazione della riforma, e in parte dalla volontà comune di esternare il proprio sentimento di sfiducia nei confronti dell’attuale direzione di governo, e più ambiziosamente, scacciare il premier Matteo Renzi (autore della procedura di personificazione della manovra) dal suo trono parlamentare, scardinare dalla radice il sistema piddino, e a detta dei propagandisti in questione, cambiare le carte in tavola. Come? Semplice, subordinando le lotte alle scadenze istituzionali e girando la ruota del governante di turno, spianando di fatto la strada all’ascesa di un governo a 5 stelle, e ad un’inevitabile declino del fronte rivoluzionario.
Per poter comprendere al meglio di cosa si sta effettivamente parlando è necessario mettere in evidenza come la nostra costituzione non possa che essere considerata non più di un mero precipitato normativo dei rapporti di forza di classe del 1946. Se chi detiene il potere dovesse decidere di modificarla ulteriormente in un senso più autoritario e neoliberista, impresa che per giunta è stata già portata a termine per più e più volte in campo pratico, senza necessità di corrispondenza di un consenso formale da parte della cittadinanza, allora non sarà di certo un più che convinto “No” su di una scheda in carta stampata a capovolgere la situazione, e meno che mai ci riuscirà l’implicito tentativo di tutela e mantenimento dell’integrità di quel documento considerato inviolabile, e che rimane in ogni caso a fondamento e a garanzia del riconoscimento dell’istituzione dello stato democratico borghese, dell’attuale ordinamento giuridico e di tutto ciò che implica la sua stessa sopravvivenza. Il foglio costituzionale è stato trascritto dagli ex-statisti di quella che è l’attuale e consolidata democrazia rappresentativa, non, come vorrebbero farci credere, dai nostri “nonni”…I nostri “nonni”, partigiani sulle montagne o semplici cittadini, non avevano diritto di parola, i primi furono disarmati con l’inganno, prima di poter ammirare l’avvento della Repubblica e il miracolo dell’amnistia togliattiana; i secondi vennero convinti del fatto che la giustizia aveva trionfato, che mai e poi mai all’orizzonte si sarebbe anche solo più intravista violazione di alcuna libertà umana, che avremmo finalmente vissuto in un mondo assai migliore. Ma basta guardarsi intorno per rendersi immediatamente conto che le cose purtroppo stanno diversamente, che il paradiso avveniristico che tanti sognavano è lontano anni luce dalla sua realizzazione. La crisi che grava sul popolo lavoratore, il clima dell’Austerity, la repressione del dissenso e le guerre, condannate dall’Art.11 della Costituzione Italiana ma regolarmente finanziate ed intraprese con assoluta serenità, servendosi della dicitura di “missioni di pace”, sono elementi cardine che possono essere contrastati solo ed esclusivamente spodestando i tiranni che le provocano, i quali decidono di portare avanti le loro politiche di oppressione e di controllo sociale con la complicità dell’elettorato, nel nome del profitto e della salvaguardia della propria posizione di privilegio; questo percorso, però, può concretizzarsi unicamente attraverso una serie di pratiche che mirino ad inceppare i dispositivi di morte, che si inseriscano nella necessità di realizzare la più completa e totale abolizione di ogni forma di potere, che sia essa più esplicitamente manifesta, o mascherata sotto il nome di democrazia, di socialismo di stato, o di una qualsivoglia altra macchinazione di stampo autoritario. L’interesse e il benessere di tutti i popoli può essere perseguito efficientemente per mezzo dell’azione diretta e della lotta autogestionaria, non di certo usufruendo di uno strumento magnanimamente concessoci dai vertici istituzionali, e i cui risultati, soprattutto in Italia, sono stati spesso e volentieri disattesi, grazie ad un accurato processo di neutralizzazione perpetrato dal Parlamento, attraverso l’approvazione di nuove leggi e diversi altri aggiramenti di tipo politico [vedi il referendum sull’acqua pubblica (o meglio “statale”), il finanziamento ai partiti, l’abolizione del Ministero dell’agricoltura, ecc. ecc.], fatti concreti all’attenzione di chi invece continua a considerare questa pratica (l’isituto referendario), come la più pura espressione della democrazia diretta nel nostro paese, quando non è che l’illusione di una reale partecipazione attiva alla vita politica di tutti i giorni; insomma, uno specchietto per le allodole che ha l’unico scopo di annacquare e frammentare le lotte sociali tentando di incanalarle tutte alle urne, e deludendo anche chi, ritrovandosi in una situazione di concreta difficoltà economica, la quale va a minare la qualità della vita e la possibilità di avere stabilmente un tetto sopra la testa senza ritrovarsi assaliti dalla paura di essere, da un momento all’altro, le prossime vittime di uno sfratto, non nutre più alcuna fiducia nel metodo elettorale, e vede nei movimenti una svolta di cambiamento reale, una scelta radicale ed auspicatamente libertaria, che proponendosi come unica alternativa possibile all’esistente, sfocia nella mobilitazione territoriale e mette concretamente in discussione il principio della proprietà privata e l’esistenza stessa dell’apparato statale.
Ma una domanda sorge ora spontanea: “Siamo all’altezza della situazione? Siamo in grado di rispondere in prima persona alle esigenze degli oppressi e degli sfruttati? Siamo pronti ad agire sul presente per assicurarci un futuro?” Chi ha a cuore un cambio di rotta che faccia davvero gli interessi di tutte le genti conosce già la risposta a questo quesito.
“Il 4 dicembre, non scegliere la taglia dello stivale che ti calpesta; il 4 dicembre sii l’insidiosa buccia che lo farà precipitare rovinosamente al suolo; il 4 dicembre non votare, lotta!”
Stefano Depetris

(altro…)

Il 21 ottobre 1928 nasce a Milano Giuseppe Pinelli.

