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Il consenso

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Tutto bene, va tutto bene. Il mondo scintillante dei neon sembra essere riuscito a mettere d’accordo tutti, in una coperta finora per nulla impensierita, dei gelidi venti del potere che dettano la legge di quello che si deve e non si deve fare. I pianificatori che avanzano come carri armati addestrati al macello, devastano città e campagne al ritmo di milioni di metri cubi di cemento al mese. Principi e inutili soldati in ultima fila sorridono insieme, gli uni masticando dominio e sentimenti edulcorati, gli altri incatenati ad un lavoro che li usa a fondo e poi li getta come carta straccia. Capitani di vascelli che solcano i liquami della terra e schiavi rinchiusi nelle stive di centri commerciali navigano insieme, all’arrembaggio di campi, colline e città piegate dal ferro rovente del falso progresso. pedine che si lanciano in lunghe ed estenuanti file in autostrade, in aeroporti a consumare avidamente i pochi giorni delle celle aperte. Va tutto bene, questo e’ il “migliore dei mondi possibili” almeno fino a quando questo incubo venga percepito come l’unico possibile, almeno fino a quando nessuno porrà una di queste semplici domande: ne vale la pena ? sono disposto a sopportare tutto questo ? invecchiare legato, al solo scopo di arricchire mostri che divorano la terra su cui sto camminando ?. In fondo cosa c’è di sbagliato ? la stessa televisione, gli organi di informazione, il sistema tutto mi insegna con clip turistici la bellezza della schiavitù. E’ cosi tranquillo, sereno, riposante il mondo del capitale, mi protegge, mi aiuta a ragionare e compiere le scelte giuste. Mi traghetta fino all’ultima fermata della mia esistenza senza darmi gran dispiaceri. Il consenso sta tutto li, si rafforza nel momento in cui si smette di farsi domande, nel momento in cui si smette di guardare al di là delle prospettive imposte come tavole dei comandamenti. Sembra impossibile credere che al di là del muro ci sia un’altro mondo, sembra impossibile pensare di aver trascinato i piedi per tutta una vita, eppure, girato l’angolo la consapevolezza delle catene esplode e solo in quel momento ci rendiamo conto di non aver mai camminato, pensato, sorriso ma semplicemente sopravvissuto…
Olmo

COS’È E PERCHÈ L’ANTIMILITARISMO!

