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Sentieri in cammino di Olmo Losca

Per le Autoproduzioni Cassa Anti-Repressione, è disponibile il libro “Sentieri in Cammino” di Olmo Losca. Un libro tascabile (96 pagine) di racconti sociali al costo politico di 10€. Il ricavato delle vendite sarà destinato ai compagni e alle compagne che sono in carcere. Un gesto, seppur piccolo, di solidarietà nei confronti di chi sta subendo la repressione quotidianamente. Il libro può essere acquistato contattando la mail:

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Particolare del dipinto di Giulio Scapaticci
Particolare del dipinto di Giulio Scapaticci

Giustizieri della notte e proibizionisti? No Grazie

Ronde e proibizionisti. No grazieQuindi, giusto per capire,secondo taluni sarebbe giusto allontanare anche in malomodo gli spacciatori dai quartieri.Veniamo subito alle ronde e ai pestaggi di questi ultimi giorni messi in atto da un centro sociale del nord per dissuadere gli spacciatori dallo stanziare nei pressi del loro stabile. Se dovessimo accettare misure come queste, questa situazione dovremmo leggerla anche in chiave diversa allora. Secondo questa logica, dovremmo picchiare anche i baristi e far chiudere ogni punto di mescita di alcolici, dovremmo menare i tabbaccai,dovremmo picchiare gli operai perché lavorano per i padroni,sparare ai rapinatori di banche. Spesso, uno spacciatore di strada, a sua volta è tossicodipendente,e in ogni caso come ogni essere vivente deve procacciarsi il cibo per vivere. Domanda e offerta, attenzione,allora allo stesso modo per ripulire i quartieri picchiamo anche chi si prostituisce, che al 95 per dei casi vi è costrettoper bisogno? Che la droga faccia male è un dato di fatto,anche l’alcool fa male,la prima non è legale,il secondo si,allora solo perché uno è legale e l’altro no, ci si mette dalla parte e al servizio della legalità? Per quanto mi riguarda, un anarchico non vieta niente a nessuno,credo che la cosa più opportuna da farsi sia creare dei centri di informazione approfittando degli spazi occupati per creare consapevolezza sull’assunzione di alcool e di droghe. Vuoi bere? Ok, bevi,queste potrebbero essere le conseguenze di un abuso,ti vuoi drogare? La stessa cosa,ti metto di fronte alla realtà in cui ti potresti trovare. In questo modo secondo il punto di vista anarchico andrebbe affrontata la questione. Il proibizionismo e le ronde non sono affatto la soluzione,ci si accanisce con gli spacciatori al dettaglio e ci si dimentica di chi quella droga gliela mette in mano. La lotta deve essere indirizzata direttamente contro lo stato e alla mafia, quel binomio indissolubile che all’uopo trova sostegno anche in chi a quanto pare responsabilizza gli ultimi rifiutandosi di colpire al vertice.  Facciamo dunque  attenzione a lanciare messaggi di questo genere e a comportarci esattamente come la più becera destra fascista e manettara. Giustizieri della notte e proibizionisti? No Grazie

Pubblicato da: La Fiaccola dell’Anarchia

“E’ disponibile il libro “Tempesta”

“E’ disponibile il libro “Tempesta” di Caterina Barbierato edito da Autoproduzioni Cassa Anti-repressione,una raccolta di pensieri della compagna anarchica in 80 pagine.  Il costo politico del libro è di 8 euro a copia,con un acquisto minimo di 5 copie è possibile acquistarlo al costo di 6 euro a copia. L’intero ricavato dalla vendità del libro è destinato ai compagni e alle compagne rinchiusi nelle patrie galere di stato che lottano contro questo sistema infame che affama sfrutta e uccide ed è a loro che è rivolta questa pubblicazione. Libertà per i partigiani e le partigiane di oggi e fuoco alle galere.”

Per info: [email protected]

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http://www.anarchistintheworld.net/

E’ possibile richiedere i libri anche da qui

Già pubblicato da https://lafiaccoladellanarchia.noblogs.org/e-in-uscita-il-libro-tempesta/

GLI AGUZZINI DEL MARE E DEL DESERTO

La politica del governo in Libia

La politica del governo italiano in Libia.

Ciò che accade a largo delle coste e all’interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo. Con lo spudorato pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”, lo Stato italiano sta lautamente finanziando i Signori della Guerra. Guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente “Governo libico”) l’internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Mediterraneo. Detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone. Costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, Il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli sono le stesse milizie a cui l’ENI delega la difesa armata dei propri pozzi nei 34 campi di concentramento (di cui 24 nel territorio controllato dal governo di Tripoli alleato dell’Italia) si praticano quotidianamente torture, violenze e stupri. L’importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i sogni di Ordine e Sicurezza in Italia e in Europa, il resto non è affar nostro, giusto? D’altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi? Nel grande caos seguito ai bombardamenti della NATO del 2011 (proprio quando stavano le concessioni petrolifere alle Potenze Occidentali), i governi d’Italia, Francia e Inghilterra hanno cercato di farsi le scarpe a vicenda rinegoziando con le bombe e con i soldi la propria influenza nell’area.
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29 NOVEMBRE 1864 IL MASSACRO DI SAND CREEK

La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whisky durante la cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe del Colorado, resero possibile la fuga a molti indiani.