Nel 44/’45 partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta delle Brigate Bruzzi e Malatesta. Dopo la fine della guerra “Pino”, partecipa con entusiasmo alla crescita del movimento Anarchico a Milano.
Nel 1963 si unisce ai giovani Anarchici della “gioventù libertaria”, due anni dopo è tra i fondatori del circolo “Sacco e Vanzetti”.
Nel 1968 uno sfratto costringe i militanti alla chiusura del circolo ma, il 1° maggio Pinelli è tra gli inauguratori di un nuovo circolo, in piazzale Lugano 31, a pochi metri dal “Ponte della Ghisolfa”
Dopo gli assurdi e premeditati arresti degli Anarchici per le bombe esplose il 25 aprile 1969 a Milano, alla stazione centrale e alla fiera campionaria (saranno assolti nel giugno 1971), Pinelli si impegna alacremente per raccogliere pacchi di cibo, vestiario e libri da inviare ai compagni in carcere. Nell’ambito della appena costituita Croce Nera Anarchica, si impegna nella costruzione di una rete di solidarietà e di controinformazione, che possa servire anche in altri casi simili.
giuseppe-pinelli
I servi fascisti presenti nella stanza dove è stato assassinato Pino: il commissario calabresi, i poliziotti vito panessa, giuseppe caracuta, carlo mainardi, piero mucilli ed il tenente dei carabinieri savino lo grano. Questa è una testimonianza tratta dall’ Espresso del 22 febbraio del 1970 a poco più di un mese dai fatti di Piazza Fontana dove Giuseppe Pinelli,per noi anarchici il compagno Pino ha trovato la morte per futili motivi,un documento molto importante che testimonia che spesso nelle mani dello stato si può morire soprattutto quando si è scomodi come nel caso di Pino perché si è capito che le cose stavano in tutt’altro modo,allora è necessario far tacere,bisogna per forza trovare il capro espiatorio,la vittima ideale. In questo documento Camilla Cederna raccoglie la testimonianza di un poliziotto che definisce pino come un bravo ragazzo prendendo le distanze dall’allora questore di Milano Marcello Guida.

“Capace di ricorrere ad atti di violenza,secondo le mie informazioni implicato nei fatti di questi giorni,amico di molte persone sospette,quindi fortemente indiziato”. Così con voce pacata,con viso solenne e professionale il questore di Milano Marcello Guida,mi aveva parlato di Giuseppe Pinelli nella notte dal 15 al 16 dicembre,a poco più di un’ora dalla sua morte,quando nel cortile non s’era ancora asciugato il sangue sull’aiuola di sinistra e ancora si poteva scorgere l’impronta del corpo tra l’abete,la palma e il grosso cespuglio stecchito.

Intanto il commissario Luigi Calabresi,grave,annuiva; lui non era seduto come il questore ma andava e veniva dalla stanza piena di fumo,un grande bruno molleggiato,con fuori dalla giacca l’alto collo del golf di cammello. Lo stesso giovanottone elegante (addestramento speciale in America,e lunga abitudine alle palestre),che l’11 gennaio a <<L’Unità>> ha fatto una sorprendente rivelazione: “Contro Pinelli non avevamo niente,era un bravo ragazzo,lo avremmo rilasciato il giorno dopo”.

Ecco dunque un personaggio che a un mese di distanza dai fatti si distacca dal questore,lasciandogli tutta la responsabilità delle frasi pesanti dette in varie conferenze-stampa circa la colpevolezza del Pinelli e il suo suicidio inteso come autopunizione; ed è uno dei personaggi più interessanti e contraddittori dell’attuale squadra politica milanese.

E’ lui che insieme al suo uomo di fiducia, il brigadiere Vito Panessa,e al commissario Beniamino Zagari,la stessa sera della bomba di piazza Fontana va a perquisire la sede del circolo di via Scaldasole e porta in questura l’anarchico Sergio Ardau mentre Pinelli,ugualmente convocato,sul suo motorino segue l’850 blu della polizia. E’ Calabresi che in macchina parla della “sicura matrice anarchica degli attentati”e,a meno di tre ore dalla strage,fa già il nome di Valpreda come uno “di quei pazzi criminali infiltratisi nel movimento”,quindi all’Ardau dice:”Dovresti aiutarci anche tu a beccare queste belve che possono uccidere ancora!”.

Compagn*

Il 19 ottobre 1899 nasce l’anarchico Michele Schirru.

Nell’agosto 1917 è presente alle agitazioni sociali di Torino, dove per la prima volta viene arrestato dalle forze dell’ordine.
A Torino durante il luglio 1919 (20-21 luglio), è in prima fila nelle nuove agitazioni sociali che gli costano un nuovo periodo detentivo.
Decide di emigrare negli Stati Uniti d’America. Sbarca a New York il 2 novembre 1920.
Nel marzo del 1921, viene aggredito e ferito con un colpo di pistola da un emissario del prete locale.
Quando nel 1922 viene fondato il giornale Anarchico L’Adunata dei Refrattari, Schirru si lega al gruppo.
A New York avrebbe potuto vivere tranquillamente se non avesse seguito il suo istinto libertario, che negli USA si era sicuramente consolidato. Sarà quest’istinto libertario che lo porterà a scontrarsi diverse volte con i fascisti americani ed a mantenere attivo il suo impegno in favore dell’Anarchia.
A partire dal 1929, viene schedato come “sovversivo” e sorvegliato dalle autorità italiane e americane in quanto inviava frequentemente ai suoi compaesani, compreso il segretario del fascio comunale, riviste Anarchiche di ogni specie.
Michele Schirru
La sentenza viene pronunciata il 28 maggio 1931 e Schirru viene condannato alla pena di morte in quanto:
“ Chi attenta alla vita del duce attenta alla grandezza dell’Italia, attenta all’umanità, perchè il duce appartiene all’umanità. “ ( Anche Piazzale Loreto appartiene all’umanità ).
Il 29 maggio 1931, viene eseguita la sentenza di morte. mussolini volle che fossero 24 sardi volontari a sparare all’Anarchico. Davanti al plotone d’esecuzione il giovane grida: “ Viva l’Anarchia, viva la libertà , abbasso il fascismo!!! “. Non aveva ancora compiuto 32 anni.

