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GLI AGUZZINI DEL MARE E DEL DESERTO

La politica del governo in Libia

La politica del governo italiano in Libia.

Ciò che accade a largo delle coste e all’interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo. Con lo spudorato pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”, lo Stato italiano sta lautamente finanziando i Signori della Guerra. Guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente “Governo libico”) l’internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Mediterraneo. Detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone. Costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, Il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli sono le stesse milizie a cui l’ENI delega la difesa armata dei propri pozzi nei 34 campi di concentramento (di cui 24 nel territorio controllato dal governo di Tripoli alleato dell’Italia) si praticano quotidianamente torture, violenze e stupri. L’importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i sogni di Ordine e Sicurezza in Italia e in Europa, il resto non è affar nostro, giusto? D’altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi? Nel grande caos seguito ai bombardamenti della NATO del 2011 (proprio quando stavano le concessioni petrolifere alle Potenze Occidentali), i governi d’Italia, Francia e Inghilterra hanno cercato di farsi le scarpe a vicenda rinegoziando con le bombe e con i soldi la propria influenza nell’area.
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29 NOVEMBRE 1864 IL MASSACRO DI SAND CREEK

La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whisky durante la cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe del Colorado, resero possibile la fuga a molti indiani.

“…Ai primi spari il capo Antilope Bianca, un anziano di 75 anni, si mosse a passo svelto verso i soldati; James Beckwourth, che cavalcava a fianco di Chivington, testimoniò che il capo, disarmato e con le mani in alto, si avvicinò urlando «Fermi! Fermi!» in inglese perfettamente udibile, finché non fu abbattuto a colpi di fucile da parte dei soldati.Il corpo rimase abbandonato sul letto asciutto del torrente: come riferì poi Robert Bent, alcuni soldati vi si avvicinarono e lo mutilarono con i loro coltelli, tagliandogli il naso, le orecchie e i testicoli per farne dei trofei.
Mentre ad est le truppe americane si combattevano in una guerra fratricida, ad ovest nell’estate del 1864 il governo ordinò alle tribù di insediarsi nei dintorni di Fort Lyon, nel Colorado. Vuoi perchè alcuni gruppi non vennero a conoscenza dell’ingiunzione, vuoi perchè altri gruppi non si fidavano certo dei bianchi e vuoi, infine, perchè molti non intendevano obbedire alle ingiunzioni dei soldati, sta di fatto che gli indiani restarono prevalentemente dove si trovavano, senza preoccuparsi troppo. Perciò il colonnello Chivington organizzò il 3° Reggimento dei Volontari del Colorado, uomini senza troppi scrupoli reclutati per cento giorni soltanto, col compito di massacrare quanti più indiani possibile, rifacendosi ad un proclama di quell’anno del governatore di quel Territorio, Evans, che esortava la popolazione a cacciare ed eliminare il numero maggiore di Nativi.
Il terzo Reggimento si abbatté sui Cheyenne, i quali, peraltro, avrebbero voluto trattare la pace. Per questo motivo fecero avanzare una delegazione comandata da Orso Magro che però fu freddato appena fu a portata di tiro. Seguì un breve combattimento, fermato dal capo Pentola Nera, che impedì ai suoi seicento guerrieri di massacrare i cento volontari. La situazione volgeva a favore degli Indiani che, dietro insistenza del capo Cheyenne, decisero di proporre un’istanza di pace che però non fu presa in debita considerazione dal governatore Evans. Alcuni capi dei Nativi, non riuscendo a capire lo stato reale delle cose, si insediarono, con i propri gruppi, nelle vicinanze dei forti. Altre tribù, compresa quella di Pentola Nera, si spostarono a Nord, mentre l’esercito, senza fare distinzione tra gli Indiani pacifici e quelli belligeranti, si preparava a sedare i focolai del Nord-Ovest.
Poiché Pentola Nera desiderava fortemente la pace, dietro assicurazione che nulla sarebbe accaduto, obbedì all’ordine di accamparsi lungo il Sand Creek, poco lontano da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho di Mano Sinistra.
Il campo Cheyenne si trovava in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Il tepee di Pentola Nera era vicino al centro del villaggio, e a ovest vi era la gente di Antilope Bianca e di Copricapo di Guerra. Sul versante orientale e poco discosto dai Cheyenne vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra. In totale vi erano quasi seicento indiani nell’ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trovava diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come aveva detto loro di fare il maggiore Anthony, comandante del distaccamento a cui erano affidati.
Gli indiani erano così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non misero sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che era chiusa in un recinto sotto il torrente. Il primo sentore di un attacco lo ebbero verso l’alba – il rimbombo degli zoccoli sulla pianura sabbiosa. Alcune squaws dissero che vi era una massa di bisonti che si dirigeva verso il campo; altre dissero che era una massa di soldati. Dal torrente stava avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe… si potevano vedere altri soldati che si dirigevano verso le mandrie di cavalli indiani a sud dell’accampamento; in tutto l’accampamento vi era una gran confusione e un gran vociare: uomini, donne e bambini correvano fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillavano alla vista delle truppe; uomini che correvano nelle tende a prendere le armi…
Pentola Nera aveva una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e stava davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante nella luce grigia dell’alba invernale. Gridò alla sua gente di non avere paura, che i soldati non avrebbero fatto loro dei male; poi le truppe aprirono il fuoco dai due lati del Campo. I soldati appena smontati da cavallo cominciarono a sparare con le carabine e le pistole. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stavano radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera. Risalendo il letto asciutto del torrente altri giungevano dal campo di Antilope Bianca. Dopo tutto, il colonnello Greenwood non aveva detto a Pentola Nera che finché fosse sventolata la bandiera americana sopra la sua testa, nessun soldato avrebbe sparato su di lui?