“…Ai primi spari il capo Antilope Bianca, un anziano di 75 anni, si mosse a passo svelto verso i soldati; James Beckwourth, che cavalcava a fianco di Chivington, testimoniò che il capo, disarmato e con le mani in alto, si avvicinò urlando «Fermi! Fermi!» in inglese perfettamente udibile, finché non fu abbattuto a colpi di fucile da parte dei soldati.Il corpo rimase abbandonato sul letto asciutto del torrente: come riferì poi Robert Bent, alcuni soldati vi si avvicinarono e lo mutilarono con i loro coltelli, tagliandogli il naso, le orecchie e i testicoli per farne dei trofei.
Mentre ad est le truppe americane si combattevano in una guerra fratricida, ad ovest nell’estate del 1864 il governo ordinò alle tribù di insediarsi nei dintorni di Fort Lyon, nel Colorado. Vuoi perchè alcuni gruppi non vennero a conoscenza dell’ingiunzione, vuoi perchè altri gruppi non si fidavano certo dei bianchi e vuoi, infine, perchè molti non intendevano obbedire alle ingiunzioni dei soldati, sta di fatto che gli indiani restarono prevalentemente dove si trovavano, senza preoccuparsi troppo. Perciò il colonnello Chivington organizzò il 3° Reggimento dei Volontari del Colorado, uomini senza troppi scrupoli reclutati per cento giorni soltanto, col compito di massacrare quanti più indiani possibile, rifacendosi ad un proclama di quell’anno del governatore di quel Territorio, Evans, che esortava la popolazione a cacciare ed eliminare il numero maggiore di Nativi.
Il terzo Reggimento si abbatté sui Cheyenne, i quali, peraltro, avrebbero voluto trattare la pace. Per questo motivo fecero avanzare una delegazione comandata da Orso Magro che però fu freddato appena fu a portata di tiro. Seguì un breve combattimento, fermato dal capo Pentola Nera, che impedì ai suoi seicento guerrieri di massacrare i cento volontari. La situazione volgeva a favore degli Indiani che, dietro insistenza del capo Cheyenne, decisero di proporre un’istanza di pace che però non fu presa in debita considerazione dal governatore Evans. Alcuni capi dei Nativi, non riuscendo a capire lo stato reale delle cose, si insediarono, con i propri gruppi, nelle vicinanze dei forti. Altre tribù, compresa quella di Pentola Nera, si spostarono a Nord, mentre l’esercito, senza fare distinzione tra gli Indiani pacifici e quelli belligeranti, si preparava a sedare i focolai del Nord-Ovest.
Poiché Pentola Nera desiderava fortemente la pace, dietro assicurazione che nulla sarebbe accaduto, obbedì all’ordine di accamparsi lungo il Sand Creek, poco lontano da Fort Lyon. Alla sua tribù si unì quella degli Arapaho di Mano Sinistra.
Il campo Cheyenne si trovava in un’ansa a ferro di cavallo del Sand Creek a nord del letto di un altro torrente quasi secco. Il tepee di Pentola Nera era vicino al centro del villaggio, e a ovest vi era la gente di Antilope Bianca e di Copricapo di Guerra. Sul versante orientale e poco discosto dai Cheyenne vi era il campo Arapaho di Mano Sinistra. In totale vi erano quasi seicento indiani nell’ansa del torrente, due terzi dei quali donne e bambini. La maggior parte dei guerrieri si trovava diversi chilometri a est a cacciare il bisonte per i bisogni dell’accampamento, come aveva detto loro di fare il maggiore Anthony, comandante del distaccamento a cui erano affidati.
Gli indiani erano così fiduciosi di non aver assolutamente nulla da temere che non misero sentinelle durante la notte, tranne alla mandria di cavalli che era chiusa in un recinto sotto il torrente. Il primo sentore di un attacco lo ebbero verso l’alba – il rimbombo degli zoccoli sulla pianura sabbiosa. Alcune squaws dissero che vi era una massa di bisonti che si dirigeva verso il campo; altre dissero che era una massa di soldati. Dal torrente stava avanzando a un trotto svelto un grosso contingente di truppe… si potevano vedere altri soldati che si dirigevano verso le mandrie di cavalli indiani a sud dell’accampamento; in tutto l’accampamento vi era una gran confusione e un gran vociare: uomini, donne e bambini correvano fuori dalle tende seminudi; donne e bambini che strillavano alla vista delle truppe; uomini che correvano nelle tende a prendere le armi…
Pentola Nera aveva una grande bandiera americana appesa in cima a un lungo palo e stava davanti alla sua tenda, aggrappato al palo, con la bandiera svolazzante nella luce grigia dell’alba invernale. Gridò alla sua gente di non avere paura, che i soldati non avrebbero fatto loro dei male; poi le truppe aprirono il fuoco dai due lati del Campo. I soldati appena smontati da cavallo cominciarono a sparare con le carabine e le pistole. In quel momento centinaia di donne e bambini Cheyenne si stavano radunando intorno alla bandiera di Pentola Nera. Risalendo il letto asciutto del torrente altri giungevano dal campo di Antilope Bianca. Dopo tutto, il colonnello Greenwood non aveva detto a Pentola Nera che finché fosse sventolata la bandiera americana sopra la sua testa, nessun soldato avrebbe sparato su di lui?
Black Kettle Antilope Bianca, un vecchio di settantacinque anni, disarmato, il volto scuro segnato dal sole e dalle intemperie, camminò a grandi passi verso i soldati. Egli credeva ancora che i soldati avrebbero smesso di sparare appena avessero visto la bandiera americana e la bandiera bianca della resa che aveva ora innalzato Pentola Nera.
Polpaccio Stregato Beckwourth, che cavalcava a fianco del colonnello Chivington, vide avvicinarsi Antilope Bianca. “Venne correndo verso di noi per parlare al comandante,” testimoniò in seguito Beckwourth “tenendo in alto le mani e dicendo: “Fermi! fermi!”. Lo disse in un inglese chiaro come il mio. Egli si fermò e incrociò le braccia finché cadde fulminato”. I sopravvissuti fra i Cheyenne dissero che Antilope Bianca cantò il canto di morte prima di spirare: “Niente vive a lungo. Solo la terra e le montagne”.
Provenienti dal campo Arapaho, anche Mano Sinistra e la sua gente cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera. Quando Mano Sinistra vide le truppe, si fermò con le braccia incrociate, dicendo che non avrebbe combattuto gli uomini bianchi perché erano suoi amici. Cadde fucilato.
Ma all’alba del 29 novembre 1864, il colonnello Chivington fece circondare l’accampamento, nonostante gli accordi presi e anche se nel mezzo del villaggio sventolava la bandiera americana, comandò l’attacco contro una popolazione inerme che quasi niente fece per reagire.
Gli episodi sconvolgenti – come venne testimoniato dagli stessi indiani e da molti altri bianchi che parteciparono al massacro – non si contarono. Gli uomini vennero scalpati e orrendamente mutilati, i bambini usati per un macabro tiro al bersaglio, le donne oltraggiate, mutilate e scalpate. Per commettere delitti così atroci bisognava possedere una innata cattiveria o non essere padroni delle proprie azioni. In effetti molti dei partecipanti erano ubriachi. In nessun modo si riuscì legalmente a rendere giustizia ai pellerossa.
Robert Bent, che si trovava a cavallo suo malgrado con il colonnello Chivington, disse che, quando giunsero in vista al campo, vide “sventolare la bandiera americana e udii Pentola Nera che diceva agli indiani di stare intorno alla bandiera e lì si accalcarono disordinatamente: uomini, donne e bambini. Questo accadde quando eravamo a meno dì 50 metri dagli indiani. Vidi anche sventolare una bandiera bianca. Queste bandiere erano in una posizione così in vista che essi devono averle viste. Quando le truppe spararono, gli indiani scapparono, alcuni uomini corsero nelle loro tende, forse a prendere le armi… Penso che vi fossero seicento indiani in tutto. Ritengo che vi fossero trentacinque guerrieri e alcuni vecchi, circa sessanta in tutto… il resto degli uomini era lontano dal campo, a caccia… Dopo l’inizio della sparatoria i guerrieri misero insieme le donne e i bambini e li circondarono per proteggerli.
Vidi cinque squaws nascoste dietro un cumulo di sabbia. Quando le truppe avanzarono verso di loro, scapparono fuori e mostrarono le loro persone perché i soldati capissero che erano squaws e chiesero pietà, ma i soldati le fucilarono tutte. Vidi una squaw a terra con un gamba colpita da un proiettile; un soldato le si avvicinò con la sciabola sguainata; quando la donna alzò un braccio per proteggersi, egli la colpì, spezzandoglielo; la squaw si rotolò per terra e quando alzò l’altro braccio, il soldato la colpì nuovamente e le spezzò anche quello. Poi la abbandonò senza ucciderla. Sembrava una carneficina indiscriminata di uomini, donne e bambini. Vi erano circa trenta o quaranta squaws che si erano messe al riparo in un anfratto; mandarono fuori una bambina di sei anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino; riuscì a fare solo pochi passi e cadde fulminata da una fucilata. Tutte le squaws rifugiatesi in quell’anfratto furono poi uccise, come anche quattro o cinque indiani che si trovavano fuori. Le squaws non opposero resistenza. Tutti i morti che vidi erano scotennati. Scorsi una squaw sventrata con un feto, credo, accanto. Il capitano Soule mi confermò la cosa. Vidi il corpo di Antilope Bianca privo degli organi sessuali e udii un soldato dire che voleva farne una borsa per il tabacco. Vidi un squaws i cui organi genitali erano stati tagliati… Vidi una bambina di circa cinque anni che si era nascosta nella sabbia; due soldati la scoprirono, estrassero le pistole e le spararono e poi la tirarono fuori dalla sabbia trascinandola per un braccio. Vidi un certo numero di neonati uccisi con le loro madri. ” (In un discorso pubblico fatto a Denver non molto tempo prima di questo massacro, il colonnello Chivington sostenne che bisognava uccidere e scotennare tutti gli indiani, anche i neonati. “Le uova di pidocchio fanno i pidocchi” dichiarò.)
Robert Bent La descrizione di Robert Bent delle atrocità dei soldati fu confermata dal tenente James Connor: “Tornato sul campo di battaglia il giorno dopo non vidi un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, e in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo: organi sessuali tagliati a uomini, donne e bambini; udii un uomo dire che aveva tagliato gli organi sessuali di una donna e li aveva appesi a un bastoncino; sentii un altro dire che aveva tagliato le dita di un indiano per impossessarsi degli anelli che aveva sulla mano; per quanto io ne sappia John M. Chivington era a conoscenza di tutte le atrocità che furono commesse e non mi risulta che egli abbia fatto nulla per impedirle; ho saputo di un bambino di pochi mesi gettato nella cassetta del fieno di un carro e dopo un lungo tratto di strada abbandonato per terra a morire; ho anche sentito dire che molti uomini hanno tagliato gli organi genitali ad alcune donne e li hanno stesi sugli arcioni e li hanno messi sui cappelli mentre cavalcavano in fila.”
Un reggimento addestrato e ben disciplinato avrebbe potuto certamente distruggere quasi tutti gli indiani indifesi che si trovavano sul Sand Creek. La mancanza di disciplina, unita alle abbondanti bevute di whisky durante la cavalcata notturna, alla codardia e alla scarsa precisione di tiro delle truppe del Colorado, resero possibile la fuga a molti indiani. Un certo numero di Cheyenne scavò trincee sotto gli alti argini del torrente in secca e resistette fino a quando scese la notte. Altri fuggirono da soli o a piccoli gruppi attraverso la pianura. Quando cessò la sparatoria erano morti 105 donne e bambini indiani e 28 uomini.
John M. Chivington
Nel suo rapporto ufficiale, Chivington parlò di quattro o cinquecento guerrieri uccisi. Egli aveva perso 9 uomini, e aveva avuto 38 feriti; molti erano vittime del fuoco disordinato dei soldati che si sparavano addosso l’un l’altro. Fra i capi uccisi vi erano Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Pentola Nera riuscì miracolosamente a trovare scampo su un burrone, ma sua moglie fu gravemente ferita. Mano Sinistra, sebbene colpito da una pallottola, riuscì ugualmente a salvarsi.
Quando scese la notte i sopravvissuti strisciarono fuori dalle buche. Faceva molto freddo e il sangue si era congelato sulle loro ferite, ma non osarono accendere i fuochi. L’unico pensiero che avevano in mente era di fuggire a est verso lo Smoky Hill e cercare di raggiungere i loro guerrieri. “Fu una marcia terribile,” ricordò George Bent “la maggior parte di noi procedeva a piedi, senza cibo, con pochi indumenti, impacciata dalle donne e dai bambini.” Per 80 chilometri sopportarono il gelo dei venti, la fame e i dolori delle ferite, ma alla fine raggiunsero il campo di caccia. “Come arrivammo nel campo vi fu una scena terribile. Tutti piangevano, persino i guerrieri, le donne e i bambini strillavano e gemevano . Quasi tutti i presenti avevano perso qualche parente o amico e molti di loro sconvolti dal dolore si sfregiavano coi coltelli finché il sangue usciva a fiotti.”
Si era in gennaio, la Luna del Grande Freddo, quando gli indiani delle pianure tradizionalmente tengono accesi i fuochi nelle loro tende, raccontano storie per passare le lunghe serate e si alzano tardi alla mattina. Ma quello era un brutto momento e come la notizia del massacro di Sand Creek si sparse nelle pianure, i Cheyenne, gli Arapaho e i Sioux mandarono staffette avanti e indietro con messaggi che invitavano tutti gli indiani a unirsi in una guerra di vendetta contro i bianchi assassini.