“ mussolini, l’immagine della codardia,
…per sfuggire alla cattura indossa un cappotto ed un elmetto da sottufficiale della Wehrmacht, si finge ubriaco e sale sul camion numero 34 della Flak, occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare. Verso le ore 16 del 27 aprile, durante l’ispezione della colonna tedesca da parte dei partigiani delle Brigate Garibaldi, Mussolini viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri sotto una panca del camion…..” degna fine di un topo di fogna.

Walter Ranieri

Il 19 ottobre 1808 nasce l’anarchico Lysander Spooner

 

Il 19 ottobre 1808 nasce nel Massachussetts l’Anarchico individualista Lysander Spooner.
Nel 1931 insegna e contemporaneamente studia diritto presso alcuni avvocati. Successivamente pubblica un’opuscolo fortemente anticlericale ed uno dove difende il pensiero di un’economia fondata sulla libera associazione e la cooperazione volontaria, senza l’intervento dello stato.
A partire dal 1844, Spooner inizia a lottare contro tutti i monopoli dello stato: fonda una compagnia postale indipendente da quella nazionale, che però viene smantellata per ordine del governo federale. Nel 1845, prende pubblicamente posizione contro la schiavitù e si trasferisce a Boston per rendere più efficace la sua azione di protesta.
Per Spooner il contratto sociale è da ritenersi non-valido e quindi i governi devono essere considerati come un’associazione di malfattori, una mafia, che dietro la pretesa d’offrire protezione ai cittadini, impone il pagamento delle tasse. Il governo non si accontenta d’esercitare l’autorità sugli individui, ma cerca di persuaderli che senza la sua autorità la vita sarebbe impossibile.
Il 19 ottobre 1808 nasce nel Massachussetts l’Anarchico individualista Lysander Spooner.

Il pensiero di Spooner sullo stato è ben esemplificato in questo passo:

« È vero che secondo la teoria della nostra Costituzione, tutte le tasse vengono pagate volontariamente e che il nostro Stato è una compagnia di mutua assicurazione, alla quale le persone aderiscono volontariamente. Ma questa teoria del nostro sistema di governo è del tutto differente da quel che si verifica in pratica. Il fatto è che lo Stato, come un bandito di strada, intima alle persone “o la borsa o la vita”. E molte se non tutte le tasse vengono pagate sotto il peso di questa minaccia. Lo Stato, in effetti, non tende un agguato a un uomo in un luogo solitario, balzando dal ciglio della strada, per puntargli la pistola alla tempia e svuotargli le tasche. Ma non per questo la rapina cessa di essere una rapina a tutti gli effetti, anzi, è ben più codarda e vergognosa. Il bandito di strada assume su di sé tutta la responsabilità, il pericolo e la criminalità del suo atto. Egli non pretende di avere un giusto titolo al vostro denaro, né di volerlo usare a vostro beneficio. Non pretende di essere altro che un rapinatore. Non è tanto impudente da affermare di essere semplicemente un “protettore” e di prendere il denaro dei passanti contro la loro volontà solo per essere in grado di “proteggere” quei viaggiatori che si illudono di essere perfettamente capaci dì difendersi da soli o che non apprezzano il suo peculiare sistema di protezione. Il ladro si limita a rapinarvi: non cerca di rendervi il suo zimbello e il suo schiavo, come fa lo Stato ogni qualvolta vi obbliga a fare qualcosa dicendo che è per il vostro bene, ergendosi ad arbitro morale delle vostre vite. »

Nel saggio I vizi non sono crimini Spooner contesta allo stato il diritto d’intervento nella vita privata dei cittadini, dietro la pretesa di proteggerli dai loro vizi.
I vizi non sono crimini e non devono essere puniti con misure restrittive, se essi non nuocciono che a se stessi. Il solo limite della libertà è la libertà altrui.
Muore a Boston il 14 maggio 1887.

Un ringraziamento a Walter Ranieri

Aggiungi un posto a tavola

 

Leggeri affidiamo la nostra vita a piccoli oggetti che danno parvenza di comunità ma che in realtà sono escludenti e insegnano la prima delle leggi del mercato, solitudine mascherata da libertà. Non è necessario essere soli per soffrire di solitudine anzi paradossalmente gli individui che vivono solitari sono i meno disadattati. Il mercato ci vuole scontrini innocui, spaventati anche in moltitudine e affidabili, nel senso di acquirenti instancabili. Il progetto di livellare le coscienze è non solo iniziato da alcuni anni ma si è moltiplicato su vari fronti. Ora anche le piazze sono artificiali, le lotte, i dialoghi, i sentimenti. Ognuno pensa di avere il diritto di esprimere qualsiasi cosa e in ciò non vi è sbaglio, ma quando ogni cosa è superflua e lobotomizzante acquista una valenza degenerativa, le individualità più fragili e manipolabili assorbono ogni idiozia e la perpetuano quotidianamente. Ormai le notizie si susseguono a velocità vertiginose e nella maggior parte dei casi sono inutili e dannose. Inutili perchè false e tendenti a una massificazione che livella tutto come uno schiacciasassi e dannose perchè attribuiscono al potere movenze positive e instaurano nella gente una sorta di fiducia nelle istituzioni, che viceversa continuano a sfruttare e depredare. Con istituzioni intendo tutti quegli organi che dipingono il sistema come l’unico possibile e colorano la violenza di un rosa utile e necessario. Le tavole delle leggi firmate in passato hanno ieri come oggi incarcerato, torturato, legato al manicomio, Aggiungi un posto a tavolaghettizzato, umiliato, defraudato, picchiato, legato, violentato, colpito e massacrato chiunque alzava la testa per esprimere una visione diversa dalle parole scolpite nel marmo. Gli anarchici sono stati colpiti insieme a tanti altri e oggi le ferite, che sanguinano nel vedere lo Stato che senza fatica riesce a convincere le moltitudini, sono insostenibili e pulsano in ogni angolo del mio corpo. Forse, mia opinione, sono riusciti a chiudere l’ultimo anello di una catena che ancora resisteva all’affronto del muro di cemento e chiudendolo hanno brindato a una nuova era, dove finalmente tutti i dissidenti marceranno insieme alle pedine felici…

Olmo

Andare a votare al referendum? Anche no!

