L’abolizione del carcere Yves Bourque1988

Introduzione

A partire dal giovane preistorico che ruba un pezzo di carne cruda di brontosauro ai compagni di caverna e fugge a rotta di collo nella foresta fino ad arrivare al ventenne di oggi che rapina il cassiere di una banca e scappa con ottocento dollari in sella alla sua moto, quello che chiamiamo “crimine” è rimasto sostanzialmente lo stesso. Ciò che è cambiato sono i nomi, la rilevanza sociale, e soprattutto i nostri modi di trattare coloro che perpetrano “atti sbagliati”. Commettere qualcosa di sbagliato, contro i principi morali più elementari, contro le regole, le leggi, contro il prossimo, è un aspetto così intrinseco, qualcosa di così inerente il genere umano che nessuno nel corso della vita si può sentire del tutto al riparo dalla vergogna di essere rimproverato dai genitori o dall’ignominia di essere giudicato e condannato da una “Corte di Giustizia”. Coloro che nel corso della loro vita adulta non si vengono a trovare in queste circostanze sono chiamati “retti”, “cittadini onesti e rispettosi delle leggi”; gli altri: “criminali” fino alla morte.In Canada, quest’ultima categoria sta crescendo in proporzioni allarmanti al punto che prendendo in considerazione un giorno qualsiasi nel corso dell’anno si troverà che più di una persona su mille è in carcere. Senza parlare della cifra incalcolabile di coloro che sono sotto il controllo pervasivo della National Parole Board o in libertà vigilata; e senza contare le decine di migliaia che non si potranno mai più considerare veramente “liberi” a causa della loro esperienza nelle carceri canadesi: il peso psicologico, sociale ed economico del loro “marchio criminale”. Le carceri, non importa quanto “belle” le rendiamo, quanto “umane” le vorremmo, quanto “riabilitative” le desidereremmo, saranno sempre luoghi d’orrore dove si amministra con crudeltà e in modo devastante la vendetta pubblica su persone che sono le più vulnerabili e indifese della nostra società. Da un punto di vista logico, secondo il senso comune e soprattutto umano il carcere è assolutamente ingiustificabile, intollerabile e immorale. Costruire prigioni, giustificarle e difenderle, lavorare per esse e trarne profitto sono crimini contro l’umanità.Sono a favore dell’abolizione del carcere come una persona può essere a favore del sorgere del sole ogni mattino. La società continuerà a distruggere se stessa se si tollera che l’attuale ideologia prevalente sulla “Giustizia” penale e il sistema carcerario sopravvivano.Provengo da una famiglia di Montreal (Canada francese) della bassa middle-class. Fui subito attratto dalla sottocultura della musica/droga del movimento “hippie” degli ultimi anni ’60. All’età di tredici anni fumai per la prima volta della marijuana e a sedici anni ero già considerato uno scavezzacollo quando si arrivò alle sperimentazioni sulla droga, ci si prendeva LSD, mescalina e ci si iniettavano metamfetamine. Alla fine lasciai la scuola e, come era abitudine a quei tempi, girai il Canada facendo l’autostop, andando a finire a Gastown, il rifugio hippie di Vancouver. Il 12 Luglio 1975, quando avevo 19 anni, rapinai quaranta dollari a un parcheggiatore e pochi minuti dopo fui arrestato dalla polizia della città di Vancouver. Giunto alla stazione di polizia fui preso da due agenti e portato al piano di sopra in una stanzetta, mi fu detto di spogliarmi e per quindici minuti fui sottoposto a un interrogatorio durante il quale dovevo stare in piedi senza uno straccio di vestito addosso, oltraggiato, umiliato, spaventato e tremante. Fui riconosciuto colpevole di rapina e condannato a nove mesi di prigione. La mia ragazza era in cinta di un mese.Fui spedito al carcere di Oakala (nel British Columbia) dove per tre settimane provai terrore, indignazione e degradazione. Successivamente fui prelevato per essere trasferito in un campo di prigionia di nome Stove Lake, vicino a Mission, nel British Columbia. Là fui messo a lavorare dieci ore al giorno più il sabato mattina, a beneficio dell’Ente Parchi Provinciali e del Ministero delle Foreste. Guadagnavo 35 centesimi al giorno e, dopo esser diventato uno dei responsabili, lavorai quanto più possibile per avere la retribuzione massima di 1,25 dollari al giorno.Quell’estate era molto calda e secca. Scoppiò un incendio nella foresta che circondava il campo e ai circa quarantacinque prigionieri fu detto che avrebbero