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Il ruolo dello stato

p73Il ruolo dello stato

di Colin Ward
con introduzione di Francesco Codello da: Rivista anarchica.

Scuole private (magari “libertarie”) o scuola di stato?
E con che soldi? Obbligatorie o facoltative?
I temi affrontati in questo articolo uscito quarant’anni fa sono in buona parte ancora attuali.
E rileggere oggi l’architetto e intellettuale anarchico inglese è sempre stimolante.

Questo testo di Colin Ward (1924-2010) dal titolo The role of the state è apparso in un libro di autori vari (tra i quali va ricordato Ivan Illich), curato da Peter Buckman del 1973 in Inghilterra, con il proposito già evidente nell’intestazione, Education without schools.
In premessa occorre sottolineare due aspetti di contesto importanti, per coglierne la portata e la validità, evitando un approccio troppo ideologico. Il primo è appunto relativo all’anno di pubblicazione, siamo agli inizi degli anni settanta e Ivan Illich (1926-2002) ha da poco (1970) editato il suo testo forse più famoso, Deschooling Society (Descolarizzare la società, tradotto in italiano nel 1972) e la discussione scaturitane è molto vivace e animata; l’altro è che l’approccio al problema è tipicamente anglosassone e quindi fortemente pragmatico.
Al netto di queste due semplici ma doverose considerazioni, il saggio di Ward affronta in maniera pertinente e puntuale una delle questioni cruciali in tema di organizzazione dell’educazione e dell’istruzione in una prospettiva libertaria. Questo argomento è particolarmente importante in Italia, dove il dibattito sul sistema di istruzione e di educazione si è da sempre focalizzato tra due prospettive inconciliabili e fortemente ideologizzate: quella privatistica e quella statalista. A gestire la scuola, quindi a determinarne i contenuti e le modalità organizzative, dovevano essere o il privato (confessionale prevalentemente) o lo stato (teoricamente neutro e assimilato al concetto di pubblico). La prospettiva, che ormai sta caratterizzando decisamente gli anarchici, è invece quella della gestione pubblica ma non statale del sistema di istruzione. Ciò significa che il carattere pubblico (aperto a tutti) dell’organizzazione dell’apprendimento si deve coniugare con il rifiuto della confessionalità, ideologica e religiosa, e, al contempo, consentire che la gestione dello sviluppo educativo e di istruzione, veda una coordinazione diretta e paritaria dei vari attori del processo stesso. Naturalmente queste questioni sono di rilevante importanza e meritano una disamina più approfondita e ampia di quanto non sia qui possibile sviluppare.
Ecco perché questa saggio di Colin Ward si presta così bene a introdurre una discussione e una riflessione sulla gestione della scuola e offre l’occasione, a quanti lo desiderino, di uscire dalle strettoie soffocanti, e per nulla libertarie, di una discussione che accomuna trasversalmente destra e sinistra, intorno a una presunta esclusiva alternativa: o con il privato o con lo stato.
La storia delle esperienze di educazione libertaria peraltro testimonia molto bene invece la ricerca di una prospettiva terza, plurale, diversificata, sperimentale, di gestione dell’intero sistema di istruzione e di educazione, in modi più coerenti e conseguenti ai principi generali dell’antiautoritarismo. Le varie esperienze attuali, che si ricollegano idealmente a questo filone di pensiero, sono qui a dimostrare che questo non solo è possibile ma anche necessario, se si vuole, assieme ovviamente ad altre questioni (prima fra tutte quella dell’uscita dalla logica adulto-centrica), realizzare una autentica educazione libertaria.
Rileggere dunque questo testo di Ward, coniugandolo a tutte le varie espressioni del pensiero della descolarizzazione (da Paul Goodman a Ivan Illich, solo per citare i più noti autori), riflettere criticamente sulla storia e l’attualità di queste esperienze alternative, sperimentare qui e ora modalità e pratiche ispirate a questa prospettiva, è il compito che attende tutti coloro che, a vario titolo, sono interessati e coinvolti nelle problematiche educative e dell’istruzione.
Una prospettiva libertaria non può mai accontentarsi di farsi rinchiudere in logiche dualistiche, senza osare e tentare di sperimentare altre soluzioni, che meglio avvicinino i nostri valori coerentemente interpretati alla nostra vita quotidiana.

Francesco Codello

Come mai lo stato ha assunto quel ruolo di primo piano?
Storicamente, in Gran Bretagna, la lotta per rendere l’istruzione gratuita, obbligatoria, universale, e liberarla dall’esclusivo controllo delle organizzazioni religiose fu lunga e aspra.
L’effettiva opposizione non veniva da critici libertari, ma dai sostenitori del privilegio e del dogma nonché da coloro (genitori e datori di lavoro) che avevano un interesse economico nel lavoro minorile o uno inconfessato a favorire l’ignoranza. L’Inghilterra, di fatto, arrivò in ritardo: l’idea che l’istruzione dovesse essere gratuita, obbligatoria e universale precede di molto il definitivo Education Act, che fu approvato solo nel 1870.
Martin Lutero si era rivolto “ai membri del Consiglio di tutte le città tedesche affinché fondassero e tenessero in vita scuole cristiane”, osservando che i giovani in corso di formazione si trovano a loro agio se si cerca di “renderci migliori attraverso l’esperienza”, un compito per il quale la vita intera sarebbe troppo breve, ma che poteva essere semplificato un’istruzione sistematica per mezzo dei libri.
L’istruzione obbligatoria e universale nacque nella calvinista Ginevra nel 1536 e lo scozzese John Knox, discepolo di Calvino, “fondò una scuola accanto a una chiesa in ogni parrocchia”. Nel puritano Massachusetts l’istruzione elementare obbligatoria fu introdotta nel 1647. Federico Guglielmo I di Prussia rese obbligatoria l’istruzione elementare nel 1717 e, in Francia, una serie di ordinanze di Luigi XIV e Luigi XV imposero una frequenza regolare nelle scuole.
La scuola per tutti, nota Lewis Mumford, “contrariamente al credo popolare, non è il tardivo prodotto della democrazia del XIX secolo: essa svolgeva un ruolo indispensabile nella formula meccanica dell’assolutismo (…) l’autorità centralizzata riprendeva in ritardo l’opera che era stata trascurata con lo smantellamento delle libertà municipali in gran parte dell’Europa”. In altre parole, avendo soffocato l’iniziativa locale, lo stato agiva secondo i propri interessi. Storicamente, l’istruzione obbligatoria progredì non solo grazie alla stampa, all’ascesa del protestantesimo e del capitalismo, ma anche con lo sviluppo dell’idea stessa di stato nazionale.
Tutti i grandi filosofi razionalisti del XVIII secolo avevano riflettuto sul problema dell’istruzione popolare e due tra i più acuti pensatori si erano schierati sui versanti opposti del dibattito sull’organizzazione della scuola: Rousseau dalla parte dello stato e William Goodwin contro. L’Emilio di Rousseau postula una formazione completamente individuale (la società umana è ignorata e tutta l’esistenza dell’educatore è dedicata al povero Emilio); ciò nondimeno Rousseau, nel suo Discorso sull’economia politica (1758), sostiene un’istruzione pubblica “basata su regole stabilite dal governo… se i giovani sono educati nel seno dell’uguaglianza, se vengono loro istillate le leggi dello Stato e i precetti della Volontà Generale… Non possiamo dubitare che nutriranno un reciproco affetto come fratelli… per diventare a suo tempo difensori e padri del paese del quale sono stati tanto a lungo i figli”.
Goodwin, nella sua Inchiesta sulla giustizia politica (1793) critica nel suo insieme l’idea di una educazione nazionale. Ne riassume gli argomenti a favore, che sono quelli utilizzati da Rousseau, e solleva questo interrogativo: “Se l’educazione dei nostri giovani fosse completamente affidata alla prudenza dei genitori o all’occasionale benevolenza di privati, non sarebbe una conseguenza necessaria che alcuni siano formati alla virtù, altri al vizio, e altri ancora siano completamente trascurati?” Vale la pena di citare completamente la risposta di Godwin, perché si tratta dell’unica voce, alla fine del XVIII secolo, che ci parla con gli accenti della descolarizzaizone dei nostri giorni:
“Le piaghe provocate da un sistema di educazione nazionale riguardano il fatto, in primo luogo, che tutte le istituzioni pubbliche recano in sé un’idea di permanenza (…) l’educazione pubblica ha sempre speso le proprie energie a sostegno del pregiudizio; insegna agli allievi non la forza che sottopone ogni proposta alla verifica di un esame, ma l’arte di riprendere i concetti che siano già stati casualmente stabiliti (…) Anche nella modesta istituzione delle scuole parrocchiali, le principali lezioni che vengono impartite riguardano una venerazione superstiziosa della Chiesa d’Inghilterra e l’ossequio a chiunque indossi una giacca elegante…
In secondo luogo, l’idea di educazione nazionale si fonda su una incomprensione della natura dell’intelletto. Qualsiasi cosa faccia il singolo uomo per se stesso è ben fatta; qualsiasi cosa decidano di fare per lui il suo prossimo e il suo paese è mal fatta (…) Chi apprende perché desidera apprendere, ascolterà le istruzioni che riceve e ne imparerà il significato. Chi insegna perché desidera insegnare, svolgerà il proprio compito con entusiasmo ed energia. Ma il momento in cui l’istituzione politica decide di attribuire a ognuno il proprio posto, le funzioni di ciascuno si svolgeranno in modo supino e indifferente…
In terzo luogo, il progetto di un’educazione nazionale dovrebbe essere uniformemente scoraggiato in ragione della sua evidente alleanza con il governo nazionale (…) Il governo non mancherà di sfruttarlo per rafforzare la propria mano e per perpetuare le proprie istituzioni (…) La concezione che lo pone come promotore di un sistema educativo sarà evidentemente analoga al giudizio sulle capacità politiche di chi governa.”
Colin Ward
Istituzioni gerarchiche e coercitive