Black Kettle Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, camminò a grandi passi verso i soldati. Egli credeva ancora che i soldati avrebbero smesso di sparare appena avessero visto la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che aveva ora innalzato Pentola Nera.
Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalcava a fianco del colonnello Chivington, vide avvicinarsi Antilope Bianca. “Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth “tenendo in alto le mani e dicendo: “Fermi! fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato”. I sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare: “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”.
Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vide le truppe, si fermò con le braccia incrociate, dicendo che non avrebbe combattuto gli uomini bianchi perché erano suoi amici. Cadde fucilato.
Ma all’alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l’accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l’attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire.
Gli episodi sconvolgenti – come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro – non si contarono. Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. Per commettere delitti così atroci bisognava possedere una innata cattiveria o non essere padroni delle proprie azioni. In effetti molti dei partecipanti erano ubriachi. In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.
Robert Bent, che si trovava a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, disse che, quando giunsero in vista al campo, vide “sventolare la bandiera americana e udii Pentola Nera che diceva agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcarono disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accadde quando eravamo a meno dì 50 metri dagli indiani. Vidi anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere erano in una posizione così in vista che essi devono averle viste. Quando le truppe spararono, gli indiani scapparono, alcuni uomini corsero nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che vi fossero seicento indiani in tutto. Ritengo che vi fossero trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini era lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri misero insieme le donne e i bambini e li circondarono per proteggerli.
Vidi cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzarono verso di loro, scapparono fuori e mostrarono le loro persone perché i soldati capissero che erano squaws e chiesero pietà, ma i soldati le fucilarono tutte. Vidi una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicinò con la sciabola sguainata; quando la donna alzò un braccio per proteggersi, egli la colpì, spezzandoglielo; la squaw si rotolò per terra e quando alzò l’altro braccio, il soldato la colpì nuovamente e le spezzò anche quello. Poi la abbandonò senza ucciderla. Sembrava una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto furono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati… Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. ” (In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche i neonati. “Le uova di pidocchio fanno i pidocchi” dichiarò.)
Robert Bent La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati fu confermata dal tenente James Connor: “Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati a uomini, donne e bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino; sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.”
Un reggimento addestrato e ben disciplinato avrebbe potuto certamente distruggere quasi tutti gli indiani indifesi che si trovavano sul Sand Creek. La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whisky durante la cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe del Colorado, resero possibile la fuga a molti indiani. Un certo numero di Cheyenne scavò trincee sotto gli alti argini del torrente in secca e resistette fino a quando scese la notte. Altri fuggirono da soli o a piccoli gruppi attraverso la pianura. Quando cessò la sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini.
John M. Chivington
Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del fuoco disordinato dei soldati che si sparavano addosso l’un l’altro. Fra i capi uccisi vi erano Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Pentola Nera riuscì miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie fu gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riuscì ugualmente a salvarsi.
Quando scese la notte i sopravvissuti strisciarono fuori dalle buche. Faceva molto freddo e il sangue si era congelato sulle loro ferite, ma non osarono accendere i fuochi. L’unico pensiero che avevano in mente era di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. “Fu una marcia terribile,” ricordò George Bent “la maggior parte di noi procedeva a piedi, senza cibo, con pochi indumenti, impacciata dalle donne e dai bambini.” Per 80 chilometri sopportarono il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiunsero il campo di caccia. “Come arrivammo nel campo vi fu una scena terribile. Tutti piangevano, persino i guerrieri, le donne e i bambini strillavano e gemevano . Quasi tutti i presenti avevano perso qualche parente o amico e molti di loro sconvolti dal dolore si sfregiavano coi coltelli finché il sangue usciva a fiotti.”
Si era in gennaio, la Luna del Grande Freddo, quando gli indiani delle pianure tradizionalmente tengono accesi i fuochi nelle loro tende, raccontano storie per passare le lunghe serate e si alzano tardi alla mattina. Ma quello era un brutto momento e come la notizia del massacro di Sand Creek si sparse nelle pianure, i Cheyenne, gli Arapaho e i Sioux mandarono staffette avanti e indietro con messaggi che invitavano tutti gli indiani a unirsi in una guerra di vendetta contro i bianchi assassini.