ricevuto sette dollari l’ora per aiutare a spegnere le fiamme. Mi offrii volontario e così fecero tutti gli altri. Equipaggiati con bombole sulla schiena, pompe d’acqua, badili e rastrelli, lottammo con le fiamme per tre giorni, fino all’esaurimento. Ricordo ancora nitidamente il mio amico G.P. steso al suolo da una bomba d’acqua lanciata da un immenso aereo-antincendio che volava a bassa quota. Dopo l’inferno, le norme di sicurezza richiedevano un controllo di sette giorni e sette notti sul sito. Immaginando che i soldi che stavo guadagnando avrebbero aiutato la mia ragazza a tirare avanti, mi offrii volontario e trascorsi la maggior parte della settimana successiva fra i resti carbonizzati della foresta sotto una pioggia incessante. Scoppiò una rivolta quando venimmo a sapere che non avremmo ottenuto il denaro promesso ma i soliti 35 centesimi al giorno. Ero furioso e organizzai una protesta, invitando tutti a sedersi a terra e a non lasciarsi spostare, tutti mi seguirono tranne pochi. Al mattino fummo ammassati in camion e portati al Centro Correzionale Regionale del Lower Mainland. All’arrivo, ci fecero entrare in gabbie metalliche allineate a perdita d’occhio contro il muro del Cancello Ovest “A”, e, uno dopo l’altro, fummo portati fuori, accompagnati da tre guardie davanti a tutti i prigionieri “ingabbiati” e fummo costretti a svestirci, chinarci e divaricare le chiappe in faccia a tutti. Mi ricordo un ungherese di mezza età che non capiva bene gli ordini in inglese e stette cinque minuti abbondanti chinato di fronte a noi, alzando prima i piedi, poi aprendo le braccia, finché le tre guardie, furibonde, lo lasciarono rientrare nella sua cella, senza fargli divaricare i glutei. Successivamente seppi da G.P. che quell’uomo, mentre tornava nella sua gabbia, stava piangendo. Per la prima volta fui colpito dalla realtà carceraria. Ero in pericolo, poteva succedermi qualsiasi cosa senza che nessuno mi venisse in aiuto. [1]In seguito fui riportato al campo di prigionia dove ripresi il mio lavoro. Un pomeriggio, ai primi di Novembre, mentre falciavo e bruciavo le sterpaglie preparando il terreno per una strada che andava costruita nella foresta, una guardia che mi stava vicino ricevette una comunicazione via radio e subito dopo venne ad avvertirmi che avevo ottenuto la libertà vigilata. Tutto quello che ricordo è che lanciai il cappello in aria e corsi per due miglia fino al campo dove attesi con agitazione di essere trasferito dal campo nella foresta fino al Centro Correzionale di Haney dove sarei stato ufficialmente rilasciato. I minuti sembravano ore, mentre pensavo a come organizzare una sorpresa per la mia ragazza. Forse avrei usato la porta posteriore e sarei comparso senza che lei se lo aspettasse dandole il più grande abbraccio e bacio che avesse mai avuto; o forse sarebbe stato meglio telefonarle prima, una volta giunto in città, per non provocarle un aborto o qualcosa del genere.Non immaginavo che il campo di prigionia si trovasse così all’interno della foresta e la strada per Haney mi sembrò interminabile. Una volta lì, dovetti attendere ancora – ansioso, felice e agitatissimo. Infine mi consegnarono i miei spiegazzati abiti civili, il mio portafoglio, dal quale estrassi la carta d’identità e diedi un’occhiata nostalgica alla foto in cui esibivo i miei amati, lunghissimi capelli. Mi allacciai le scarpe, firmai alcuni documenti e mi diressi verso la porta con in mano un biglietto dell’autobus per Vancouver. Non avevo neanche fatto un passo fuori dalla porta quando una guardia rossa in viso urlò il mio nome: “Bourque!”. Mi voltai e dopo uno sguardo in faccia alla guardia ebbi un’orribile sensazione. Impallidii. Mi disse “È appena arrivato un telex. La tua libertà condizionata è revocata, dovresti avere ancora un residuo pena da scontare a Montreal…”Tornai al campo di prigionia per cena ma non mangiai, tremavo, andai nella baracca degli attrezzi e mi fabbricai un coltello, non so neanche bene con quali intenzioni. Il resto di quella condanna, che scontai per intero, si rivelò essere un continuo di abusi ed umiliazioni che mi videro chiuso per trenta giorni aggiuntivi nel “buco”, e trasferito in un carcere sperduto di nome Mini-Max.Fui rilasciato a fine febbraio del 1976. Pioveva e faceva freddo, e qualunque sentimento di gioia potessi provare era soffocato dall’amarezza. Mio figlio era nato ed era stato dato in adozione, la mia