Con il termine Antimilitarismo si cerca di delineare e definire un movimemto sociale, e al contempo un ideale, che si pone in netta opposizione alla guerra e alle sue istituzioni militari, e si schiera fortemente contro alle pratiche di esaltazione e diffusione dello spirito militaristico.
Una delle istituzioni contro cui si scaglia maggiormente il movimento antimilitarista è l’Esercito( inteso come lo conosciamo noi oggi, nella sua forma moderna).
Gli eserciti “moderni” nascono accanto alla nascità, ma soprattutto all’affermazione delle Entità Statali, con il compito della repressione tramite l’utilizzo della forza. In sostanza il compito principale degli eserciti è sempre storicamente stato quello di difendere le classi dominanti e i loro interessi, arrivando con l’affermarsi del Capitalismo a livello nazionale e mondiale a difemdere sempre più l’interesse del capitale, rimanendo di fatto assoggettati ad esso.
Il dibattito antimilitarista nel corso del 900 si dirama in 2 metodi:
-La DISERZIONE aperta al servizio militare
-La PROPAGANDA ANTIMILITARISTA all’interno dell’esercito stesso
Durante il periodo della Grande Guerra (1914-1918) molti antimilitaristi chiamati dai loro paesi a combattere per la patria, scelsero la via della diserzione si dichiararono pubblicamente contrari alla guerra.
Ed è proprio grazie alle lotte antimilitariste dei primi anni del 900, che oggi quasi in tutto il mondo, o comunque in quasi tutti i paesi dell’occidente, viene riconosciuto il diritto di rifiutare e sottrarsi allo svolgimento del servizio militare (cosa che comunque non avviene ancora in paesi come Turchia o Israele).
Storicamente l’Antimilitarismo ha trovato nell’ Anarchismo la sua collocazione prediletta, in quanto nel pensiero anarchico l’Antimilitarismo prese sfumature e significati nuovi.
Infatti sorge spontanea la domanda: “Ma perché si combatte il militarismo?!”
Ed è proprio nel pensiero anarchico che questa domanda può trovare più risposte.
Inanzitutto in quanto combattere il militarismo significa combattere l’autorità dell’uomo sui suoi simili.
In seconda battuta poiché il militarismo è la prima forma di violenza autoritaria e che si presenta come primo nemico della libertà individuale.
Seguendo queste due motvazioni si può trarre la conclusione della convinzione di molti anarchici che “senza esercito, senza soldati, senza gente che faccia il mestiere di esercitare la violenza sui propri simili, non sarebbe possibile il mantenimento di alcun privilegio economico e politico.”
Facendo un passo ancora più avanti, possiamo definire due modi/tendenze all’approccio antimilitarista: una avversione ETICA/INDIVIDUALE ed un’altra POLITICA/COLLETTIVA all’istituzione militare e alla guerra.
Ed è proprio in queste due tendenze che si inserisce l’Anarchismo, in quanto l’antimilitarismo viene visto come mezzo tramite cui mettere in atto una lotta concreta, capace di mettere in discussione l’entità e l’autorità statale; quest’ultima si autolegittima agli occhi dei suoi cittadini attraverso l’utilizzio della forza rritenuto legittimo e indispensabile per mantenere l’ordine sociale vigente.
Come ho accennato spesso Stato ed Esercito sono quasi imprescindibili l’uno dall’altro, e sono legati da una interconnessione forte, possiamo parlare di dipendenza reciproca, senza l’esistenza dell’uno, cesserebbe esistemza e legittimità dell’altro. Ed è appunto a causa di questo dualismo che ha senso l’Antimilitarismo di matrice anarchica, in quanto il rifiuto dell’istituzione militare va di pzri passo con il rifiuto del potere e dell’entità statale.

Dopo tutto questo però non dobbiamo confondere Antimilitarismo anarchico con il Pacifismo, in quanto sono adottano sostanzialmente due visioni diverse.
Infatti, mentre il movimento pacifista rifiuta categoricamente il ricorso alla violenza, e anzi tende a raggiungere i suoi scopi attraverso mezzi non violenti, alcune correnti dell’anarchismo vedono nella violenza una sorta di “male necessario”, un mezzo per il raggiungimento di una società più egualitaria e libertaria. Ed il concetto che sta alla base di questa visione anarchica è quello della violenza legittima da parte degli oppressi, mentre la violenza da parte degli oppressori è qualcosa da condannare in quanto non legittima.
E l’immagine sottostante si collega perfettamente a questa idea anarchica, ovvero che bisogna combattere chi opprime per donare pace e libertà a noi oppressi.
Concludo citando una celebra frase dei Crass( gruppo anarco-punk inglese): FIGHT WAR NOT WARS.

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Chi dice Stato dice Guerra

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Ho smesso di cercare le motivazioni dell’odio ormai già da tanto tempo, non hanno ragioni solo stupidità. L’essere umano ha imparato la violenza nel momento in cui ha smesso di contemplare la natura. La fragranza del vento, il profumo del muschio, la delicatezza del manto di foglie appena cadute, il turbinio che si trova al di là del bosco, la sensazione di profonda armonia che si ha nell’ascoltare il picchio che smette il suo lavoro un minuto prima della pioggia. Non esiste una sola ragione per dichiarare guerra all’esistente, per violentare la terra cosi come non esiste ragione alcuna per assoggettare un essere umano ad un’altro. La guerra fa schifo, non ha distanze, non ha ripari, soluzione, confini, non ha bandiere, recinti, risposte, non ha vita, calore, argomenti, non ha niente se non vigliaccheria, oltraggio, infame morte. Oggi pomeriggio seduto sul tronco addormentato del faggio, nel sentiero che porta alla chiara sorgente, ho ascoltato il richiamo della poiana che solitaria seguiva l’ultimo raggio di un tiepido sole di novembre. Un’ultimo battito di ali ed e’ sparita nel rosso dell’orizzonte, quasi a scappare dal nero, che silenziosamente, si allungava ad avvolgere la valle. Tornato sui miei passi mi sono voltato ancora, appena un pò, a cercare l’aurora ormai scomparsa e trattenendo il respiro e i piedi ho sentito il suono del torrente che placido mi salutava. Dedicato alla nostra infinita libertà…

