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Scoppierà di nuovo il caldo,sospettati gli anarchici.

E’ attesa in questi giorni l’arrivo di una bomba di calore sul litorale Apuano e i sospetti cadono sui soliti anarchici. Lo scorso anno proprio in questo periodo si verificò un fatto analogo per lo scoppio improvviso del caldo ma la procura di Massa-Carrara ancora brancola nel buio nonostante avesse affidato le indagini all’aitante P.M Lo Freddo il quale dovette chiudere le indagini per assenza di infami. La deflagrazione fortunatamente non procurò vittime,solo qualche scottatura a persone che erano evacuate sulle spiagge sdraiandosi a terra sulla sabbia del litorale per lo spavento mentre sorseggiavano bibite fresche,ma, nonostante l’intervento tempestivo degli artificieri e della protezione civile nel mese di Ottobre le indagini si arenarono. Gli inquirenti a distanza di un anno temono che l’episodio possa ripetersi e hanno già mobilitato tutte le caserme dei carabinieri e le questure con l’appoggio della guardia di finanza e dei pompieri ma ecco spuntare a sorpresa un pentito di cui per ovvie ragioni non forniremo le generalità Anarchico Apuano,il quale ha pubblicamente dichiarato di non volersi rendere complice di una ingiusta carneficina. L’Apuano ai nostri collaboratori ha confermato i sospetti degli inquirenti i quali si sono immediatamente mobilitati anche se l’Apuano ha sostenuto di non conoscere i dettagli sull”arrivo della bomba tanto meno sulla sua provenienza ed eventuale collocazione. Tuttavia Anarchico Apuano si dice orgoglioso di essere stato di aiuto per le indagini e di avere scongiurato quella che quest’anno sarebbe stata sicuramente una strage.

By: Anarchico Apuano409634_168774826587783_901081401_n

“La Psichiatria è una pseudo-scienza fasulla” (T. Szasz)

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“Secondo me la psichiatria è stata costruita apposta per eliminare le persone scomode…
By G. Antonucci, primario, del reparto autogestito del manicomio di Imola

La psichiatria non ha mai dimostrato l’esistenza delle malattie che afferma di curare. Nonostante ciò ha sperimentato (e continua a sperimentare) su gente abbandonata alle sue “cure”, metodi e terapie lesive della dignità e dei più elementari diritti umani: ieri la psicochirurgia, il coma insulinico, l’internamento in manicomio; oggi ancora l’elettroshock, gli psicofarmaci (vere e proprie droghe chimiche che a lungo andare danneggiano le funzioni cerebrali), il trattamento coatto …

Che lo si voglia ammettere o no, si viene diagnosticati “malati di mente” sempre sulla base del giudizio che lo psichiatra si fa del modo di pensare, sentire, comunicare della persona che gli sta davanti. Se lo psichiatra non condivide (o non comprende) l’altro, egli diventa automaticamente un “malato di mente”, la cosiddetta “diagnosi” dello psichiatra non è un giudizio scientifico né tanto meno medico ma soltanto morale. Nessuna analisi del sangue, nessun esame ai raggi x, solo un “esame del comportamento” per poi diagnosticare dei “disturbi del comportamento e del pensiero”: gli psichiatri come giudici al di sopra di ogni legge che decidono cosa è giusto e cosa è sbagliato dire, fare, pensare.

Le vittime dei servizi psichiatrici non possono rifiutare le “cure”, né rifiutare le “diagnosi” che gli psichiatri impongono loro.
Non possono scegliere che tipo di aiuto ritengono utile, non possono gestire i loro soldi, avere una casa, avere una loro visione del mondo. Per di più il rifiuto delle cure e dell’aiuto (?) degli psichiatri viene considerato sintomo di “malattia mentale”.

Le “cure” della psichiatria consistono nella negazione esplicita di tutto ciò che la persona pensa, sente, dice, sulla base della presunzione che ogni sua espressione sia “sintomo di malattia”. Le “cure” servono a normalizzare la persona, l’uso coercitivo degli psicofarmaci ha appunto la funzione di distruggere ogni capacità di giudizio autonomo, di pensiero, di comunicazione.

T.S.O Tortura di stato.

Questa è la testimonianza terribile di una donna, una delle tantissime vittime degli abusi della psichiatria sui singoli indifesi che vengono quindi usati come cavie per farmaci velenosi e potentissimi. Io stesso ho avuto un’esperienza con questa pratica ma prima, la parola a questa coraggiosa anonima,e32423_120507011444367_1187257686_n che serva d’esempio.

Sono una ragazza di 33 anni ed abito in Versilia.. Nell’ottobre 2005 ho subito un T.S.O.

Alcuni mesi prima mi ero rivolta ad uno psichiatra privato di Massa, il dottor G.A., per un malessere provocato da una serie di eventi stressanti che si erano verificati nella mia vita familiare e lavorativa. Il dott. G.A. mi prescrisse Anafranil 75 mg, 2 compresse al giorno, Lexotan, 20-30 gocce al bisogno. Mi sentivo un po’ meglio ma il Lexotan su di me non aveva effetto: o non avevo bisogno di prenderlo o, se mi trovavo in una situazione che generava preoccupazione, non era efficace. Così nei mesi successivi torno un paio di volte dal dott. G.A. chiedendogli di prescrivermi un ansiolitico diverso. Entrambe le volte mi ha risposto: “No, non cambiamo farmaco, continua a usare il Lexotan, ne puoi prendere anche 50-60 gocce fino a 3-4 volte al giorno se ne senti il bisogno, tanto prima che ti avveleni con il Lexotan ne puoi bere anche 2 boccette”. Era presente anche il mio fidanzato ( infatti nei mesi successivi è capitato che anche lui in situazioni emotivamente difficili assumesse Lexotan).

Passa un po’ di tempo, durante il quale io non prendo tutte le gocce che il dott. G.A. mi ha consigliato, perché mi sembra una dose esagerata.

Il 10 ottobre io e mia madre abbiamo una discussione, un chiarimento come succede in tutte le famiglie, niente di particolare: non ci picchiamo, non volano i piatti. In quell’occasione io prendo le 60 gocce di Lexotan e mia madre vedendomi farlo, teme che possano farmi male; io le dico che è stato lo psichiatra. a dirmi che potevo prenderle e lei lo chiama per chiedergli se era vero. Lui per telefono nega, forse rendendosi conto di avermi consigliato una cosa assurda, per evitare una figuraccia. Dice a mia madre che avrebbe mandato il 118 e parlato con il medico dell’ambulanza dicendogli di prescrivermi un altro farmaco, e riaggancia senza darle la possibilità di rispondere.

Dopo 10 minuti arrivano sotto casa mia due ambulanze, una per me e una per mia madre, come spiegato la sera stessa a mia madre da uno psichiatra del reparto. La dott.ssa A.B. di Massa entra in casa parlando al telefono col dott. G.A.; si rivolge a mia madre e a mia nonna in modo aggressivo, ordinando loro di uscire dalla stanza. Io rimango lì, seduta sul divano, mentre la dott.ssa A.B. continua a parlare per telefono con lo psichiatra. Non mi guarda, non mi visita, non mi chiede niente, non mi chiede cosa è successo né come mi sento. Io chiamo mia mamma per chiederle di portarmi il telefono e lei rientra nel salotto. La dott.ssa A.B. la affronta urlando: “Cosa ci fa lei qui, le ho detto di andarsene!” Mia madre si arrabbia e le risponde: “No, a questo punto se ne va lei”. La dott.ssa minaccia: “Guardi che chiamo i carabinieri” e mia madre: “No, i carabinieri li chiamo io!”, riuscendo a far uscire la dott.ssa. Ma le ambulanze non se ne vanno: rimangono lì, davanti al cancello.

Mia madre, spaventata dall’atteggiamento dei sanitari, chiama un suo conoscente, il maresciallo dei carabinieri L.L., che viene insieme a un collega. Il maresciallo mi propone di chiamare il suo medico di famiglia e io accetto, perché dopo la discussione e la venuta delle ambulanze sono spaventata: il comportamento della dott.ssa A.B. mi aveva terrorizzata. Arriva il medico, dott. G.L. e si rende conto che la situazione non è poi così grave; mi fa mezza fiala di Valium. Mentre il medico mi fa l’iniezione i carabinieri dicono alla dott.ssa A.B. di andarsene perché non c’è bisogno di lei, non c’è bisogno di niente.

Le ambulanze se ne vanno, ma dopo circa 10-20 minuti tornano con un provvedimento A.S.O. (accertamento sanitario obbligatorio) firmato dal sindaco e richiesto dalla dott.ssa A.B., medico non psichiatra (del 118 di Massa, mentre io sono della provincia di Lucca, cioè fuori dalle sue competenza territoriali)

Non c’era l’urgenza di un di fare un A.S.O. altrimenti perché non lo aveva proposto il dott. G.L.? La situazione era calma, io non rifiutavo le cure, il medico era venuto a casa mia facendomi un’iniezione: mancavano le condizioni necessarie per un ricovero ospedaliero.

L’A.S.O. in ospedale verrà trasformato in T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio) con la motivazione di “agitazione psicomotoria”. Dopo essere stata portata via da casa con la forza, mentre non stavo facendo niente, da una dottoressa che si è presentata senza essere stata chiamata, “agitazione psicomotoria” è proprio il minimo che potessi avere!

Mia madre non vuole far entrare il personale dell’ambulanza così loro forzano il cancello, entrano con la forza e la legano, braccia e gambe, per impedirle di difendermi. Mia nonna è spaventata e grida, ma un infermiere le dice di stare zitta. La dott.ssa A.B. mi dice che devo seguirla, altrimenti mi avrebbe portata via con la forza. Salgo sull’ambulanza e piango, sono spaventata e piango, dico che voglio dormire , che voglio essere lasciata in pace e voglio dormire. Sull’ambulanza mi viene fatta una fiala di Largactil.