ragazza aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi ed era stata posta sotto tutela di una coppia di comprensivi assistenti sociali.Sei mesi dopo, fui accusato di “traffico di stupefacenti”. Avevo condotto un agente in borghese travestito da hippie, da un mio amico che gli vendette 10 dollari di marijuana. Fui condannato a due anni e mezzo, dopo aver scontato otto mesi in attesa di giudizio, nell’Ala Sud di Oakala.Compirò trentadue anni il prossimo Maggio, e finora ho passato la gran parte della mia vita in ventidue tra carceri statali e federali sparse in tutto il paese.Poco tempo fa, mentre scontavo una condanna a nove anni nel penitenziario di Archambault, St Annes des Plaines, Quebec, non riuscivo più a sopportare il contesto brutalmente oppressivo e l’umiliazione imposti dalle guardie del nostro reparto e fu così che iniziai a rifiutare fermamente che il mio sedere e il mio scroto fossero palpati quotidianamente da impiegate donne. In breve una di loro scrisse un richiamo formale nei miei confronti e mi fece finire davanti a un consiglio disciplinare. Il giudice mi condannò a cinque giorni nel “buco” per essermi rifiutato di essere perquisito da questa guardia donna. Dopo esser stato nella zona di isolamento punitivo per un periodo che fu tra i più lunghi e dolorosi momenti della mia vita, tre guardie mi obbligarono a subire una perquisizione completamente nudo di fronte alla guardia donna che mi aveva fatto condannare. Mi rifiutai! Mi minacciarono con la violenza. Il mio animo urlava, mentre trattenevo le lacrime di paura e vergogna e mi costringevano a spogliarmi. Gridai che non avevano il diritto di farlo, che era illegale! Mi risposero che mi avrebbero “tolto a forza i vestiti”. Mi venne quasi una crisi isterica. Alla fine la guardia donna se ne andò. Mi tolsi i vestiti. Mi fecero girare, chinare, allargare le natiche, scuotere i capelli, estrarre la protesi dentaria, e con un ultimo sorriso di scherno sul volto, l’ufficiale in servizio mi disse di rivestirmi. La porta metallica si chiuse sbattendo… volevo morire. Un’improvvisa ondata di tepore mi sorprese nel mio cubicolo di cemento e mi ci abbandonai.Temendo rappresaglie, il mio vicino non testimoniò e così non potei presentare reclami per la tortura psicologica da parte delle guardie. Decisi allora di smettere del tutto di mangiare. Quando passarono i miei cinque giorni nel “buco” mi rifiutai di uscire. Dopo diciannove giorni di sciopero della fame fui portato di forza al penitenziario di Donnacona, vicino a Quebec City, dove per via della mia protesta fui posto in “segregazione amministrativa” (cioè ventitré ore al giorno in cella). Tutto ciò accadeva quattro mesi fa, e anche se poi ripresi a mangiare dopo ventun giorni, sono ancora rinchiuso nel mio “utero di cemento”, senza nessun beneficio, attendendo un trasferimento verso ovest. [2]

Il carcere: “Da fuori”
Mi ricordo che da piccolo, mentre stavo facendo un viaggio in auto con la mia famiglia, mio padre indicò il Vecchio Penitenziario di Laval, e ricordo anche di come era astratta l’immagine degli “uomini cattivi” che, mi spiegava, erano rinchiusi lì dentro. Durante tutti questi anni in carcere, osservando e parlando con molti “cittadini”, inclusa la mia famiglia, ho realizzato con maggior chiarezza il livello di distorsione raggiunto dall’immaginario collettivo quando si parla di carcere, detenuti e crimine.Ci sono motivi precisi per queste enormi distorsioni. Per giustificare le somme di denaro da capogiro necessarie per mantenere un mostro insaziabile come il Servizio Correzionale Canadese, gli si deve dare un carattere di necessità e di urgenza. Ciò è ottenuto dai media attraverso un grande zelo nell’esacerbare il risentimento e l’allarme sociale; sono molto abili nel raccontare una sola parte della storia. Questo ha dato vita alle ingiustizie e alle disumanità del nostro sistema “di Giustizia”. Se si prende ilCanadian Society, il notiziario delle sei riporterà un terribile e drammatico incidente in questo modo:
Oggi, un giovane impiegato bancario è stato ucciso a sangue freddo nel corso di una rapina. L’autore, un ragazzo di ventisei anni, eccetera eccetera, dopo essere stato arrestato dalla polizia, si è scoperto essere stato di recente rilasciato in libertà vigilata dopo aver scontato solo quattro anni su sette di condanna per rapina. Ulteriori notizie in seguito, ora, consigli per gli acquisti.