I critici contemporanei dell’alleanza tra governo nazionale ed educazione nazionale sarebbero d’accordo e dichiarerebbero che la tesi dell’esistenza di un ruolo positivo dello stato nel sistema educativo tradisce una totale incomprensione dell’argomento in questione, che la natura delle autorità pubbliche è di gestire istituzioni gerarchiche e coercitive, la cui funzione ultima consiste nel perpetuare la disuguaglianza sociale e di fare il lavaggio del cervello dei giovani perché accettino il posto loro assegnato nel sistema organizzato.
Un secolo fa l’anarchico Bakunin caratterizzava “il popolo” in relazione allo stato come “l’eterno bambino, l’allievo che si confessa per sempre incapace di superare l’esame, di arrivare al livello di conoscenze dei suoi insegnanti e di poter fare a meno della loro disciplina”. Oggi aggiungerebbe un’altra critica al ruolo dello stato come educatore in tutto il mondo: l’affronto alla giustizia sociale. Uno sforzo immenso di riformatori benintenzionati ha portato al tentativo di modificare il sistema per assicurare pari opportunità, ma questo ha prodotto soltanto una partenza alla pari, illusoria e puramente teorica, in una competizione che spinge a diventare sempre meno uguali. Quanto più grande è la quantità di denaro riversata nei sistemi scolastici in tutto il mondo, tanto minori sono i vantaggi per le persone al livello più basso della gerarchia educativa, occupazionale e sociale. Il sistema educativo mondiale finisce per essere un altro modo con cui i poveri sovvenzionano i ricchi.
Everett Reimer, per esempio, osservando che le scuole sono una forma di imposizione fiscale inversamente proporzionale al reddito, nota come i figli del dieci per cento più povero della popolazione degli Stati Uniti costano al pubblico 2.500 dollari a testa per tutta la vita, mentre quelli del dieci per cento più ricco costano circa 35.000 dollari. “Ipotizzando che un terzo si riferisca alla spesa privata, il dieci per cento più ricco riceve comunque per l’istruzione denaro pubblico dieci volte di più del dieci per cento più povero.”
Nel suo pamphlet censurato del 1970, Michael Huberman era arrivato a identiche conclusioni per la maggioranza dei paesi del mondo. In Gran Bretagna, anche ignorando del tutto l’università, spediamo il doppio per chi frequenta l’ultimo biennio di una grammar school rispetto ai diplomandi di una modern school, mentre se includiamo la spesa per l’università, si è calcolato (Labour Inequality, Fabian Society, London 1972) che la spesa per un anno di studi di uno studente universitario è pari a quella di tutta la vita scolastica dalla prima elementare alla licenza media superiore. “Mentre il gruppo sociale più ricco beneficia diciassette volte di più di quello più povero della spesa per l’università, il suo contributo di reddito è solo di cinque volte superiore.”
Possiamo così concludere che un ruolo notevole dello stato nel sistema scolastico nazionale nel mondo è quello di perpetuare l’ingiustizia sociale ed economica.
Ma il sistema scolastico in Gran Bretagna è un sistema statale? Il fatto è che da noi non una sola scuola è posseduta o gestita dallo stato. Le scuole sono di proprietà e mantenute (con l’eccezione di quelle indipendenti e delle cosiddette direct grant schools) da organismi scolastici locali. Questi ultimi ricevono il proprio reddito da una speciale imposta sugli immobili, ma siccome non è sufficiente per fare fronte alle spese attuali, questa imposta deve essere integrata da sovvenzioni del governo centrale, e così lo stato esercita un controllo effettivo ma occulto sulle attività degli organismi locali. Nonostante il teorico decentramento, le nostre scuole sono in sostanza simili, non solo nei termini in cui le definisce Ivan Illich, di “processo specifico per età e dipendente da insegnanti, che impone una frequenza a tempo pieno a corsi obbligatori”, ma per migliaia di particolari relativi alla gestione istituzionale e agli obiettivi.
I ricchi, a differenza dei poveri…

Per quanto il sistema decentrato britannico sia importante per chi vuole sperimentare un’educazione senza scuole, perché se vuole ricevere un aiuto ufficiale o una sponsorizzazione, o quanto meno tolleranza per un esperimento radicale, deve fare i conti con l’ente scolastico locale, e la pressione locale è molto meno pesante ed è possibile conquistarsi molto più interesse e sostegno sul posto che cercare di sgretolare il monolitico ministero dell’educazione e della scienza.
La questione centrale, nella discussione sull’istruzione alternativa in relazione con il sistema scolastico ufficiale in Inghilterra, come in gran parte dei paesi, è che tutte le possibilità sono vanificate dal fatto che ogni proprietario di casa e ogni contribuente sono costretti a finanziare il sistema così com’è. Questo fatto compiuto non sono inibisce lo sviluppo di alternative, ma comporta anche che queste alternative dipendano dal reddito marginale dei potenziali fruitori, oltre e al di là delle imposizioni obbligatorie per tenere in vita il sistema organizzato.
I ricchi che, a differenza dei poveri, dispongono di un reddito marginale, sono in grado di scegliere e mandano i propri figli nelle scuole indipendenti (John Vaizey ha calcolato che un terzo del costo dell’istruzione nel settore privato è recuperato con l’elusione fiscale). Anche qualcuno non tanto ricco ne segue l’esempio, convinto di fare del proprio meglio per i figli o perché è stato capace di capire come sia possibile far ottenere borse di studio per i figli. Ovviamente, però, gran parte delle scuole “indipendenti” (con l’eccezione di pochi istituti “progressisti”) sono identiche per tutte le caratteristiche importanti a quelle del sistema ufficiale, con l’unica differenza del numero di studenti per classe.
I critici radicali del sistema ufficiale possono far proprio uno di questi tre atteggiamenti. Il primo consiste nel fare pressione per far riversare nei sistemi alternativi una quota della spesa e delle strutture per l’istruzione. Il secondo è un tentativo di modificare il sistema o con un rivolgimento interno o con una pressione dall’esterno. I terzo è di procedere per conto proprio, ignorando il sistema ufficiale ma continuando, probabilmente, a finanziarlo con le imposte e le tasse. Nella pratica è probabile che si prenda un poco dei tre atteggiamenti contemporaneamente. Per esempio, quando John Ord e i suoi amici hanno fondato la Scotland Road Free School a Liverpool, hanno compreso in fretta la necessità di trovare l’assistenza dell’ente locale per l’istruzione. La stampa locale trovò irresistibilmente comico questo fatto, che invece era perfettamente logico. Se i genitori optavano per un’istruzione cattolica, questa sarebbe stata finanziata dall’ente locale. Se avessero scelto una grammar school con contributo diretto (e se i loro figli ne fossero stati ammessi) la loro istruzione sarebbe stata finanziata dal governo centrale.
Perché mai la Free School, come qualsiasi esperimento di descolarizzazione, non avrebbe avuto i titoli per ricevere i soldi che la Liverpool Corporation aveva comunque da spendere per i propri studenti? (Tutto quello che chiedeva era infatti una sede, la mensa scolastica e l’arredo, e tutto quello che ottenne fu un prestito di tavoli e sedie usati). Un membro della Commissione educazione dichiarò: “Se ci chiederanno di sostenere la scuola, ci chiederebbero di indebolire il tessuto di quello che si suppone dovremmo sostenere… Potrebbe andare a finire che in pratica nessuno studente voglia più frequentare le nostre scuole.”
Nei primi anni sessanta del secolo scorso, Paul Goodman elencava una mezza dozzina di esperimenti che un consiglio o un ente scolastico avrebbe potuto far propri se avesse avuto abbastanza coraggio. Sintetizzando un poco, questi erano:
1. “Niente scuola” per certe classi (senza danni culturali, perché ci sono ottime prove che i bambini normali apprendono le nozioni dei primi sette anni di scuola in un periodo tra i quattro e i sette mesi di buon insegnamento).
2. Fare a meno dell’edificio scolastico per qualche classe; fornire gli insegnanti e usare la città stessa come scuola.
3. Dentro e fuori dell’edificio scolastico, ricorrere ad adulti non qualificati della comunità – il farmacista, il bottegaio, il meccanico – come educatori che introducano i giovani al mondo degli adulti.
4. Rendere non obbligatoria la frequenza scolastica, come a Summerhill.
5. Utilizzare una quota dei fondi scolastici per mandare gli studenti in aziende agricole economicamente marginali per un paio di mesi all’anno.
La prima è un’idea fallita in partenza. Può essere popolare tra i ragazzi, ma i genitori penserebbero ovviamente di essere presi in giro. L’ultima proposta sarebbe probabilmente interpretata come un modo per sfruttare manodopera a buon mercato. Ma gli altri sono stati positivamente adottati da consigli scolastici americani e hanno trovato applicazioni in Gran Bretagna: le scuole speciali sono le più evidenti candidate alla loro adozione.
Il diritto a pratiche educative alternative