Monologo con un compagno schiavo moderno

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai posi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta.

Caro schiavo, compagno di sventura che mi stai accanto, anche tu come me con la catena ai polsi, tu da secoli vieni a dirmi che questa nostra condizione è penosa, che questa realtà è ingiusta, malata, violenta. Come posso darti torto, caro compagno oppresso e incattivito? Epppure ti vedo, ti ascolto, tutte le volte che accarezzi queste catene, e lo sai fare in mille modi diversi, e come le lustri per bene! , mi dici che sono un sognatore e secondo te questo non va bene, non sarei serio e con la testa sulle spalle, mi dici. Ebbene, come puoi dirmi che la cosa saggia da fare è non sognare, non avere utopie, stare dunque nella realtà, quando un attimo prima accusi proprio questa realtà? Deciditi. Non cadere in contraddizione. La verità è che tu non hai più sogni perché sei già morto dentro, e non lo sai. La libertà ti fa paura, infatti pensi che se io mi liberassi i polsi e scappassi, chissà poi cosa farei, vero? E tu cosa faresti da libero? Pensaci! Cosa faresti? Anzi, pensa intanto a quello che da secoli ti stanno facendo i padroni e a quello che stai facendo tu, ora! Io voglio solo essere libero, vivere e lasciar vivere, non essere padrone di nessuno e neanche schiavo di qualcuno, ma tu questo lo trovi immorale, assurdo, impossibile, e persino pericoloso. Vedi, un pollo cresciuto in gabbia forse pensa che i suoi compagni che razzolano fuori siano malati, ma se a quel pollo gli aprissimo la gabbia stai certo che nel giro di pochi secondi il becco fuori lo metterebbe, mentre tu, educato e istruito come sei, non vuoi fare neanche quello, e non facendolo costringi anche me nella gabbia di questa realtà di cui ti lamenti, ma che continui a perpetuare trovando mille pretesti per lustrarti le catene ai polsi e sceglierti il padrone che, da quelle catene da te difese, prende tutta la sua forza di padrone.

Paolo Schicchi

Di male in peggio,proprio non ci si vuole liberare dal lavoro

Il mondo del lavoro stampella su cui poggia tutto il sistema sociale sta accorciando progressivamente sempre più la catena delle lavoratrici e dei lavoratori, burattini i cui fili sono tirati dal teatrino organizzato dalla violenza padronale e da multinazionali e banche

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Perchè dobbiamo abolire l’istituzione scolastica

Descolarizzare la società Ivan Illich

 

Molti studenti, specie se poveri, sanno per istinto che cosa fa per loro la scuola: gli insegna a

confondere processo e sostanza. Una volta confusi questi due momenti, acquista validità una
nuova logica: quanto maggiore è l’applicazione, tanto migliori sono i risultati; in altre parole,
l’escalation porta al successo. In questo modo si «scolarizza» l’allievo a confondere
insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di
parola e capacità di dire qualcosa di nuovo. Si «scolarizza» la sua immaginazione ad accettare
il servizio al posto del valore. Le cure mediche vengono scambiate per protezione della salute,
le attività assistenziali per miglioramento della vita comunitaria, la protezione della polizia per
sicurezza personale, l’equilibrio militare per sicurezza nazionale, la corsa al successo per lavoro
produttivo. Salute, apprendimento, dignità, indipendenza e,creatività si identificano, o quasi,
con la prestazione delle istituzioni che si dicono al servizio di questi fini, e si fa credere che per
migliorare la salute, l’apprendimento ecc. sia sufficiente stanziare somme maggiori per la
gestione degli ospedali, delle scuole e degli altri enti in questione.
In questo libro mostrerò che l’istituzionalizzazione
dei valori conduce inevitabilmente all’inquinamento fisico, alla polarizzazione sociale e
all’impotenza psicologica: tre dimensioni di un processo di degradazione globale e di
aggiornata miseria. Spiegherò come questo processo di degradazione si acceleri quando
bisogni non materiali si trasformano in richieste di prodotti, quando la salute, l’istruzione, la
mobilità personale, il benessere o l’equilibrio psicologico sono visti soltanto come risultati di
servizi o di «trattamenti». Lo faccio perchè credo che le attuali ricerche sul futuro tendano in
genere ad auspicare una sempre maggiore istituzionalizzazione dei valori, e diventa di
conseguenza necessario precisare le condizioni grazie alle quali possa avvenire esattamente il
contrario. Abbiamo bisogno di ricerche su come servirci della tecnologia per creare istituzioni
che permettano un’interazione personale creativa e autonoma e per far emergere valori che i
tecnocrati non siano sostanzialmente in grado di controllare. Ci servono insomma ricerche in
direzione contraria a quella della futurologia attuale.
Intendo affrontare una questione generale: la definizione reciproca della natura dell’uomo e
della natura delle istituzioni moderne, che caratterizza la nostra visione del mondo e il nostro
linguaggio. Per far questo, ho scelto come paradigma la scuola, e non mi occupo quindi se non
indirettamente degli altri organismi burocratici del corporate state: la famiglia consumistica, il
partito, l’esercito, la chiesa, i media. Ma dall’analisi del programma occulto della scuola
dovrebbe risultare con chiarezza che, come l’istruzione pubblica trarrebbe giovamento dalla
descolarizzazione della società, così alla vita familiare, alla politica, alla sicurezza collettiva, alla
fede e alle comunicazioni gioverebbe un processo analogo.
In questo saggio iniziale cerco per prima cosa di spiegare che cosa potrebbe significare la
descolarizzazione di una società “scolarizzata”. In questo contesto dovrebbe essere più facile
capire perchè ho scelto i cinque aspetti specifici rilevanti per tale processo, dei quali mi occupo
nei successivi saggi.
Oggi non è scolarizzata soltanto l’istruzione ma l’intera realtà sociale. In una medesima
circoscrizione mandare a scuola i ricchi e i poveri costa pressappoco lo stesso. I dati sulla
spesa annua per allievo nei quartieri più miserabili e nei più ricchi suburbia di venti grandi città
degli Stati Uniti non rivelano differenze sostanziali (anzi si spende a volte di più per gli alunni
poveri).2
Ricchi e poveri dipendono nella stessa maniera da scuole e ospedali che governano la
loro vita, plasmano la loro visione del mondo e stabiliscono per conto loro che cosa è legittimo
e che cosa non lo è. Ricchi e poveri concordano nel ritenere che il curarsi da soli sia segno
d’irresponsabilità, che lo studiare da soli non dia sicurezza e che qualunque iniziativa
comunitaria, se non è pagata dalle autorità competenti, sia una forma di aggressione o di
sovversione. Essendo condizionati dalle istituzioni, entrambi i gruppi guardano con sospetto a
ciò che si realizza indipendentemente da esse. Il graduale «sottosviluppo» della fiducia in se
stessi e nella collettività è persino più evidente a Westchester che nel Nord-est del Brasile.
Dappertutto occorre «descolarizzare» non soltanto l’istruzione ma l’insieme della società.

(Ivan Illich)

A proposito di frontiere, fortezze e libertà

 