Mi portano in psichiatria, mi lasciano lì e nessuno mi dice niente. Io piango, sono spaventata, sia a causa della scena violenta avvenuta poco prima a casa, sia perché non capisco per quale motivo sono stata portata lì in quel modo, senza aver fatto nulla. Non posso uscire e non so quando potrò uscire. Gli psicofarmaci che ho assunto non mi calmano ed anzi pregiudicano la mia capacità di comprendere quanto sta succedendo così come la mia capacità di esprimermi chiaramente.

Da questo momento non ricordo più niente fino a parecchie ore dopo, quando mi sveglio legata al letto senza sapere il perché e senza neanche il coraggio di chiederlo. Cerco di restare calma; non reagisco, non chiedo niente ed accetto tutto, perché capisco che reagire potrebbe essere pericoloso. Sono terrorizzata. Mi lasciano ancora a lungo legata al letto, fino alla sera, all’orario delle visite, quando mi tolgono le cinghie perché mia madre non mi veda in quel modo. La fanno entrare dopo averle perquisito la borsa, accompagnata da due guardie giurate con la pistola bene in vista.

Mia madre si rivolge subito ad un avvocato ed il 13 ottobre verrò dimessa.

Durante il T.S.O. vengo trattata con psicofarmaci, prevalentemente neurolettici, soprattutto il primo giorno: Largactil, Tavor, Valium, Risperdal, Stilnox….

Naturalmente nessuno si preoccupa di capire se la mia agitazione possa in realtà essere dovuta ai farmaci precedentemente assunti: le benzodiazepine (Lexotan, Valium, Tavor) possono provocare stati d’agitazione e i neurolettici (Largactil, Risperdal) possono anch’essi provocare forti stati di agitazione psicomotoria (acatisia) e addirittura portare a delirio e allucinazioni. Non mi hanno fatto esami del sangue volti a chiarire se la situazione potesse essere dovuta a reazioni paradosso agli psicofarmaci, ma hanno continuato a somministrarmene fino a stendermi.

In reparto dormo costantemente e sbavo continuamente. Nei momenti in cui mi risveglio mi trovo tutti i capelli appiccicati al viso e al cuscino, tutti pieni di saliva.

All’orario dei pasti non mi è permesso alzarmi dal letto per mangiare nella sala, come fanno tutte le altre degenti. Non posso uscire dalla stanza. Solo il quarto giorno, poco prima di essere dimessa, mi viene permesso di pranzare nella sala, così chiedo ad una ragazza come si trovi in quel reparto e lei mi risponde: “E’ come un carcere”.

Durante il T.S.O. nessun medico mi visita. La terza sera passa il primario, M.D.F. seguito da altri psichiatri, a cui dice riferendosi a me: “Questa ragazza non ha niente, ha solo litigato con la madre” e passano oltre.

Sempre la terza sera vedo un’altra cosa che mi sembra un po’ strana: passa l’infermiera con il carrello dei farmaci dove ci sono tutti i bicchierini con le pasticche e i nomi delle ricoverate. Dentro i bicchierini c’è sempre lo stesso farmaco in diverse dosi: Risperdal, un neurolettico. Così tutte assumevamo lo stesso farmaco, a prescindere da quali fossero i disturbi lamentati e dal perché ci trovassimo lì.

II quarto giorno, quando vengo dimessa, vengo sottoposta ad un colloquio con la dott.ssa M.G.. Lei mi fa diverse domande e io rispondo con calma. Diversi mesi dopo, quando ritiro e leggo la mia cartella clinica, mi accorgo che lei ha selezionato e strumentalizzato le mie parole, rigirandole in modo da giustificare una diagnosi di disturbo ossessivo compulsivo.

Esattamente in quell’occasione dissi che la mia vita nell’arco dell’ultimo anno era cambiata completamente e che si erano verificate molte situazioni problematiche. Ero costantemente preoccupata, al punto che non riuscivo a smettere di pensare a come avrei potuto risolvere tutte quelle situazioni nuove che si erano presentate: la mia mente era sempre occupata nella ricerca di una soluzione per i miei problemi pratici. Tutti questi problemi mi avevano buttato giù di morale e per questo mi ero rivolta al dott. G.A.. Raccontai di come la meditazione, disciplina che praticavo da anni, mi fosse di grande aiuto in quel periodo. Questa consiste in pratiche di concentrazione volte a calmare il pensiero che è indisciplinato, tendiamo cioè a pensare e reagire in modo automatico secondo modelli precostituiti ed abitudinari. Mediante questo allenamento è possibile imparare a pensare in modo attivo, slegato dai modelli abitudinari di pensieri e reazioni, al fine di risolvere in modo creativo i problemi che si presentano in base alla situazione presente, adottare soluzioni nuove a nuovi problemi, anziché vecchie soluzioni a nuovi problemi.

Leggendo la cartella clinica mi accorgo anche che sugli appunti del 10 ottobre ci sono delle cose che io ho detto il 13 ottobre alla dottoressa M.G.: mi sembra improbabile se non impossibile che io abbia detto le stesse cose e con le stesse parole in due momenti diversi.

Vengo dimessa con un prescrizione di Risperdal, 7,5 mg al giorno, un dosaggio anche abbastanza alto di un farmaco pericoloso, che tra l’altro non è neanche adeguato alla diagnosi (di un disturbo che non ho!). Naturalmente non vengo avvertita dei rischi, non mi viene data alcuna informazione sul farmaco, che mi viene consegnato direttamente dalla dott.ssa e dalla cui confezione manca il foglietto illustrativo.

Sempre al momento della dimissione vengo informata, insieme a mia madre e al mio fidanzato, che mi è stata fatta una puntura e che dovrò tornare lì a ripeterla. Tale iniezione nella cartella clinica non è stata annotata!

Subito prima di essere dimessa viene a parlarmi anche il primario: dice di aver litigato per telefono con il dott. G.A. e che non devo prendere mai più Anafranil, che DEVO scegliere uno psichiatra della struttura e andare lì a curarmi. Dice che DEVO prendere assolutamente il Risperdal (strano perché la sera prima aveva detto che io non avevo niente!). Mi parla con un tono di voce piuttosto autoritario, ripetendo le cose più volte come se si rivolgesse ad una persona che non capisce, mentre io ero solo intontita dai farmaci. Dice al mio fidanzato che non deve farmi tornare a casa, che deve tenermi lontano da mia madre e che se non si prende questa responsabilità non mi faranno uscire (ma che ne sa dei miei rapporti con mia madre, visto che non aveva mai parlato né con me né con lei?).

Tornata a casa sto molto male, sia a causa della violenza subita, sia a causa dei farmaci che continuo a prendere credendo di averne bisogno.
Sbavo, non riesco a parlare correttamente, quando cammino inciampo spesso e cado; incontinenza, insensibilità al dolore, la luce mi da fastidio e i miei sensi sono ovattati; mi viene febbre e una bronchite che durerà fino alla metà dell’estate 2006. Non riesco a far niente, non trovo la forza di alzarmi dal letto, vestirmi e uscire; non riesco più a pensare in modo attivo, ad applicarmi nella ricerca di soluzioni pratiche ai miei problemi quotidiani. Non riesco a concentrarmi su niente, a leggere e neanche a guardare programmi televisivi. Piango spesso, perché la mia vita è completamente cambiata in modo violento e improvviso in seguito al T.S.O.. Ho delle macchie marroni nell’occhio destro e tutta la parte sinistra del viso è eccessivamente rilassata e cadente, mentre la parte destra è contratta; ho spasmi intorno agli occhi e quando parlo storgo la bocca verso destra.

Stavo sempre peggio e non avevo idea che quelli fossero effetti collaterali del Risperdal che provoca ansia, tristezza, sofferenza interiore molto forte e mancanza di voglia di agire.

Ho continuato a prendere il Risperdal per circa 1 mese.

Durante questo periodo il mio fidanzato, vedendo che stavo peggiorando a vista d’occhio, si rivolse al reparto per chiedere cosa dovevo fare, ma venne fermato da un infermiere che gli disse: “Non la riportare assolutamente qui, perché te la ricoverano di nuovo e alla fine te la rovinano del tutto”.

Dopo un mese trovo un libro, “Chimica per l’anima”, capisco cosa sono i neurolettici e interrompo di colpo e di mia volontà l’assunzione del Risperdal.

Stavo molto male e mi ero rivolta nuovamente al dott. G.A. Nella confusione dell’accaduto e a causa dei farmaci che limitavano la mia capacità di comprensione degli eventi, non avevo capito che era stato lui a farmi ricoverare, io credevo fosse stata la dott.ssa A.B.

Ci torno diverse volte e lui cerca di mettere me e il mio fidanzato contro mia madre e il mio fidanzato contro di me. Ci fa credere che la dott.ssa A.B ha richiesto l’ASO a causa del comportamento di mia madre. Continua a insistere sia con me che con il mio fidanzato che è mia madre la causa del mio malessere, che mi avrebbe rovinato la vita (cosa che diceva spesso anche prima del T.S.O.) e che è lei che deve essere curata.

Insiste così tanto che alla fine io e il mio fidanzato convinciamo mia madre a fare una visita con lo psichiatra che ci consiglia: un certo dott. B.A. Mesi dopo leggerò sulla mia cartella clinica il nome dello psichiatra che ha richiesto il T.S.O. mentre ero in reparto: il dott. B.A., lo stesso amico del dott. G.A. da cui avevamo portato mia madre! Ripensandoci, ricordai come tale dott. B.A. durante la visita con mia madre sembrasse molto imbarazzato: io non lo avevo riconosciuto, ma lui probabilmente si ricordava di me.