Olmo

QUALCUNO È ANARCHISTA PERCHE’…

Qualcuno è Anarchista perché è nato a Carrara.
Qualcuno è anarchista perché il nonno, lo zio, il papà… la mamma anche.
Qualcuno è anarchista perché vede l’uguaglianza come una promessa, la rivoluzione come una poesia, l’Anarchia come il Paradiso Terrestre.
Qualcuno è anarchista perché è un individualista.
Qualcuno è anarchista a causa di un’educazione troppo cattolica.
Qualcuno è anarchista perché l’Arte è anarchista, il teatro è anarchista, la pittura è anarchista , la letteratura anche…perché la Natura è anarchica e in natura si nasce anarchici.
Qualcuno è anarchista perché “La Storia è dalla nostra parte!”.
Qualcunoè anarchista perché glielo avevano detto.
Qualcuno è anarchista senza esserne a conoscenza.
Qualcuno è anarchista perché è antifascista!
Qualcuno è anarchista perché sa che l’Anarchia non è un utopia.
Qualcuno è anarchista perché Bresci era una brava persona.
Qualcuno è anarchista perché gli oppressori non sono brave persone.
Qualcuno è anarchista perché ama il popolo, i popoli, l’essere umano.
Qualcuno è anarchista perché è così ateo da aver bisogno di un altro Dio.
Qualcuno è anarchista perché prova un amore cosi grande per l’umanità da voler libertà ed uguaglianza per tutti gli esseri umani.
Qualcuno è anarchista perché non ne può più di esser proletario, sfruttato, oppresso.
Qualcuno è anarchista perché vuole la reale Libertà per tutte le genti.
Qualcuno è anarchista perché la borghesia il proletariato la lotta di classe. 
Qualcuno è anarchista perché la Rivoluzione si costruisce giorno dopo giorno.
Qualcuno è anarchista per far rabbia a suo padre.
Qualcuno è anarchista perché legge solo l’ “Umanita Nova”.
Qualcuno è anarchista per moda, qualcuno per principio, qualcuno per frustrazione.
Qualcuno è anarchista perché ha una avversione intrinseca nei confronti di ogni autorità.
Qualcuno è anarchista perché scambia “Stato e Anarchia” per il “Vangelo secondo Bakunin”.
Qualcuno è anarchista perché è convinto d’avere dietro di sé le masse oppresse e sfruttate che anelano alla Libertà e al riscatto sociale.
Qualcuno è anarchista perché è più anarchista degli altri.
Qualcuno è anarchista perché nasciamo tutti anarchici.
Qualcuno è anarchista perché non vuole delegare la sua libertà e la sua lotta a partiti, istituzioni o alle autorità.
Qualcuno è anarchista perché è Vivo.
Qualcuno è anarchista perché non ne può più di quarant’anni di governi, Stati, confini, bandiere, dittatori.
Qualcuno è anarchista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera
Qualcuno è anarchista perché chi è contro è anarchista.
Qualcuno è anarchista perché non sopporta più quella cosa sporca che ci ostiniamo a chiamare democrazia.
Qualcuno crede di essere comunista e forse è qualcosa di più.
Qualcuno è anarchista perché sogna una libertà diversa da quella americana.
QUALCUNO È ANARCHISTA PERCHÉ PENSA DI POTER ESSER VIVO E FELICE SOLO SE LO SONO ANCHE GLI ALTRI. 
Qualcuno è anarchista perché ha bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché è disposto a cambiare ogni giorno, perché sente la necessità di una morale diversa, perché forse è solo una forza, un volo, un sogno, è solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.
Qualcuno è anarchista perché con accanto questo slancio ognuno è come più di se stesso, è come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una” razza” che vuole spiccare il volo per cambiare veramente la vita.