A proposito di referendum

Da tempo gira un appello per il “no sociale” al prossimo referendum sulla riforma costituzionale. In un’assemblea tenutasi a Roma il primo ottobre, gli attivisti e i gruppi che si riconoscono nella parola d’ordine del “No sociale” hanno espresso la volontà “di riuscire a determinare con forza una capacità da parte dei movimenti e delle realtà sociali del paese di agire la sfiducia dal basso al governo Renzi e al Partito Democratico, evitando che la questione della stabilità e del futuro del governo siano oggetto di forme di recupero istituzionale, attraverso uno sforzo diffuso nel promuovere forme di attivazione sui territori.”

Tralasciando le ipotesi complottiste e moraliste, non possiamo fare a meno di segnalare la contraddizione che esiste tra l’azione pratica dei movimenti e lo sbocco istituzionale prefigurato dall’assemblea di Roma. Laddove esistono e vincono, i movimenti per la casa, per il lavoro, l’ambiente ecc. ecc., tutto questo avviene perché vengono messe in pratica l’autorganizzazione e l’azione diretta, avviene quando si occupa una casa sfitta, quando si coccupa un capannone o un terreno abbandonato, avviene quando viene compiuto un atto che mette in discussione la proprietà privata, “l’ordinamento economico costituito nello Stato” come contemplato nel codice penale, e perché, in un punto nello spazio e nel tempo, si rompe il meccanismo della legalità, si nega l’autorità dello Stato , compiendo quindi un atto insurrezionale. E questo, sia ben chiaro, avviene nonostante la presenza degli anarchici sia scarsa o nulla in alcuni casi, nonostante gli attivisti non si pongano minimamente nella prospettiva dell’abolizione della proprietà privata e dello Stato. Che dire quindi di una strategia che si impone per la sua efficacia, al di là della volontà dei singoli, se non che si impone con la forza di una legge di natura?

Una volta compiuto l’atto, iniziano subito le trattative con le istituzioni per un riconoscimento più o meno formale, e allora i legalitari, i votaioli, sia pure “antagonisti”, danno sfoggio di tutte le loro capacità mediatrici, ma sono capacità, riteniamo noi, che non si potrebbero esercitare senza quell’atto iniziale di liberazione, che per le istituzioni è un peccato originale violento. Che ha segnato il primo (e spesso unico) punto di vantaggio dei movimenti.

Quindi se la pratica dell’azione diretta e dell’autorganizzazione si impongono con la forza di una legge naturale, perché anziché diffonderle e generalizzarle, facendo dell’esproprio e dell’insurrezione momenti complessivi di soluzione della drammatica crisi che milioni di persone stanno vivendo, si snaturano subordinando i movimenti alle scadenze istituzionali? Perché si vuole che migliaia di persone “impegnate nei comitati a difesa dei territori, nei percorsi di lotta sulla formazione, nei movimenti per il diritto all’abitare, nelle lotte nel mondo del lavoro, uomini e donne che lottano contro le ingiustizie sociali in questo paese,” abbandonino il loro posto di lotta e si schierino a fianco di un Grillo, di un Alfano o di un D’Alema? Che cosa si spera di ottenere?

Seguire le giravolte politiche dei grillini e dell’arcipelago della sinistra istituzionale porterà questi militanti sempre più lontano dalla maggioranza degli sfruttati, da quella maggioranza che non ha più fiducia nel metodo elettorale. I milioni di proletari che non vanno più a votare non chiedono alle minoranze coscienti di schierarsi nella lotta elettorale fra Grillo e Renzi, chiedono forme di lotta politica alternativa alla deposizione della scheda nell’urna; se queste minoranze non saranno in grado di dare questa risposta, si troveranno soli in compagnia di Fassina e di Vendola.

E le forze alternative ci sono, il “No sociale” in realtà non riesce a far breccia al di fuori di quei militanti e di quelle forze ancora prigionieri di una concezione autoritaria e elitaria della politica, che ritengono il “movimento” loro proprietà privata. La giornata del 7 ottobre ha visto a Milano e a Firenze scendere in piazza anche chi non si vuole far ingabbiare nella deriva referendaria. E se a Firenze è intervenuta la polizia, a Milano ci ha pensato il servizio d’ordine del “No sociale” a tentare di rimettere in riga i ribelli. Sulla vicenda di Milano ha pesato sicuramente la vicenda No Expo ma, per chi vede le cose da lontano, è rimasto sgradevolmente colpito dalla somiglianza con gli squadristi del PCI che difendevano dalla contestazione i burocrati del partito e del sindacato.

Solo la costruzione di un vasto fronte libertario, che raccolga tutti coloro che fanno dell’azione diretta e dell’autorganizzazione momenti coscienti della loto strategia, e si concretizzi nell’astensione al referendum, può agire vittoriosamente nei vari episodi di scontro di classe che si manifestano, permettendo così ai vari movimeti di crescere senza subordinarsi alle scadenze legalitarie di destra e di sinistra.