Il dott. G.A. insisteva anche su un’altra cosa: io dovevo andare via da casa di mia madre. Cercava di convincere il mio fidanzato a vendere la sua casa a Massa per prenderne una per me ad Ortonovo, dove lui, così disse, aveva il controllo del 118. Gli disse letteralmente: “Così, se la porta ad Ortonovo, ce l’ho sotto la mia cappella”; questo potrebbe anche significare “sotto il mio controllo”, ma è anche un doppio senso osceno perché in dialetto cappella significa glande. Mi soffermo su questo particolare poiché lo psichiatra mi aveva già fatto domande strane in passato, del genere “Ma tu desideri il tuo fidanzato? Non è che hai fantasie sessuali verso uomini più anziani di te, figure paterne, che ti diano un senso di autorità e potere?”. Queste cose le avevo anche riferite al mio fidanzato, ma lui, plagiato com’era, mi rispondeva che secondo lui erano domande normali, che ero io a trovarle strane “Perché mi fisso, perché sono ossessiva compulsiva”, come gli aveva insegnato a dire il dott. G.A..

Il mio ragazzo era preoccupato per me e lo aveva chiamato per telefono diverse volte, a mia insaputa, chiedendogli cosa poteva fare per me, come mi poteva aiutare (io piangevo sempre ma lui non poteva sapere che la causa erano i neurolettici). Egli gli aveva risposto che lui non poteva fare niente per me, “Che la cosa migliore era lasciarmi nelle sue mani, perché solo lui poteva curarmi, perché io ero gravemente malata e non mi rendevo conto della mia malattia. La scelta migliore sarebbe stata lasciarmi, altrimenti io avrei rovinato anche la sua vita, tanto oramai io non sarei stata più bene, sarei costantemente peggiorata, e le persone malate di mente distruggono la vita a chi gli sta vicino.”

L’ultima volta che vado dal dott. G.A, c’è una signora in sala d’aspetto: è in cura da lui da 10 anni con psicofarmaci neurolettici; racconta diverse cose sulla sua vita e su come l’ha curata il dott. G.A.. Sembra innamorata di lui! Quando il dottore arriva io, già insospettita dalle parole di questa donna, noto che i due hanno un modo di parlare strano, eccessivamente confidenziale, come se ci fosse tra loro qualcosa che va al di là del normale rapporto che si instaura tra un medico e una paziente. Quindi collego diverse cose tra loro e quando parlo col dottore porto il discorso sul T.S.O., fingendo di incolpare mia madre e conducendolo così ad ammettere che era stato lui a farmi finire in psichiatria: lo ammette sia davanti a me, sia poco dopo, quando faccio entrare mia madre.

Racconto tutto al mio fidanzato e decido di non tornare più a quelle visite: il mio fidanzato, convinto dallo psichiatra durante una telefonata avvenuta subito dopo quest’ultima visita, mi lascia e rimaniamo separati per alcuni mesi. Diversi mesi dopo, quando il mio fidanzato capisce cosa era successo veramente telefona di nuovo al dott. G.A. dicendogli: “Ma cos’ha fatto! Ha fatto il TSO alla mia ragazza e le ha rovinato la vita. Ha rovinato anche il nostro rapporto, per colpa sua ci siamo lasciati”. Il dottore gli rispose con un tono di presa in giro: “Oh, mi dispiace, mi scusi”, Il mio fidanzato gli disse: “Ma guardi che noi la denunciamo” e G.A. rispose: “Fate pure. Tanto io sono una persona potente e la sua ragazza l’ho fatta passare per matta e nessuno le crederà mai.”.

Mi rivolsi ad un altro psichiatra raccontandogli di stare male a causa del TSO: questo faceva finta di credermi ma non mi credeva. Stavo molto male: tutto quello che era accaduto era stato un grande trauma e la mia vita era completamente cambiata. Malgrado l’abuso subito non mi rendevo conto di quanto fosse pericoloso il mondo della psichiatria e continuavo a pensare che con me avevano commesso un errore, che avevo incontrato gli psichiatri sbagliati, che si era verificato un malinteso iniziale che aveva portato al disastro. Continuavo a cercare lo psichiatra giusto, il farmaco giusto.

Le umiliazioni che ho subito da parte dei medici sono innumerevoli: concludevano tutti che se mi avevano fatto il TSO e dato i neurolettici voleva dire che ero malata. Partivano da questo pregiudizio e non c’era assolutamente nessun modo di spiegare come erano andate le cose. Mi prescrivevano sempre nuovi farmaci: Cymbalta, Anafranil, Nopron, Tavor, Valium, Xanax, Lamictal,…. Si verificavano continuamente incomprensioni ed equivoci che potevano espormi al rischio di altri trattamenti dannosi e non necessari.

Questo è continuato fino all’agosto 2006. In quel periodo ero ormai convinta che non sarei mai più stata serena e felice, che la mia vita era finita e che tutto ciò che mi rimaneva era soffocare la mia sofferenza attraverso il Tavor che mi permetteva di sopravvivere, almeno finché avesse funzionato.

Ho cominciato ad informarmi a proposito dei farmaci attraverso internet e mi sono resa conto che abusi come quello che avevo subito io, o anche peggiori, succedono continuamente in psichiatria. Ho visto come molte persone stiano male a causa degli psicofarmaci. Attraverso un libro sono venuta a conoscenza della storia della psichiatria, della sua ideologia e dei metodi brutali da essa adottati nel corso dei secoli.

È stato uno shock, piangevo continuamente. È stato come se, oltre alle mie sofferenze, mi fossero piombate addosso anche quelle di milioni di persone danneggiate dalla psichiatria nel corso dei secoli e nel presente.

Un medico a cui ho raccontato l’abuso subito mi ha creduto. Gli dissi che volevo smettere gli psicofarmaci perché non volevo più assolutamente avere contatti con la psichiatria così mi ha fatto uno schemino per scalare i farmaci.

Smettere i farmaci è stato come un salto nel buio, perché avevo paura di averne bisogno, ma a quel punto la mia convinzione era che se tanto dovevo stare male, potevo farlo benissimo anche senza psicofarmaci e senza psichiatria. Invece con il passare dei mesi sono stata progressivamente meglio: non sono più triste né disperata né spaventata né ansiosa e non penso più che la mia vita sia finita.

Psicologicamente sto bene. Soprattutto non sono più drogata dai farmaci, ho recuperato la mia lucidità così come la mia capacità di interpretare correttamente gli eventi e il mio autocontrollo. Ho ricominciato a vivere e a coltivare i miei interessi e adesso ho tantissimi amici che mi stimano e che, conoscendomi bene, non riescono a comprendere come sia potuta accadere a me questa vicenda così assurda. Anche il rapporto con il mio fidanzato, che il dott. G.A.. aveva rovinato, è tornato soddisfacente, grazie alla mia determinazione di far chiarezza sull’accaduto e di riprendere in mano la mia vita.

Comunque a distanza di 2 anni dal T.S.O. continuo a soffrire di movimenti involontari del volto e talvolta anche degli arti che sono stati causati dai neurolettici. Spesso, a causa di questi spasmi, mi mordo l’interno della bocca durante la masticazione, procurandomi ferite. Inoltre rischio di soffocare, poiché cibi e pasticche mi vanno per traverso, a causa della riduzione della capacità di controllare i miei movimenti volontari.

I medici che mi hanno visitato per questi disturbi mi hanno detto che molto probabilmente oramai non passeranno più. Discinesia tardiva e distonia tardiva. Non esistono neanche cure specifiche per ridurre questi movimenti che sono molto fastidiosi, insistenti e accompagnati da dolore tipo nevralgia.

Questi spasmi rendono tutte le mie ore di veglia senza pace, senza riposo; danneggiano la mia immagine e mi è molto più difficile trovare un lavoro (io ho lavorato in un negozio ed ho esperienza come commessa): molte persone a cui mi sono proposta, vedendo le smorfie sul mio volto, mi hanno trattato con eccessiva gentilezza, una gentilezza compassionevole, dopo di che non mi hanno richiamato.

Magari molte persone mi potrebbero giudicare “malata psichica” a causa di questi movimenti, non sapendo in realtà che sono stati i farmaci a provocarli; e poi anche qualora lo sapessero penserebbero che siccome ho preso i farmaci probabilmente ne avevo bisogno.

MA NON SONO IO A DOVERMI VERGOGNARE PER QUESTA FACCIA DA MANICOMIO!

Ciò influenza negativamente la mia vita sociale e lavorativa, presente e futura, nonché la qualità della mia vita. La meditazione, che io praticavo da moltissimi anni e che era per me un elemento di arricchimento, non potrò più praticarla a causa di questi spasmi. Così come non potrò più coltivare un’altra delle mie passioni, lo snorkeling, non potendo sopportare la maschera sul volto ed avendo perso, dopo il T.S.O., la capacità di nuotare.

LA MIA VITA È COMPLETAMENTE CAMBIATA, CAMBIATA PER SEMPRE. HO UN DANNO PERMANENTE, PERCHÈ? PERCHÈ MI HANNO “CURATO” CONTRO LA MIA VOLONTÀ!!!

Anche per cercare di capire cos’era questo disturbo ho dovuto subire moltissime umiliazioni dai medici. Mi sono rivolta a diversi neurologi e ne ho dovuti girare parecchi prima di trovarne uno disposto a fare gli accertamenti. Uno di loro, dopo cinque minuti, sulla base del fatto che avevo preso per un periodo antidepressivi e per un altro neurolettici, mi chiese se avevo il disturbo bipolare! Ad un altro, che mi aveva fatto la stessa scena, chiesi come si fosse permesso di farmi una diagnosi dopo 5 minuti solo basandosi sui farmaci che avevo preso e senza considerare che il TSO era stato un errore. Mi rispose che se me lo avevano fatto sicuramente avevano ragione, “Sono sicuro che lei è matta e che di TSO gliene faranno ancora tanti nella vita, anzi se non se ne va glielo faccio fare io”.

