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Giustizieri della notte e proibizionisti? No Grazie

Ronde e proibizionisti. No grazieQuindi, giusto per capire,secondo taluni sarebbe giusto allontanare anche in malomodo gli spacciatori dai quartieri.Veniamo subito alle ronde e ai pestaggi di questi ultimi giorni messi in atto da un centro sociale del nord per dissuadere gli spacciatori dallo stanziare nei pressi del loro stabile. Se dovessimo accettare misure come queste, questa situazione dovremmo leggerla anche in chiave diversa allora. Secondo questa logica, dovremmo picchiare anche i baristi e far chiudere ogni punto di mescita di alcolici, dovremmo menare i tabbaccai,dovremmo picchiare gli operai perché lavorano per i padroni,sparare ai rapinatori di banche. Spesso, uno spacciatore di strada, a sua volta è tossicodipendente,e in ogni caso come ogni essere vivente deve procacciarsi il cibo per vivere. Domanda e offerta, attenzione,allora allo stesso modo per ripulire i quartieri picchiamo anche chi si prostituisce, che al 95 per dei casi vi è costrettoper bisogno? Che la droga faccia male è un dato di fatto,anche l’alcool fa male,la prima non è legale,il secondo si,allora solo perché uno è legale e l’altro no, ci si mette dalla parte e al servizio della legalità? Per quanto mi riguarda, un anarchico non vieta niente a nessuno,credo che la cosa più opportuna da farsi sia creare dei centri di informazione approfittando degli spazi occupati per creare consapevolezza sull’assunzione di alcool e di droghe. Vuoi bere? Ok, bevi,queste potrebbero essere le conseguenze di un abuso,ti vuoi drogare? La stessa cosa,ti metto di fronte alla realtà in cui ti potresti trovare. In questo modo secondo il punto di vista anarchico andrebbe affrontata la questione. Il proibizionismo e le ronde non sono affatto la soluzione,ci si accanisce con gli spacciatori al dettaglio e ci si dimentica di chi quella droga gliela mette in mano. La lotta deve essere indirizzata direttamente contro lo stato e alla mafia, quel binomio indissolubile che all’uopo trova sostegno anche in chi a quanto pare responsabilizza gli ultimi rifiutandosi di colpire al vertice.  Facciamo dunque  attenzione a lanciare messaggi di questo genere e a comportarci esattamente come la più becera destra fascista e manettara. Giustizieri della notte e proibizionisti? No Grazie

Pubblicato da: La Fiaccola dell’Anarchia

Sentieri in cammino di Olmo Losca

Per le Autoproduzioni Cassa Anti-Repressione, è disponibile il libro “Sentieri in Cammino” di Olmo Losca. Un libro tascabile (96 pagine) di racconti sociali al costo politico di 10€. Il ricavato delle vendite sarà destinato ai compagni e alle compagne che sono in carcere. Un gesto, seppur piccolo, di solidarietà nei confronti di chi sta subendo la repressione quotidianamente. Il libro può essere acquistato contattando la mail:

[email protected]

Particolare del dipinto di Giulio Scapaticci
Particolare del dipinto di Giulio Scapaticci

“E’ disponibile il libro “Tempesta”

“E’ disponibile il libro “Tempesta” di Caterina Barbierato edito da Autoproduzioni Cassa Anti-repressione,una raccolta di pensieri della compagna anarchica in 80 pagine.  Il costo politico del libro è di 8 euro a copia,con un acquisto minimo di 5 copie è possibile acquistarlo al costo di 6 euro a copia. L’intero ricavato dalla vendità del libro è destinato ai compagni e alle compagne rinchiusi nelle patrie galere di stato che lottano contro questo sistema infame che affama sfrutta e uccide ed è a loro che è rivolta questa pubblicazione. Libertà per i partigiani e le partigiane di oggi e fuoco alle galere.”

Per info: [email protected]

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http://www.anarchistintheworld.net/

E’ possibile richiedere i libri anche da qui

Già pubblicato da https://lafiaccoladellanarchia.noblogs.org/e-in-uscita-il-libro-tempesta/

Monologo con un compagno schiavo moderno

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai posi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta.