Non dice:
Ieri, di nuovo, un giovane impiegato bancario è stato ucciso nel corso di una rapina all’angolo della strada tal dei tali. Un’organizzazione umanitaria che sta aiutando i parenti della vittima a superare la loro immensa rabbia e il loro desiderio di vendetta ha raccontato ai nostri microfoni che il ventiseienne arrestato, dall’età di diciassette anni ha subito sei anni di “legale” tortura fisica e psicologica, di degradazione e sistematica de-umanizzazione nelle mani delle autorità penali. Distrutto socialmente ed emotivamente, eccetera eccetera, una volta raccontò allo psichiatra del carcere che le cicatrici delle bruciature di sigaretta sul suo pene, inflittegli dalla polizia in un interrogatorio per ottenere la denuncia di un grande spacciatore di eroina, lo avevano portato a tentare il suicidio almeno tre volte mentre era in prigione e una a casa di sua madre. Ulteriori notizie in seguito, ora uno speciale sugli effetti devastanti dei missili Cruise.
Non sto cercando di minimizzare la tragedia umana che ogni atto sbagliato provoca, ma la creazione di un “nemico pubblico” che dobbiamo sconfiggere ad ogni costo, il più velocemente e definitivamente possibile, proviene dal regno dell’assurdo, e anche se la gran maggioranza dei canadesi si colloca su queste posizioni con grande facilità, per non dire entusiasmo, è comunque al di fuori di ogni logica e onestà. Ciò è alla base di molte discordie sociali causate dalla paura, dalla rabbia, dall’odio e dall’ignoranza.Ognuno, ogni singolo essere umano, è un potenziale “criminale”, e in questo paese ciascuno può passare dal campo dei “liberi e retti” al campo dei “nemici indesiderabili”, abbastanza irreversibilmente, grazie allo stato del nostro sistema carcerario e del codice penale. Nondimeno moltissimi carcerati ed ex-carcerati provengono dagli strati più bassi della società: poveri, disadattati (anche politicamente) e disprezzati da tutti. Molti altri provengono da famiglie distrutte, genitori alcolizzati, minoranze disadattate e hanno vissuto in contesti socio-psicologici molto forti (ad esempio omosessuali e travestiti che si sono trovati in situazioni che li rifiutavano). Stranamente (ma nemmeno tanto), le guardie carcerarie e molti impiegati provengono dalle stesse situazioni, come del resto la polizia. Così, da una parte abbiamo i poveri e svantaggiati: incarcerati, oppressi, terrorizzati; e dall’altra parte i non-più-così-poveri-e-non-più-così-svantaggiati: carcerieri, oppressori e terrorizzatori che si prendono cura di loro. Il resto dei poveri, gli ordinari, la “gente normale”, non sono né predatori né prede, ma fanno parte del medesimo “gruppo” che è più influenzato dai diversi mass media, dal sensazionalismo e dalle mode; sono loro che molto facilmente oscillano e incitano alla repressione del crimine e dei criminali fino al punto di appoggiare e richiedere a gran voce la tortura, la degradazione e la distruzione di innumerevoli esseri umani, della loro stessa classe. E questo li tiene a bada.Crimini e omicidi sensazionali producono best-sellers e rappresentano un lucroso affare. I mass media hanno un interesse commerciale da perseguire, come pure interessi politici. La gente si ciba di crimini come caramelle. La televisione e i film ne sono stracolmi. Crimine, punizione e vendetta sono mode molto potenti ed è difficile che i media “si tirino la zappa sui piedi”. Inoltre, si deve far vedere come il nostro governo democraticamente eletto