Monologo con un compagno schiavo moderno

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai posi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta.

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai polsi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta. Come posso darti torto, caro compagno oppresso e incattivito? Epppure ti vedo, ti ascolto, tutte le volte che accarezzi queste catene, e lo sai fare in mille modi diversi, e come le lustri per bene! , mi dici che sono un sognatore e secondo te questo non va bene, non sarei serio e con la testa sulle spalle, mi dici. Ebbene, come puoi dirmi che la cosa saggia da fare è non sognare, non avere utopie, stare dunque nella realtà, quando un attimo prima accusi proprio questa realtà? Deciditi. Non cadere in contraddizione. La verità è che tu non hai più sogni perché sei già morto dentro, e non lo sai. La libertà ti fa paura, infatti pensi che se io mi liberassi i polsi e scappassi, chissà poi cosa farei, vero? E tu cosa faresti da libero? Pensaci! Cosa faresti? Anzi, pensa intanto a quello che da secoli ti stanno facendo i padroni e a quello che stai facendo tu, ora! Io voglio solo essere libero, vivere e lasciar vivere, non essere padrone di nessuno e neanche schiavo di qualcuno, ma tu questo lo trovi immorale, assurdo, impossibile, e persino pericoloso. Vedi, un pollo cresciuto in gabbia forse pensa che i suoi compagni che razzolano fuori siano malati, ma se a quel pollo gli aprissimo la gabbia stai certo che nel giro di pochi secondi il becco fuori lo metterebbe, mentre tu, educato e istruito come sei, non vuoi fare neanche quello, e non facendolo costringi anche me nella gabbia di questa realtà di cui ti lamenti, ma che continui a perpetuare trovando mille pretesti per lustrarti le catene ai polsi e sceglierti il padrone che, da quelle catene da te difese, prende tutta la sua forza di padrone.

Paolo Schicchi

Di male in peggio,proprio non ci si vuole liberare dal lavoro

Il mondo del lavoro stampella su cui poggia tutto il sistema sociale sta accorciando progressivamente sempre più la catena delle lavoratrici e dei lavoratori, burattini i cui fili sono tirati dal teatrino organizzato dalla violenza padronale e da multinazionali e banche

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A proposito di frontiere, fortezze e libertà

 