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai polsi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta. Come posso darti torto, caro compagno oppresso e incattivito? Epppure ti vedo, ti ascolto, tutte le volte che accarezzi queste catene, e lo sai fare in mille modi diversi, e come le lustri per bene! , mi dici che sono un sognatore e secondo te questo non va bene, non sarei serio e con la testa sulle spalle, mi dici. Ebbene, come puoi dirmi che la cosa saggia da fare è non sognare, non avere utopie, stare dunque nella realtà, quando un attimo prima accusi proprio questa realtà? Deciditi. Non cadere in contraddizione. La verità è che tu non hai più sogni perché sei già morto dentro, e non lo sai. La libertà ti fa paura, infatti pensi che se io mi liberassi i polsi e scappassi, chissà poi cosa farei, vero? E tu cosa faresti da libero? Pensaci! Cosa faresti? Anzi, pensa intanto a quello che da secoli ti stanno facendo i padroni e a quello che stai facendo tu, ora! Io voglio solo essere libero, vivere e lasciar vivere, non essere padrone di nessuno e neanche schiavo di qualcuno, ma tu questo lo trovi immorale, assurdo, impossibile, e persino pericoloso. Vedi, un pollo cresciuto in gabbia forse pensa che i suoi compagni che razzolano fuori siano malati, ma se a quel pollo gli aprissimo la gabbia stai certo che nel giro di pochi secondi il becco fuori lo metterebbe, mentre tu, educato e istruito come sei, non vuoi fare neanche quello, e non facendolo costringi anche me nella gabbia di questa realtà di cui ti lamenti, ma che continui a perpetuare trovando mille pretesti per lustrarti le catene ai polsi e sceglierti il padrone che, da quelle catene da te difese, prende tutta la sua forza di padrone.

Paolo Schicchi

Di male in peggio,proprio non ci si vuole liberare dal lavoro

Il mondo del lavoro stampella su cui poggia tutto il sistema sociale sta accorciando progressivamente sempre più la catena delle lavoratrici e dei lavoratori, burattini i cui fili sono tirati dal teatrino organizzato dalla violenza padronale e da multinazionali e banche

(altro…)

A proposito di frontiere, fortezze e libertà

 