sa che cosa fare quando si tratta di “legge e ordine”, polizia e prigioni. Costruiscono carceri, sempre di più, progettano sistemi punitivi ed emanano nuove leggi. Stipendiano decine di migliaia di persone cui concedono un po’ di potere, uniformi, armi, salari, sicurezza, status sociale e approvazione, tutti fattori che contribuiscono a rinforzare la legittimazione della tortura e degradazione a danno dei reclusi. Le guardie carcerarie e gli impiegati, i cittadini, addirittura molti detenuti sono così immersi nell’illusione indotta della necessità del carcere, così completamente assorti nell’incantesimo che cerca in ogni modo di fargliela sembrare ” dopo tutto non così malvagia” che rifiutano l’idea stessa di abolire il carcere. Richiede notevole sforzo, da ogni parte, vivere in una menzogna così solidamente radicata e intelligentemente mascherata quale la “libera e civile società canadese” e non rimanerne abbagliati.Tutto sembra contribuire a una sistematica anestetizzazione dell’«opinione pubblica» e in particolar modo del personale carcerario, a cui ogni tortura, degradazione, violenza e oppressione sembra non solo legittima ma naturale. Infatti, quando un detenuto mostra segni di “riabilitazione” alle autorità penali o della libertà vigilata, questi segnali sono spesso indicativi di un completo assorbimento nel “sistema”; una rassegnazione alla propria indegna condanna, a tutte le ingiustizie, torture e degradazioni che ha dovuto subire fin dall’arresto, con la polizia e soprattutto in carcere. Una completa sottomissione al fascismo. Ogni impiegato carcerario diventa un mercenario perché deve obbedire a certi ordini per ottenere la ricompensa. E, senza contrastare la loro naturale propensione al sadismo, devono compiere particolari azioni e mostrare atteggiamenti che servono tutti a svilire, opprimere e sottomettere i detenuti. Vengono loro raccontati certi “fatti” dai fautori del carcere che automaticamente giustificano il loro “essere nel giusto” e “l’essere nel torto” dei detenuti. Queste convinzioni, inculcate in sessioni di lavaggio del cervello, teorie criminologiche, mass media e forza dell’abitudine, vengono rinvigorite quotidianamente dall’atteggiamento e dal comportamento che ogni detenuto mostra di volta in volta sotto il peso della tortura, della paura e dell’umiliazione.Il carcere, e quello a cui sottostanno i detenuti che vi sono rinchiusi, è la più grande causa del crimine. Nondimeno, questo fatto non è una minaccia per la classe dominante, a cui principalmente serve il carcere. Al contrario, i “mutanti”, vomitati indietro nell’ambiente che li ha partoriti (senza però il sostegno familiare) sono molto più spinti a rapinare e/o uccidere il proprietario del negozio all’angolo anziché commettere un atto terrorista diretto proprio contro coloro che hanno causato la loro tortura e svilimento.Oggi, persino ai bambini si insegna ad accettare il concetto di punizione. Di continuo liceali e studenti universitari di corsi di criminologia e altre materie vengono fatti entrare in “istituzioni” tirate a lucido, vengono loro mostrate accoglienti sale caffe, equipaggiamenti per lo sport, edifici per le visite delle famiglie, viste panoramiche e portati a conoscere “detenuti selezionati” e membri dello staff in situazioni “sotto controllo” e zone dove il fatto ignominioso e rivoltante che si trovano in uno zoo umano diventa invisibile e si confonde in un gradevole ma poco affidabile chiacchiericcio.