“In generale il concetto di frontiera significa una separazione geografica che delimita un territorio statale o municipale rispetto ad un altro. A volte queste aree sono delimitate da «ostacoli» naturali come fiumi o montagne, in altre occasioni vengono tracciate in base alla normativa coloniale. Ma in ogni caso, le frontiere determinano un territorio dominato ed amministrato autoritariamente e che deve essere protetto e difeso dall’esterno. Così, la messa in sicurezza delle frontiere attraverso sistemi (muri, inferriate, ecc.) e personale (polizia, esercito, ecc.) di protezione non risale agli «ultimi» movimenti migratori scatenati dalla catastrofe planetaria. Allo stesso modo, le guerre condotte per conflitti di confine e brame di potere territoriale fanno parte degli orrori fin troppo noti di ogni dominio.
All’interno stesso di ogni frontiera entrano in gioco altri metodi di controllo e di dominio degli esseri umani, in apparenza meno aggressivi direttamente, benché non cambi affatto l’obiettivo permanente di mantenere e sviluppare i rapporti di potere esistenti in un quadro di costruzione nazionale.
Per tornare sulle definizioni del concetto: una frontiera è in generale qualcosa di restrittivo, di limitante, di segregante. È una definizione dello spazio che sfocia nel sangue, ma è anche ogni piccolo ostacolo nella nostra esistenza che ci impedisce di sperimentare la vita e le sue potenzialità. La possibilità di muoversi liberamente in tutte le direzioni, di crescere liberamente, di pensare liberamente, di decidere liberamente e di agire secondo queste decisioni viene disciplinata da ogni genere di frontiera.
L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno. Tutti hanno in comune (e ce ne sarebbero molti altri di istituzioni, norme e meccanismi che di primo acchito non verrebbe in mente di aggiungere) il fatto di inserirci forzatamente in un mondo predefinito, urgente, in un quadro sempre più angusto e rigido al quale è impossibile sfuggire nel suo insieme e al servizio del quale dovremmo mettere la nostra vita. Tutte queste frontiere servono al mantenimento e allo sviluppo di un mondo basato sull’oppressione, lo sfruttamento, la devastazione e le guerre, spingendo milioni di persone a fuggire in cerca di qualcosa di diverso, di migliore, di più libero.
In questo mondo marcio fino al midollo, molti si chiedono cosa si possa fare contro le conseguenze disastrose della Fortezza Europa. Da un lato, si può rispondere in maniera ovvia: organizzare il sostegno, fornire cibo, vestiario, alloggio, occupare case insieme, far passare le frontiere, indicare le varie istituzioni, sfruttatori e altri responsabili della miseria che rappresentano gli ingranaggi della macchina che amministra, rinchiude ed espelle e che possono essere disturbati e sabotati in quanto tali. Ma ciò che sottende sempre questo problema è lo sguardo verso l’esterno, lo sguardo lontano dalla propria situazione, dai propri desideri e dalle proprie aspirazioni. Infatti è molto più facile rispondere alla vecchia domanda «che fare?» partendo da questo. La tua vita è limitata da migliaia di leggi, norme e vincoli di ogni genere? Allora spezza questi confini! La fortezza nei confronti dell’esterno funziona proprio perché è accettata e riportata all’interno. Il movimento senza limiti sarà possibile solo quando il potere sugli esseri, sulle loro decisioni e il loro corpo sarà spazzato via.
Rivendicare l’apertura delle frontiere senza negare il Potere in sé, non può che portare ad un vicolo cieco. La frontiera è un elemento costitutivo di qualsiasi Stato, che vuole mantenere «il suo territorio» sotto controllo. Ancora più importante, la vita e le infinite proposte di libertà non vengono compromesse solo da quella «frontiera». La fortezza deve quindi essere compresa come un tutto per giungere ad una prospettiva di libertà, e non solo in tempi in cui predominano la follia securitaria e la repressione di tanti aspetti della vita quotidiana. Da qui la proposta di combattere e distruggere la fortezza in tutti i sensi e a tutti i livelli, fino a quando l’ultima frontiera che impedisce una vita libera non sia abbattuta.
Il soldato che protegge la frontiera con le armi in mano è la stessa fortezza del soldato che difende il suoi padroni con tutti i mezzi e prende di mira su comando una folla di insorti. Lo sbirro che dà la caccia ai senza documenti è la stessa fortezza dello sbirro che costantemente pattuglia, osserva, interviene, controlla, arresta, rinchiude. L’impresa di costruzioni che si arricchisce con la costruzione di un centro di reclusione per immigrati è la stessa fortezza che partecipa alla costruzione di una scuola. L’azienda di tecnologie che addobba le frontiere esterne con qualche meraviglioso sistema di sorveglianza è la stessa fortezza che sviluppa telecamere con programmi integrati di riconoscimento facciale. L’università che fornisce il sapere che serve alla messa in sicurezza delle frontiere è la stessa fortezza che armeggia con la tecnologia genetica. La compagnia ferroviaria che deporta è la stessa fortezza che trasporta tutti i giorni la merce umana al proprio posto di lavoro (non solo luogo di sfruttamento e di attività estranea alla vita, ma anche produttore e riproduttore dei rapporti sociali quotidiani). Il partito addetto al controllo delle frontiere e delle espulsioni è la stessa fortezza che pretende che la società debba essere retta dall’autorità. La telecamera di sorveglianza che registra tutti i movimenti alle frontiere è la stessa fortezza che c’è all’angolo della strada. Il laboratorio di analisi che prende le impronte digitali dei migranti al loro arrivo per inserirle in immense banche-dati è la stessa fortezza del laboratorio di analisi o della banca-dati di DNA che raccoglie e gestisce le tracce dei potenziali delinquenti e delle scene del crimine, ecc…
L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo… ma sarebbe ripetitivo e diventerebbe noioso. Ma il punto dovrebbe essere chiaro.
Devastiamo la fortezza in tutti i sensi!
Libertà in tutte le direzioni!”

[Dicembre 2016, a proposito della manifestazione
«contro il razzismo, la repressione e le espulsioni»
del 24 giugno 2016 a Basilea, Svizzera]

L’inferriata come il muro sono evidenti: non puoi andare oltre! La scuola, il capo, la legge, la galera, la proprietà, il denaro, la religione, lo Stato lo sono purtroppo di meno.

Finimondo

Santiago è morto

Santiago è morto

Bip. Bip, il rumore del telefono che indica l’arrivo di un nuovo messaggio. Apro gli occhi, l’orologio segna le cinque del mattino, mi siedo sul letto e aspetto. Aspetto qualche minuto per svegliarmi bene, tanto lo so di cosa si tratta.. Alle cinque del mattino i messaggi non sono mai positivi. Prendo il telefono dal comodino, lo guardo, aspetto ancora interminabili secondi e poi decido, leggo il messaggio. E’ un caro compagno argentino, lo stesso compagno che mi aveva avvertito un mese fa dell’avvenuta morte di Santiago, poi non confermata. Quel giorno ero andato trafelato a casa di un amica che ha la connessione veloce. Le notizie in diretta dell’emittente di Buenos Aires erano terribili, parlavano con certezza della morte del ragazzo anarchico, il telegiornale diceva che alcuni gendarmi avevano parlato in forma anonima. In quei momenti scrissi di getto, di rabbia, poi tutto rientrò. I poliziotti ritrattarono e rimase il mistero della scomparsa. Il mio amico mi disse che [email protected] erano sicuri della sua morte, era solo questione di tempo e il corpo sarebbe stato trovato. Il governo argentino cercò di depistare in tutti i modi: Santiago è scappato perchè colpevole, Santiago in Bolivia, Santiago nascosto come un vero sovversivo. Infami, con le mani sporche di sangue tentavano di farlo apparire un pericoloso latitante. Ricordo le frasi concitate, del mio amico, al telefono in quei giorni: Compagnero, hai mai visto un rivoluzionario tornare a casa dopo che è stato rapito dallo Stato? Hai mai visto un combattente per la libertà tornare a casa dopo che il braccio armato dello Stato lo ha torturato? Hai mai visto una multinazionale della violenza, come Benetton, lasciare tornare a casa un suo nemico? Io non rispondevo, non riuscivo a trovare le parole, dissi solo: No, non l’ho mai visto. Alba ancora lontana, seduto sul letto apro i messaggi. Un breve messaggio, troppo breve: E’ morto. Nelle ultime 48 ore i media di mezzo mondo hanno dato la notizia della morte, un corpo, ripescato a poche centinaia di metri dal luogo dove Santiago era stato prelevato, sembra confermare il tutto ma, la famiglia ha chiesto riserbo, rispetto. Aspettano l’autopsia. Il corpo devastato è vestito come era vestito Santiago al momento della scomparsa, i dreads sono simili, troppo simili e in tasca hanno trovato la carta d’identità. Quella di Santiago. A questo punto anche i compagni argentini sono certi, l’autopsia è solo una terribile attesa di una conferma. Il giovane militante anarchico tatuatore è morto, e sarebbe morto due mesi fa, appena dopo il suo sequestro, gettato nel fiume Chubut come carta straccia, immondizia. Bisogna però considerare un’altro aspetto, Il ritrovamento è particolarmente sospetto, perché l’area era già stata perlustrata più volte. Potrebbe essere stato messo nel fiume da poco, prelevato da qualche buca e buttato in una zona in cui sarebbe stato trovato, troppa la pressione internazionale. I primi di settembre decine di migliaia di argentini erano scesi in piazza nella capitale Buenos Aires per protestare dopo la scomparsa di Santiago Maldonado, 28 anni, attivista radicale. Nella Plaza de Mayo, luogo terrificante della memoria della dittatura argentina, erano presenti, assieme a migliaia di giovani attivisti anche tanti bambini. Il capo del governo, Mauricio Macri, in quella occasione, disse di non preoccuparsi, sarebbe tornato sano e salvo, invece lo avevano ammazzato quel primo agosto. Sorridevano mentre sputavano menzogne. Santiago era un anarchico internazionalista per la liberazione della terra, non era un membro del popolo Mapuche ma ne condivideva le lotte. Il 1 Agosto 2017, circa 500 membri della Gendarmeria Nazionale Argentina avevano represso una protesta nel nord-est di Chubut, nella Patagonia argentina, a nord di Esquel. L’azione era stata messa in campo dai membri della comunità Mapuche “Pu Lof en Resistencia del departamento Cushamen”. A seguito dello sgombero dell’area, la Gendarmeria ha perseguito i manifestanti fin dentro i campi, entrando nei territori della comunità e sparando con armi automatiche. Durante questo inseguimento Santiago è sparito. Le testimonianze di chi stava scappando, riportano che è stato catturato e caricato in un furgone, che riportava le scritte della polizia. Da questo momento in poi, non si è saputo più nulla di lui. Santiago è solo l’ultimo morto di una serie lunghissima, sono decine le uccisioni in Patagonia, impero dei Benetton che in europa fa le gigantografie coi bimbi colorati, United Colors, pubblicità progresso del cazzo, e in Patagonia è il male assoluto. Santiago lo sapeva. Lo sapeva che le multinazionali chiudono sempre il cerchio. Lo sapeva che i pezzenti della Patagonia continuano a morire per mano di criminali che vestono i bambini ricchi di magliette divertenti e riempiono le loro bocche di hamburger. E lo sappiamo anche noi il motivo che spinge l’imperatore italiano a sequestrare le terre e a incendiare le case dei Mapuche. Masse interminabili di pecore occupano un milione di ettari. Prima sfruttate per il loro mantello, mantello che le protegge dal freddo, e poi fatte a pezzi e vendute nei fast food. Si, il cerchio si chiude.