Alcune anarchiche e anarchici

Lettera aperta a Dario Fo e Franca Rame

Caro Dario cara Franca

qualche giorno fa, spulciando tra gli atti dei processi per la strage di stato di piazza Fontana, mi ero imbattuto in un telespresso inviato dall’Ambasciata d’Italia a Stoccolma – del 28 agosto 1972 – in cui si annunciava che si era tenuta la preannunciata conferenza stampa a cura dell’Amnesty International Comittee che aveva visto la partecipazione dell’avvocato Calvi, di Dario Fo, della sorella di Valpreda e dell’anarchico Di Cola. Leggendo quelle righe il pensiero mi è tornato a quei giorni, alle nostre chiacchierate, all’affetto che ho provato per te e per la tua generosità nel venire sino a quel lontano paese per sostenere la mia richiesta di asilo politico e aiutarmi a far conoscere agli svedesi l’obbrobrio in cui il potere statale ci aveva precipitato accusandoci, assolutamente estranei, di essere gli ideatori ed esecutori di quella tragica corona di bombe che provocò lutto e sgomento in quel maledetto venerdì 12 dicembre 1969. Avevo pensato di scrivervi per mandarvi il documento e rinnovare la mia gratitudine e il mio affetto per voi.

Invece, leggendo sull’Espresso l’intervista che Roberto Di Caro ha fatto a te e Franca, in cui sostieni che tu avevi saputo che Calabresi non si trovava nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, sono rimasto talmente sorpreso e addolorato che ho deciso di scrivervi pubblicamente, ma di tutt’altro, visto che nessuno sembra avere il coraggio di farlo.

Caro Dario, devo dirti che mi hai sorpreso perché non immaginavo che tu fossi una persona che potesse avere comportamenti sleali e, permettimi, anche disonesti. Sleale perché – se quanto dici fosse vero – hai taciuto un elemento importantissimo per la ricostruzione degli ultimi attimi di vita del nostro caro compagno Pino Pinelli. Disoneste perché, in questo caso, pur sapendo questa “verità”, quella della supposta estraneità di Calabresi, hai continuato a rappresentarlo come assassino e dunque saresti complice del linciaggio morale di un innocente. Sempre se quanto scritto risultasse fedele a ciò che hai detto e se la tesi che sostieni fosse vera. Cosa tutta da dimostrare (non so se c’è ancora qualche avvocato in vita che possa confermare o confutare quanto sostieni) .

Come ben sai le parole hanno un peso e allora mi permetto di esaminare le tue (quelle virgolettate pubblicate dall’Espresso) e cercare di confutarle. Sostieni “…Che il commissario Calabresi non fosse nella stanza quando Pinelli precipitò dalla finestra del quarto piano della Questura, Franca e io lo abbiamo saputo durante il processo Calabresi-Lotta Continua, ce lo hanno assicurato gli avvocati del giornale. Sono andato in crisi, per questo. Era già uscita la prima versione di “Morte accidentale di un anarchico….”. Bene. Anzi male, perché a questo punto ti chiedo di avere il coraggio delle tue parole e di raccontate tutto di questo episodio, voglio i nomi degli avvocati che ti hanno raccontato questo e, soprattutto, vorrei che raccontassi anche a noi da dove nasceva e in base a quali dati di fatto, questo convincimento, anzi certezza (ci hanno “assicurato”), di questi avvocati. Perché, vedi, hai dimenticato di dire che vi è la testimonianza, confermata anche al processo di cui sopra, del compagno Pasquale Valitutti che smentisce Calabresi (che ha detto che era andato nella stanza di Allegra) e che la difesa del commissario non ha neanche ritenuto di dover controinterrogare. Testimonianza che dal primo giorno ad oggi non è mai mutata di una virgola. Testimonianza che è suffragata addirittura dalle parole di Allegra che indicano in Calabresi l’autore dell’interrogatorio “tranquillo”, sì, tanto tranquillo da finire nell’assassinio di Pino!  Vuoi forse farci credere che avvocati di L.C. avrebbero chiamato sul banco dei testimoni, perche il compagno Valitutti non era lì per caso ma in veste di testimone, una persona pur sapendo che mentiva? Ci vuoi forse dire che Valitutti mente? Visto che hai detto queste parole ora non puoi vigliaccamente tirarti indietro e non dire tutto fino in fondo. Io, noi anarchici, non abbiamo paura della verità, anzi la andiamo cercando testardamente da 43 anni.

Il tuo genio e la tua fantasia sono a tutti ben note, quello che non riesco bene a capire è al servizio di chi oggi le metti, quando nella tua veste di autore e sceneggiatore arrivi a dare un giudizio sbalorditivo – pur premettendo di non aver conosciuto Calabresi e Pinelli – perché ritieni veritieri, nel film di Giordana, i dialoghi tra questi due. Dici che “…li sento veri, rappresentati nella loro dimensione umana. I dialoghi di cui c’è documentazione sono corretti, lo so perché ho studiato per anni le carte, quelli ricostruiti funzionano perché sono credibili

Finchè parli di dialoghi “credibili” in una finzione scenica passi pure, è il tuo campo. Ma Pinelli e Calabresi erano persone reali, non personaggi di fantasia di uno sceneggiato. Quei dialoghi, quel tipo di rapporto umano tra un persecutore ed un perseguitato, tra un commissario ed un anarchico, non esistono e non potevano esistere. Non so quali “carte” tu abbia letto (quelle del copione? Quelle scritte da Cucchiarelli?), ma di una cosa sono certo: che le poche parole di Pinelli sono quelle che si trovano nell’interrogatorio del 15 dicembre 1969 (ma un interrogatorio può essere considerato un… “dialogo”!) mentre il resto del “dialogo” è solo frutto delle rappresentazioni difensive (e offensive) del commissario finestra, alias Calabresi. E’ vero che il tuo mestiere è la comicità, ma in questo caso di cosa stai parlando, non hai paura di sprofondare nel ridicolo?