“In generale il concetto di frontiera significa una separazione geografica che delimita un territorio statale o municipale rispetto ad un altro. A volte queste aree sono delimitate da «ostacoli» naturali come fiumi o montagne, in altre occasioni vengono tracciate in base alla normativa coloniale. Ma in ogni caso, le frontiere determinano un territorio dominato ed amministrato autoritariamente e che deve essere protetto e difeso dall’esterno. Così, la messa in sicurezza delle frontiere attraverso sistemi (muri, inferriate, ecc.) e personale (polizia, esercito, ecc.) di protezione non risale agli «ultimi» movimenti migratori scatenati dalla catastrofe planetaria. Allo stesso modo, le guerre condotte per conflitti di confine e brame di potere territoriale fanno parte degli orrori fin troppo noti di ogni dominio.
All’interno stesso di ogni frontiera entrano in gioco altri metodi di controllo e di dominio degli esseri umani, in apparenza meno aggressivi direttamente, benché non cambi affatto l’obiettivo permanente di mantenere e sviluppare i rapporti di potere esistenti in un quadro di costruzione nazionale.
Per tornare sulle definizioni del concetto: una frontiera è in generale qualcosa di restrittivo, di limitante, di segregante. È una definizione dello spazio che sfocia nel sangue, ma è anche ogni piccolo ostacolo nella nostra esistenza che ci impedisce di sperimentare la vita e le sue potenzialità. La possibilità di muoversi liberamente in tutte le direzioni, di crescere liberamente, di pensare liberamente, di decidere liberamente e di agire secondo queste decisioni viene disciplinata da ogni genere di frontiera.
L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno. Tutti hanno in comune (e ce ne sarebbero molti altri di istituzioni, norme e meccanismi che di primo acchito non verrebbe in mente di aggiungere) il fatto di inserirci forzatamente in un mondo predefinito, urgente, in un quadro sempre più angusto e rigido al quale è impossibile sfuggire nel suo insieme e al servizio del quale dovremmo mettere la nostra vita. Tutte queste frontiere servono al mantenimento e allo sviluppo di un mondo basato sull’oppressione, lo sfruttamento, la devastazione e le guerre, spingendo milioni di persone a fuggire in cerca di qualcosa di diverso, di migliore, di più libero.
In questo mondo marcio fino al midollo, molti si chiedono cosa si possa fare contro le conseguenze disastrose della Fortezza Europa. Da un lato, si può rispondere in maniera ovvia: organizzare il sostegno, fornire cibo, vestiario, alloggio, occupare case insieme, far passare le frontiere, indicare le varie istituzioni, sfruttatori e altri responsabili della miseria che rappresentano gli ingranaggi della macchina che amministra, rinchiude ed espelle e che possono essere disturbati e sabotati in quanto tali. Ma ciò che sottende sempre questo problema è lo sguardo verso l’esterno, lo sguardo lontano dalla propria situazione, dai propri desideri e dalle proprie aspirazioni. Infatti è molto più facile rispondere alla vecchia domanda «che fare?» partendo da questo. La tua vita è limitata da migliaia di leggi, norme e vincoli di ogni genere? Allora spezza questi confini! La fortezza nei confronti dell’esterno funziona proprio perché è accettata e riportata all’interno. Il movimento senza limiti sarà possibile solo quando il potere sugli esseri, sulle loro decisioni e il loro corpo sarà spazzato via.
Rivendicare l’apertura delle frontiere senza negare il Potere in sé, non può che portare ad un vicolo cieco. La frontiera è un elemento costitutivo di qualsiasi Stato, che vuole mantenere «il suo territorio» sotto controllo. Ancora più importante, la vita e le infinite proposte di libertà non vengono compromesse solo da quella «frontiera». La fortezza deve quindi essere compresa come un tutto per giungere ad una prospettiva di libertà, e non solo in tempi in cui predominano la follia securitaria e la repressione di tanti aspetti della vita quotidiana. Da qui la proposta di combattere e distruggere la fortezza in tutti i sensi e a tutti i livelli, fino a quando l’ultima frontiera che impedisce una vita libera non sia abbattuta.
Il soldato che protegge la frontiera con le armi in mano è la stessa fortezza del soldato che difende il suoi padroni con tutti i mezzi e prende di mira su comando una folla di insorti. Lo sbirro che dà la caccia ai senza documenti è la stessa fortezza dello sbirro che costantemente pattuglia, osserva, interviene, controlla, arresta, rinchiude. L’impresa di costruzioni che si arricchisce con la costruzione di un centro di reclusione per immigrati è la stessa fortezza che partecipa alla costruzione di una scuola. L’azienda di tecnologie che addobba le frontiere esterne con qualche meraviglioso sistema di sorveglianza è la stessa fortezza che sviluppa telecamere con programmi integrati di riconoscimento facciale. L’università che fornisce il sapere che serve alla messa in sicurezza delle frontiere è la stessa fortezza che armeggia con la tecnologia genetica. La compagnia ferroviaria che deporta è la stessa fortezza che trasporta tutti i giorni la merce umana al proprio posto di lavoro (non solo luogo di sfruttamento e di attività estranea alla vita, ma anche produttore e riproduttore dei rapporti sociali quotidiani). Il partito addetto al controllo delle frontiere e delle espulsioni è la stessa fortezza che pretende che la società debba essere retta dall’autorità. La telecamera di sorveglianza che registra tutti i movimenti alle frontiere è la stessa fortezza che c’è all’angolo della strada. Il laboratorio di analisi che prende le impronte digitali dei migranti al loro arrivo per inserirle in immense banche-dati è la stessa fortezza del laboratorio di analisi o della banca-dati di DNA che raccoglie e gestisce le tracce dei potenziali delinquenti e delle scene del crimine, ecc…
L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo… ma sarebbe ripetitivo e diventerebbe noioso. Ma il punto dovrebbe essere chiaro.
Devastiamo la fortezza in tutti i sensi!
Libertà in tutte le direzioni!”