Qualcuno è anarchista perché non abbandona il sogno. Qualcuno è anarchista perché l’Anarchia è la vita umana. Qualcuno è anarchista perché questo lo porta a lottare sempre per la verità, la giustizia, la libertà di tutti gli uomini. Qualcuno è anarchista perché è antifascista, antirazzista, antisessista. Qualcuno è anarchista perché ama la Natura. Qualcuno è anarchista perché si oppone al capitale che schiaccia e opprime gli esseri umani e la Natura.
Qualcuno è anarchista, perché l’Anarchia è un Vanto.
Perché Anarchia NON vuol dire bombe, ma UGUAGLIANZA NELLA LIBERTÀ.
Perché l’Anarchia è l’ordine senza il potere.
Io sono anarchista perché Anarchia significa amore, armonia, poesia, emozione.
Io sono anarchico perché la violenza è legittima solo da parte degli oppressi nei confronti degli oppressori.
Io sono anarchico perché sono vivo, perché lotto, perché amo, perché penso e perché scelgo secondo la mia coscienza.

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Spezziamo le ali al militarismo!

Contro le fabbriche di armi, contro la mostra mercato dell’industria aerospaziale di guerra

contro guerrraDal 17 al 19 novembre si terrà a Torino “Aerospace & defence meeting”, mostra mercato internazionale dell’industria aerospaziale di guerra.
Un’occasione per valorizzare le eccellenze del made in Italy nel settore armiero, con un focus sulle cinque aziende piemontesi, leader nel settore: Alenia Aermacchi, Thales Alenia Space, Avio Aero, Selex Es, Microtecnica Actuation Systems / UTC. 280 SMEs.
La mostra-mercato è riservata agli addetti ai lavori: fabbriche del settore, governi e organizzazioni internazionali, protagonisti dell’industria di guerra, un business lucroso, che non va mai in crisi.
Le immagini dei profughi che premono alle frontiere chiuse dell’Europa, il dibattito sull’accoglienza umanitaria, la retorica su chi muore in mare o in fondo a un tir nascondono una verità cruda ma banale. Le guerre sono combattute con armi costruite a due passi dalle nostre case.
In questi giorni la NATO sta effettuando la più grande esercitazione bellica dalla fine della guerra fredda. Tra lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo centrale e i grandi poligoni di Spagna, Portogallo e Italia 38.000 militari, 200 velivoli e 50 unità navali di 33 nazioni. Ospiti d’eccezione, i manager delle industrie militari di 15 Paesi.
Il principale trampolino di lancio nel nostro paese è l’aeroporto trapanese di Birgi.

Le prove generali dei conflitti dei prossimi anni vengono fatte nelle basi sparse per l’Italia. Le stesse basi da cui sono partite le missioni dirette in Libia, Iraq, Afganistan, Serbia, Somalia, Libano…

L’Italia è in guerra da molti anni. Ne parlano solo quando un ben pagato professionista ci lascia la pelle, sprecando retorica su pace e democrazia.
È una guerra su più fronti, che si coniuga nella neolingua del peacekeeping, dell’intervento umanitario, ma parla il lessico feroce dell’emergenza, dell’ordine pubblico, della repressione.
Gli stessi militari delle guerre in Bosnia, Iraq, Afganistan, gli stessi delle torture e degli stupri in Somalia, sono nei CIE, nelle strade delle nostre città, sono in Val Susa.
Guerra esterna e guerra interna sono due facce delle stessa medaglia. Le sostiene la stessa propaganda: le questioni sociali, coniugate in termini di ordine pubblico, sono il perno su cui fa leva la narrazione militarista.
Hanno applicato nel nostro paese teorie e tattiche sperimentate dalla Somalia all’Afganistan.
Se la guerra è filantropia planetaria, se condizione per il soccorso sono le bombe, l’occupazione militare, i rastrellamenti, se il militare si fa poliziotto ed entrambi sono anche operatori umanitari il gioco è fatto.