Solo che i Mapuche non mollano, li dovete ammazzare tutti. Non vi è bastato rubargli le terre, i figli, trascinarli fuori dalle loro case, no, li dovete ammazzare, perchè non si arrenderanno mai. Preferiscono morire piuttosto che abbandonare i loro fiumi, le montagne, l’aria.

Fra pochi giorni tutto verrà dimenticato, i media non possono fermarsi, come panzer schiacciano ogni alito di ricordo. Ci saranno nuove notizie, notizie più interessanti, nuove sfilate, nuovi hamburger, nuovi attori da idolatrare, nuove magliette da indossare. Ma noi anarchici, pezzenti e reietti non dimentichiamo, mai. Per la liberazione umana, animale e della terra, solidarietà incondizionata e complice a chi, in continue privazioni, lotta per la libertà. Che la terra ti sia lieve Santiago, eri un ragazzo. Bastardi.

Olmo

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Non olio ma sabbia nell’ingranaggio capitalista

“Nel linguaggio ci sono parole ed espressioni che dobbiamo eliminare, perché indicano dei concetti che costituiscono l’essenza disastrosa e corruttrice del sistema capitalista. Innanzitutto la parola «lavorare» e tutti i concetti ad essa collegati – lavoratore o operaio – tempo di lavoro – salario – sciopero – disoccupato – nullafacente.
Il lavoro è il più grande affronto e la più grande umiliazione che l’umanità abbia commesso contro se stessa.
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame. «Chi non lavora non mangia», sostengono i ricchi, i quali del resto pretendono che anche calcolare e accumulare i propri profitti significhi lavorare.
Ci sono disoccupati e nullafacenti. Se i primi sono senza lavoro e non possono farci niente, i secondi non lavorano e basta. I nullafacenti sono gli sfruttatori che vivono del lavoro dei lavoratori. I disoccupati sono lavoratori a cui non è permesso di lavorare, perché non se ne può ricavare profitto. I proprietari dell’apparato di produzione hanno stabilito il tempo del lavoro, hanno costruito delle officine e ordinato a cosa e come i lavoratori devono lavorare. Questi ricevono quanto basta per non morire di fame, e sono a malapena in grado di dare da mangiare ai propri figli nei loro primi anni. Poi questi ragazzi vengono istruiti a scuola quel tanto che serve per potere andare a loro volta a lavorare. Anche i ricchi mandano i loro figli a scuola, perché sappiano anche loro come dirigere i lavoratori.
Il lavoro è la grande maledizione. Il prodotto di uomini senza spirito e senza anima.
Per far lavorare gli altri a proprio profitto bisogna mancare di personalità, e per lavorare pure bisogna mancare di personalità: bisogna strisciare, trafficare, tradire, ingannare e falsificare.
Per il ricco nullafacente il lavoro (dei lavoratori) è il mezzo per procurarsi una vita facile. Per i lavoratori è un peso di miseria, una cattiva sorte imposta fin dalla nascita che impedisce loro di vivere decentemente.
Quando smetteremo di lavorare, per noi inizierà infine la vita.
Il lavoro è nemico della vita. Un buon lavoratore è una bestia da soma dalle zampe incallite e con uno sguardo abbruttito e spento.
Quando l’uomo diventerà cosciente della vita non lavorerà mai più.
Io non pretendo che occorra semplicemente lasciare il proprio padrone domani e vedere poi come riuscire a mangiare senza lavorare, nella convinzione che inizi la vita. È già una disgrazia essere costretti a vivere nella miseria, ma poi la mancanza di lavoro porta nella maggior parte dei casi a vivere alle spalle dei compagni che lavorano. Se sei capace di guadagnarti da vivere saccheggiando e rubando — come dicono i cittadini onesti — senza farti sfruttare da un padrone, ebbene, vai; ma non credere che con ciò la grande questione sia risolta. Il lavoro è un male sociale. Questa società è nemica della vita ed è solo distruggendola, e distruggendo poi tutte le società del lavoro che seguiranno — ovvero facendo rivoluzione su rivoluzione — che il lavoro sparirà.
È solo allora che verrà la vita — la vita piena e ricca — nella quale ognuno sarà portato dai suoi puri istinti a creare. Allora, attraverso il proprio movimento, ogni uomo sarà creatore e produrrà unicamente ciò che è bello e buono; insomma, quel che è necessario. Allora non ci saranno più uomini-lavoratori, allora ognuno sarà uomo. E per bisogno vitale umano, per necessità interiore, all’interno di rapporti ragionevoli ognuno creerà in maniera inesauribile ciò che risponde ai bisogni vitali. Allora non ci sarà altro che la vita — una vita grandiosa, pura e cosmica — e la passione creatrice sarà la più grande felicità della vita umana senza costrizioni, una vita in cui non saremo più incatenati dalla fame o da un salario, dal tempo o dall’ambiente, e dove non saremo più sfruttati da parassiti.
Creare è una gioia intensa, lavorare è una sofferenza intensa.
Con i rapporti sociali criminali attuali, non è possibile creare.
Ogni lavoro è criminale.
Lavorare significa collaborare al profitto e allo sfruttamento; significa collaborare alla falsificazione, all’inganno, all’avvelenamento; significa collaborare ai preparativi di guerra; significa collaborare all’assassinio di tutta l’umanità.
Il lavoro distrugge la vita.
Se lo abbiamo ben capito, la nostra vita prenderà un altro significato. Se sentiamo in noi stessi questo slancio creatore, esso si esprimerà attraverso la distruzione di questo sistema vigliacco e criminale. E se per forza di cose dobbiamo lavorare per non morire di fame, bisogna che attraverso questo lavoro contribuiamo al crollo del capitalismo.
Se non lavoriamo per il crollo del capitalismo, lavoriamo per il crollo dell’umanità!
Ecco perché noi saboteremo coscientemente ogni impresa capitalista. Ogni padrone subirà perdite a causa nostra. Là dove noi giovani rivoltosi siamo obbligati a lavorare, le materie prime, le macchine e i prodotti verranno obbligatoriamente messi fuori uso. Ad ogni istante i denti salteranno dall’ingranaggio, forbici e coltelli si romperanno, gli attrezzi più indispensabili scompariranno — e ci comunicheremo le nostre ricette e i nostri mezzi.
Non vogliamo crepare a causa del capitalismo: ecco perché il capitalismo deve crepare a causa nostra.
Noi vogliamo creare come uomini liberi, non lavorare come schiavi: per questo distruggeremo il sistema di schiavitù. Il capitalismo esiste grazie al lavoro dei lavoratori, ecco perché non vogliamo essere dei lavoratori e perché saboteremo il lavoro.”

Non olio ma sabbia nell'ingranaggio capitalista
Questo sistema sociale, il capitalismo, è fondato sul lavoro; ha creato una classe di uomini che devono lavorare – e una classe di uomini che non lavorano. I lavoratori sono costretti a lavorare, se non vogliono morire di fame…