Ti possono fare veramente di tutto perché sanno che non puoi difenderti. Tutto quello che dici o che fai non ha più alcun valore, anzi tutto viene strumentalizzato per essere usato contro di te, come ulteriore prova della tua “malattia mentale”. I trattamenti ti possono venire imposti con la forza e tu non li puoi discutere né rifiutare, perché questo è considerato rifiuto della terapia e ulteriore segno di “malattia mentale”. Non puoi dire che un determinato farmaco ti fa male perché sei considerato “malato mentale” e quindi non in grado di capire di cosa hai bisogno (come se potessero sapere meglio di te come ti senti!). Se poi dici che non sei malato di mente ma che stai male per qualche situazione contingente allora sei ancora più grave perché non ti rendi conto della tua “malattia”. La tua vita non ti appartiene più e se subisci delle violenze queste non sono poi così facili da dimostrare, perché sei screditato, perché sei considerato il “matto” che va a raccontare di aver subito un ingiustizia da parte del suo psichiatra, il quale è considerato autorevole, attendibile e di indubbia moralità. Il tuo “delirio di persecuzione” sarà un ulteriore prova della gravità della tua “malattia”, un’ulteriore scusa per sottoporti a ulteriori trattamenti.

È facile entrare in questo meccanismo anche per cose banali e rimanere coinvolti in un susseguirsi di circostanze da cui si potrebbe anche non uscire mai più, anzi da cui spesso non si esce mai.

Quando dobbiamo superare momenti difficili della vita, la società, le persone che ci stanno vicine, le opinioni autorevoli ci insegnano che si può ricorrere all’aiuto di uno psichiatra e degli psicofarmaci, per superare il periodo. Ci viene insegnato che le emozioni negative sono malattie, non normali risposte dell’uomo agli eventi esterni. Ci viene insegnato che si deve essere sempre contenti e soprattutto attivi, tirare avanti in qualsiasi circostanza ed essere come gli altri ci vogliono altrimenti siamo “malati” e ci si deve rivolgere ad uno psichiatra.

LE EMOZIONI NEGATIVE NON SONO MALATTIE.

L’abuso psichiatrico è una violenza che investe il soggetto in tutti i piani dell’essere: fisico, mentale, sociale, emotivo, etc.. Penso che sia una delle esperienze peggiori che si possono fare nella vita. È una totale privazione del diritto di gestire la propria vita; è peggio del carcere: non si è accusati di un reato ma di un pensiero, non c’è un processo, non si ha diritto ad una difesa.

Loro vogliono chiamarsi medici dell’anima ma sono come poliziotti della mente. IL LORO FINE NON E’ IL BENESSERE DEL PAZIENTE, MA IL CONTROLLO E LA REPRESSIONE DELLE MANIFESTAZIONI ESTERNE DELLE SUE SOFFERENZE.

Ascoltano i loro pazienti a partire da una diagnosi fatta superficialmente e questa diagnosi costituisce un pregiudizio, perché non si può assolutamente “vedere” chi ci sta davanti quando partiamo dalla convinzione che ogni pensiero e ogni comportamento siano frutto di un processo psicopatologico.

GLI PSICHIATRI PRESCRIVONO TRATTAMENTI CHE DISTRUGGONO FISICAMENTE I PROPRI PAZIENTI E LO FANNO CONSAPEVOLMENTE !!!
LORO, SONO “SANI DI MENTE” ?!

Voi che ne dite?

Fonte: abuso

Psichiatria e tossicodipendenza.

I modelli teorici e pratici dell’approccio alle tossicodipendenze si integrano e si saldano nei diversi campi della psichiatria. La comunità psichiatrica ha riconosciuto la centralità delle tossicodipendenze e, nella classificazione dei disturbi mentali, la dipendenza, inscritta fra i disturbi da uso di sostanze, richiama ad una specifica competenza neuropsicofarmacologica.
DISPONIBILE ONLINE, GRATUITAMENTE : http://www.aucns.org/MaterialePDF/Manuale_di_Neuropsicofarmacoterapia.pdf222678_139714106190324_1542157943_n

Lentamente muore (ode alla vita)

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Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi fa della televisione il suo guru.Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavoloquando è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in sé stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce

o non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore

del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

Martha Medeiros

La strage di Viareggio.

Sono trascorsi 5 anni da quel 29 Giugno quando alle 23 e 50 un treno carico di GPL deragliava alla stazione di Viareggio causando la fuoriuscita del gas innescando una fortissima esplosione. Le fiamme causate dalla detonazione coinvolsero case e strade vicine,molte persone rimasero arse vive nel loro letto e molte altre restarono ustionate a vita. Sono finite sotto accusa 38 persone e 9 società con i manager di FS,la società GATX RAIL Austria e Germania e l’officina JUGENTHAL che lo revisionò insieme alla CIMA riparazioni che lo montò. Vennero contestati i reati di omicidio colposo plurimo,incendio colposo,illecito amministrativo e violazione per la sicurezza sul lavoro.Partono le indagini. Si scopre che Riccardo Ricciardello, il perito scelto dal giudice per le indagini preliminari, è pagato da Rfi, tra le società indagate. Dopo essere stato nominato perito del gip, Ricciardello infatti aveva accettato un incarico da Rete Ferroviaria Italiana per il valore di 12mila euro. Ma il gip decide che non c’è “sudditanza psicologica”: Ricciardello resta a indagare per la strage di Viareggio. Nella perizia attesterà che a provocare lo squarcio nella cisterna non fu il picchetto (un elemento tagliente molto pericoloso, piantato a fianco dei binari per regolarne le curve e oggi sostituito dai gps), della cui mancata rimozione avrebbe potuto essere giudicata responsabile Ferrovie, ma fu una parte del binario, la cosiddetta “piegata a zampa di lepre”. La sua perizia, insomma, alleggerisce la posizione di Rfi. Questa versione sarà contestata dalla perizia della Procura di Lucca elaborata da Angelo Laurino, il comandante della squadra di polizia giudiziaria della Polfer lombarda e membro del Noif, Nucleo Operativo Incidenti Ferroviari. Laurino non ha dubbi: può essere stato solo il picchetto a perforare la cisterna dalla quale uscì il gpl.  VIAREGGIO, ogni 29 giugno, avrà la sua giornata dedicata alla memoria, e alla sicurezza ferroviaria. Su questo punto tutti i capigruppo in consiglio comunale ieri — in commissione — non hanno espresso alcun dubbio. Così come sulla volontà di dar vita ad un tavolo tecnico dedicato alla sicurezza, eventualmente coordinato dal presidente del consiglio comunale. Ma per quel giorno potrebbe però (ma ne riparleranno anche oggi) non essere istituzionalizzato il lutto cittadino perenne. Una richiesta che i familiari delle vittime hanno formalizzato venerdì sera durante il consiglio comunale aperto dedicato alla strage della stazione. «Perché vorremmo che Viareggio, almeno durante questa ricorrenza — ha ribadito Daniela Rombi, presidente dell’associazione Il mondo che vorrei, che riunisce i familiari delle vittime — possa dare un segnale forte. Vorremmo che Viareggio, per un giorno solo, ricordasse a tutto il Paese cosa è successo alla stazione e dell’ingiustizia subita da 32 innocenti». Forse l’unico modo concreto, forte, «politico» nel senso eticamente più alto e non ideologico del termine per ribadire nei fatti quello che Viareggio e le istituzioni chiedono a parole da cinque anni: verità e giustizia. Mauro Moretti, all’epoca della strage a.d. del Gruppo F.S., è stato accusato di “inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline” e di “omissioni progettuali, tecniche, valutative, propositive e dispositive”. Dopo il disastro ha ricevuto il cavalierato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La politica ha rinnovato il suo mandato sia quand’era indagato (governo Berlusconi) che quando è diventato imputato (esecutivo di Enrico Letta). Sotto Matteo Renzi è stato promosso amministratore delegato di Finmeccanica. Al suo posto in Ferrovie è andato un altro imputato nella strage: Michele Mario Elia, già capo di Rfi.  Sono molti i punti oscuri in questa vicenda come sempre accade del resto dove si intrecciano il potere e il capitale unici assassini e responsabili e purtroppo quello di Viareggio è solo uno dei tanti casi in cui non si può parlare di incidente ma di STRAGE DI STATO!strage_viareggio_645

Sfruttatori e sfruttati.

La società modellata sui canoni del capitalismo, ormai globale a forza di guerre e colonizzazioni, considera ogni cosa e persino ogni vita come una merce da mercato, avente valore pecuniario, mentre il valore umano non è considerato neanche un bene, semmai è un ostacolo, ammesso e non concesso che il valore umano si possa misurare (ma il sistema fa persino quello pur di gerarchizzare, ghettizzare, e creare guerre fra poveri). Sulla base di questo ragionamento, questo tipo di società tende a dare qualità positive solo a quelli che possiedono di più in termini di pecunia. In sostanza, mentre un povero non ha alcun credito presso la società, e viene persino evitato, marginalizzato, deriso… un ricco gode di stima, fiducia e rispetto da parte delle masse indottrinate, tanto da poter fare di queste quel che vuole. E’ innegabile che la dottrina capitalista, statale, autoritaria, porti quindi a profonde ingiustizie sociali, guerre, disordine, violenze, crimini, sfruttamento, disuguaglianze e conflitti di varia natura. E non si deve pensare che, in questo preciso tipo di società, un povero, essendo tale, sia necessariamente avulso da aspettative di ricchezza, al contrario. Se il ricco esercita il potere col benevolo e cieco consenso di molti, il povero aspira allo stesso potere per migliorare le sue condizioni economiche. Il metro di misura per tutto è la pecunia, non l’umanità, peccato che la pecunia vada sempre ai soliti, ma questo fa parte del progetto statale. Ora, mi pare che tutto questo non c’entri assolutamente niente con la natura e con l’essere umano. C’entra invece con la cultura e solo con quella, con cui gli individui sono diventati merce di scambio ricattabile, e massa acritica orientabile. Coloro che si ostinano a credere che l’essere umano sia violento e competitivo per natura, non soltanto non considerano affatto l’aspetto culturale, ambientale, attraverso cui il conformismo si autoperpetua all’interno di questo paradigma violento, voluto a monte, e portato avanti da tutti i governi, ma così pensando costoro non fanno altro che dare una grossissima mano alla perpetuazione dei crimini e della violenza del sistema, del sistema stesso.
Paulo Freire diceva: ‘quando l’educazione non è libertaria, il sogno dell’oppresso è essere oppressore’. Non insegnamo ai bambini la nostra morale, la nostra cultura, e ciò che consideriamo giusto (che il risultato lo vediamo da 5 millenni ormai).jean_francois_millet_002_piantatori_di_patate_1861y

By:Cloud’s Walden

Dario Fo e il suo passato fascista nella Repubblica di Salò.