L’opposizione alle missioni militari, che in altri anni ha riempito le piazze di folle oceaniche, si è lentamente esaurita, come le bandiere arcobaleno, che il sole e la pioggia hanno stinto e lacerato sui balconi delle case.
La mera testimonianza, la rivolta morale non basta a fermare la guerra, se non sa farsi resistenza concreta.
Negli ultimi anni il rifiuto della guerra è riuscito a saldarsi con l’opposizione al militarismo: il movimento No F35 a Novara, i no Muos che si battono contro le antenne assassine a Niscemi, gli antimilitaristi sardi che si lottano contro poligoni ed esercitazioni. Anche nelle strade delle nostre città, dove controllo militare e repressione delle insorgenze sociali sono ricette universali, c’é chi non accetta di vivere da schiavo.
Le industrie belliche costruiscono le armi con le quali si controlla, si bombarda, si uccide in ogni dove. Le università che orientano la ricerca verso il settore bellico sono complici dei massacri. Il 17 novembre al Politecnico di Torino ci sarà un convegno di studi, che precederà le due giornate del 18 e 19 all’Oval Lingotto dedicate agli affari.
Chi si oppone alla guerra, senza opporsi alle produzioni di morte, fa mera testimonianza.

L’Alenia è uno dei gioielli di Finmeccanica, il colosso della produzione bellica italiana.
La “missione” dell’Alenia è fare aerei militari. Nello stabilimento di Caselle Torinese hanno costruito gli Eurofighter Thypoon, i cacciabombardieri made in Europe, e gli AMX. Le ali degli F35, della statunitense Loockeed Martin, sono costruite ed assemblati dall’Alenia.
Un business milionario. Un business di morte.
Per fermare la guerra non basta un no. Occorre incepparne i meccanismi, partendo dalle nostre città, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, basi militari, aeroporti, fabbriche d’armi, uomini armati che pattugliano le strade.”

Mercoledì 18 novembre
Presidio e corteo al Lingotto
Dalle 17 in via Nizza angolo via Biglieri

Assemblea Antimilitarista
[email protected]

Il 4 NOVEMBRE, non c’è niente da festeggiare!

Contro la celebrazione delle guerre passate!
Contro le guerre di oggi, le missioni di guerra, le spese militari, la militarizzazione e i militari nelle strade!

Il 4 novembre, festa delle forze armate, viene esaltata la guerra, vengono esaltati i massacri di ieri e di oggi in preparazione di quelli di domani: i “festeggiamenti” di oggi, sono solo un insieme di retorica patriottarda e guerrafondaia.

A sud e a nord del Mediterraneo, ad Est e a Ovest, in Israele, in Siria, in Egitto, in Turchia, gli stati, con la scusa del terrorismo scatenano guerre che si rivolgono principalmente contro le popolazioni e i civili massacrati sono dieci volte più numerosi dei militari morti.
Con la scusa del terrorismo il governo italiano ha sguinzagliato i militari nelle strade, un’altra missione, un altro saccheggio del pubblico erario.

Tutto questo ha un costo di vite umane, militari e civili e economico, in un periodo di crisi in cui si taglia su scuola, sanità, salari e pensioni
Nei giorni scorsi aerei occidentali hanno bombardato ospedali dediti alla cura delle vittime dei “danni collaterali”, allo stesso modo in Italia e nel resto dell’Europa viene bombardata la sanità con tagli e privatizzazioni. Tutto questo mentre non si accenna neppure lontanamente a ridurre le commesse per l’acquisto di nuove armi.
Ed è scandaloso, dato che almeno l’1,7% del nostro Pil è impiegato per armare e addestrare l’esercito, mentre alla ricerca e allo sviluppo viene destinato solo lo 0,5%.

Nel 2014 il Governo italiano ha impegnato 67 miliardi di euro per spese militari e armamenti. Ma a quanto ammontino veramente le spese militari è un mistero: la spesa è stata spezzettata tra varie voci, e assegnata solo in parte al bilancio della Difesa, in parte ai bilanci di altri ministri (come quello dello Sviluppo economico), le spese militari sono per giunta nascoste grazie al “segreto militare”.

Operazioni come quelle compiute dalla Turchia nel Kurdistan, con attentati che provocano migliaia di morti, non avvengono senza l’avallo o il tacito consenso dei servizi segreti, che sono integrati a livello internazionale con quelli degli Stati Uniti, sotto la copertura dell’alleanza atlantica.
Lo stesso si può dire dell’operazione Strade Sicure o del pattugliamento delle coste libiche deciso dal governo italiano.
La NATO è il braccio militare del Fondo Monetario Internazionale, e viceversa, il FMI è il braccio finanziario della NATO: fra i due organismi c’è collaborazione e scambio di dirigenti.
La guerra viene usata dagli stati come principale strumento di gestione della politica internazionale, della spartizione economica e delle aree di influenza.