L’idea di una scuola senza muri, per esempio, è stata messa in pratica per più di un triennio dal Parkway Education Program nella città di Philadelphia con il totale sostegno dell’autorità scolastica. Gli studenti non sono selezionati, ma scelti per sorteggio tra i richiedenti di otto distretti scolastici della città decisi per criteri geografici, per le classi dalla nona alla dodicesima (cioè dai 14 ai 18 anni) senza tenere conto del rendimento scolastico e della condotta. Non ci sono edifici scolastici. Ognuna delle otto unità (che operano in modo indipendente) ha una propria sede con un ufficio per il personale e armadietti per gli studenti. La didattica si svolge all’interno della comunità: la ricerca di spazi è considerata parte del processo educativo. “La città offre un numero incredibile di laboratori di apprendimento: l’arte si studia nell’Art Museum, la biologia al giardino zoologico; i corsi commerciali e professionali si svolgono sui luoghi di lavoro, per esempio quelli di giornalismo nelle redazioni dei giornali, quelli di meccanica nei garage eccetera.” Il Parkway Program dichiara: “Per quanto si ritenga che le scuole preparino alla vita sociale, per lo più invece isolano gli studenti dalla comunità al punto da rendere loro impossibile capire come questa funziona […] Poiché la società come gli studenti soffre per le carenze del sistema scolastico, non è parso irragionevole chiedere alla comunità di assumersi qualche responsabilità nella formazione dei suoi giovani.” Qualsiasi autorità scolastica locale potrebbe dar vita a un progetto Parkway domani, se lo volesse.
Ma il più probabile incentivo al cambiamento, per indurre le autorità scolastiche locali a sostenere l’avvio di esperimenti di descolarizzazione, non sarà dato dall’esempio o dalla critica dall’esterno, ma dalla pressione dal basso. La massa di scolari e studenti recalcitranti e ribelli, ingabbiati dal sistema per un anno in più con l’allingamento dell’obbligo scolastico, rappresenteranno l’argomento più forte a favore del cambiamento.
È sempre esistita una certa percentuale di studenti che frequentano contro voglia, che mal sopportano l’autorità della scuola e le regole arbitrarie, e che attribuiscono uno scarso valore al processo educativo, perché l’esperienza personale dice loro che si tratta di una corsa a ostacoli, nella quale sono così spesso i perdenti che sarebbero stupidi a mettersi in competizione. Hanno appreso questa lezione proprio a scuola e non gli va di entrarci a cinque anni e a uscirne a quindici.
Che cosa succederà quando questo esercito di tagliati fuori in partenza, non più intimoriti dalle minacce, non più gestibili con le lusinghe, non più riducibili a una cupa acquiescenza con la violenza fisica, diventerà abbastanza numeroso da impedire il funzionamento della scuola tradizionale con una minima sembianza di efficienza? Sir Alec Clegg ci ha prospettato per anni questo scenario per avvertirci che dovremmo cambiare le nostre priorità in campo educativo e sociale. La crisi di autorità della scuola ci renderà tutti, insegnanti e studenti, descolarizzati e uniti nella richiesta di stare altrove.
Tutte queste piccole iniziative di centri di non frequenza, di laboratori collettivi e di alternative alla scuola, verranno allora assunte e sostenute dalle autorità, non perché si saranno convertite a una diversa teoria pedagogica, ma per sfruttarle come espedienti per togliere i ragazzi dalla strada e dalla scuola, che a sua volta sarà ben lieta di sbarazzarsi di quegli elementi che le impediscono di portare avanti il compito di preparare gli studenti più docili a occupare i propri posti nella meritocrazia certificata. Temo che lo stesso valga per l’idea del ruolo creativo per il sistema scolastico ufficiale, nello sviluppo di una formazione extra-scolastica in una società del tempo libero: la sua occupazione pratica funzionerebbe solo da terapia occupazionale per chi è disoccupato a vita.
È sciocco cercare di convincere i vari ministri dell’educazione o della pubblica istruzione di tutto il mondo di smontare il sistema: un sistema che rispecchia e tutela i valori dello stato. Sarebbe come se l’estinzione dello stato avvenisse per una legge del parlamento. E non dobbiamo nemmeno cadere nella trappola, avendo indicato nello stato un’istituzione restrittiva a protezione del privilegio, di rivendicare una legge che vieti la discriminazione nella scuola. Quello che dobbiamo rivendicare è il diritto a pratiche educative alternative per concorrere su un piano di parità. Quando l’Imperatore chiese al filosofo che cosa potesse fare per lui, il filosofo rispose: “Spostati un po’ in là: mi togli la luce.”

Colin Ward

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L’ALBATRO (Da: “I fiori del male”)

111711342-90fa01f5-53e7-4e4b-989d-531f5dde8661L’ALBATRO (Da: “Ifiori del male”)

Spesso, per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
Il vascello che va sopra gli abissi amari.

E li hanno appena posti sul ponte della nave
Che, inetti e vergognosi, questi re dell’azzurro
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Com’è goffo e maldestro, l’alato viaggiatore!
Lui, prima così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
L’altro, arrancando, mima l’infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell’arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.

(Charles Baudelaire)

La società ideale. (Luigi Molinari)

L’uomo libero non ha bisogno né di leggi né di autorità.L’organizzazione futura si baserà sul libero accordo di essere vincolati unicamente da un sentimento di reciproco rispetto per la dignità umana. Speciali simpatie, tendenze particolari ad un determinato esercizio riuniranno l’umanità in una infinita e mutevole agglomerazione di gruppi nei quali l’infimo sarà veramente uguale al più grande. La politica e l’economia non esisteranno più,esse avranno ceduto il posto alla solidarietà umana. L’inventore saprà che al lavoro dell’umanità precedente egli deve gli studi che hanno facilitato e resa possibile la sua nuova invenzione,l’uomo di genio non insuperbirà di un dono della natura e userà del suo genio non per beneficare se stesso o per sciupare,ma per essere utile alla società umana intera.L’amor proprio e la nobile ambizione saranno sprone più che sufficiente per spingere l’attività umana alle nuove lotte contro la natura,alle nuove conquiste scientifiche.Premio del lavoro sarà la soddisfazione interna della propria coscienza e la stima e l’amore dei compagni.Ciò sarà quando le leggi che ci vincolano cadendo ai piedi dell’uomo,permetteranno di prendere la terra che da il pane a tutta l’umanità e di alzare liberamente il capo al cielo affinché l’uomo possa per davvero distinguersi dagli animali inferiori che la natura vuole proni al padrone.

(Luigi Molinari)292134_325936554127337_2044920596_n

STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA:BRESCIA, 28 MAGGIO 1974

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Nel 1974, a Brescia, in Piazza della Loggia, si teneva una manifestazione contro il terrorismo di stampo fascista, con la presenza di vari esponenti della politica e dei sindacati. Una bomba, nascosta in un cestino della spazzatura, esplose, ferendo un centinaio di persone ed uccidendone 8, tutti insegnanti e operai intervenuti alla manifestazione.Tra poco saranno trascorsi 40 anni da quella mattina piovosa di maggio. La bomba piazzata nel cassonetto dispiegò tutto il suo potenziale contro i manifestanti assiepati sotto al colonnato. Quaranta anni che i sopravvissuti alla strage hanno passato nelle aule di tribunale, a leggere le 900mila pagine prodotte nei tre diversi filoni d’inchiesta, a prendere appunti. Alla lettura della sentenza da parte del presidente della quinta sezione Alfredo Lombardi, gli occhi di quegli uomini che nel tempo sono diventati come una famiglia si sono fatti lucidi. «Meglio di così non poteva andare», ha detto Redento Peroni uno dei sopravvissuti all’esplosione. Manlio Milani, che nella strage ha perso la moglie, legge la sentenza come «la conferma della responsabilità della destra e dei depistaggi»
Il bilancio della strage fu di 8 morti e 102 feriti.

RICORDIAMO LE VITTIME DELLA STRAGE

Giulietta Banzi Bazoli, anni 34, insegnante
Livia Bottardi Milani, anni 32, insegnante
Euplo Natali, anni 69, pensionato
Luigi Pinto, anni 25, insegnante
Bartolomeo Talenti, anni 56, operaio
Alberto Trebeschi, anni 37, insegnante
Clementina Calzari Trebeschi, anni 31, insegnante
Vittorio Zambarda, anni 60, operaio

Gaetano Bresci. (10-11-1869-22-5-1901)

Il processo, la condanna e la morte
Il processo contro Bresci fu istruito in brevissimo tempo. Il 29 agosto 1900, cioè un mese esatto dopo il delitto, Bresci comparve nella corte d’Assise di Piazza Beccaria a Milano. La sentenza era scontata in partenza. Gaetano Bresci aveva chiesto come difensore il deputato socialista Filippo Turati, ma questi aveva declinato l’incarico e fu sostituito dall’avvocato anarchico Francesco Saverio Merlino.

L’imputato mantenne un contegno conforme al personaggio che rappresentava. Freddo e distaccato, quasi sereno, ascoltò la lettura del capo d’accusa (per la verità retorico fino all’inverosimile) senza mostrare nè pentimento né spavalderia.
Ecco il testo del suo interrogatorio in aula :
Presidente: «L’imputato ha qualcosa da aggiungere alla sua deposizione testé letta?»
Bresci: «Il fatto l’ho compiuto da me, senza complici. Il pensiero mi venne vedendo tante miserie e tanti perseguitati. Bisogna andare all’estero per vedere come sono considerati gli italiani! Ci hanno soprannominati “maiali“… »
Presidente: «Non divaghi…»
Bresci: «Se non mi fa parlare mi siedo.»
Presidente: «Resti nel tema.»
Bresci: «Ebbene, dirò che la condanna mi lascia indifferente, che non mi interessa punto e che sono certo di non essermi sbagliato a fare ciò che ho fatto. Non intendo neppure presentare ricorso. Io mi appello soltanto alla prossima rivoluzione proletaria.»
Presidente: «Ammettete di avere ucciso il re?»