(Herman J. Schuurman Werken is misdaad, 1924)

phabyo

Quelle “mele marce” e quei “casi isolati” delle divise

A chi parla di mele marce del sistema e di casi isolati vorrei elencare solamente 3 o 4 fatti eclatanti. Vi ricordate del caso della uno bianca quella squadraccia formata da poliziotti che uccidevano e poi indagavano su loro stessi a Bologna depistando ed insabbiando ogni cosa? Ed ancora,ricordate a Firenze la storia dell’orfanotrofio del forteto dove l’intero tribunale dei minori era coinvolto nelle violenze sui malcapitati internati partendo dall’usciere fino ad arrivare ai vertici di giudici e magistrati? Ci siamo forse dimenticati delle lotte operaie dove migliaia di esseri umani inermi venivano e vengono tutt’oggi massacrati dal bastone autoritario democratico?Questa non vuole essere affatto una generalizzazione sul singolo ma sul sistema autoritario stesso, sappiamo benissimo che non tutti i carabinieri poliziotti e finanzieri non stuprano,sono padri di famiglia anche loro ma è lo stesso sistema autoritario che porta a questi fatti estremi,quanti di loro hanno abusato ed abusano della divisa che portano,quanti di loro hanno ucciso mogli e figli,quanti di loro hanno stuprato,quanti di loro si sono uccisi probabilmente anche senza avere alcuna responsabilità solo per aver visto o essere a conoscenza di fatti atroci. E’ come dicevo il contesto autoritario e omertoso che porta a tutto questo e tutto questo potrà cessare solamente quando prenderemmo coscienza,gli esseri umani non hanno bisogno di leggi e di restrizioni della libertà ma di consapevolezza. E’ chiaro che chi ha subito la scolarizzazione di Stato è stato ben indottrinato a credere al fatto che chi veste una divisa rappresenta lo stato ed abbia una certa titubanza nel credere che possano avvenire certi crimini da parte di questi. Come si fa presto a dimenticare le cose,una ragazza viene violentata da due criminali che vestono la divisa e il servo obbediente inizia a dubitare e trova le giustificazioni più abbiette,le ragazze erano ubriache,li hanno provocati,erano senzienti ecc.ecc. Non ci sono scusanti quando una donna dice no è no anche se fosse statad’accordo fino ad un secondo prima altrimenti è violenza. Se fossero state d’accordo avrebbero potuto accordarsi per vedersi dopo aver finito il turno ma non hanno saputo controllare i loro bassi istinti sentendosi protetti dalla divisa che indossavano. Il problema di fondo non è solamente lo stupro ma è appunto l’autorità, il desiderio di dominio.Ci siamo forse dimenticati anche di genova 2001 e della scuola Diaz? Ci siamo dimenticati delle violenze nelle carceri? Non basterebbe neppure tutto il muro di facebook per elencare tutte le nefandezze commesse da uomini e donne in divisa. Il problema è millenario,di stato si muore ma per il buon cittadino credulone la legge è sempre la legge. AT-TENTI!!!

Uno dei “casi isolati” in cui le divise incoraggiano democraticamente i manifestanti ad abbandonare la lotta per i diritti umani.

Allego qui qualche “caso isolato”,una lunga scia di cadaveri,non soffermatevi all’articolo su Carlo Giuliani,sotto troverete l’elenco di morte e attenti bene,la lista è pure incompleta perché lo stato italiano è molto bravo a lavare via lo sporco e fare sparire le faccende scomode. Buoa lettura. http://www.fondazionecipriani.it/carlo.htm

Il 31 agosto 1865 nasce l’Anarchico Paolo Schicchi

Il 31 agosto 1865 nasce a Collesano, Palermo, l’Anarchico Paolo Schicchi, detto “il leone di Collesano”, storicamente collocato nel periodo in cui l’Anarchia era l’enorme forza popolare per il riscatto dei diritti calpestati. Nel 1880, a soli 15 anni, fa il suo primo comizio improvvisato contro il clero, proprio davanti al duomo di Cefalù. Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa, riesce a disertare trasferendosi a Parigi proprio nel centenario della Rivoluzione. Collabora con grandi Anarchici come Sébastien Faure ed è promotore della rivoluzione culturale Anarchica francese grazie all’applicazione delle teorie del filosofo Jean-Marie Guyau. Fonda il circolo internazionale degli studenti Anarchici, il cui manifesto viene diffuso in migliaia di copie anche in Italia. Per le sue idee ed attività libertarie, viene condannato a oltre 11 anni di carcere: “Sono orgoglioso d’aver potuto sacrificare la mia libertà per i grandi principii dell’Anarchia”!!! Si è sempre rifiutato di firmare le varie domande di grazia stilate dai suoi parenti, tutti catto-fascisti. Ancora oggi Schicchi è un esempio di attivismo che si basa sulla difesa eroica ed estrema dei diritti negati. Le sue accuse contro ogni tipo di autorità costituita sono feroci e decise. In una delle ultime interviste afferma: “Sono con tutti gli Anarchici, ma con nessuna organizzazione, chiesa o conventicola. Le organizzazioni finiscono quasi sempre nell’autoritarismo più o meno larvato, anche se Anarchiche”; ed ancora, “Ero giovinetto, allorché ebbi il battesimo dell’Anarchia dalla colossale figura di Bakunin, a Napoli, dove fondò il giornale rivoluzionario La Campana e L’Internazionale dei Lavoratori. Bakunin mi strinse la mano e battendomi con l’altra sulla spalla mi disse: Sei un giovane energico e intelligente e farai molta strada lottando per la causa degli sfruttati, contro gli sfruttatori, che è la più giusta e la più umana. Io non ho mai dimenticato queste sue parole profetiche e sagge ed ho lottato e lotterò contro tutte le tirannie fin quando avrò un minimo di forza”. Muore a Palermo il 12 dicembre 1950.

Paolo Schicchi
Frequenta la facoltà di giurisprudenza, scrive articoli taglienti e diventa un benefattore del popolo. Si traferisce a Bologna e guida i giovani nelle proteste contro la visita del re all’università, perciò viene sospeso e ritrasferito a Palermo. Costretto ad indossare una divisa…

Di: Walter Ranieri

A Pistoia c’è ancora gente senza Fedi.

Lo sanno quei fascistoni di FN di Pistoia chi era Silvano Fedi?
Lo sanno che Silvano Fedi nell’ottobre 1943 costituì una formazione partigiana composta da una cinquantina di uomini: le Squadra Franche Libertarie composte soprattutto da Anarchici e Libertari che iniziarono ad agire fra città e campagna? Lo sanno che, insieme a sei compagni, assaltò a più riprese il presidio della Fortezza di Santa Barbara, sempre a Pistoia, depredando una grande quantità di armi e munizioni per combattere contro i nazifascisti? E poi la sua formazione effettuò altre operazioni fra le quali l’assalto alla Questura di Pistoia e al carcere delle Ville Sbertoli, con la liberazione di 54 prigionieri, fra i quali alcuni ebrei e prigionieri politici? Lo sanno che in provincia di Pistoia c’è un bel monumento (in foto) che lo ricorda? Proprio nel luogo dove fu trucidato dai nazifascisti. Ha dato la sua vita per la Libertà dei pistoiesi, ed è stato insignito della medaglia d’argento al valor militare dalle istituzioni pistoiesi le stesse istituzioni che oggi lasciano spazio ai nuovi fascisti. emergenti.Lo sanno che Silvano Fedi è una delle figure storiche più care ai loro concittadini? Sempre a Pistoia, al suo nome sono dedicati il corso centrale, e, pensando in particolare ai giovani, quale fu Fedi impegnato nella propria città, portano il suo nome anche una piscina e una palestra di proprietà della Provincia di Pistoia?
E voi lo sapete chi è stato Silvano Fedi? È stato un grande anarchico di Pistoia, città “liberata” dagli anarchici, quello nella foto centrale che ride sornione a vedere quegli intimidatori neri che oggi girano per la sua città! E che di Silvano Fedi ce ne possono essere anche altri, nel presente e nell’immediato futuro, lo sanno? E che sia immediato, perché i fascisti stanno prendendo troppo gallo, come dicono da quelle parti!

(Libero Makunin)

Conversazione tipo tra giudice e accusato.

– Buongiorno, lei è qui per deporre, lo sa?
– Ce lo so.
– In base all’articolo tale della legge tale dell’anno tale, lei ha rubato, quindi ha commesso un reato.
– Non riconosco la vostra legge, è solo il vostro punto di vista.
– La legge è uguale per tutti. Lei riconosce di aver commesso un reato?
– No. Riconosco che la vostra legge è un reato.
– Giovanotto, qui si parla in termini di legge. Riconosce il reato?
– Nei termini della vostra legge, che non riconosco, sì.
– E dica, era cosciente che lei stesse commettendo un reato?
– Conosco fin da bambino ciò che dice la vostra legge.
– E allora perché ha commesso reato?
– Perché non è conoscendo la legge a memoria che ci si sfama.
– In che senso?
– Vede, voi venite da noi quando ancora siamo bambini e ci insegnate che rubare, secondo la vostra legge, è un reato. Dunque lo sanno tutti, inutile fare questa domanda. E nonostante tutti sappiano che per voi rubare è un reato, la gente ruba perché non trova i mezzi per vivere come una persona dovrebbe vivere. Quindi la vostra legge non serve a togliere la causa che scatena il reato, ma solamente a punire la gente. Che senso ha punire la gente, se questa sa benissimo a priori che secondo la vostra legge rubare è un reato? Credete che basti la punizione per far sparire la miseria dal mondo? Perché qui si ruba per riprenderci quello che la vostra legge ci toglie. Siete voi che rubate a noi, per far arricchire i padroni. Noi ci riprendiamo ciò che è nostro, e per voi questo, e solo questo, è reato. La vostra legge non considera reato il fatto che un padrone rubi denari e vita a quelli che lui sfrutta, anzi, voi agevolate i padroni, li tutelate nella loro ruberia. Come potrei riconoscere la vostra legge? E come potrei credere che la vostra legge sia uguale per tutti? Voi potete anche mandarmi in galera, e ruberete ancora mia vita, ruberete ai miei figli il loro padre, ma questo per voi non è un reato. Per voi rubare è solo quando noi ci riprendiamo quello che era nostro, cioè la ricchezza che produciamo e la libertà che avremmo per diritto naturale, se voi non ce la rubaste. I ladri siete voi, e stando così le cose, dato che i criminali siete voi, è un onore per me essere rinchiuso nelle vostre celle, è il luogo dove voi rinchiudete gli sfruttati e i derubati, le persone oneste e libere come me. La vostra cella è il mio certificato di onestà.