“In generale il concetto di frontiera significa una separazione geografica che delimita un territorio statale o municipale rispetto ad un altro. A volte queste aree sono delimitate da «ostacoli» naturali come fiumi o montagne, in altre occasioni vengono tracciate in base alla normativa coloniale. Ma in ogni caso, le frontiere determinano un territorio dominato ed amministrato autoritariamente e che deve essere protetto e difeso dall’esterno. Così, la messa in sicurezza delle frontiere attraverso sistemi (muri, inferriate, ecc.) e personale (polizia, esercito, ecc.) di protezione non risale agli «ultimi» movimenti migratori scatenati dalla catastrofe planetaria. Allo stesso modo, le guerre condotte per conflitti di confine e brame di potere territoriale fanno parte degli orrori fin troppo noti di ogni dominio.
All’interno stesso di ogni frontiera entrano in gioco altri metodi di controllo e di dominio degli esseri umani, in apparenza meno aggressivi direttamente, benché non cambi affatto l’obiettivo permanente di mantenere e sviluppare i rapporti di potere esistenti in un quadro di costruzione nazionale.
Per tornare sulle definizioni del concetto: una frontiera è in generale qualcosa di restrittivo, di limitante, di segregante. È una definizione dello spazio che sfocia nel sangue, ma è anche ogni piccolo ostacolo nella nostra esistenza che ci impedisce di sperimentare la vita e le sue potenzialità. La possibilità di muoversi liberamente in tutte le direzioni, di crescere liberamente, di pensare liberamente, di decidere liberamente e di agire secondo queste decisioni viene disciplinata da ogni genere di frontiera.
L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno. Tutti hanno in comune (e ce ne sarebbero molti altri di istituzioni, norme e meccanismi che di primo acchito non verrebbe in mente di aggiungere) il fatto di inserirci forzatamente in un mondo predefinito, urgente, in un quadro sempre più angusto e rigido al quale è impossibile sfuggire nel suo insieme e al servizio del quale dovremmo mettere la nostra vita. Tutte queste frontiere servono al mantenimento e allo sviluppo di un mondo basato sull’oppressione, lo sfruttamento, la devastazione e le guerre, spingendo milioni di persone a fuggire in cerca di qualcosa di diverso, di migliore, di più libero.
In questo mondo marcio fino al midollo, molti si chiedono cosa si possa fare contro le conseguenze disastrose della Fortezza Europa. Da un lato, si può rispondere in maniera ovvia: organizzare il sostegno, fornire cibo, vestiario, alloggio, occupare case insieme, far passare le frontiere, indicare le varie istituzioni, sfruttatori e altri responsabili della miseria che rappresentano gli ingranaggi della macchina che amministra, rinchiude ed espelle e che possono essere disturbati e sabotati in quanto tali. Ma ciò che sottende sempre questo problema è lo sguardo verso l’esterno, lo sguardo lontano dalla propria situazione, dai propri desideri e dalle proprie aspirazioni. Infatti è molto più facile rispondere alla vecchia domanda «che fare?» partendo da questo. La tua vita è limitata da migliaia di leggi, norme e vincoli di ogni genere? Allora spezza questi confini! La fortezza nei confronti dell’esterno funziona proprio perché è accettata e riportata all’interno. Il movimento senza limiti sarà possibile solo quando il potere sugli esseri, sulle loro decisioni e il loro corpo sarà spazzato via.
Rivendicare l’apertura delle frontiere senza negare il Potere in sé, non può che portare ad un vicolo cieco. La frontiera è un elemento costitutivo di qualsiasi Stato, che vuole mantenere «il suo territorio» sotto controllo. Ancora più importante, la vita e le infinite proposte di libertà non vengono compromesse solo da quella «frontiera». La fortezza deve quindi essere compresa come un tutto per giungere ad una prospettiva di libertà, e non solo in tempi in cui predominano la follia securitaria e la repressione di tanti aspetti della vita quotidiana. Da qui la proposta di combattere e distruggere la fortezza in tutti i sensi e a tutti i livelli, fino a quando l’ultima frontiera che impedisce una vita libera non sia abbattuta.
Il soldato che protegge la frontiera con le armi in mano è la stessa fortezza del soldato che difende il suoi padroni con tutti i mezzi e prende di mira su comando una folla di insorti. Lo sbirro che dà la caccia ai senza documenti è la stessa fortezza dello sbirro che costantemente pattuglia, osserva, interviene, controlla, arresta, rinchiude. L’impresa di costruzioni che si arricchisce con la costruzione di un centro di reclusione per immigrati è la stessa fortezza che partecipa alla costruzione di una scuola. L’azienda di tecnologie che addobba le frontiere esterne con qualche meraviglioso sistema di sorveglianza è la stessa fortezza che sviluppa telecamere con programmi integrati di riconoscimento facciale. L’università che fornisce il sapere che serve alla messa in sicurezza delle frontiere è la stessa fortezza che armeggia con la tecnologia genetica. La compagnia ferroviaria che deporta è la stessa fortezza che trasporta tutti i giorni la merce umana al proprio posto di lavoro (non solo luogo di sfruttamento e di attività estranea alla vita, ma anche produttore e riproduttore dei rapporti sociali quotidiani). Il partito addetto al controllo delle frontiere e delle espulsioni è la stessa fortezza che pretende che la società debba essere retta dall’autorità. La telecamera di sorveglianza che registra tutti i movimenti alle frontiere è la stessa fortezza che c’è all’angolo della strada. Il laboratorio di analisi che prende le impronte digitali dei migranti al loro arrivo per inserirle in immense banche-dati è la stessa fortezza del laboratorio di analisi o della banca-dati di DNA che raccoglie e gestisce le tracce dei potenziali delinquenti e delle scene del crimine, ecc…
L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo… ma sarebbe ripetitivo e diventerebbe noioso. Ma il punto dovrebbe essere chiaro.
Devastiamo la fortezza in tutti i sensi!
Libertà in tutte le direzioni!”

[Dicembre 2016, a proposito della manifestazione
«contro il razzismo, la repressione e le espulsioni»
del 24 giugno 2016 a Basilea, Svizzera]

L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno.