Per passare dalla finzione alla realtà riporto alcune righe scritte dagli avvocati Marcello Gentili e Bianca Guidetti Serra (difensori di Pio Baldelli, direttore responsabile di “Lotta Continua”, nel processo contro di lui intentato da Calabresi) scritte nella loro memoria difensiva del 1975 al giudice istruttore D’Ambrosio (quello che ha indagato sulla morte di Pinelli senza prendersi il disturbo di sentire l’unico testimone – Valitutti – che non fosse incriminato per la morte dell’anarchico nonchè geniale inventore dell’unico caso al mondo di “malore attivo”, per giustificare il volo dalla finestra della Questura di Pinelli) che meglio di tante parole dimostrano il clima di quegli anni, le manovre per addomesticare i processi e quali fossero le vere relazioni tra i due: “…Più in particolare, non si è indagato sulle minacce fatte a Pinelli alcuni mesi e perfino pochi giorni prima della strage, attraverso i testi già uditi nel dibattimento del processo contro Baldelli e gli altri più volte indicati, e richiesti dallo stesso Procuratore Generale il 10 gennaio 1973. Si è giunti all’assurdo di ascoltare due volte come teste Ivan Guarneri: colui che aveva riferito della minaccia a Giuseppe Pinelli di “incastrarlo per bene, una volta per sempre”, rivoltagli pochi giorni prima del 12 dicembre dal dirigente dell’ufficio politico, quasi che questi fosse a conoscenza di quanto stava avvenendo. Sentendolo non su questo punto, ma sull’alibi di Pinelli. E così si sono disattese le nostre istanze, da quella del 2 novembre 1971 all’ultima del 6 dicembre 1974. (…).

E nella memoria difensiva dell’avvocato Carlo Smuraglia (rappresentante la vedova Pinelli) possiamo leggere: “…. Ma il fatto è che una serie di considerazioni del P. G. si distruggono da sole e non hanno bisogno di confutazione. Ci limiteremo a rilevare come nella requisitoria si segua pedissequamente l’impostazione difensiva del principale difensore degli imputati e, talvolta, lo stesso contenuto dei rapporti giudiziari redatti dal Dott. Allegra. E già questo è rivelatore di una presa di posizione apodittica, prima ancora che ancorata a dati obiettivi ed a sicure emergenze processuali.

Né ci soffermeremo sul fatto che per il P. G. le deposizioni di alcuni testi sono sospette solo perché si tratta di anarchici, mentre si dà pieno credito a coloro il cui interesse nel processo – per essere indiziati o imputati – è più che evidente, tanto che perfino le loro contraddizioni vengono addotte a prova di spontaneità!

La presa di posizione di partenza del P. G. è tale che egli ammette che ci sono imprecisioni, discordanze, contraddizioni, che il rapporto iniziale fu superficiale e leggero (da notare che c’era di mezzo un morto e in quali circostanze!), che ci furono errori ed illegalità per quanto riguarda il fermo di Pinelli, ma da tutto questo che cosa deriva? Neppure l’ombra del sospetto, neppure un indizio, nulla, anzi la prova della buona fede dei prevenuti.

Su queste basi, non c’è contraddittorio, non può esservi confronto e dibattito di idee. C’è solo una tesi cui si vuol credere a tutti i costi e che da tutti viene avallata, perfino dagli argomenti decisamente contrari.

Ci sono obiezioni di illustri consulenti di parte? Non se ne tiene conto, perché si tratta di persone rose dal tarlo della politica o dedite alle esercitazioni accademiche.

Si parla di minacce al Pinelli? E che rilievo possono avere, se si tratta solo di – più o meno amichevoli – “esortazioni”?

Pinelli fu fermato illegalmente? Ma che diamine, c’erano elementi fortemente indizianti e perfino una notizia confidenziale che lo dava per implicato in traffici di esplosivi.

Le norme sul fermo non furono applicate rigorosamente? Ma anche questo si spiega con l’eccezionalità della situazione, con l’avallo dei superiori e nientemeno – col consenso delle persone fermate, tutte pronte a collaborare nelle indagini.

Fu fatta un’irregolare e illegittima contestazione al Pinelli? Sciocchezze, piccoli trucchi di mestiere inammissibili per un Magistrato, ma spiegabili e pensabili per un funzionario di pubblica sicurezza. (…).

Dopo aver letto quanto sopra riportato, ti chiedo se davvero credi ancora che siano “corretti” i dialoghi tra Pinelli e Calabresi che Giordana ci propone nel suo film?

Caro Dario e cara Franca, voglio credere che quell’intervista sia il canovaccio di una vostra farsa e che presto ci direte che avete scherzato. Nel frattempo abbiate il pudore di tacere su cose che non sapete e di chiedere scusa ai vostri spettatori, di allora e di oggi, (a noi anarchici non servono, siamo abituati a sentire favole su di noi) per quello che avete detto. Abbiate il buon senso di non farvi portavoce delle parole assolutorie e bipartisan di presidenziale memoria e non prestarvi al gioco di chi vuole riscrivere la storia.

Giù le mani da Pino Pinelli!

Ieri come oggi la verità è una sola, quella scritta in mille muri e gridata in mille manifestazione: Calabresi assassino, Pinelli assassinato, la strage è di stato!

Enrico Di Cola

Da: Umanità Nova 22 aprile 2012Fò e la Rame

Sottoscrivo e mi associo quale persona implicata nei fatti: Roberto Gargamelli

Il 13 ottobre 1909 muore Francisco Ferrer

Ⓐ Il 13 ottobre 1909 muore a Barcellona l’Anarchico catalano Francisco Ferrer, fu un libero pensatore pacifista e anticlericale, pedagogista libertario fondatore della Escuela Moderna. Francisco Ferrer Accusato ingiustamente di essere a capo dell’ondata di violenza politica che aveva investito la Spagna durante la cosiddetta Settimana Tragica (1909), fu processato e condannato a morte.
Alcune dichiarazioni sui giornali;
«Il suo crimine è quello di essere un libero pensatore; il suo crimine è di aver insegnato laicamente a Barcellona, istruito migliaia di ragazzi nella morale indipendente, il suo crimine è quello di aver fondato scuole» (Anatole France);
«Tutta la vita attiva di Ferrer ha fatto meno danni al cattolicesimo spagnolo di quanto non lo faccia ora la semplice menzione del suo nome» (William Archer)