La vita di Gaetano Bresci nei fumetti di Santin e Riccomini (clicca sull’immagine per ingrandirla)

Copertina del libro di Santin e Riccomini dedicato a Gaetano Bresci
Bresci: «Non ammazzai Umberto; ammazzai il Re, ammazzai un principio! E non dite delitto ma fatto!»
Presidente: «Perché lo avete fatto?»
Bresci: «Dopo lo stato d’assedio di Sicilia e Milano illegalmente stabiliti con decreto reale io decisi di uccidere il re per vendicare le vittime.»
Quando il Presidente gli chiese perché aveva compiuto quel gesto, Bresci rispose:
«I fatti di Milano, dove si adoperò il cannone, mi fecero piangere e pensai alla vendetta. Pensai al re perché oltre a firmare i decreti premiava gli scellerati che avevano compiuto le stragi.»
Ascoltati i testimoni, i giurati si ritirarono per decidere e dopo pochi minuti il capo giuria ragionier Carione lesse il verdetto che dichiarava l’imputato colpevole e lo condannava ai lavori forzati.
Scontò la pena nel penitenziario di S. Stefano, presso Ventotene (Isole Ponziane) e per poterlo controllare a vista venne edificata per lui una speciale cella di tre metri per tre, priva di suppellettili.
Morì il 22 maggio 1901 “suicidato” dallo Stato e probabilmente venne ucciso anche prima di questa data ufficiale. Le autorità divulgarono la notizia del suo suicidio: impiccato per mezzo di un lenzuolo o un asciugamani.
Alcune coincidenze: un carcerato di Santo Stefano condannato all’ergastolo ottenne la grazia, il direttore raddoppiò il suo stipendio.
Vi è incertezza anche sul luogo della sua sepoltura: secondo alcune fonti, fu seppellito assieme ai suoi effetti personali nel cimitero di S. Stefano; secondo altre, il suo corpo venne gettato in mare. Le sole cose rimaste di lui sono il suo cappello da ergastolano (andato distrutto durante una rivolta di carcerati nel dopoguerra) e la rivoltella con cui compì il regicidio.

Fonte: Anarcopedia1920117_10152422402164496_1894103867290671060_n

I perché del non voto.

Il non-voto non deriva da inettitudine o qualunquismo, è disobbedienza civile.
Votare significa comunque accettare di far parte di un certo sistema sociale, politico ed economico. Chi accetta questo sistema, e vorrebbe solo che a governare ci fossero persone più oneste, più capaci, più interessate al bene della res-publica, fa bene ad andare a votare. Chi non accetta questo sistema – e non lo accetta radicalmente in quanto funzionale al mantenimento dello status quo che fonda essenzialmente la sua sopravvivenza nel capitalismo, e in definitiva nella riduzione dell’individuo a merce (anche il voto è merce di scambio) – dovrebbe astenersi.
Il non-voto è un rifiuto dei concetti di istituzioni – all’interno delle quali si esercita il potere sui corpi e sulle menti – e della delega. Per di più l’attuale sistema elettorale non solo consente di delegare altre/i a decidere cosa sia giusto per la collettività, ma anche di eleggere persone senza alcun merito se in grado di ottenere consenso popolare grazie all’appoggio dei media. Se ritenete che tutto ciò sia accettabile perché pensate che sia il minore dei mali possibili, fate bene a recarvi alle urne, ma non giudicate come qualunquista, inetta/o o priva/o di coscienza civica chi decide di astenersi (questo sì di qualunquismo), perché dietro al non-voto possono esserci ragioni ben precise, e non solo disaffezione o mancanza di coscienza civica.

Il non-voto spesso non è una strategia, ma appunto il rifiuto di partecipare al gioco della democrazia rappresentativa che toglie alla persona il suo diritto all’autodeterminazione, deresponsabilizzandola.
Il non-voto potrebbe essere considerato alla stessa stregua dell’essere vegan: non si tratta tanto di credere che diventare vegan possa essere una forma di protesta sufficiente ad abolire gli allevamenti, ma di esprimere pubblicamente, quindi politicamente, il proprio rifiuto di partecipare a un sistema che sfrutta l’individuo, poiché lo considera per l’appunto merce, diverso o inferiore. In quanto alla “coscienza civica”, ci son ben altre maniere di esprimerla che non attraverso il voto. Anzi, sovente il voto, proprio nell’automatismo della delega, fa sì che poi ci si astenga dal partecipare a determinate azioni collettive per risolvere determinati problemi, proprio nell’illusione che spetti alle persone elette svolgere e occuparsi di determinate problematiche.
Il non-voto è proprio il rifiuto dell’attesa che arrivino altre/i a risolvere i problemi, problemi della collettività e che quindi non possono che riguardare ogni individuo in prima persona. Coscienza civica ad esempio è attivarsi in prima persona per ridurre l’inquinamento e la devastazione del pianeta, senza attendere che lo Stato emani determinate leggi anti-inquinamento. Nel rifiuto di votare è altresì implicito il rifiuto a essere interpellati e chiamati a svolgere un ruolo all’interno di un gioco le cui regole sono però già predefinite, e che consente solo determinate mosse: votare una schieramento piuttosto che un altro sulla base di programmi e riforme che non consentono un reale cambiamento, in quanto sempre interne al sistema, incapaci, per così dire, di immaginare una società in cui realmente la libertà dell’individuo comincia non dove finisce quella dell’altro, ma dove anche quella dell’altro ha inizio; una società dove non sussistano limitazioni, prescrizioni o divieti, ma azioni sinergiche capaci di portare a compimento le potenzialità di ognuna/o di noi. Per realizzare questa che parrebbe superficialmente un’utopia, basterebbe eliminare l’ostacolo che impedisce l’acquisizione di una vera coscienza critica, e l’ostacolo è proprio l’attuale sistema basato su una scala di poteri: poteri istituzionali che avvolgono e incanalano le potenzialità individuali solo in determinate direzioni (si viene formati a essere membri di uno Stato, e non individui che vivono nel mondo insieme agli altri), poteri mediatici che obnubilano le menti impedendo l’accesso a una reale conoscenza: si subissano le persone di informazioni inutili. Si castra all’origine la messa in discussione dell’attuale stato delle cose, si “normalizza” e “naturalizza” ciò che è funzionale al mantenere la sperequazione sociale. e quindi il meccanismo che permette l’accumulo di ricchezze nelle mani di pochi grazie allo sfruttamento – psicologico e materiale – dei molti poteri di delega che, come già accennato sopra, deresponsabilizza l’individuo convincendolo che il mondo e le società siano enti astratti immodificabili nel tempo, e che non possa autodeterminarsi.
La legge del più forte è frutto di questo sistema e della società che ne deriva. Che l’Animale umano non sia capace di autorappresentarsi in maniera diretta, è frutto di una cultura millenaria in cui orizzonti altri sono stati appositamente e artificiosamente preclusi, proprio per impedire ciò e per mantenere il controllo di poche persone su molte. La prima mossa per decostruire ciò che non ci piace, è smettere di alimentare ciò che la tiene in vita. Vivere secondo principi etici e non secondo ragioni di utilitarismo economico significa anche fare una cosa in vista di un certo traguardo (l’astensione del voto, per esempio), pur sapendo che inizialmente non porterà al traguardo prefisso, ma consapevoli che si tratti di una prima mossa veramente inedita.

Rita Ciatti Fonte: Veganzettaintersections

Né democratici né dittatoriali: anarchici

«Democrazia» significa teoricamente governo di popolo: governo di tutti, a vantaggio di tutti, per opera di tutti. Il popolo deve, in democrazia, poter dire quello che vuole, nominare gli esecutori delle sue volontà, sorvegliarli, revocarli a suo piacimento.
Naturalmente questo suppone che tutti gli individui che compongono il popolo abbiano la possibilità di formarsi un’opinione e di farla valere su tutte le questioni che li interessano. Suppone dunque che ognuno sia politicamente ed economicamente indipendente, e nessuno sia obbligato per vivere a sottoporsi alla volontà altrui.

Se vi sono classi e individui privi dei mezzi di produzione e quindi dipendenti da chi quei mezzi ha monopolizzati, il cosiddetto regime democratico non può essere che una menzogna atta a ingannare e render docile la massa dei governati con una larva di supposta sovranità, e così salvare e consolidare il dominio della classe privilegiata e dominante. E tale è, ed è sempre stata, la democrazia in regime capitalistico qualunque sia la forma ch’essa prende, dal governo costituzionale monarchico al preteso governo diretto.

Di democrazia, di governo di popolo non ve ne potrebbe essere che in regime socialistico, quando, essendo socializzati i mezzi di produzione e di vita, il diritto di tutti a intervenire nel reggimento della cosa pubblica avesse a base e garanzia l’indipendenza economica di ciascuno. In questo caso sembrerebbe che il regime democratico fosse quello che meglio risponde a giustizia e meglio armonizza l’indipendenza individuale con le necessità della vita sociale. E tale apparve, in modo più o meno chiaro, a coloro che in tempi di monarchie assolute combatterono, soffrirono e morirono per la libertà.