Il carcere: “Da dentro”
Mentre la degradazione e l’alienazione sono fuori di dubbio, oltre alle privazioni “spicce” quali la perdita della libertà, della sicurezza, della privacy, dell’autonomia, di relazioni sessuali gratificanti, della libertà di parola e di associazione (e si tenga conto che questi sono solo i fondamenti di ciò in cui ogni detenuto si viene a trovare), innumerevoli abusi quotidiani e illegalità perpetrati da individui con un potere praticamente illimitato sui detenuti sono più o meno sopportati dalla popolazione reclusa senza possibilità di rivalsa. Qualsiasi salvaguardia per proteggere i detenuti canadesi dagli abusi e dalle torture psicologiche è completamente inutile dal momento che ogni Legge, Regolamento, Direttiva o Ordinanza può essere – e in effetti lo è – ignorata invocando il mantenimento del “buon ordine dell’istituzione” e qualsiasi impiegato del carcere che voglia “regolare i conti” con qualche detenuto può farlo sapendo che i detenuti non hanno modo di difendersi e non rappresentano una seria minaccia legale per lo staff del carcere. D’altro canto, alla prima minaccia di ribellione fisica, il detenuto viene rapidamente e brutalmente sottoposto a restrizioni e a violenza legale.I “miglioramenti” apportati negli scorsi decenni alle condizioni di vita nelle carceri canadesi, persino l’educazione, sono stati tutti strumenti utilizzati in vista di una più completa giustificazione del “sistema” di fronte all’opinione pubblica, per ovvie ragioni politiche, invece che un reale miglioramento del sistema (se questo è possibile!). Alcune carceri moderne, con celle “confortevoli”, pasti migliori, piante nei corridoi, la possibilità di comprarsi una televisione, una radio o programmi commerciali non hanno fatto sparire nessuna delle violenze, umiliazioni, paure e alienazioni delle carceri canadesi. Piuttosto, al contrario, hanno gettato i detenuti con le idee poco chiare in uno stato di ulteriore confusione, visto che il loro dolore e sofferenza non sono immediatamente riconducibili all’ambiente circostante, e questo porta a un senso di colpa e odio verso se stessi. Inoltre, tutti questi sotterfugi hanno incrementato l’arroganza e l’auto-giustificazione del personale a tal punto che anche gli psicologi istituzionali (assolutamente impreparati a lavorare in carcere) trovano l’atteggiamento di rifiuto da parte dei detenuti solo un altro indicatore della loro “immaturità” e della loro “natura criminale”; così si aggiunge la stigmatizzazione “patologica” a una persona già degradata e profondamente ferita.L’introduzione di “visite familiari privilegiate” – dove a un detenuto è permesso di stare settantadue ore da solo con la moglie e/o la famiglia, in una casa o un camper attrezzato allo scopo sull’area di terreno di proprietà del carcere – si è dimostrato un ulteriore strumento di degradazione, umiliazione e manipolazione; la gratificazione sessuale viene ora offerta come una ricompensa per l’obbedienza e la sottomissione! Un detenuto che non abbia una “relazione riconosciuta” da almeno sei mesi con una donna prima del suo arresto passerà probabilmente i successivi cinque, dieci o quindici anni rifugiandosi nelle proprie fantasie e nella masturbazione. Inoltre, coloro che sono “eleggibili” per programmi del genere si vengono a trovare in una condizione in cui si rendono conto che stanno chiedendo di poter far sesso con la moglie o la fidanzata a un ufficiale che spesso è una giovane donna o un gruppo composto da una mezza dozzina di ufficiali carcerari che rivangheranno passate “offese” e “corti disciplinari” da molto tempo dimenticate, solo per “testare” il detenuto che si morderà la lingua e sopporterà quanto può i doppi sensi e l’indignazione per poter accarezzare un seno che per molti mesi ha solo potuto immaginare. Non disdegnando quei pochi momenti