Il passato Repubblichino di Dario Fo non e’ un mistero per molti ma altrettanti sono all’oscuro dei suoi trascorsi di rastrellatore nella Repubblica di Salò. In un primo momento Fo negò di avervi appartenuto per poi ammettere conseguentemente ma vediamo nei dettagli la sua storia.Già negli anni ’70 era saltato fuori questo scabroso e ingombranante “marchio”, ma allora scelse un’altra strada per giustificare la sua adesione alla Rsi.
Nel 1975, Giancarlo Vigorelli, in un corsivo pubblicato sul quotidiano dell’Eni Il Giorno, scriveva: “Anche Fo sa di avere in pancia l’incubo dei suoi trascorsi fascisti”. Fo querelò il giornalista e il quotidiano per diffamazione, e la vicenda si concluse con la pubblicazione di una “rettifica”.
Le argomentazioni presenti in tale rettifica Fo le rilancia anche nel 1978 al processo per diffamazione intentato contro il settimanale di destra Il Nord che nel 1977, aveva rispolverato ancora una volta i suoi trascorsi fascisti, additandolo come “repubblichino e rastrellatore” di partigiani. A la Repubblica del 22 marzo 1978 Fo dichiara “Io repubblichino? Non l’ho mai negato. Sono nato nel ’26. Nel ’43 avevo 17 anni. Fin a quando ho pututo ho fatto il renitente. Poi è arrivato il bando di morte. O mi presentavo o fuggivo in Svizzera”. E motiva di essersi arruolato volontario per non destare sospetti sull’attività antifascista del padre, quindi d’accordo con i partigiani amici del padre.
Nella sentenza che assolve per intervenuta amnistia il direttore de Il Nord e condanna il collaboratore per la sola asserzione “Fo intruppato nel battaglione `A. Mazzarini’ della Gnr”, si legge tra l’altro che Fo “anche se ha cercato di edulcorare il suo arruolamento volontario (nei paracadusti repubblichini, ndr) sostenendo di aver svolto la parte dell’infiltrato pronto al doppio gioco (…) le sue riserve mentali lasciano il tempo che trovano”. Inoltre pur non essendo accertata la partecipazione di Fo alle operazioni in Val Canobbina cui fecero sicuramente parte i paracadutisti di Tradate, “lo rende in certo modo moralmente corresponsabile di tutte le attività e di ogni scelta operata da quella scuola nella quale egli, per libera elezione, aveva deciso di entrare. è legittima dunque per Fo non solo la definizione di repubblichino, ma anche quella di rastrellatore”. La sentenza non fu appellata.
Fo torna ora su quel periodo, ma la sua versione dei fatti è un’altra volta cambiata. “A differenza di Vivarelli che, sebbene per poco, ci credette – dichiara Fo al CdS del 6 novembre scorso -, io lo feci per ragioni molto più pratiche: cercare di imboscarmi, di portare a casa la pelle (…)”. “Io e tanti miei amici chiamati alla leva, per evitare il fronte le pensavamo tutte”. E per evitare di essere deportato in Germania “la scappatoia” fu quella di “arruolarmi nell’artiglieria contraerea di Varese. Una contraerea mancante dei pezzi fondamentali, i cannoni. Una situazione ideale per noi, che contavamo di tornarcene tranquillamente a casa. In permesso perenne”. E invece, continua Fo “era una trappola. Appena arruolati ci caricarono sui treni merci, ci fecero indossare divise tedesche e ci affidarono all’esercito del Reich, per farci addestrare sul serio. In realtà ci usarono come bassa manovalanza (…) A un certo punto capimmo che ci avrebbero trasportati in Germania a sostituire gli artiglieri tedeschi massacrati dalle bombe. E allora altra fuga. L’unico scampo era arruolarsi nella scuola dei paracadutisti di Tradate, a due passi da casa mia. (…) Finito l’addestramento, fuga finale. Tornai nelle mie valli, cercai di unirmi ai partigiani, ma non era rimasto nessuno”. “Eravamo proprio così – conclude -, disertori continui, giovanotti spaventati, disorientati. Uomini in fuga, ingaggiati con la truffa, incastrati con la violenza. Buona parte dell’esercito di Salò era composta da gente come noi, senza bandiere, preoccupata di una sola cosa: sopravvivere”. E la tesi che si era arruolato nella Rsi su incarico delle formazioni partigiane…? Mentiva ieri o mente oggi? La verità è che Fo continua ad imbrogliare sul suo passato repubblichino, un passato che oggettivamente non rinnega. E del resto che egli sia un incallito imbroglione trotzkista lo dimostra la sua storia politica, a prescindere dai trascorsi fascisti. Una storia che lo ha visto oscillare da posizioni “ultrasinistre”, filoterroriste e anticlericali, quando si trattava di ingannare tanti rivoluzionari negli anni della contestazione giovanile, a quelle ultraparlamentariste che lo hanno visto rifluire senza pudori nell’ovile della borghesia negli anni ’80. Cosicché non solo si guadagna lo sdoganamento della Tv di Stato che lo aveva cacciato nel ’62, ma perfino quello del grande capitale italiano che decide di assumerlo come insegnante di uno stage nella sua accademia per eccellenza, la Bocconi, e perfino del governo americano che negli anni ’90 gli concede il visto di ingresso. Poi arriva il Nobel che va a ritirare inchinandosi ai reali di Svezia e infine lo sdoganamento del Vaticano, che tramite le Edizioni Paoline gli offre di scrivere un saggio. Milani nella sua dichiarazione dice: «L’allievo paracadutista Dario Fo era con me durante un rastrellamento nella Val Cannobina per la conquista dell’Ossola, il suo compito era di armiere porta bombe».
Altre testimonianze di una decina di ex camerati di Tradate (C.Mgg.Par. Landuccio Landucci, Par. Achille Boidi, All.Par. Mario Gobetti, C.Mgg.Par. Giovanni Villa), oltre quella del citato Comandante partigiano Giacinto Luzzarini che sbugiardò Fo.
«Ad ogni modo – dice ancora Lazzarini – se Dario Fo si arruolò nei Paracadutisti repubblichini per consiglio di un Capo partigiano, perchè non l’ha detto subito, all’indomani della liberazione? Sarebbe stato un titolo a suo onore. Perchè tenere celato per tanti anni un episodio che va a suo merito?».
Il Tribunale di Varese, in data 7 marzo 1980, sentenziò che è «perfettamente legittimo definire Dario Fo repubblichino e rastrellatore di partigiani». Milani fu assolto dal Pretore di Varese il 16 maggio 1980 con formula piena, perchè il fatto non sussiste. Dario Fo non impugnerà mai la sentenza e non ricorrerà ai gradi successivi, dunque sentenza definitiva.
Una dichiarazione di Ercolina Milanesi, nel 1944/45 sfollata a Cittiglio (VA), racconta che conosceva bene Dario Fo e ricorda che «…un giorno si presentò tronfio come un gallo per la divisa che portava e ci tacciò di pavidi per non esserci arruolati come lui».
In un successivo articolo (non firmato) apparso su GENTE il 17 agosto 1979, si spiega tutto il procedimento processuale, con le dovute assoluzioni.

Mentiva ieri o mente oggi? La verità è che il giullare Fo continua ad imbrogliare sul suo passato nella Repubblica Sociale Italiana. E del resto che egli sia un incallito imbroglione trotzkista lo dimostra il suo passato politico che lo ha visto oscillare da posizioni ultrasinistre e anticlericalinegli anni della contestazione a quelle ultraparlamentariste. Cosicché non solo si guadagnò lo sdoganamento della Tv di Stato che lo aveva cacciato nel 1962, ma perfino quello del grande capitale italiano che decide di assumerlo come insegnante di uno stage alla Bocconi di Milano.
Poi arriva il Nobel che va a ritirare inchinandosi ai reali di Svezia e infine lo sdoganamento del Vaticano. che tramite le Edizioni Paoline gli offre di scrivere un saggio. La scesa in campo per la poltrona di sindaco di Milano è la ciliegina sulla torta della sua parabola ultraparlamentarista.
Candidatura accolta con entusiasmo da Rifondazione Comunista all’area della cosiddetta sinistra alternativa e dal comico Beppe Grillo che dal suo blog ne sponsorizzò la campagna elettorale. Per tutti Dario Fo era un “patrimonio per le sinistre e per tutta la città”. Peccato che questo presunto patrimonio, affondi le sue radici in un trascorso di imbroglione e rinnegato. Insomma, questo Dario fu e la si finisca con le commedie.
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Riccardo Magherini. (Le urla tra il silenzio l’omertà e l’indifferenza,la morte)

Meccanismo complesso di tipo tossico, disfunzionale cardiaco e asfittico”. Eccole qui, le cause della morte di Riccardo Magherini, l’ex promessa delle giovanili della Fiorentina il cui cuore si è fermato la notte tra il 2 e il 3 marzo scorsi durante un fermo da parte dei carabinieri. Che risultano iscritti nel registro degli indagati – accusati di omicidio preterintenzionale – insieme con cinque operatori e due centralinisti del 118 – per loro l’accusa è di omicidio colposo –. Le cause della sua morte sono esposte nel verbale redatto al termine della riunione, avvenuta due giorni fa, tra i consulenti tecnici del pubblico ministero, della difesa e dalla famiglia. Incredibilmente, tutti d’accordo: “Le parti si sono dichiarate concordi senza che allo stato fossero da richiedersi accertamenti e approfondimenti”, si legge nel documento che la stessa famiglia Magherini ha voluto diffondere. Ma questo, lungi dal voler mettere la parola ‘fine’ alle ipotesi di un abuso di forza da parte dei militari – come sostenuto, vedremo, dalla difesa – apre nuovi scenari proprio per i familiari. Riccardo faceva uso di cocaina, “da cinque mesi” spiega il fratello Andrea sulla pagina Facebook “Gli amici del Maghero”. L’esame tossicologico ne ha evidenziato infatti la presenza insieme con la benzoilecgonina. “Dovrei essere felice che Ricky stava smettendo con quella merda di roba”, ha scritto ancora Andrea.