Senonché, a guardare le cose come veramente sono, il governo di tutti risulta una impossibilità in conseguenza del fatto che gli individui che compongono il popolo hanno opinioni e volontà differenti l’uno dall’altro, e non avviene mai, o quasi mai, che su di una questione od un nome qualunque tutti siano d’accordo; e perché il «governo di tutti», se governo ha da essere, non può che essere, nella migliore delle ipotesi, che il governo della maggioranza. E i democratici, socialisti o no, ne convengono volentieri. Essi aggiungono, è vero, che si debbono rispettare i diritti delle minoranze; ma siccome è la maggioranza che determina quali sono questi diritti, le minoranze in conclusione non hanno che il diritto di fare quello che la maggioranza vuole e permette. Unico limite all’arbitrio della maggioranza sarebbe la resistenza che le minoranze sanno e possono opporre; vale a dire che durerebbe sempre la lotta sociale, in cui una parte dei soci, e sia pure la maggioranza, ha il diritto di imporre agli altri la propria volontà, asservendo ai propri scopi le forze di tutti.

E qui potrei dilungarmi per dimostrare, col ragionamento appoggiato ai fatti passati e contemporanei, come non sia nemmeno vero che quando vi e governo, cioè comando, possa davvero comandare la maggioranza, e come in realtà ogni «democrazia» sia stata, sia e debba essere niente altro che una «oligarchia», un governo di pochi, una dittatura. Ma preferisco, per lo scopo di quest’articolo, abbondare nel senso dei democratici e supporre che davvero vi possa essere un vero e sincero governo di maggioranza.

Governo significa diritto di fare la legge e d’imporla a tutti colla forza: senza gendarmi non v’è governo.

Ora, può una società vivere e progredire pacificamente per il maggior bene di tutti; può essa adattare mano a mano il suo modo di essere alle sempre mutevoli circostanze, se la maggioranza ha il diritto e il modo d’imporre colla forza la sua volontà alle minoranze ricalcitranti?

La maggioranza è di sua natura arretrata, conservatrice, nemica del nuovo, pigra nel pensare e nel fare e nello stesso tempo è impulsiva, eccessiva, docile a tutte le suggestioni, facile agli entusiasmi e alle paure irragionevoli. Ogni nuova idea parte da uno o pochi individui, è accettata, se è un’idea vitale, da una minoranza più meno numerosa, e, se mai, arriva a conquistare la maggioranza solo dopo che e stata superata da nuove idee, da nuovi bisogni, ed è già diventata antiquata e forse ostacolo anziché sprone al progresso.

* * *

Ma vogliamo noi dunque un governo di minoranza?

Certamente che no; che se è ingiusto e dannoso che la maggioranza opprima le minoranze e faccia ostacolo al progresso, è anche più ingiusto e più dannoso che una minoranza opprima tutta la popolazione od imponga colla forza le proprie idee, che, anche quando fossero buone, susciterebbero ripugnanza e opposizione per il fatto stesso di essere imposte.

E poi, non bisogna dimenticare che di minoranze ve n’è di tutte le specie. Vi sono minoranze di egoisti e di malvagi, come ve ne sono di fanatici che si credono in possesso della verità assoluta e vorrebbero, in piena buona fede del resto, imporre agli altri quello che essi credono la sola via di salvezza e che può anche essere una semplice sciocchezza. Vi sono minoranze di reazionari che vorrebbero tornare indietro e che sono divise intorno alle vie e ai limiti della reazione, come ci sono minoranze rivoluzionarie, anch’ esse divise sui mezzi e sugli scopi della rivoluzione e sulla direzione che bisogna imprimere al progresso sociale.

Quale minoranza dovrà comandare?

È una questione di forza brutale e di capacità d’intrigo; e le probabilità di riuscita non sono a favore dei più sinceri e dei più devoti al bene generale. Per conquistare il potere ci vogliono delle qualità che non sono precisamente quelle che occorrono per far trionfare nel mondo la giustizia e la benevolenza.

Ma io voglio ancora abbondare in concessioni, e supporre che arrivi al potere proprio quella minoranza che, fra gli aspiranti al governo, io considero migliore per le sue idee e i suoi propositi. Voglio supporre che al potere andassero i socialisti, e direi anche gli anarchici, se non me lo impedisse la contraddizione in termini.

Peggio che andar di notte, come si dice volgarmente.

Già, per conquistare il potere, legalmente o illegalmente, bisogna aver lasciato per istrada buona parte del proprio bagaglio ideale ed essersi sbarazzati di tutti gl’impedimenti costituiti da scrupoli morali. E quando poi si è arrivati, il grande affare è di restare al potere, quindi necessità di cointeressare al nuovo stato di cose e attaccare alle persone dei governanti una nuova classe di privilegiati, e di sopprimere con tutti i mezzi possibili ogni specie di opposizione. Magari a fin di bene, ma sempre con risultati liberticidi.

Un governo stabilito, che si fonda sul consenso passivo della maggioranza, forte per il numero, per la tradizione, per il sentimento, a volte sincero, di essere nel diritto, può lasciare qualche libertà, almeno fino a che le classi privilegiate non si sentono in pericolo. Un governo nuovo, che ha solo l’appoggio di una, spesso esigua, minoranza, è costretto per necessità e per paura a essere tirannico.

Basti pensare a quello che han fatto i socialisti e i comunisti quando sono andati al potere, sia se vi sono andati tradendo i loro principi e i loro compagni, sia se vi sono andati a bandiere spiegate, in nome del socialismo e del comunismo.

Ecco perché non siamo né per un governo di maggioranza, né per un governo di minoranza; né per la democrazia, né per la dittatura.

Noi siamo per l’abolizione del gendarme. Noi siamo per la libertà per tutti, e per il libero accordo, che non può mancare quando nessuno ha i mezzi per forzare gli altri, e tutti sono interessati al buon andamento della società. Noi siamo per l’anarchia.

Errico Malatesta Pensiero e volontà 6 Maggio 1926Malatesta

Antispecismo è antifascismo e antisessismo.

Una storia esemplare
Per cogliere nel presente la complessità e l’interconnessione tra specismo, sessismo e razzismo immaginiamo una situazione ipotetica esemplare (non così astratta e rara come si potrebbe credere). Una donna piccolo-borghese italiana con due figli ha al suo servizio una colf ucraina o filippina, moldava o peruviana, che ne cura la casa, in sua assenza anche la prole ed eventualmente si occupa pure degli anziani genitori della signora. L’opera della collaboratrice familiare, svolta in una condizione di quasi-segregazione e di dipendenza (poiché dalla signora dipende anche la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno), in cambio di una paga modesta rispetto al tempo e alla gravosità del lavoro, permette alla donna italiana di svolgere la sua professione e di ottenere così una certa emancipazione e autonomia economica. Poniamo che la signora sia sposata con un uomo che svolge un lavoro subalterno, stressante e insoddisfacente, ed è vessato da un datore di lavoro che gli rende la vita impossibile; che il marito la tradisca, la umili o la maltratti; che lei, per sfogare la rabbia e la frustrazione, di tanto in tanto si lasci andare a scoppi di collera nel corso dei quali maltratta la colf, i bambini e soprattutto il cane di casa. E mettiamo che la colf, che non ama gli animali e detesta quei bambini, nei momenti di stanchezza ed esasperazione, in assenza degli adulti di casa, urli contro i piccini e maltratti il cane.
Insomma, in questo caso immaginario – ma, ripeto, alquanto realistico – è rappresentata quasi l’intera gerarchia del dominio: le variabili di classe, di status, di genere, di generazione, ma anche di specie, si intersecano in forme ben più complesse di quel che ci farebbe pensare qualsiasi modello dicotomico (donne/uomini, borghesi/proletari, nativi/migranti…).
L’intreccio tra forme molteplici di dominio-subordinazione o semplicemente di esercizio del potere, anche solo reattivo, fa si che le stesse persone – che ne siano consapevoli o no – possano essere al tempo stesso privilegiate e penalizzate, oppresse e agenti di oppressione o solo maltrattate e agenti di maltrattamento.
Gli unici a non esercitare alcuna forma di potere e di maltrattamento sono i bambini e l’animale. Eppure, nel caso immaginario che ho illustrato, i bambini potrebbero rivalersi dei torti subiti maltrattando il cane; e il cane un giorno potrebbe reagire ai maltrattamenti di tutti azzannando i bambini. In tal caso i variamente dominanti si coalizerebbero contro il cane e lo sopprimerebbero……

Tratto da: La Bella, la Bestia e l’Umano – Sessismo e razzismo senza escludere lo specismo di Annamaria Rivera.specism1

L’albatro (Da: “I fiori del male”)

Spesso, per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
Catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
Che seguono, indolenti compagni di vïaggio,
Il vascello che va sopra gli abissi amari.

E li hanno appena posti sul ponte della nave
Che, inetti e vergognosi, questi re dell’azzurro
Pietosamente calano le grandi ali bianche,
Come dei remi inerti, accanto ai loro fianchi.

Com’è goffo e maldestro, l’alato viaggiatore!
Lui, prima così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno, con la pipa, gli solletica il becco,
L’altro, arrancando, mima l’infermo che volava!

Il Poeta assomiglia al principe dei nembi
Che abita la tempesta e ride dell’arciere;
Ma esule sulla terra, al centro degli scherni,
Per le ali di gigante non riesce a camminare.