Cloud’s Walden

La ‘professione più antica del mondo’. Verso lo sciopero dell’8 marzo

La ‘professione più antica del mondo’

Ovvero la prostituzione non cessera’ mai di esistere.. è per questa convinzione che nei manifesti del movimento Nonunadimeno, non se ne fa cenno?
Credo proprio di sì.

Nella società patriarcale-capitalistica, la prostituzione non è un bubbone, ma una pianta rigogliosa che ha le sue radici nella sua struttura e trova sempre nuove forme per rinnovarsi.

Dalle sue origini, il passaggio dalla struttura matriarcale a quella patriarcale, con l’esclusione della femmina dalla eredità successoria in favore del maschio, il sesso come merce di scambio, fu il mezzo più elementare per le donne di farsi la ‘dote’, per avere una qualche forma di autonomia economica.

Quindi nulla di nuovo, oggi, nella rappresentazione della prostituzione come ‘professione’, ‘lavoro’ nel senso di mezzo per guadagnare, per integrare lo stipendio del marito, per sposarsi, per comprarsi qualche oggetto di lusso, per pagarsi gli studi, o per vivere, in mancanza di altri lavori e per non dipendere dalla carita’ pubblica.

Il ‘nuovo’ sta nella ideologia prostituzionale, lo sfondo attuale giustificativo, ‘la libera scelta’, l’autonomia, l’autodeterminazione come indice di una progressiva tappa liberatoria del femminile in campo sessuale.

Aldilà delle apparenze, non si possono ignorare due costanti: una donna che offre il sesso in cambio di denaro, un uomo che offre denaro per ottenerne in cambio il sesso.

Si può dire che a questo ‘rapporto’ sia estraneo il fatto che per la donna , oggi, l’indipendenza economica non sia affatto la norma?
E che la concezione di ‘lavoro’ non sia la stessa per i due sessi, visto che solo per donna, e non per l’uomo, l’offerta di sesso e’ considerata un lavoro?

Nel manifesto di ‘Nonunadimeno’, silenzio su tutto ciò!
Si proclama con molta retorica di cambiare le relazioni di potere che distorcono il rapporto uomo donna.
Senza far cenno minimamente, di lottare contro le radici strutturali dell’etica sessuofobica, la prostituzione, che fa del sesso, una MERCE di scambio.

Non potendo credere ad una dimenticanza, ritengo che tutta la loro baldoria sulla libera scelta del ‘lavoro’ prostituzionale, sia oggettivamente un accondiscere alla morale tradizionale, che ha nella scissione amore/sesso e nella prostituzione femminile, le sue radici strutturali.

La ‘riforma’ della prostituzione, basata sulla ‘libera scelta’ chiamata sexwork, e’ dunque una riedizione edulcorata della ‘ professione più antica del mondo’ che , per le Nonunadimeno, cessera’ di esistere ogni volta che cambierà etichetta!

La legge pro-pro(stituzione) by Eretika –
All’anagrafe Enza Panebianco, in arte Eretika, anglesizzatasi Eretica Whitebread.
Blogger di ‘Fica sicula’, ‘Abbatto i muri’, ‘Aldilà del buco’…
Ex femminista, ora leaderessa spirituale del neo movimento ‘nonunadimeno’.

Superato il paleolitico della Legge Merlin, l’aspirante dei nuovi bordelli, Eretika, ha presentato una nuova proposta di legge pro-pro, in cui le prostitute non sono più vittime, ma libere imprenditrici del proprio capitale-corpo, – che sul mercato del sesso rende mica male, quasi come la droga e il traffico d’armi.

Le sexworkers aspiranti a ‘lavorare’ nel settore dell’intrattenimento maschile LEGALIZZATO, saranno selezionate con concorso pubblico, a punteggio ’90/60/90′ , anche se noti studi provano che tutte le donne, ‘ per natura’ , possono esercitare questa professione.

La legge Eretika prevede una diminuzione del tempo necessario per soddisfare il cliente, ma con la stessa produttività delle ex-case chiuse , 80 clienti al giorno – e comunque tale da superare la produttività dei bordelli tedeschi e austriaci.

Inoltre le ‘signorine’ non verranno più chiamate baldracche, troie, puttane e simili volgarità, ma sexworkers, in omaggio alla Costituzione Italiana, che fonda questo paese sul lavoro.

Per ottenere i finanziamenti e avviare alla grande il ‘ sistema prostituzionale ‘ sotto una nuova bandiera, si prevedono megabordelli, ad imitazione di quelli tedeschi, dotati di ampie vetrine dove liberamente le lavoratrici del sesso potranno disporre le loro mercanzie, sponsorizzandole da se’, senza la mediazione del noto sito ‘gnoccatravel’.

Sono previsti anche corsi di aggiornamento in tecniche e manipolazioni sessuali all’avanguardia, come richiede il mercato del sesso in espansione, affinché le sexworkers siano efficienti e pronte per le fantasie porno dei clienti.
Relatore, il noto puttaniere Rocco Siffredi.

È’ prevista anche una specializzazione in ‘assistenti sessuali’ (a numero chiuso) per quelle che hanno attitudine per le opere di carità.

Infatti queste generose sexworkers dovranno sostituire gli esausti genitori dei disabili, costretti, ora, in nome del ‘diritto al sesso,’ a masturbare i loro figli, anche se condannati a vita vegetativa.

Le assistenti sessuali presteranno servizio anche in geriatria, per facilitare la dipartita dei vecchi titolari di pensione, attraverso dosi massicce di scopate al viagra, onde sollevare lo Stato dall’onere pensionistico.

L’opera di carità sessuale al disabile dovrà essere pagata dal servizio sanitario nazionale, cioè a carico dei cittadini; non è prevista però l’assistenza sessuale alle donne disabili ne’ alle anziane, che per le donne di una certa età , solo parlarne, sarebbe indecente.

Per ultimo, la legge Eretika, prevede tariffe promozionali e di favore per le alte personalità dello Stato, parlamentari e senatori, senza dimenticare la Curia, che in qualità di rappresentante del buon Dio, potrà dare l’assoluzione dal peccato della carne alle sexworkers, avendo scelto tale lavoro, per vocazione o per puro piacere.

Ridentem dicere verum, quid vetat?
Si può dire la verità anche ridendo, cosa lo vieta?

Emma

La Verità a rate

La Verità rende liberi si dice, non è proprio così semplice, quando si avrà la determinazione e il coraggio a ragionare con la propria testa forse avrà un significato quel luogo comune, fino ad allora rimane la tiritera imparata da bambini. Liberiamo la consapevolezza del nostro sentire la libertà e tutta l’impalcatura di sabbia e menzogne crollerà su se stessa. Arriverà il momento in cui finalmente potremo dire, con voce ferma e sincera, trovandoci innanzi alla domanda: ma chi l’ha detto? rispondere tranquilli: l’ho detto io, è sufficiente, è la verità.

 

Dal momento in cui sgambettiamo nelle aule scolastiche da bimbi fino alla fine dei nostri giorni ci viene inculcata sotto forma di necessaria educazione la meraviglia della verità. Siamo costantemente influenzati e catalogati in direzione di un irresistibile obiettività impersonale. Come tanti pierrot di cartapesta veniamo persuasi (senza grande fatica) all’idea che per poter essere buoni cittadini dobbiamo inevitabilmente essere sinceri e onesti nei confronti di coloro che ci ingannano. Il loro tranello consiste nel far credere a tutti che comportandosi con spirito di rettitudine, le nostre strade saranno più percorribili e pianeggianti. Non è rilevante conoscere la scelta o dinamica individuale anzi, è assolutamente vitale e obbligatorio conoscere quella della massa (come appartenenza al gruppo). E’ la verità della società del consumo e della massificazione mediatica che serve e traina la nostra crescita. Arriviamo persino a credere che la nostra realtà oggettiva non esiste, o meglio può reggersi solo se omologata ai binari del sistema. In altri termini la nostra verità non significa presenza del nostro io, sofferenza e adesione ma si tramuta in surrogato di verità, quella che poi viene chiamata verità istituzionale (istituzionalizzato per esistere). Ogni giorno ripetiamo come una litania: lo ha detto la televisione, lo ha detto la radio, lo ha detto il politico di turno o l’affabulatore del nulla, lo ha detto il dottore, il farmacista, l’insegnante, lo ha detto il calciatore, l’attore, senza accorgersi che veniamo allontanati, come una giostra che gira, dal nostro unico mezzo per difenderci, il libero arbitrio. In questi casi l’allontanamento non è quasi mai con la violenza fisica, rientra difatti fra gli allontanamenti volontari, esso avviene con un tipo di violenza più subdolo, quello della manipolazione. La Verità così acquista una valenza paradossale, crediamo di decidere cosa è falso e cosa è onesto, in realta’ non decidiamo un bel nulla. Si dovrebbe Staccare quel cordone ombelicale che ci lega alla loro criminale superficialità in questo modo si acquisterebbe del nuovo movimento, nuovi colori e nuove immagini. La Verità rende liberi si dice, non è proprio così semplice, quando si avrà la determinazione e il coraggio a ragionare con la propria testa forse avrà un significato quel luogo comune, fino ad allora rimane la tiritera imparata da bambini. Liberiamo la consapevolezza del nostro sentire la libertà e tutta l’impalcatura di sabbia e menzogne crollerà su se stessa. Arriverà il momento in cui finalmente potremo dire, con voce ferma e sincera, trovandoci innanzi alla domanda: ma chi l’ha detto? rispondere tranquilli: l’ho detto io, è sufficiente, è la verità.