che può passare con i propri amati un paio di volte l’anno, e a seconda dei suoi convincimenti morali, il detenuto proverà comunque un senso di disgusto e auto-tradimento per non aver espresso i suoi veri sentimenti e per essersi lasciato orribilmente manipolare e degradare per poter soddisfare uno dei suoi più forti bisogni fisici ed emotivi.Gli stessi meccanismi intervengono quando un detenuto è di fronte al “consiglio per la libertà vigilata”, dove individui che hanno carta bianca sulla sua vita prendono decisioni e valutano il/la detenuto/a sulla base di documenti e relazioni scritti su di lui/lei, tutti tipi di relazione di cui il detenuto non sa nulla, scritti negli anni dalle guardie e a cui non gli/le è permesso accedere, che si appelli o meno al “Privacy Act”. Molte di queste relazioni sono stilate dagli psicologi dopo che detenuti appena giunti in carcere e non ancora ambientati, sono stati convinti con l’inganno a vederli, non sapendo che ogni parola pronunciata nelle conversazioni, anche i dettagli più intimi, diventano pubblici, disponibili a tutti tranne che a loro stessi.Con la convinzione diffusa che ogni tortura imposta a un detenuto è giustificabile dal “fatto” che è un criminale e un elemento indesiderabile dalla specie umana, il governo canadese ha pienamente integrato i reparti maschili con guardie e impiegate donne – spingendo a livelli ancor più alti l’umiliazione, la degradazione, la tortura su questi uomini. Già ad oggi centinaia di detenuti sono stati costretti illegalmente a subire perquisizioni nudi in presenza di guardie donne e molti che si sono rifiutati hanno visto i propri abiti strappati via a forza in presenza di giovani guardie donne con cui dovranno convivere forzatamente per anni. I pochi che sono riusciti a far perseguire le guardie dalla Corte Federale hanno ottenuto solamente un rimprovero formale; nel frattempo queste pratiche continuano ovunque, soprattutto nelle strutture a custodia attenuata. In molte carceri, i detenuti uomini sono costretti a subire ispezioni mediche ed esami in presenza di guardie donne, mentre le carcerate donne sono specificatamente protette dalla presenza di personale maschile nei loro reparti. Nelle carceri maschili, i detenuti che hanno cercato di suicidarsi vengono gettati nudi in celle spoglie, senza nessun abito o lenzuolo per coprirsi, solo con un buco al centro del pavimento per defecare e vengono continuamente sorvegliati da guardie donne attraverso una televisione a circuito chiuso e attraverso lo spioncino nella porta della cella; inoltre, i detenuti ordinari vengono spesso gettati nudi in queste celle come punizione per offese dirette alle guardie. I detenuti, sessualmente deprivati, sono costretti a essere perquisiti completamente nudi, ogni giorno, da guardie donne; dalle stesse guardie sono spiati nelle loro celle sia che stiano defecando, sia che si stiano masturbando, sia che si stiano lavando. In molte carceri, i detenuti maschi sono costretti a farsi la doccia in piena vista delle guardie donne, ancor più nelle aree di isolamento punitivo e nei penitenziari che sono considerati più umani e a sorveglianza attenuata. Molti vivono con la paura quotidiana di essere violentemente umiliati.Questo controllo da parte di personale dell’altro sesso ha dato vita nei detenuti maschi a un irrefrenabile impulso alla violenza sulle donne e a un modo di pensare “orientato allo stupro”. Ha dato vita a mutamenti nei comportamenti sessuali e psico-sessuali dei detenuti, fino a innumerevoli casi di esibizionismo e voyeurismo, poiché la mente umana ha la tendenza a trasformare in “piacere” dolori e sofferenze che siano insopportabili. Innumerevoli frustrazioni e umiliazioni sessuali si aggiungono al già insopportabile giogo che i detenuti devono sopportare, specialmente a causa della presenza di guardie donne.