(Charles Baudelaire)111711342-90fa01f5-53e7-4e4b-989d-531f5dde8661baudelaire6

Io ho riposto le mie brame nel nulla. (Max Stirner)

https://anarchistintheworld.altervista.org/wp-admin/post.php?post=137&action=edit&message=6&doing_wp_cron=1400481446.7598049640655517578125945656_500364150029843_271032631_n
A chi non appartiene la causa ch’io debbo difendere? Essa è, innanzitutto, la causa buona in se stessa, poi la causa di Dio, della verità, della libertà, della giustizia; poi la causa del mio popolo, del mio principe, della mia patria; infine la causa dello spirito, e mille altre ancora. Soltanto, essa non dev’essere mai la mia causa! “Onta all’egoista che non pensa che a sé stesso!”
Vediamo un po’, più da vicino, che cosa pensino della propria causa coloro per gl’interessi dei quali noi dobbiamo lavorare, sacrificarci ed infervorarci.
Voi che così profondamente conoscete le cose che concernono Dio, ed avete investigato per millenni gli abissi e scrutato il cuore della divinità, certo saprete dirci in qual modo Egli stesso tratti la causa alla quale siamo chiamati a servire. Non tentate di nasconderci il modo di condursi del Signore. Ebbene, qual’è la sua causa? Ha egli forse — come da noi si richiede — abbracciato una causa a lui estranea, ha egli fatta sua la causa della verità o dell’amore? Voi vi sentite indignati in udir pronunciare un simile assurdo e ci sapete insegnare che quella di Dio è bensì la causa della verità e dell’amore, ma che essa non può esser detta a lui estranea, giacché Dio è per se stesso la verità e l’amore; e vi muove a sdegno il supporre che Dio possa assomigliarsi a noi poveri vermi col favorire la causa d’altri come se fosse la propria. “Dio dovrebbe occuparsi della causa della verità, se non fosse egli stesso la verità?”.
Egli non pensa che alla propria causa, ma egli è il tutto nel tutto, e così la sua causa abbraccia tutto; noi non siamo il tutto nel tutto e la nostra causa è oltre modo meschina e spregevole, perciò noi dobbiamo servire ad “una causa più elevata”. — Ebbene, è chiaro che Dio non si occupa che delle cose sue, non pensa che a sé stesso e non vede che sé stesso; guai a tutto ciò che contrasta a’ suoi disegni. Egli non serve ad uno più alto di lui e non cerca di soddisfare che sé stesso. La sua è una causa prettamente egoistica.
Osserviamo un po’ la causa dell’ umanità che si vorrebbe facessimo nostra. E forse quella d’alcuno a lei estraneo; l’umanità serve forse ad una causa superiore? No, l’umanità non vede che se stessa, essa non è ad altro intenta che a favorire se medesima, né ha, all’infuori della propria, causa alcuna. Nell’intento di svilupparsi, essa fa che popoli ed individui si logorino, ed allorquando questi hanno compiuto il loro ufficio, essa per tutta riconoscenza li getta nel letamaio della storia. Non è forse la causa dell’umanità una causa prettamente egoistica?
Non ho bisogno di dimostrare a coloro che ci vorrebbero imporre la propria causa, che col far ciò essi si dimostrano teneri della lor salute, non già della nostra. Osservate gli altri. Forse che la Verità, la Libertà, l’Umanità richiedono da voi altre cose se non che v’infervoriate per loro e serviate a’ lor fini ?
In ciò essi trovano tutto il lor vantaggio. Osservate un po’ il popolo tutelato dai patrioti a tutta prova. I patrioti cadono nelle battaglie cruente e nella lotta colla fame e colla miseria; forse che il popolo si commuove perciò? Grazie al concime dei loro cadaveri esso diviene un popolo fiorente! Gli individui son morti per “la grande causa del popolo” che paga il suo debito con alcune parole di ringraziamento, e ne trae tutto il profitto che può. Ecco un egoismo che frutta!
Ma osservate un po’ quel sultano, che provvede con tanto affetto ai “suoi”. Non è egli forse l’immagine più schietta del disinteresse? non sacrifica egli forse incessantemente sé stesso a bene dei suoi? Si, proprio dei suoi! Prova un po’ a fargli capire che non sei suo bensì tuo: in premio dell’esserti sottratto al suo egoismo, tu sarai gettato in una carcere. Il sultano non conosce altra causa che la propria: egli è per sé il tutto nel tutto, è l’unico, e non consente ad alcuno di non essere dei “suoi”.
E da tutti questi esempi illustri non volete apprendere che il miglior partito è quello dell’egoista? Io per mio conto faccio tesoro di queste lezioni e piuttosto che servire disinteressatamente a quei grandi egoisti, voglio essere l’egoista io stesso.
Dio e l’umanità non hanno risposto la loro causa che in sé stessi. Perciò voglio riporre anch’io in me stesso la mia causa, io, che, al pari di Dio, sono nulla per ogni altra cosa, e per me sono il mio tutto, l’unico.
Se Dio e l’umanità son ricchi abbastanza per esser tutto a sé stessi, io sento che a me manca ancor meno e che non potrò lagnarmi della mia “vanità”. Io non sono già il nulla del vacuo, bensì il nulla creatore, il nulla dal quale io stesso creo ogni cosa.
Lungi dunque da me ogni causa, che non sia propriamente e interamente la mia! Voi pensate che la mia causa debba essere per lo meno la “buona causa”? Ma che buono, ma che cattivo ! Io sono per me stesso la mia causa, ed io non sono né buono né cattivo. Tutto ciò per me non ha senso alcuno.
Il divino è cosa di Dio, l’umano dell’ “uomo”. La mia causa non è divina né umana, non è la verità, non è la bontà, né la giustizia, né la libertà, bensì unicamente ciò che è mio; e non è una causa universale, bensì unica, come unico sono io.
Nessuna cosa mi sta a cuore più di me stesso.
Max Stirner

Le teorie lombrosiane.

Cesare Lombroso nacque a Verona nel 1835. Incaricato di un corso sulle malattie mentali all’università di Pavia nel 1862, divenne in seguito (1871) direttore dell’ospedale psichiatrico di Pesaro e professore di igiene pubblica e medicina legale all’università di Torino (1876), di psichiatria (1896) e infine di antropologia criminale (1905). Morì a Torino nel 1909.
L’idea che la criminalità sia connessa a particolari caratteristiche fisiche di una persona è molto antica ma basata sul solo pregiudizio dato che il Lombroso sosteneva che a seconda dei tratti somatici di una persona potesse celarsi un potenziale delinquente come se chi ha una faccia pulita non potesse delinquere, egli è infatti convinto che la costituzione fisica sia la più potente causa di criminalità: e, nella sua analisi, i attribuisce particolare importanza al cranio
Ma Lombroso non limita la propria indagine al cranio: considerando anche le altre parti del corpo umano, egli arriva a sostenere che il “delinquente nato” ha generalmente la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso torto, il viso pallido o giallo, la barba rada. A Torino lo studio di Lombroso era presso la Facoltà di Medicina Legale, dove effettuò centinaia di autopsie sui corpi di criminali, prostitute e folli. Fondò poi il Museo di Antropologia Criminale di Torino, che raccoglie i materiali di tutte le sue ricerche (da cimeli a reperti biologici, da corpi di reato a disegni, da manoscritti a fotografie e strumenti scientifici).

Così scrive Lombroso a riguardo dell’uomo-delinquente:

“Uno studio antropologico sull’uomo delinquente, e particolarmente di quella sua varietà che chiamiamo delinquente – nato, deve di necessità prendere le mosse dai primi caratteri fisici fondamentali che si rilevano alla tavola anatomica, per passare a quelli che si riscontrano nei viventi. Ma la grande massa degli esaminati e la ristrettezza dello spazio, ci consigliano a darne solo un riassunto sommario”
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1) La capacità cranica dei criminali misurata con pallini di piombo offre in media cifre inferiori alle normali, e con una seriazione diversa, cioè con un maggior numero di grandi, 1600-2000 c.c., e di piccole, 1100-1300 c.c., capacità: eccedono cioè nel troppo o nel troppo poco sugli onesti e sono inferiori sempre nelle cifre medie. Vi è prevalenza di capacità minime nei ladri; e quando le grandi capacità dei rei non sono effetto di idrocefalia, sono spesso giustificate da un’intelligenza maggiore del normale come in certi capibriganti: Minder-Kraft c.c. 1631, Pascal 1771, Lacenaire 1690.
Quanto alla circonferenza cranica i criminali sono nelle quote minime press’a poco pari o di poco superiori ai normali; nelle quote superiori manca ogni cifra nei ladri, e gli assassini sono o pari o superiori ai normali.
Cosí pure le cifre della semicirconferenza cranica anteriore e posteriore, della proiezione anteriore degli archi e delle curve craniche provano il maggior volume del cranio normale in confronto al criminale.
Tra i diametri, oltre al traverso ed al longitudinale che servono alla determinazione dell’indice cefalico, è importante il diametro frontale minimo ch’è inferiore nei criminali per rispetto ai normali e piú basso nei truffatori e borsaiuoli; esso rivela quindi, come la semicirconferenza cranica anteriore, il minor sviluppo della porzione frontale del cervello nei criminali.
I criminali presentano l’esagerazione degli indici etnici senza predominio dell’una o dell’altra forma in essi e secondo i vari reati. Etnicamente prevalgono i brachicefali nell’Italia settentrionale, i dolicocefali nell’Italia meridionale e insulare; è caratteristica l’iperdolicocefalia nella Sardegna, nella Garfagnana e Lunigiana (Lucchesia), nella Calabria e in Sicilia, e l’ultrabrachicefalia nel Piemonte e nel Veneto; però gli assassini avrebbero in molte regioni d’Italia l’indice cefalico piú elevato.
I suoi studi e le sue teorie sono stati ripresi all’epoca dal potere costituito e quindi dalle forze dell’ordine per reprimere e marginalizzare le persone scomode e avverse al sistema e per queste Lombroso prediligeva il manicomio al carcere poiché sosteneva che carcerandole si ne facesse di loro dei martiri mentre invece psichiatrizzandoli ed etichettandoli come pazzi alienati la loro parola perdeva di credibilità perché come sosteneva lui stesso “dei matti si ride”.
Tutt’oggi purtroppo le sue teorie sono ancora adottate dal potere costituito nei confronti di persone che vengono relegate nelle strutture psichiatriche e i “clienti” che vi sono reclusi sono per la maggior parte persone sole e persone avverse al sistema che vengono marginalizzati e messi in condizione di non poter più nuocere sottoposti a bombardamenti chimici e a terapie elettroconvulsive (elettroshock) rivolte all’annullamento sia fisico che mentale.SAM_1124

Isoliamo i violenti.