[Dicembre 2016, a proposito della manifestazione
«contro il razzismo, la repressione e le espulsioni»
del 24 giugno 2016 a Basilea, Svizzera]

L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno.

Finimondo

Il 31 agosto 1865 nasce l’Anarchico Paolo Schicchi

Il 31 agosto 1865 nasce a Collesano, Palermo, l’Anarchico Paolo Schicchi, detto “il leone di Collesano”, storicamente collocato nel periodo in cui l’Anarchia era l’enorme forza popolare per il riscatto dei diritti calpestati. Nel 1880, a soli 15 anni, fa il suo primo comizio improvvisato contro il clero, proprio davanti al duomo di Cefalù. Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa, riesce a disertare trasferendosi a Parigi proprio nel centenario della Rivoluzione. Collabora con grandi Anarchici come Sébastien Faure ed è promotore della rivoluzione culturale Anarchica francese grazie all’applicazione delle teorie del filosofo Jean-Marie Guyau. Fonda il circolo internazionale degli studenti Anarchici, il cui manifesto viene diffuso in migliaia di copie anche in Italia. Per le sue idee ed attività libertarie, viene condannato a oltre 11 anni di carcere: “Sono orgoglioso d’aver potuto sacrificare la mia libertà per i grandi principii dell’Anarchia”!!! Si è sempre rifiutato di firmare le varie domande di grazia stilate dai suoi parenti, tutti catto-fascisti. Ancora oggi Schicchi è un esempio di attivismo che si basa sulla difesa eroica ed estrema dei diritti negati. Le sue accuse contro ogni tipo di autorità costituita sono feroci e decise. In una delle ultime interviste afferma: “Sono con tutti gli Anarchici, ma con nessuna organizzazione, chiesa o conventicola. Le organizzazioni finiscono quasi sempre nell’autoritarismo più o meno larvato, anche se Anarchiche”; ed ancora, “Ero giovinetto, allorché ebbi il battesimo dell’Anarchia dalla colossale figura di Bakunin, a Napoli, dove fondò il giornale rivoluzionario La Campana e L’Internazionale dei Lavoratori. Bakunin mi strinse la mano e battendomi con l’altra sulla spalla mi disse: Sei un giovane energico e intelligente e farai molta strada lottando per la causa degli sfruttati, contro gli sfruttatori, che è la più giusta e la più umana. Io non ho mai dimenticato queste sue parole profetiche e sagge ed ho lottato e lotterò contro tutte le tirannie fin quando avrò un minimo di forza”. Muore a Palermo il 12 dicembre 1950.
Paolo Schicchi
Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa…

Di: Walter Ranieri

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