Durante la riunione “sono stati illustrati iconograficamente i diversi reperti derivanti dall’esame esterno del cadavere e dall’autopsia. Si è poi proceduto alla osservazione dei preparati istologici”. Quella che segue è una lista di edemi ed emorragie, messe nero su bianco dai periti e sottoscritte da tutti i consulenti: encefalo, cuore, polmone, fegato. E poi quella “frattura costale con aspetti di vitalità”, che tradotto dal gergo medico-legale significa che la costola si è rotta quando il ragazzo era ancora vivo. “È riconducibile alla rianimazione”, spiega al Fatto l’avvocato dei carabinieri indagati, Francesco Maresca , che è categorico: “Bisogna smetterla di parlare di pestaggio. Sono stati esclusi segni di traumatismi derivanti da lesioni. Gli ematomi non sono riconducibili alla condotta dei militari. Non dimentichiamoci che lui aveva sbattuto forte il viso contro una vetrina, perché era fuori di testa”.

Infatti non è la frattura il punto su cui si giocherà la partita, è la parola “asfissia” che apre le diverse interpretazioni peritali. “La difficoltà respiratoria – ancora Maresca – può essere collegata sia all’assunzione di cocaina sia a una compressione prolungata da parte dei carabinieri. Vedremo se questo può aver influito, rimane solo questo piccolo spazio di discussione”. Di tutt’altro parere Fabio Anselmo, l’avvocato della famiglia Magherini: “È un verbale in cui sono stati riconosciuti i traumatismi – replica al Fatto –. Lo schiacciamento della testa a terra cos’è, se non un trauma? È una carezza? E poi non ci limiteremo alle perizie: ci sono i testimoni che dicono che i carabinieri hanno preso a calci Riccardo mentre lo tenevano bloccato a terra. Io dedico questo verbale a coloro che hanno sostenuto fin dal primo momento che l’unico responsabile della morte di Riccardo fosse lui stesso. A questo punto dobbiamo avere un processo”.

Le immagini di quegli ultimi secondi di vita sono terribili: Magherini, 40 anni e un figlio di due, chiede aiuto, urla “sto morendo”, “non ammazzatemi, ho un bambino piccolo”. È agitato, in preda al panico. Sono più persone a riprendere col telefonino quell’arresto, una di loro – si sente nel video – afferma: “Lo prendono a calci” . In faccia, ha riferito una testimone. Un ginocchio piantato sul collo, secondo un altro. Il 118 arriva una prima volta senza medico a bordo, e l’uomo viene lasciato ammanettato a terra, con la pancia scoperta sull’asfalto. La seconda ambulanza arriva 15 minuti dopo la prima ed è allora che viene avviata la manovra di rianimazione (quella che gli avrebbe rotto la costola). Troppo tardi. Riccardo non ce la fa. “Questo verbale dimostra quello che già sapevamo – spiega suo fratello Andrea –: Riccardo ha sofferto come un cane. L’avvocato Maresca si assume la responsabilità di quello che dice, escludendo le percosse. Mio fratello è morto di tortura”.

da Il Fatto Quotidiano del 24 maggio 201410420127_655690501171860_2598884313912937863_n

Favelas brasiliane e amianto.

I Mondiali di calcio con i loro nuovi impianti avveniristici, ma anche le incessanti proteste, espressione di un sofferto disagio sociale, e le degradanti favelas: il Brasile ha più volti e la bolla festosa del mese sportivo più importante dell’anno non deve e non potrà far dimenticare gli altri, oggi più reconditi ma anche (e purtroppo) più consolidati.Le favelas sono una realtà durissima del Brasile. Per far spazio alle nuove infrastrutture dei Mondiali e non “spaventare” tifosi e turisti, molte sono state recentemente sgomberate o demolite. “Cancellare le tracce”, come a Mangueira, un sobborgo a poche centinaia di metri dallo stadio Maracanà.Ma le tracce sono indelebili ed ecco il rigurgito delle favelas anche quando distrutte: dalle vasche per l’acqua ai tetti dei capanni costruiti in amianto, materiale le cui polveri sono la principale causa di mesotelioma pleurico.
A differenza dell’Italia, l’uso edilizio dell’asbesto (amianto) in Brasile è ancora legale e per la sua rimozione non sono previste procedure di sicurezza. Un pericolo per gli abitanti delle aree adiacenti lo stadio e la confinante zona universitaria con migliaia di abitanti e studenti esposti alle polveri cancerogene… Anche quando saranno finiti i Mondiali di calcio.

Da:Eurosport.

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/06/14/rio-de-janeiro-dopo-demolizioni-delle-favelas-scoppia-lemergenza-amianto/284327/
http://italiadallestero.info/archives/19557
crianças-favela-de-manguinhos

Il fucile (Ricardo Flores Magòn)

Io servo due bande: la banda che opprime e quella che libera. Non ho preferenze. Con la stessa rabbia, con la stessa forza, invio la pallottola che toglie la vita al partigiano della libertà o al servo della tirannia. Gli operai mi hanno fabbricato, per uccidere altri operai. Io sono il fucile; l’arma liberticida quando servo quelli che stanno in alto, l’arma emancipatrice quando servo quelli che stanno in basso. Senza di me non ci sarebbe uomo che potrebbe dire: «Io sono meglio di te!» e senza di me non ci sarebbero schiavi che gridano: «Abbasso la tirannia». Il tiranno mi ha chiamato il «sostegno delle istituzioni». L’uomo libero mi accarezza teneramente e mi chiama «lo strumento di redenzione.» Io sono sempre lo stesso, ma tuttavia servo allo stesso modo per opprimere che per liberare. Io sono allo stesso tempo assassino e giustiziere, a seconda delle mani che mi manovrano. Io stesso sono in grado di riconoscere le mani che mi afferrano. Queste mani tremano? Non vi è alcun dubbio, queste sono le mani di un tiranno. È una presa ferma? Dico senza riflettere: «Queste sono le mani di un libertario.» Non ho bisogno di sentire le grida per sapere a quale banda appartengo. Basta sentire il batter dei denti per sapere che sono nelle mani di un oppressore. Il male è timoroso, il Bene è valoroso. Quando il tiranno appoggia il mio culo (il calcio del fucile, n.d.r) sul suo petto per farmi vomitare la morte nascosta nella cartuccia, sento che il suo cuore palpita violentemente. Egli è consapevole del suo crimine. Non sa chi ucciderà. Gli hanno ordinato: «fuoco» ed ecco il tiro che, forse, attraverserà il cuore di suo padre, di suo fratello o di suo figlio, quello che l’onore ha fatto gridare «ribellati!». Continuerò ad esistere finché ci sarà la stupida umanità sulla terra che insiste a dividersi in due classi: quella dei ricchi e quella dei poveri, quella di coloro che godono e quella di coloro che soffrono. Quando l’ultimo borghese scomparirà ed ogni ombra d’autorità sarà dissipata, anch’io scomparirò lasciando il mio materiale per la costruzione di migliaia di mezzi e strumenti che saranno utilizzati con entusiasmo dagli uomini trasformati in fratelli.

(Ricardo Flores Magòn)FloresMagonGraf

Jules Bonnot,la vita,la banda,le rapine.

Jules-Bonnot-okJules Bonnot nasce il 14 ottobre 1876 a Pont-de-Roide (Doubs), in Francia. Figlio d’un rozzo operaio, violento e analfabeta, a soli cinque anni diviene orfano di madre. Sin da ragazzo le asperità della vita lo costringono a conoscere il dolore dell’anima e del fisico: dopo la morte della madre, suo fratello si suiciderà per amore d’una donna. Jules, abbandonata la scuola, a soli 13 anni inizia a lavorare come operaio presso le fabbriche della Peugeot di Montbéliard.
E’ un ottimo operaio, ma le sue precoci opinioni anarchiche e sindacaliste lo portano spesso a scontrarsi, verbalmente e fisicamente, con la classe padronale. Per questo viene licenziato ed inserito in una sorta di lista nera di “sovversivi” che girava tra le mani degli imprenditori francesi. Nel 1897, in seguito ad una rissa con un poliziotto, conosce per la prima volta il carcere. Scontata la breve pena, svolge il servizio militare per 3 anni e poi si sposa con Sophie Burdet il 14 agosto 1901, ottenendo anche un’occupazione presso il deposito ferroviario della frontiera franco-svizzera. In seguito viene assunto come operaio in un garage di Ginevra; frequenta i circoli anarchici ginevrini, poi, dopo la nascita della sua prima figlia, Emilie, sembra seriamente intenzionato a dedicare tutte le sue attenzioni alla famiglia e a lasciare in disparte la politica e il sindacalismo.
Purtroppo per lui il destino gli si accanisce ancora contro e gli porta via ben presto anche la piccola Emilie.