Secondo Ferrer , il fine ultimo della civiltà è la libertà dell’individuo in una società retta da patti liberi e sempre recidibili. Per realizzare questo fine è necessaria una educazione razionale e scientifica da impartire fin dall’infanzia, in quanto il bambino non ha idee preconcette e l’educatore dovrebbe rispettarne la volontà fisica, morale e intellettuale, anche se questo dovesse andare contro gli interessi dello stesso educatore.
Il pensiero di Ferrer era caratterizzato anche da un forte Anticlericalismo, dovuto anche alla situazione sociale della Spagna di quel periodo. Per Ferrer la fondazione di scuole libere avrebbe potuto combattere sia la chiesa e i suoi privilegi che lo stato e il suo strapotere sui cittadini-sudditi.
La Escuela moderna si presentava diversa dalle altre scuole laiche perchè aveva un carattere apertamente rivoluzionario, volto ad emancipare i bambini delle classi povere rifiutando qualsiasi principio di autorità sia da parte dello stato che della chiesa.
Quando gli chiesero da dove gli fosse venuta l’idea di creare la Escuela Moderna egli rispose: “ semplicemente dalla scuola della mia infanzia, facendo però esattamente tutto il contrario “.
Nel 1910 gli Anarchici torinesi, con Maurizio Garino e Pietro Ferrero in testa, fondarono il Circolo di Studi Sociali, che successivamente assunse la denominazione di Scuola Moderna in onore al libertario spagnolo. Altra lapide commemorativa fu collocata nel 1913 nella piazza del villaggio malcantonese di Novaggio , mentre Pasquale Binazzi, editore e redattore del Il Libertario, nel 1910 scrisse e pubblicò l’opuscolo Abbattiamo il Vaticano!!! proprio a memoria del grande pedagogista Anarchico catalano.

Di: Walter Ranieri

Discorso di Clement Duval al suo processo

Non sono un ladro ne’ un assassino: sono semplicemente un ribelle. Non vi riconosco il diritto di interrogarmi, perché’ qui, sono io l’accusatore.
Accuso questa societa’ matrigna e corrotta, in cui l’orgia, l’ozio e la rapina trionfano impuniti e anzi venerati, sulla miseria e sul dolore degli sfruttati. Voi cianciate di furti, voi mi chiamate ladro come se un lavoratore che ha dato alla societa’ trent’anni della sua avvilente fatica per poi non avere neppure il pane per sfamarsi, un cencio per coprirsi, un canile in cui rifugiarsi, potesse mai essere un ladro. Voi sapete bene che mentite, voi sapete meglio di me che e’ furto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, che se al mondo vi sono dei ladri, questi vanno cercati tra coloro che oziando gozzovigliano a spese dei miserabili, i quali producono tutto, con le proprie mani martoriate.
Voi stessi sareste capaci di condividere ciò’ che sto per dirvi: che scopo dell’essere umano e’ la libertà’ e il benessere. Ma la prima non può’ trionfare se non grazie alla rivolta contro chi devasta la civile convivenza perseguendo soltanto il proprio profitto, e il secondo si realizzerà’ soltanto con la violenta distruzione degli intollerabili privilegi di un’oligarchia razziatrice.
E’ per questo che sono anarchico. Perché’ ho il diritto di essere libero riconoscendo come limite alla mia libertà’ la libertà’ altrui. E ho consacrato ogni mio pensiero, ogni mia parola e ogni mio sforzo, tutta la vita, a debellare i vostri insani principi di autorità’ e proprietà’, aspirando a distruggere il vecchio ordine sociale, perché’ non ritengo assurdo ne’ utopico che dalle nostre menti, dai nostri cuori e dalle nostre braccia possa scaturire un mondo migliore, dove libertà’ e benessere siano il frutto dell’eguaglianza e dell’armonia, in una societa’ che bandisca lo sfruttamento e persegua le regole della solidarietà’ e della reciprocità’, in nome del rispetto della vita umana che voi, difendendo i piu’ sordidi interessi delle classi privilegiate, soffocate con leggi che insegnano e propagano il disprezzo e la sopraffazione.

Sareste cosi’ temerari da negare tutto ciò’?

A smentirvi basterebbero le brutali statistiche delle quali cito qualche esempio: nelle fabbriche di vernici o di specchi, i lavoratori sono avvelenati dai sali di piombo e di mercurio, falciati a migliaia nel vigore degli anni, quando sappiamo che la scienza ha dimostrato che questi micidiali sistemi di produzione potrebbero, con poca spesa e minimo sacrificio, essere sostituiti da metodi e prodotti inoffensivi. Le fabbriche di giocattoli intossicano con eguale disinvoltura gli operai che li confezionano e i bambini a cui sono destinati, per non parlare delle miniere, bolge orrende dove migliaia di disgraziati, estranei al mondo, al sole, a un barlume di affetto, sono destinati all’abbrutimento per fare la fortuna di un ignobile pugno di parassiti. Tutto il vostro sistema di produzione e’ un insulto alla vita, e un crimine contro l’umanità’.

E lo sfruttamento dell’uomo non e’ ancora il piu’ feroce e cinico: che dire dello sfruttamento della donna, verso la quale la vostra società’ e’ addirittura piu’ spietata?