10155265_488368097958495_8193591628132973662_n>”Isoliamo i violenti” recita un tormentone che gira da tempo, i violenti Sabato 10 Maggio a Torino si sono isolati da soli recintando il palazzo di giustizia con transenne metalliche e di cemento,violenti sono coloro che impartiscono ordini da quei palazzi sguinzagliando i suoi cani sulle persone che rivendicano i loro diritti e chiedono “giustizia”. Qualcuno ringrazia le forze dell’ordine per essere state buone con i manifestanti al corteo notav,la risata sorge spontanea,sostenendo pure che lo stesso corteo sia stato solo una sconfitta per i manifestanti, bèh, è normale che diciate questo ma sapete benissimo che non è vero,il movimento notav sta crescendo e avete paura perché la Valsusa sarà un esempio per tutti perché siete degli assassini venduti e collusi con le varie mafie e in ogni posto dello stivale cresceranno dei movimenti che si opporranno alle vostre meschinità e non saranno certo i vostri fogli di via o i vostri arresti a fermare le varie lotte per la libertà Continuate a licenziare, a tagliare stipendi,avete fatto a brandelli la sanità per la costruzione di un’opera ad alta inutilità per giustificare i vostri loschi traffici di denaro, menate e incarcerate in nome di una democrazia di cui tanto vi riempite la bocca che non esiste e che mai è stata esistita in realtà potere di soli pochi parassiti e sfruttatori.
Le lotte non si ar I VERI SCONFITTI SARETE SOLO VOI!!!

NÉ GALERE, NÉ POLIZIOTTI dal libro La bandiera dell’anticristo di Enzo Martucci.

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I comunisti libertari odierni concepiscono l’Anarchia come un regime democratico a-statale, basato sul Comune nel quale la maggioranza stabilirà la regola generale di condotta.
I teorici del socialismo libertario, Bakunin, Kropotkin, Réclus, Malatesta erano invece più tolleranti. Essi pensavano che nel Comune futuro il sistema economico da seguire, le norme etiche e sociali da rispettare, le decisioni collettive da prendere non potranno essere imposte dal maggior numero, ma dovranno risultare accettate volontariamente dalla totalità degli associati. Essi credevano nell’accordo di tutti, nella vita idilliaca, ma ammettevano anche una minoranza dissidente alla quale la maggioranza dovrà riconoscere il diritto di tentare le sue esperienze. Solo se la minoranza attenterà con la violenza agli interessi della maggioranza, questa sarà costretta, con la forza, a piegarla.
“Martucci non vorrà – scriveva Malatesta nel 1922 polemizzando con me su Umanità Nova- che, per riguardo ai i diritti dell’individuo, noi dovremo lasciare libero di nuocere un feroce assassino o uno stupratore di bambini. Noi invece lo considereremo un ammalato e lo rinchiuderemo in un ospedale dove lo cureremo”.
lo penso che, come per natura, l’individuo può fare tutto quello che vuole purché ne abbia la forza, così gli altri, che si sentono lesi dalla sua azione, possono difendersi con ogni mezzo. La difesa è anch’essa naturale ed un gruppo può espellere dal suo seno colui che nuoce ai compagni, può mandarlo altrove o anche ammazzarlo se l’offesa è stata eccessivamente grave. Ma non deve privarlo della libertà, rinchiudendolo in una prigione-ospedale, non deve curarlo se egli non lo vuole. La pretesa di curare, di guarire, di correggere, di raddrizzare, è quanto mai odiosa perché costringe l’individuo a cessar d’essere quello che è e vuole rimanere, per diventare ciò che non è e non vuole diventare.
Prendete un tipo come la sadica Clara di Mirbeau; ditele che deve curarsi per distruggere le sue tendenze, perverse e anormali, che sono pericolose per lei e per gli altri. Clara vi risponderà che non vuole guarire, che intende rimanere com’è, sfidando ogni pericolo, perché l’appagamento delle sue brame erotiche, eccitate dall’odore del sangue e dagli spettacoli di crudeltà, le dà un piacere così acuto, un’emozione tanto forte, che non potrebbe più provare se si trasformasse in una donna normale e fosse costretta a soddisfarsi con le solite, insipide lussurie. Ditele ch’essa è un mostro, che dovrebbe inorridire di sè, e lei vi risponderà:
“mostri… i mostri… In primo luogo, mostri non ce ne sono! Quelli che tu chiami mostri sono forme superiori, o semplicemente fuori della tua concezione… Gli dei non sono mostri? L’uomo di genio non è un mostro, come la tigre, il ragno, come tutti gli individui che vivono sopra le menzogne speciali, nella splendente e divina immoralità delle cose? Ma io pure, allora, sono un mostro”.
Un famoso assassino che uccideva le donne non per depredarle ma per violarle, per ottenere la concordanza del suo spasimo di piacere con lo spasimo di morte dell’altra, confessava: “In quei momenti a me sembrava d’essere Dio e di creare il mondo”.
Se vi foste rivolti a lui per proporgli la cura che lo avrebbe reso normale, egli si sarebbe rifiutato d’accettarla, intuendo che nella normalità non avrebbe trovato una sensazione tanto intensa, quanto quella che gli offriva la sua anomalia.
Perciò voler curare, per forza, questi individui; volerli guarire ad onta della loro volontà, sarebbe come pretendere da un tubercolotico che si astenga dal fumo e dall’alcool per allungare la sua vita. “Ma a me non importa di morire prima – risponderà l’ammalato – purché possa ora soddisfarmi a modo mio. È meglio vivere ancora un solo anno, godendo, e non dieci soffrendo e rinunziando a tutto”.
Vorrete costringere a salvarsi quelli che vorranno perdersi? Ma allora non saranno più essi padroni della loro esistenza. Non potranno disporne come meglio crederanno, e sentiranno come un male il bene che intenderete fare.
Se la Clara di Mirbeau o i personaggi di Sade cercano di seviziarvi, sparate su loro. Ma lasciateli in pace e abbandonate l’idea di indurli al pentimento, in nome di Dio e della morale, o di curarli e guarirli, per la gloria della scienza e dell’umanità.
Ed inoltre, è poi vero che tutti coloro che consumano un delitto sono malati, pazzi degni del manicomio e della doccia?
Se la domanda la rivolgete alla scienza di Lombroso, questa vi risponde affermativamente. Vi definisce il crimine come un ritorno atavico. Se la rivolgete alla scienza di Ferri vi dice che il misfatto è un prodotto del fattore antropologico combinato col fattore sociale. Se interrogate poi Nordau vi dichiara che anche il genio è un degenerato. Questa scienza è dogmatica e unilaterale, tende alle facili generalizzazioni, estende i risultati delle osservazioni su fatti, sperimentati e compresi, a fatti, non esperimentati e non compresi, e ne ricava una verità assoluta, una conoscenza pretenziosa ma fittizia, che riduce ad unità inesistente la pluralità dei fenomeni naturali. Quindi essa crea un tipo d’uomo che non ha riscontro nella realtà, e vi assicura che chiunque si distacca da quel tipo è un soggetto patologico candidato all’ospedale. Ma una tale scienza non ha nulla di comune con quell’altra scienza relativa, modesta, in continuo farsi, che dubita sempre delle sue conquiste e continuamente le riesamina, disfacendo le certezze e avviandosi su nuove strade.
“Vi sono due parti nella scienza – scrive Berth – l’una formale, astratta, sistematica, dogmatica, specie di cosmologia metafisica molto lontana dal reale e pretendente nonostante ciò di rinserrare questo reale diverso e prodigiosamente complesso nell’unità delle sue formule, astratte e semplici; è la Scienza semplicemente, con una grande S, la scienza una che pretende negare la religione, opponendole soluzione a soluzione, e dando del mondo e delle sue origini una spiegazione razionale. E vi sono le scienze diverse, concrete, aventi ciascuna il loro metodo proprio, adatto al loro oggetto particolare, scienze che stringono il reale più da vicino che è possibile e non sono di più in più che delle tecniche ragionate. Qui la pretesa unità della scienza è rotta.”
I socialisti, i comunisti, i fabbricatori delle città future, non potendo più accettare la verità, unica ed universale, rivelata dalla religione che essi hanno ripudiato; ricevono dalla Scienza, unitaria e dogmatica, l’altra verità, unica ed universale, al di fuori della quale non può esservi benessere individuale né ordine sociale. Essi sentono il bisogno di avere i piedi poggiati sulla terra ferma della certezza assoluta, e perciò Malatesta incamera tutti i responsi scientifici sulle origini della criminalità.
Ma non è vero che solo quelli che hanno tendenze spiccatamente anormali, che sono pazzi e ammalati, consumano i delitti. L’esperienza dimostra che anche uomini perfettamente sani e normali compiono dei misfatti e non solo per ragioni economiche o per cause determinate dall’ignoranza o dal pregiudizio. Un giovane, buono, semplice, sincero, che ho conosciuto in carcere, vi si trovava per scontare la pena dell’ergastolo, avendo avvelenato la moglie per convivere con l’amante.
Un ragioniere, ch’è stato con me al confino politico nell’isola di Tremiti, era l’uomo più normale, comune, mediocre che sia possibile immaginare. Al Confino la polizia fascista l’aveva mandato perché egli ospitava un fratello comunista acceso. Ma lui, il ragioniere tipo, sembrava la personificazione della saggezza, pacifica e calcolatrice, del ceto medio. Pure per poco non finì in galera perché, nascostamente, corrompeva le bambine e compiva su di esse atti di libidine. Il denaro col quale tacitò una madre infuriata, lo salvò in quell’occasione. Però a me confessò che il satiro l’aveva sempre fatto anche quando si trovava libero, a Milano.
Un mio amico, morto da molti anni, era un giovane generoso, leale, nobile, dotato di una squisita sensibilità e di un’intelligenza superiore. Fine poeta, s’innamorò di una donna che poi l’abbandonò. Incontratala un giorno, nella sua anima sconvolta dall’ira e dalla gelosia si manifestò imperioso, cieco, istintivo, il bisogno di sparare sul bambino che la ragazza portava fra le braccia. “Sentivo – mi diceva – che doveva ammazzarle il figlio per fare soffrire alla madre tutto quello che lei faceva soffrire a me. Mi sono trattenuto sovrumano di volontà. Ma un istante ancora e avrei sparato”.
Tutti gli uomini possono commettere delitti, perché nell’anima di ciascuno si trovano riuniti gli istinti più diversi e le tendenze più opposte. In me sono maggiormente sviluppate quelle generose, in te le perverse; però in una circostanza �speciale, sotto lo stimolo di potenti interessi materiali, sentimentali o intellettuali, io posso uccidere un uomo e tu salvarne un altro. Cosa fa allora la società di Malatesta? Mi considera pazzo solo perché la mia volontà e la mia ragione non hanno avuto la forza di trattenere lo scatto istintivo? Ma non sempre la volontà e la ragione riescono a frenare gli istinti!
Talvolta lo possono, talaltra no. E poi, in certi casi, anche se posso trattenermi, non lo faccio perché penso sia bene seguire la spontaneità che mi sprona ad una azione delittuosa. Ad ammazzare, per esempio, colui che mi ha offeso o danneggiato. Sono allora pazzo perché ragiono a modo mio e non come gli altri che condannano la vendetta?
Ma la società di Malatesta mi vuole matto a qualunque costo, e mi rinchiude nella prigione-ospedale ch’è peggiore del carcere borghese. Infatti, in carcere non resta che per un periodo determinato, il tempo della pena. La giurisprudenza basata sulla scuola classica mi considera responsabile delle mie azioni, e dopo avermi inflitto un castigo proporzionato al danno che ho arrecato, mi lascia libero e non si preoccupa di quello che farò. Invece la giurisprudenza che si fonda sulla scuola positiva mi giudica irresponsabile, malato, e si stabilisce che dovrò rimanere nell’ospedale fin quando sarò guarito.
Cioè a tempo indeterminato, fino al giorno in cui ai medici piacerà dimettermi. E allora pazzo diverrò certamente a furia di subire docce gelate, camicie di forza ed altri benevoli trattamenti curativi. La repressione del delitto mediante l’internamento dei criminali nel manicomio, richiederebbe inoltre la costituzione di un corpo di polizia che dovrebbe razziare gli ammalati pericolosi. Ma in tal modo rinascerebbe il meccanismo autoritario-giuridico-sbirresco e non vi sarebbe più libertà.
Nell’Anarchia non potranno esistere galere camuffate da ospedali, né poliziotti mascherati da infermieri. L’individuo provvederà alla sua difesa da solo, o associato con altri, ma senza delegare tale incarico a specialisti che finirebbero per diventare padroni di tutti. La spontaneità naturale, non più esasperata dalla compressione delle leggi, delle morali, dell’educazione, non ci condurrà all’impossibile paradiso della fratellanza e dell’amore, ma non produrrà nemmeno una recrudescenza d’assassinii e di violenze.
Se, invece, per mantenere l’ordine ed annientare i criminali, creeremo un nuovo apparato preventivo e repressivo, ritorneremo fatalmente alla società che avremo distrutto. Ossia alla società dei governanti e dei governati.