L’abolizione
Se vogliamo pensare in modo serio all’abolizione del carcere e se vogliamo trovare strade “umane” di affrontare il fenomeno che chiamiamo crimine, dobbiamo avere il coraggio di affrontare alcune questioni concrete. Un numero incalcolabile di cittadini canadesi hanno perso per sempre la loro umanità e integrità sociale a causa della loro condanna carceraria. Innumerevoli altri sono sistematicamente avviliti e fatti impazzire per lo stesso motivo. Non c’è posto per loro nella società, per com’è ora, perché questa è stata concepita per un altro tipo di uomini, non “mutanti”; queste persone non hanno molto da perdere e molti lo sanno. Inoltre, sono pieni zeppi di così tanto odio e dolore che un urlo grande come l’universo non li libererebbe comunque. Più che mai continueranno a rubare, rapinare, uccidere con tutte le giustificazioni del mondo, nella loro mente e nel loro animo, di cui si ha bisogno per agire così; afferreranno tutto quello che possono, finché possono, perché presto si suicideranno, o verranno uccisi dalla polizia, o verranno riportati in carcere – quest’ultimo è un aspetto indispensabile alle “autorità” per perpetuare ed espandere un sistema che è orribilmente immorale ed inumano. Se vogliamo gradualmente abolire il carcere, cosa ne faremo di queste persone il cui senso di sicurezza e libertà sono persi per sempre con la ferma consapevolezza che qualsiasi cosa può esser fatta loro, ovunque, in ogni momento e per qualsiasi ragione? Che cosa ne faremo di decine di migliaia ex-carcerati mutilati socialmente, psicologicamente ed emotivamente quando gli attuali magazzini non li conterranno più? Abbiamo qualche possibilità di re-integrare coloro che sono stati sistematicamente alienati dalla società e dall’umanità?E che dire di decine di migliaia di impiegati nelle carceri, guardie e carcerieri? Possiamo aiutarli a ritrovare un equilibrio quando è sapere comune che sono “cattivi” tanto quanto, se non peggio, i “criminali”? Quanto contano le loro “carriere” e le loro vite? Saranno capaci di far fronte alla situazione? Come faranno i canadesi a tener testa alla nostra immagine di nazione di gente civile? Non stanno “migliorando” il carcere, lo stanno “peggiorando”. Con la pericolosissima idea che stiamo “migliorando” il nostro sistema carcerario e diminuendo il trauma inflitto ai carcerati, stiamo dirigendoci verso un precipizio sempre più ripido e stiamo dando agli ufficiali, agli impiegati e alle guardie ulteriori giustificazioni ad andare avanti umiliando e abusando di esseri umani, a discapito di tutti i cittadini canadesi e nei fatti dell’umanità intera.
Come faremo a concretizzare le soluzioni che propongono gli abolizionisti? Io suggerisco: primo, dobbiamo ad ogni costo cominciare una sistematica attività di denuncia nei confronti delle carceri canadesi; dobbiamo ad ogni costo mostrare la loro inutilità e crudeltà assieme alle bugie e all’ipocrisia che sta alla base del nostro sistema penale e carcerario. Dobbiamo iniziare seri e obiettivi studi empirici sugli effetti sociali e psicologici dell’incarcerazione in Canada e dobbiamo immediatamente trovare dei modi per fermare le atrocità psicologiche, le torture, gli abusi e le illegalità cui sono soggetti i detenuti quotidianamente.Secondo, dobbiamo a ogni costo “de-hollywoodizzare” e “depoliticizzare” il crimine e trasferire gradualmente la “responsabilità” nel luogo a cui appartiene: l’arena sociale; dobbiamo cominciare ad osservare e accettare il fatto che siamo tutti colpevoli e che scaricando il biasimo su una sola persona e distruggendola andiamo contro le più fondamentali regole della logica: stiamo distruggendo noi stessi.
Terzo, dobbiamo essere onesti, avere coraggio e fronteggiare la verità che la discordia sociale, i crimini, le carceri e così via non sono altro che la manifestazione concreta di una realtà simbolica: ovvero sentimenti e pensieri prevalenti e più profondi nei cuori di noi tutti. Quello che vediamo, dovunque e in ogni angolo di questo paese, sul terreno politico e sociale, è noi stessi; quello che dobbiamo cambiare siamo noi stessi, se desideriamo vedere dei cambiamenti reali e mantenerli.

Conclusione

Alcuni anni fa divenni un artista, un pittore; e una notte, come facevo spesso, stavo a letto, nella mia cella, sondando la mia mente e la mia anima per l’ispirazione. Improvvisamente, nell’immobilità del buio, mi apparve un’immagine che mi fece rabbrividire: vidi un immenso, bellissimo paesaggio, erba verde, fiori, alberi e un sole splendente che illuminava ogni cosa; e dovunque, come sassi sparsi su un prato, in cima alle colline e nelle valli, oltre i ruscelli e sui fianchi delle montagne c’erano delle prigioni, migliaia di immensi edifici di mattoni rossi con sbarre alle finestre. E fin dove l’occhio poteva guardare non c’era nessuno. Non l’ho mai dipinto, ma l’immagine è oggi vivida come lo era quel giorno.

(Pubblicato sulla rivista canadese Journal of Prisoners on Prisons, volume 1, estate 1988)
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