La politica di guerra dell’esercito e del governo va contrastata con l’azione antimilitarista:

boicottando le iniziative di propaganda, come quella di oggi o come il TAN, che cercano di coinvolgere i giovani e la cittadinanza;
liberando le nostre strade dall’odiosa presenza di militari armati
denunciando il carattere guerrafondaio delle cerimonie commemorative;
sostenendo i movimenti popolari di lotta, come il movimento NO MUOS, quello contro gli F-35, quello contro le esercitazioni militari in Sardegna;
costruendo un movimento che con la lotta riesca a chiudere le basi militari straniere, a cacciare la NATO dall’Italia, a ritirare le truppe italiane dagli scenari di guerra.

Se vuoi la pace, denuncia, ostacola, combatti chi prepara la guerra!

Il 4 novembre non c'è niente da festeggiare!
Il 4 novembre, festa delle forze armate, viene esaltata la guerra, vengono esaltati i massacri di ieri e di oggi in preparazione di quelli di domani: i “festeggiamenti” di oggi, sono solo un insieme di retorica patriottarda e guerrafondaia.

Antimilitariste/i Livornesi

Mestre (VE) Si rifiuta di rispondere ad una domanda poco pertinente ad un colloquio di lavoro. Viene Cacciata.

Premetto che ho contato fino a diecimila prima di scrivere queste parole. Ma non riesco a non dirle. E le scrivo qui, per una massima diffusione. Perché tutti devono sapere cosa accade al giorno d’oggi. Vi chiedo di prendervi un paio di minuti per leggere e condividere ciò che mi è successo, perché mi sento offesa e arrabbiata, e tutti, uomini e donne, devono sapere.
E’ SUCCESSO DI NUOVO, ED E’ ORA DI DIRE BASTA.
Questa mattina sono stata convocata per un colloquio di lavoro presso una nota agenzia immobiliare di Mestre che si occupa-anche-di affitti turistici. Sto cercando un lavoretto saltuario per arrotondare perché non sono ancora abbastanza brava e famosa per vivere di sola fotografia, quindi mi sono proposta come hostess per check-in per alloggi turistici, un lavoro che ho già fatto per tanti anni.
Lui, l’egregio Dott. M.M. si presenta all’appuntamento con 30 minuti di ritardo. Non fa niente. Ha una maglia verde lega, ma mi astengo da pregiudizi. Entro nell’agenzia, e dietro di me, sulla porta, un signore che parla poco l’italiano chiede di poter entrare a chiedere un’informazione. Lui, l’egregissimo M.M., lo secca con un “Torna dopo!”. Soppesando il suo grado di educazione e professionalità, lo seguo verso il suo ufficio.
Mi fa accomodare alla sua scrivania, ma non si presenta, non mi da la mano, non si scusa del ritardo, mi da del tu. Questa cosa mi da fastidio, ma anche qui passo oltre.
Prende un foglio prestampato. Questionario Informativo, c’è scritto. Inizia con le domande:
Lui: “la tua data di nascita?”
io:“1-12-87”
Lui:“e quanti anni hai?”
io: “28”
Lui:“dove vivi?”
io: “risiedo a Mestre”
Lui:“..mi serve l’indirizzo preciso”
io: “sono certa di averlo già scritto nel mio C.v.” sorrido educata.
Lui:“mi serve questa informazione di nuovo” (seccato)
io: “va bene, via ***”
Lui:“ok. Stato civile?”
io: “in che senso?” (oh no, sento già lo stomaco chiudersi)
Lui:“sei sposata? Convivi? Hai figli?”
Respiro “E’ necessario che io risponda a questa domanda?”
Lui:“si, è necessario” (si sta agitando)
io: “posso non rispondere”?
Tenetevi forte.
Lui: “Certo. Allora ti puoi anche accomodare fuori, per me il colloquio finisce qui”.
Prende il Questionario Informativo, lo strappa davanti alla mia faccia con fare da vero uomo duro. Si alza, mi apre la porta.
“Non capisco,” dico io “perchè mi sta congedando in questo modo”
Lui: “Perchè tu mi devi rispondere alle domande, e se non mi rispondi il colloquio non può proseguire”
Io: “Non può proseguire il mio colloquio se io non le descrivo la mia situazione famigliare?”
Lui: “esattamente.”
Io: “mi può fornire almeno una spiegazione?” (cerco di insistere)
Lui: “Devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa”
Io: “mi scusi Dottore, ritengo che la mia disponibilità lavorativa esuli dalla mia condizione privata. Se vuole sapere quanto e quando posso lavorare, mi può semplicemente chiedere qual’è la mia disponibilità oraria”
Lui, ormai furibondo:“Io chiedo quello che mi pare, e se non vuoi rispondere non posso darti il lavoro. Ora te ne puoi anche andare”.
1…2….3……Vabe dai, ormai è fatta. Parto con le mie:
“Posso dirle una cosa? E’ proprio per colpa di persone come lei che questo Paese sta andando a puttane. Perché se a una donna viene chiesto di dichiarare la sua situazione famigliare prima di chiederle quali sono le sue capacità, cosa sa fare e quali sono le sue aspettative lavorative, allora siamo proprio in un mondo di merda. Lei non sa che parlo perfettamente 3 lingue straniere, non sa che questo lavoro l’ho fatto per anni, che ho tanta esperienza e capacità. Lei non me lo ha chiesto. Mi tolga una curiosità, anche ai maschi chiede se hanno figli e se sono sposati quando fa loro un colloquio?”
Lui: “no, ai maschi non lo chiedo. Perché questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne”
Io (ormai balba): “Sul serio? Ma lei si sente quanto parla?”
A questo punto prendo la porta, ma prima di andarmene gli porgo la mano per salutarlo, professionalmente. Ma lui “no, non ti do la mano”
io: “e perché?”
Lei: “Perchè non voglio darti la mano, buona giornata”.
Sorrido, arrivederci, me ne vado. Torno all’ingresso, e lì, mentre sto per uscire, con gran classe mi urla dalla sua scrivania “spero proprio che troverai un lavoro!!”