Fascisti rossi.

Sul n. 8 dell’agosto 1936 di “Lo Stato Operaio”(rivista teorica del PCd’I) venne così pubblicato, in uno slancio di “entrismo”, un manifesto-appello “agli italiani”, dal titolo “Per la salvezza dell’Italia, riconciliazione del popolo italiano!”, firmato da tutti i principali dirigenti comunisti, con Togliatti primo firmatario. Ne riportiamo di seguito i passaggi salienti:

“Noi comunisti facciamo nostro il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori, e vi diciamo: lottiamo uniti per la realizzazione di questo programma… Fascisti della vecchia guardia! Giovani fascisti! Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere insieme a voi ed a tutto il popolo italiano per la realizzazione del programma fascista del 1919, e per ogni rivendicazione che esprima un interesse immediato, particolare o generale, dei lavoratori e del popolo italiano. Siamo disposti a lottare con chiunque voglia davvero battersi contro il pugno di parassiti che dissangua ed opprime la Nazione e contro quei gerarchi che li servono… Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso la riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. Sono questi grandi magnati del capitale che impediscono l’unione del nostro popolo, mettendo fascisti e antifascisti gli uni contro gli altri, per sfruttarci tutti con maggiore libertà.”

http://www.nucleocom.org/archivio/archivionote/fascisti_rossi.htm
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Manicomi,dalla nascita al periodo fascista fino agli O.P.G dei giorni nostri.

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La struttura manicomiale in Italia ha origini remote. Il primo manicomio istituito nel nostro territorio risale al 1876 e nello specifico si tratta del manicomio di Aversa per arrivare al 1927 dove si contano ben 127 strutture psichiatriche e 800 internati arrivando alla vigilia della seconda guerra mondiale con il numero di 5800. In manicomio venivano internate le persone scomode al potere e alle istituzioni e soprattutto che mostravano avversione nei confronti del potere totalitario fascista dell’epoca il quale prediligeva il manicomio al carcere per non creare martiri politici, come sosteneva il riformista Cesare Lombroso,un folle se messo in disparte non può più nuocere e soprattutto le sue parole non hanno alcun peso perché “dei matti si ride”. Questo sistema di coercizione mirava infatti oltre che alla detenzione all’annullamento della personalità degli individui. La tortura coercitiva manicomiale è stata subito adottata dalle forze di polizia sulla base del codice Rocco. I reclusi venivano internati con diagnosi ed appellativi per etichettare gli avversi al regime al limite del ridicolo,le vittime predilette erano soprattutto donne per ovvia conseguenza del contesto patriarcale maschilista e sessista in cui ci si trovava.

Ecco alcune etichette che venivano affibbiate ai ribelli e agli avversi al sistema:

“folle criminale,alienato mentale,irrecuperabile malfattore,asociale,disordinato mentale,germe ereditario,demenza precoce,soggetto degenerato,soggetto in preda a follia bolscevica,affetto da paranoia allucinatoria,squilibrato di mente,turpe megera,anarchica fanatica,disturbatrice di altissime personalità del regime,,eccesso di altruismo,eccedente la norma,affetto da delirio di persecuzione o da recriminazione,antinazionali,antitaliani ecc.ecc.

Ai giorni nostri la situazione non è cambiata nonostante la famosa legge 180 di Franco Basaglia del 1978,la quale prevedeva la chiusura totale delle strutture manicomiali, ma così non è stato,sono state solamente cambiate le insegne da manicomio ad O.P.G (ospedale psichiatrico giudiziario).

Attualmente ci sono ancora sei opg in attività dove gli internati vivono in condizioni disumane costantemente sedati e sottoposti ad elettroshock,pratica da sempre usata e ai giorni nostri tornata in auge sia per “contenere”i malcapitati che per contenere le spese sostituendolo ai psicofarmaci.

Il 1 aprile 2014 avrebbe dovuto cominciare una nuova era per i vecchi manicomi criminali: avrebbero infatti dovuto chiudere i sei ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) presenti sul territorio italiano.

Al 13 dicembre 2013 erano 1.051 le persone rinchiuse negli Opg di Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere, Napoli e Aversa. Un calo di quasi 600 detenuti in tre anni. Quindi viene da chiedersi:” Quale sarà il prossimo nome che gli uomini del potere daranno alle future strutture psichiatriche?” Ci auspichiamo solo di non trovarci di fronte all’ennesima farsa.

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