Jules si butta nuovamente anima e corpo nell’attivismo anarchico, che immediatamente costa alla coppia Bonnot-Burdet l’espulsione dalla Svizzera. I due prima si trasferiscono a Neuves-Maisons, poi provano a rientrare a Ginevra, da dove vengono nuovamente espulsi. La coppia girovaga un po’ e alla fine si ferma a Lione: dopo aver trovato lavoro come meccanico, il 23 febbraio 1904 nasce il loro secondo figlio, Justin-Louis, che coinvolge così tanto Jules da fargli meditare ancora una volta il definitivo abbandono di ogni proposito anarchico
La vecchia “lista nera” non smette però di girare tra le mani degli imprenditori e Jules, bollato come “sovversivo”, viene continuamente perseguitato e poi licenziato. La famiglia Bonnot sceglie allora di trasferirsi a Saint-Etienne, dove Jules trova lavoro come operaio alle fabbriche Automoto. Ricomincia anche l’impegno sindacale e per un po’ con la moglie trova ospitalità presso la casa di Besson, segretario di un sindacato cittadino. Questa convivenza comune fa però sì che Besson divenga l’amante della moglie, allettata forse dalla sicurezza economica che garantiva un sindacalista di professione come Besson. L’idea di Sophie è quella di lasciare Jules, ma lei lo conosce bene e sa che non lo accetterà di buon grado. Per evitare l’ira di Bonnot, Besson e Sophie, insieme al piccolo Justin-Louis, si rifugiano così in Svizzera.
Affranto e solo, Bonnot sopravvive compiendo le sue prime piccole rapine. Nel 1907 giunge nuovamente a Lione per lavorare presso la Berliet, importante azienda automobilistica. Inizialmente svolge le mansioni di operaio specializzato, poi il direttore della fabbrica lo invita a prendere la patente poiché lo vuole quale suo autista personale. Jules se la cava bene con i motori, sia nella pratica che nella teoria, quindi non è per lui difficile ottenere la patente, che gli viene ufficialmente conferita il 17 settembre 1907.
I rapporti con il direttore sono ottimi, ma quando questi scopre che Bonnot è un anarchico schedato decide di licenziarlo in tronco.Nel 1910 Jules Bonnot si reca in Gran Bretagna con la speranza che là le “liste nere” non siano ancora giunte. Per uno con la qualifica d’autista non è difficile trovar lavoro, infatti viene assunto come chauffeur alle dipendenze di Sir Arthur Conan Doyle, il “padre” di Sherlock Holmes.
E’ proprio in Gran Bretagna che incontra l’anarchico individualista italiano Giuseppe Sorrentino, detto “Platano”, che segnerà una svolta decisiva nella sua vita [2]. Con “Platano” stringe un rapporto d’amicizia alquanto travagliato, fatto d’amore e odio. In moto o automobile i due compiono molti furti e rapine, dapprima in Gran Bretagna e poi, dopo essersi licenziato da Sir Arthur Conan Doyle, in Francia, principalmente a Lione. Comunque inizialmente le cose tra “Platano” e Bonnot sembrano andar bene, ma poi i conflitti e le divergenze di vedute tra i due si accentuano sempre più; “Platano” sembra oramai completamente disinteressato alle questioni sociali e politiche, non ha alcuna speranza per il futuro suo e degli altri. Invece Bonnot – che nel frattempo ha preso a frequentare una certa Judith Thollon, con cui forse nasce pure una relazione amorosa – legge ancora i giornali anarchici e nelle sue azioni vede un gesto di rivolta stirneriana contro la società.
Il 25 novembre 1911, nella macchina che li porta da Lione a Parigi (sono ricercati dalla polizia francese), si verifica un non meglio chiarito incidente: “Platano” rimane ucciso da un colpo di pistola, non è chiaro se partito accidentalmente oppure no.Giunto a Parigi, Bonnot, ricercato per la morte di “Platano”, va a cercare appoggio tra gli anarchici individualisti della libreria L’Idée Libre (La Libera Idea), oramai in rottura con il gruppo del giornale «L’Anarchie» di Victor Serge.
La rapina alla succursale della banca “Société générale” di Chantilly (marzo 1912) vista dal giornale francese «Le Petit Journal»
Incontra prima di tutti Eugène Dieudonné, il quale gli presenta Raymond Callemin, Edouard Carouy, André Soudy, Octave Garnier, Etienne Monier, René Valet, ed altri. Alcuni di questi si dimostrano interessati all’idea di mettere in piedi una banda illegalista (che sarà chiamata dai media francesi la Banda Bonnot) che compia azioni di esproprio proletario, attraverso le quali sia sostenere economicamente se stessi e il movimento anarchico (giornali, sostegno ai prigionieri e ai militanti, ecc.), ma anche dimostrare la vulnerabilità del sistema capitalistico. Il gruppo godeva inoltre di una ristretta ma fidata cerchia di anarchici simpatizzanti: es. il meccanico Joseph Dubois, il garagista Georges Dettweiller, David Bellonie e Rodriguez (due anarchici a cavallo tra delinquenza comune e attivismo anarchico), ecc..
Le azioni della Banda sorprendono tutti per l’audacia e la sfrontatezza:
Il 14 dicembre 1911, Bonnot, Octave Garnier e Raymond Callemin rubano una Delaunay-Belleville da utilizzare per una prima rapina.
Il 21 dicembre 1911, alle 9:00 della mattina, Jules Bonnot, Octave Garnier e Raymond Callemin assaltano in automobile E’ la prima volta che un’automobile è utilizzata per una rapina bancaria; ne scaturisce un conflitto a fuoco, Octave Garnier ferisce un addetto al servizio dei portavalori, Ernest Caby, ma il totale del bottino ammonta solo a 5000 franchi e titoli vari difficilmente smerciabili. (Callemin porterà parte dei titoli all’anarchico belga De Boe nella speranza che questi riesca a convertirli in denaro contante. In seguito David Bellonie e Rodriguez proveranno a smerciarne un’altra parte ad un usuraio parigino, che però li “ringrazierà” spifferando tutto alla polizia. L’aver aiutato la banda Bonnot costerà inoltre a De Boe, Bellonie e Rodriguez una successiva incriminazione per complicità e il processo insieme agli esponenti principali della banda )
Tutta una serie di azioni vengono attribuite alla banda, alcune effettivamente compiute da loro, altre no (es. il 3 gennaio 1912, a Thias, due anziani vengono rapinati e trucidati nella loro casa. Vengono accusati dell’efferato omicidio due frequentatori dell’L’Idée Libre, Marius Metge, che sarà arrestato insieme alla compagna, ed Edouard Carouy, che si darà invece alla latitanza).
Il 31 gennaio 1912, a Gand, in Belgio, Edouard Carouy, Octave Garnier e Jules Bonnot tentano il furto di automobile. Lo stesso giorno Victor Serge e la compagna Rirette Maitrejean vengono arrestati con l’accusa di complicità ideologica con gli esponenti della banda (cosa inverosimile visti i pessimi rapporti tra i due gruppi, anche se non mancarono gli atti di solidarietà in nome della fratellanza anarchica).
Il 27 febbraio 1912, a Saint-Madé, Raymond Callemin, Octave Garnier e Jules Bonnot tentano il furto di un’automobile, un poliziotto, che di cognome fa incredibilmente Garnier, reagisce e viene assassinato proprio da Octave Garnier. Il giorno seguente assaltano la casa d’un notaio e ne nasce l’ennesima sparatoria.
Incredibilmente Eugene Dieudonné è indicato da Caby come il responsabile del suo ferimento durante la rapina del 21 dicembre, fatto non rispondente al vero giacché non partecipò ad alcuna azione della Banda Bonnot.
Il 25 marzo 1912, René Valet, Etienne Monier, André Soudy, Jules Bonnot, Octave Garnier e Raymond Callemin, mentre sono diretti a Chantilly, rubano un auto e rapinano la locale succursale della Société Générale di Parigi: quarantanovemila franchi il bottino ottenuto, oltre a due impiegati morti (un altro rimane seriamente ferito) durante la sparatoria scatenatasi dentro e fuori la sede della Banca (Soudy era l’unico del gruppo che nella Piazza tiene a bada la folla con il fucile).
(Al colpo avrebbe dovuto partecipare anche Edouard Carouy, ma qualche giorno prima era stato vittima di un infortunio mentre maneggiava la sua stessa pistola e fu quindi scelto di tenerlo a riposo in un rifugio sicuro, anche se gli fu promessa ugualmente la sua fetta di bottino.