Mi fermo un momento davanti alla porta. Non rispondo, semplicemente perché non è mio costume urlare alla gente da un ufficio all’altro. Chi mi conosce sa quanto sono Signora. Esco, e faccio un profondo respiro. Ho detto un decimo delle cose che avrei potuto dirgli. Perchè in quei momenti ti senti così male e così offesa che il cervello rallenta per l’incredulità.
E allora: Caro piccolo uomo col maglione verde e il cazzo sicuramente minuscolo, nel tuo bellissimo ufficio hai incorniciato la foto di tua figlia, una graziosa ragazzina di circa 16 anni, che – per ironia della sorte – assomiglia tantissimo a me quando avevo la sua età. Prova a pensare, piccolo uomo con piccolo cervello e grande presunzione, quando un giorno non molto lontano, la tua piccola vergine figliola andrà a fare un colloquio di lavoro, ed incontrerà un piccolo uomo che le chiederà se è sposata, se ha figli, se convive, e che le sue risposte in merito alla sua situazione famigliare determineranno il suo successo lavorativo. Prova a pensare per un momento come può sentirsi una donna, quando le viene fatta una domanda del genere. E’ offensivo, è bruttissimo, è una VIOLENZA. Perchè non importa se hai studiato, se hai lavorato tanti anni, se hai fatto gavetta, se hai un bel C.v.. Importa se hai figli. Perché se li hai, è meglio che tu stia a casa ad allattarli.

Ho scritto questo fatto su facebook, e lo racconterò a tutti. Perché le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo. Proprio ieri ne parlavo con alcuni colleghi, fatalità oggi mi è successo, di nuovo. Ho perso la possibilità di un lavoro, ma non mi importa niente. Ho salvato la mia dignità, ho mantenuto la mia privacy. La condizione della donna al giorno d’oggi è ancora molto difficile.
Sappiatelo tutti.

Mestre (VE) Si rifiuta di rispondere ad una domanda poco pertinente

Paola Filippini

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