Oh, io le ho viste, e tante, gagliarde, nel fiore della giovinezza, piene di salute, arrivare dalle campagne avare alla città’ piovra. Rideva nei loro occhi la speranza, con sana freschezza nutrivano la fiducia di giungere finalmente nella terra promessa del lavoro, della prosperità’, del benessere. Le ho riviste qualche tempo dopo, uscire dai vostri ergastoli senz’aria e senza luce che chiamate fabbriche, lavorando dieci, dodici o quattordici ore per il pane, sognando un’agiatezza che l’onesta fatica non concederà’ mai, le ho riviste anemiche, stanche, esauste, nauseate da un lavoro schiavista e dal vostro cinismo. Le ho riviste a tarda notte nelle taverne dei sobborghi, sul lastricato, tra le pozzanghere, guadagnarsi il pane e un rifugio ricorrendo al piu’ umiliante mercimonio. Le ho riviste nelle celle delle gendarmerie, schedate, bollate dal marchio dell’infamia, queste poverette che la vostra societa’ ipocrita relega al margine. Le ho viste intristirsi, inasprirsi sotto la sferza della fatica e della miseria, non credere più’ nella vita, non credere più’ nell’avvenire, non credere piu’ nell’amore, proprio loro che all’amore si erano concesse sorridendo e avevano salutato la nuova culla con lacrime di gioia. E sotto quell’accidia ho visto germinare le delusioni che si trasformano in disperazione, scatenando violenze e l’abbandono della famiglia, questo istituto a vostro dire sacro di cui vi autoproclamate sacerdoti, custodi e paladini.
E in cuor mio, non vi ho più’ perdonato.
Sono un operaio che non ha sopportato a capo chino, e prima, ero carne da cannone, tornato dalla bassa macelleria del 1870 straziato dalle ferite e spezzato dai reumatismi. Nei tristi androni dell’ospedale ho avuto tempo, molto tempo, per riflettere su quanto la patria aveva voluto da me e quanto la patria mi aveva dato. Prima mi avete annebbiato il cervello di menzogne, odio e furore selvaggio, per poi farmi avventare in nome dell’onore e della gloria della Francia, tra rulli di tamburi e squilli di fanfare, contro il nemico.
Il nemico? Li ho visti faccia a faccia, i nemici: erano poveracci come noi, che avanzavano verso la carneficina mesti, docili, inconsapevoli quanto noi di essere strumento di calcoli che di la’ come di qua dalla frontiera rinsaldavano i diritti feudali di vita e di morte sui sudditi.

Il nemico e’ qui. Dentro le frontiere segnate dal capriccio e dalla bramosia di profitto dei governi. L’Umanità’ che soffre e lavora, quella e’ la nostra patria. Il nemico, e’ l’oligarchia ladra che si ingozza sul nostro sudore. Non ci ingannate più’.

Voi ci avete spediti al di la’ del mare contro popoli che chiedevano soltanto di mantenere inviolato il proprio focolare. In nome della vostra civiltà’ ci avete incitato allo stupro, al saccheggio, alla strage, per sete di conquista. E dopo tanto orrore e ferocia, avete la sfrontatezza di giudicare i disgraziati che vedendosi negato il diritto a una dignitosa esistenza, hanno avuto almeno il coraggio di andarsi a prendere il necessario la’ dove abbonda il superfluo?
Ecco perché’ mi trovo qui: per aver gridato forte e chiaro ciò’ che Proudhon si e’ limitato a pronunciare a bassa voce davanti a un’accademia di benpensanti: che la proprietà’, se non nasce dal lavoro, se non germoglia dal risparmio, dall’abnegazione, dall’onesto vivere, e’ un furto. Voi avete fatto della proprietà’ un’istituzione. Egoista e una pratica selvaggia a cui tributate venerazione, mentre i miserabili devono a essa i dolori, l’odio e le maledizioni.
Io non tendo la mano a chiedere l’elemosina. Io pretendo che mi sia riconosciuto il diritto a riprendermi cio’ che mi e’ stato tolto da una congrega di accaparratori, ladri e corrotti.

Non mi ingannate più’. E, in cuor mio, non vi perdono.Clement Duval

 

Il 5 ottobre nasce a Carrara Romualdo Del Papa

Il 5 ottobre 1903 nasce a Carrara l’Anarchico Romualdo Del Papa.
Figlio dell’Anarchico e sindacalista Ugo Del Papa, Romualdo ancora adolescente frequentò il circolo giovanile Anarchico Bruno Filippi di Carrara.Nel luglio del 1921 emigrò clandestinamente in Francia, prima a Brignoles, poi nel 1927 a Toulon (Var) con la moglie Henriette Louis Tallandier dalla quale avrà tre figli. Rimase in contatto con un gran numero di anarchici e fuoriusciti italiani  tra cui Camillo Berneri, Gino Bibbi e Ugo Boccardi Romualdo Del Papa e partecipò attivamente alla lotta contro il fascismo.  Nel 1936 partì per la Spagna e si arruolò nella Colonna Durruti, ove vi rimase fino al giugno del 1937. Il 12 novembre 1941 fu condannato a cinque anni di confino e inviato a Ventotene. Dopo la chiusura di Ventotene, nel maggio del 1943 tornò a Carrara per partecipare alla resistenza. L’8 settembre del 1943 l’Anarchico Ugo Mazzucchelli formò una prima cellula con i propri figli Alvaro, Carlo e Romualdo Del Papa. Pochi giorni dopo, insieme ad altri Anarchici, guidarono l’assalto alla caserma Dogali requisendovi le armi e spingendo gli alpini a disertare e ad aderire alla lotta partigiana. Nacque così nelle vicine cave di Lorano, la “Lucetti”, comandata da Ugo Mazzucchelli . Ha partecipato a molte azioni di guerra. Durante una pericolosa missione di collegamento vicino ad Altopascio, fu l’unico che riuscì a sfuggire ai tedeschi: dei due compagni che lo accompagnavano venne ucciso Venturelli Perissino mentre Renato Macchiarini fu fatto prigioniero e deportato in Germania dove vi morì. All’indomani della liberazione di Carrara, nell’aprile 1945, partecipò, assieme agli anarchici Onofrio Lodovici ed Ismaele Macchiarini, alla giunta del governo provvisorio della città, mentre del consiglio municipale ne facevano parte, tra gli altri, i compagni Renato e Adolfo Viti ed Orlando Bolgioni.
Nel settembre 1945 partecipò a Carrara, come delegato per la Federazione Comunista Libertaria di Massa Carrara, al Congresso di costituzione della Federazione Anarchica Italiana ( FAI ).
Fù anche direttore responsabile del periodico carrarese L’Araldo. Romualdo Del Papa muore a Carrara il 20 dicembre 1965 ed è sepolto al cimitero di Turigliano.

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