Finimondo

Il 31 agosto 1865 nasce l’Anarchico Paolo Schicchi

Il 31 agosto 1865 nasce a Collesano, Palermo, l’Anarchico Paolo Schicchi, detto “il leone di Collesano”, storicamente collocato nel periodo in cui l’Anarchia era l’enorme forza popolare per il riscatto dei diritti calpestati. Nel 1880, a soli 15 anni, fa il suo primo comizio improvvisato contro il clero, proprio davanti al duomo di Cefalù. Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa, riesce a disertare trasferendosi a Parigi proprio nel centenario della Rivoluzione. Collabora con grandi Anarchici come Sébastien Faure ed è promotore della rivoluzione culturale Anarchica francese grazie all’applicazione delle teorie del filosofo Jean-Marie Guyau. Fonda il circolo internazionale degli studenti Anarchici, il cui manifesto viene diffuso in migliaia di copie anche in Italia. Per le sue idee ed attività libertarie, viene condannato a oltre 11 anni di carcere: “Sono orgoglioso d’aver potuto sacrificare la mia libertà per i grandi principii dell’Anarchia”!!! Si è sempre rifiutato di firmare le varie domande di grazia stilate dai suoi parenti, tutti catto-fascisti. Ancora oggi Schicchi è un esempio di attivismo che si basa sulla difesa eroica ed estrema dei diritti negati. Le sue accuse contro ogni tipo di autorità costituita sono feroci e decise. In una delle ultime interviste afferma: “Sono con tutti gli Anarchici, ma con nessuna organizzazione, chiesa o conventicola. Le organizzazioni finiscono quasi sempre nell’autoritarismo più o meno larvato, anche se Anarchiche”; ed ancora, “Ero giovinetto, allorché ebbi il battesimo dell’Anarchia dalla colossale figura di Bakunin, a Napoli, dove fondò il giornale rivoluzionario La Campana e L’Internazionale dei Lavoratori. Bakunin mi strinse la mano e battendomi con l’altra sulla spalla mi disse: Sei un giovane energico e intelligente e farai molta strada lottando per la causa degli sfruttati, contro gli sfruttatori, che è la più giusta e la più umana. Io non ho mai dimenticato queste sue parole profetiche e sagge ed ho lottato e lotterò contro tutte le tirannie fin quando avrò un minimo di forza”. Muore a Palermo il 12 dicembre 1950.

Paolo Schicchi
Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa…

Di: Walter Ranieri

Combatti la mafia? Allora per lo stato sei tu il mafioso.

Le istituzioni si mostrano alle telecamere e ci raccontano che il compito di una società civile è anche quello di lottare contro la mafia, di non abbassare la guardia, di non usare omertà e reticenze. Ci raccontano che la mafia va denunciata, combattuta, eliminata, e che per far questo è necessaria la partecipazione di tutti. E’ davvero un peccato notare che queste stesse istituzioni trascinino in galera coloro che la mafia la combattono davvero, a testa alta, senza omertà. Di più, quando alla mafia si fa una lotta serrata ed efficace, noi possiamo vedere come le forze del disordine siano tutte schierate contro chi svolge tale lotta, come a voler dire: ‘guardate che qui la mafia deve fare il suo lavoro liberamente, senza rotture di coglioni da parte vostra, tornatevene a casa sennò vi spariamo’. Ma gli sbirri non sono altro che marionette che eseguono gli ordini. E gli ordini arrivano dalle istituzioni. Siamo sicuri che esiste una distinzione tra mafia e istituzioni? E così si fanno i processi scambiando i ruoli: terrorista diventa colui che lotta contro la mafia. Interessante no? Poi succede che, in un processo torinese, decade miserevolmente l’accusa di terrorismo che gravava su chi resiste alla mafia da 20 anni. E allora che cosa fa lo stato? Opera affinché l’opinione pubblica non abbia a intendere che chi lotta contro la mafia non è un terrorista. La gente non deve capire che qui l’unico terrorista è lo stato, la mafia legalizzata. E allora via con le solite strategie di attentati creati ad arte (mafiosa) immediatamente affibbiati ai Notav da quelli che smerciano menzogne catodiche in cambio di uno stipendio. Da queste messinscene sui binari e sulle tv, secondo lo stato, la gente dovrebbe capire che i terroristi sono quelli che combattono la mafia. E siccome la gente ha sempre creduto alle autorità e alle tv, finisce che poi ci crede davvero al fatto che i Notav siano dei terroristi, e che lo stato faccia gli interessi della gente. Allora, per evitare che si ripeta questo errore, bisogna gridarlo forte che qui l’unico terrorista è lo stato, e che quelli che combattono la mafia non lo fanno soltanto per dignità personale, ma per il bene di tutte le persone oneste d’Italia. Per questo ci sarà un corteo Notav a Roma, il 17 gennaio. Lo stato cambia le carte in tavola e ribalta i ruoli, non dobbiamo più permetterglielo, perché le persone la mafia la combattono eccome, veramente, e non importa se questa mafia si chiama ‘stato’.

https://www.notav.info/top/ndranghetav-lincontro-tra-il-boss-e-i-parlamentari-di-fi-e-europa-riprendere-i-lavori-in-val-susa/?fbclid=IwAR0UsBKNP__kZbZF63iSR2R2Mj81xLRB2Xpfk_XcEy26ULeqimEEWvHShlA

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