Olmo

Il 2 febbraio 1978 muore a Imola l’Anarchica Emma Neri.

In casa sua trovano posto giornali e libri socialisti e Anarchici, che superano la censura della polizia e viaggiano semiclandestini di mano in mano e da un circolo ad un altro. Maestra elementare a Castel Bolognese, ed è proprio in questa cittadina che conosce, in occasione di una delle tante riunioni politiche a cui partecipa, l’Anarchico Nello Garavini, del quale diviene, dopo una breve frequentazione, l’inseparabile compagna di tutta la vita. In Romagna gli Anarchici rappresentano una agguerrita minoranza e sono generalmente stimati e rispettati per il rigore morale che esprimono. Emma e Nello sono ormai due conosciutissimi attivisti del movimento Anarchico e per questo vengono attentamente vigilati dalla polizia, che ora li annovera tra i più pericolosi sovversivi romagnoli. Nel 1926, dopo la nascita della figlia Giordana Libera (1924), non intravedendo più la concreta possibilità di trovare lavoro e preservare un minimo spazio di libertà individuale, emigrano, con profondo rammarico, in Brasile. Entrambi i coniugi Garavini, pur con la costante preoccupazione d’essere arrestati, imprigionati ed espulsi, partecipano alle attività della “Liga Anticlerical” e stringono una forte e duratura amicizia con gli Anarchici italiani Luigi e Luce Fabbri, allora esuli a Montevideo.
Grazie a quella amicizia i Garavini, negli anni trenta, diventano, in Brasile, i principali diffusori di “Studi Sociali”, il prestigioso giornale fondato dal professore Anarchico Luigi Fabbri, una volta giunto nel 1930, in Uruguay. Ma l’attività politica in Brasile di Emma non si limita alla sola diffusione della stampa Anarchica tra i compagni dei locali circoli Anarchici. Il suo coraggio la porta ad organizzare anche clamorose azioni dimostrative. Nel 1931, ad esempio, in occasione della Trasvolata Atlantica di italo balbo, Emma ed Enrichetta Battistelli, non curandosi del pericolo e delle prevedibili reazioni delle autorità, diffondono migliaia di volantini antifascisti nelle principali vie di Rio de Janeiro, accusando apertamente balbo dell’assassinio di Don Minzoni, avvenuto ad Argenta nel 1923. Da Montevideo e Rio de Janeiro la cultura italiana si diffonde, infatti, in ogni regione dell’America Latina raggiunge gli italoamericani anche nei luoghi più lontani.
Il clima politico brasiliano va però rapidamente peggiorando. Questi sono, infatti, gli anni segnati dalla dittatura corporativa di getùlio vargas. Ogni giorno si susseguono arresti, retate di rivoluzionari, sentenze capitali. A guerra finita, nel 1947, i Garavini rientrano definitivamente in Italia e aderiscono alla neonata FAI (Federazione Anarchica Italiana), partecipando a quasi tutti i suoi congressi, non lesinando mai il loro aiuto, anche economico, alla rinascita del movimento Anarchico italiano. Nel 1959 Emma, riconosciuta ormai un esempio di resistenza e di passione, cura la prefazione al libro del vecchio amico Carlo Molaschi, dedicato al maestro di poesia e d’Anarchismo Pietro Gori. La pubblicazione di questo libro rappresenta per lei: “…l’omaggio più degno alla memoria di Pietro Gori e non c’è miglior tributo d’affetto, di riconoscenza, di rimpianto se non continuando il cammino da lui tracciato con tanta costanza. Così potremo dire di onorare degnamente l’Uomo, il Maestro, che nulla chiese per sé, dopo aver tutto donato!”. Negli ultimi anni della sua vita Emma si occupa quasi esclusivamente della famiglia, scrive le sue memorie e collabora, con molti altri compagni di Castel Bolognese, alla costituzione del primo nucleo dell’archivio cittadino, che poi sarà dedicato ad Armando Borghi. Ora è la figlia Giordana Libera a testimoniare, con una preziosa raccolta e una accurata sistemazione delle carte e dei documenti di famiglia, l’avvincente e romantica storia dei genitori Nello ed Emma Garavini.

L’organizzazione della scuola autoritaria odierna

L’organizzazione della scuola oggi, fa dell’istruzione il più potente mezzo di asservimento nelle mani dei dirigenti. I maestri sono gli strumenti coscienti o incoscienti della loro volontà

L’organizzazione della scuola oggi, fa dell’istruzione il più potente mezzo di asservimento nelle mani dei dirigenti. I maestri sono gli strumenti coscienti o incoscienti della loro volontà
; elevati del resto secondo i loro principi. I maestri di scuola fin dalla più giovane età sono educati negli istituti a subire la disciplina dell’autorità; e ben rari sono quelli che sfuggono al suo dominio e quelli che ci riescono rimangono nell’impotenza, poiché la ferrea organizzazione scolastica li avvince in modo da rendere impossibile ogni cosciente disobbedienza. Io non voglio far qui il processo dell’attuale organizzazione scolastica. Essa è abbastanza conosciuta perché si possa caratterizzarla, senza timore di smentita, con una sola parola: coazione. La scuola imprigiona i fanciulli fisicamente, intellettualmente e moralmente, per dirigere lo sviluppo delle loro facoltà nel senso voluto; li priva del contatto della natura per poterli modellare a sua guisa. E qui sta la spiegazione di tutto ciò che ho detto fin qui, la preoccupazione dei governi di dirigere l’educazione dei popoli, in modo che siano frustrate le speranze degli uomini di libertà. L’educazione non è oggi che una formazione materiale di strumenti per un dato scopo. Non credo affatto che i sistemi impiegati a tal scopo siano stati combinati apposta con esatta conoscenza di cause, per ottenere i risultati voluti; ciò sarebbe troppo geniale, per quanto cattivo. Ma le cose vanno esattamente come se quest’educazione rispondesse a un vasto disegno complesso realmente concepito. Non si poteva far di meglio e per realizzarlo è bastato inspirarsi semplicemente ai principi di disciplina e di autorità che hanno guidato gli organizzatori sociali di tutti i tempi.
(Francisco Ferrer)

Hitler Mussolini e i lager sono ancora presenti e vivi.

Hitler e Mussolini sono vivi.Sono vivi quando deridete una persona omosessuale, lesbica, transgender o transessuale, quando la emarginate, quando la private della sua libertà, della sua dignità, dei suoi diritti, quando la etichettate come «frocio», «finocchio», «ricchione», «checca», quando dite che «ci sono cose più importanti da affrontare», quando considerate i diritti un’elemosina di vostra proprietà. Impedire ad una persona di vivere la propria vita è come rinchiuderla nel filo spinato. Sono vivi quando criminalizzate i migranti, quando li aggredite, quando vorreste «mandarli tutti a casa», quando considerate il colore della pelle una colpa, quando iniziate a dire «io non ho nulla contro i neri, ma… se… forse…», quando vorreste vedere morti i rom, quando rispondete con disprezzo alla povertà, al bisogno d’aiuto, quando vi dimenticate che il nostro Paese è così ricco perché, nel corso della sua storia, ha conosciuto e incontrato – tra le altre – culture “diverse”, come quella araba e quella greca. Sono vivi quando discriminate le persone in base all’orientamento religioso, quando impedite ai musulmani di avere luoghi di culto e di pregare liberamente, quando li considerate tutti dei pericolosi estremisti, quando continuate a dire «sporchi ebrei», «islamici di merda», «Italia agli italiani», quando chiudete gli occhi dinanzi ad un’ingiustizia. Sono vivi quando mostrate indifferenza dinanzi ai CIE, ai migranti morti in mare, a coloro che per far sentire la loro voce e le loro grida di dolore sono costretti a cucire la propria bocca. Sono vivi quando ridete della disabilità, quando schernite una persona diversamente abile, quando usate la parola «handicappato» come offesa da rivolgere a qualcuno. Sono e saranno vivi finché vi limiterete a ricordare ciò che è stato chiudendo gli occhi di fronte a ciò che tuttora è, finché la dignità di ognuno non verrà riconosciuta, finché i diritti e le conquiste dei «diversi» verranno considerati come la vittoria di una minoranza e non la vittoria dell’intera società.

Hitler Mussolini e i lager sono ancora presenti e vivi.

Un alto e profondo pensiero dal web

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