Dopo questa clamorosa rapina le maglie della polizia si stringono sempre più intorno alla banda, il governo richiama il popolo all’amor di patria indicando gli anarchici quali primi nemici da sconfiggere. Per alcuni militanti dell’L’Idée Libre non c’è scampo, vengono fermati e accusati di qualsiasi crimine compiuto in quel periodo. Jules Bonnot, in fuga, riesce a giungere ad Ivry il 24 aprile 1912, ospite di un anarchico amico di Elie Monnier, Antoine Gauzy. Il giorno seguente in casa Gauzy irrompe la polizia e ne nasce uno scontro a fuoco. Il commissario che comanda le azioni muore (il vice direttore della Sûreté, Jouin), mentre Bonnot, ferito, continua la sua fuga. Ma anche per lui le ore sono oramai contate.
I giorni seguenti chiede e riceve ospitalità dal meccanico-anarchico Joseph Dubois, l’unico che può farlo in quel momento. Per un paio di giorni, febbricitante, se ne sta a letto, ma domenica 28 aprile la polizia in forze assalta la casa, uccidendo immediatamente Dubois. Per stanare Jules, che resisteva tenacemente sparando all’impazzata, la polizia riceve addirittura il sostegno di un imprecisato numero di compagnie della Guardia repubblicana. Jules non ha scampo e l’assalto al suo “rifugio” viene addirittura filmato per poter poi essere mostrato al popolo francese. Prima di morire, mentre bombe e proiettili distruggono lentamente la casa di Dubois, decide di scrivere una sorta di testamento in cui scagiona la signora Thollon, Antoine Gauzy ed Eugene Dieudonné, riportando inoltre le motivazioni che lo hanno portato ad una scelta tanto radicale di vita:
«Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, e scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso…»
Il 14 maggio 1912, Octave Garnier e René Valet muoiono durante il violento assalto (a suon di bombe e cariche di dinamite) della polizia e dell’esercito contro la casa in cui i due si nascondevano. Tutti gli altri arrestati, accusati indistintamente di appartenenza alla Banda Bonnot (senza prove in qualche caso) saranno processati a partire dal 3 febbraio 1914. Al termine del processo, il 28 febbraio, saranno emesse le seguenti sentenze:
Raymond Callemin, Eugene Dieudonné (in seguito graziato e condannato ai lavori forzati, evaderà dalla detenzione in Guiana), Etienne Monier e André Soudy: condanna a morte;
Edouard Carouy [5] e Marius Metge: lavori forzati a vita;
Victor Serge e Rirette Maitrejean : 5 anni al primo, assolta la seconda;
Antoine Gauzy: 18 mesi
Judith Thollon: 4 anni.

Da:”Anarchopedia”

Camillo Berneri (abolizione ed estinzione dello stato 1936)

Mentre noi anarchici vogliamo l’abolizione dello stato,medeiante la rivoluzione sociale ed il costituirsi di un ordine nuovo autonomista-federale,i leninisti vogliono la distruzione dello stato borghese, ma vogliono altresì la conquista dello stato da parte del proletariato. Lo stato proletario ci dicono è un semistato , poichè lo stato integrale è quello borghese,distrutto dalla rivoluzione sociale.Anche questo semi-stato morirebbe, secondo i marxisti, di morte naturale. Questa teoria dell’estinzione dello stato,che è alla base del libro di Lenin “stato e rivoluzione”, è stata da lui attinta da Engels, che,ne ” la scienza sovvertita dal signor Eugenio Durhing”, dice: il proletariato s’impadronisce della potenza dello stato e trasforma anzitutto i mezzi di produzione in proprietà dello stato. In tal modo esso distrugge se stesso come proletariato, abolisce tutte le differenze e glì antagonismi di classe, e in pari tempo, anche lo stato in quanto stato. La società che esisteva e che esiste e che si muoveva attraverso glì antagonismi di classe, aveva bisogno dello stato,cioè di una organizzazione della classe sfruttatrice allo scopo di mantenere le sue condizioni esterne di produzione, allo scopo,in particolare, di mantenere con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione volute dal modo di produzione esistente(schiavitù, servaggio, lavoro salariato).Lo stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sintesi di essa in un corpo visibile, ma tale era solo nella misura in cui era lo stato della classe che,anch’essa, rappresentava a suo tempo tutta la società:stato dei cittadini proprietari di schiavi nell’antichità, stato della nobiltà feudale nel medioevo,stato della borghesia ai nostri giorni. Ma una volta divenuto il rappresentante effettivo di tutta la società esso diventa da sè stesso superfluo.Dal momento che non c’è più alcuna classe sociale da mantenere oppressa; dal momento che sono eliminate, insieme con la sovranità di classe e la lotta per l’esistenza individuale determinata dall’antica anarchia della produzione, le collisioni e glì eccessi che risultavano;da tal momento non c’è più niente da reprimere, e uno speciale potere di repressione,uno stato, cessa di essere necessario.Il primo atto con il quale lo stato si manifesta realmente come il rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società, è in pari tempol’ultimo atto proprio dello stato. L’intervento dello stato negli affari della società diventa superfluo in tutti i campi uno dopo l’altro e poi cessa da se stesso.Al governo delle persone si sostituiscono l’amministrazione delle cose e la direzione del processo di produzione.Lo stato nonè abolito;esso muore.Sotto questo aspetto conviene giudicare la parola d’ordine di stato libero del popolo, la frase di agitazione che un tempo ha avuto diritto all’esistenza ma che è, in ultima analisi, scientificamente insufficiente; ugualmente sotto questo aspetto la rivendicazione dei cosiddetti anarchici che vogliono che lo stato sia abolito dall’oggi al domani. Tra l’oggi-stato e domani-anarchia vi sarebbe il semi-stato. Lo stto che muore è lo stato in quanto stato ossia lo stato borghese.E’ in questo senso che va presa la frase, che a prima vista pare contraddire la tesi dello stato socialista. Il primo atto con il quale lo stato si manifesta realmente come rappresentante di tutta la società,è in pari tempo l’ultimo dello stato. Presa alla lettera ed avulsa dal proprio contesto, questa frase verrebbe a significare la simultaneità temporale della socializzazione economica e dell’estinzione dello stato. Così pure, prese alla lettera e davulse dal contesto, le frasi relative al proletariato distruggente se stesso come proletariato nell’atto di impadronirsi della potenza dello stato verrebbero a significare la non necessità dello stato proletario. In realtà, Engels, sotto l’influenza dello stile dialettico,si esprime infelicemente.Tra l’oggi borghese-statale e il domani socialista-anarchico Engels riconosce una catena di tempi successivi, nei quali stato e proletariato permangono. A gettare della luce nell’oscurità… dialettica è l’accenno finale agli anarchici che vogliono che lo stato sia abolito dall’oggi al domani, ossia che non ammettono il periodo di transizione nei riguardi dello stato,il cui intervento, secondo Engels, diviene superfluo in tutti i campi l’uno dopo l’altro, ossia gradatamente. Mi pare che la posizione leninista di fronte allo stato coincida esttamente con quella assunta da Marx e da Engels, quando si interpreti lo spirito degli scritti di questi ultimi senza lasciarsi ingannare dall’equivocità di certe formule. Lo stato è nel pensiero politico Marxista-leninista, lo strumento politico transitorio della socializzazione, transitorio per l’essenza stessa dello stato, che è quella di un organismo di dominio di una classe sull’altra. Lo stato socialista, abolndo le classi, si suicida.Marx ed Engels erano dei metafisici ai quali accadeva di frequente di schematizzare i processi storici per amore di sistema.Il proletariato che si impadronisce dello stato, deferendo ad esso tutta la proprietà dei mezzi di produzione e distruggendo se stesso come proletariato e lo stato in quanto stato, è una fantasia metafisica, un ipostasi politica di astrazioni sociali. Non è il proletariato russo che si è impadronito della potenza dello stato, bensì il partito bolscevico, che non ha affatto distrutto il proletariato e che ha invece creato un capitalismo di stato, una nuova classe borghese, un insieme di interessi collegati allo stato bolscevico che tendono a conservarsi conservando quello stato.L’estinzione dello stato è più che mai lontana nell’URSS, dove l’intervenzionismo statale è sempre più vasto ed oppressivo e dove le classi non sono in disparizione. Il programma leninista del 1917 comprendeva questi punti: soppressione della polizia, dell’armata permanente, abolizione della burocrazia professionale,elezioni a tutte le funzioni e cariche pubbliche, revocabilità di tutti i funzionari,eguaglianza degli stipendi burocratici con i salari operai, massimo della democrazia, concorrenza pacifica dei partiti all’interno dei sovieti, abrogazione della pena di morte. Non uno solo di questi punti programmatici è stato realizzato. Abbiamo nell’URSS un governo, un oligarchia dittatoriale. L’ufficio politico del comitato centrale (19 membri) domina il Partito Comunista russo, che a sua volontà domina l’URSS. Tutti coloro che non sono dei sudditi sono tacciati di controrivoluzionari. La rivoluzione bolscevica ha generato un governo saturnico, che deporta Rjazanov,fondatore dell’istituto Marx-Engels, mentre sta curando l’edizione integrale e originale del capitale, che condanna a morte Zinoviev, presidente dell’internazionale comunista, Kamenev e molti altri tra i maggiori esponenti del leninismo, che esclude dal partito,poi esilia,poi espelle dall’ URSS un duce come il TROTSKI che, insomma, inveisce contro l’80 per cento dei principali fautori del leninismo. Nel 1920, Lenin scriveva l’elogio dell’autocritica in seno al partito comunista, ma parlava degli errori riconosciuti dal partito e non del diritto del cittadino di denunciare glì errori, o quelli che a lui sembrano tali, del partito al governo. Essendo dittatore Lenin, chiunque denunciasse tempestivamente quegli stessi errori che lo stesso Lenin retrospettivamente riconosceva, rischiava, o subiva, l’ostracismo, la prigione o la morte. Il sovietismo bolscevico era una atroce burla anche per Lenin, che vantava la potenza demiurgica del comitato centrale del partito comunista russo su tutta l’URSS , dicendo:Nessuna questione importante, sia d’ordine politico sia relativa all’organizzazione,è decisa da una istituzione statale della nostra repubblica, senza un’istruzione direttrice emanante dal comitato centrale del partito. Chi dice stato proletario dice capitalismo di stato; chi dice dittatura del proletariato dice dittatura del partito comunista; che dice governo forte dice oligarchia zarista di politicanti. Leninisti,Trotskisti, bordighisti centristi non sono divisi che da diverse concezioni tattiche. Tutti i bolscevichi, a qualunque corrente o frazione essi appartengano, sono dei fautori della dittatura politica e del socialismo di stato. Tutti sono uniti dalla formula: dittatura del proletariato, equivoca formula corrispondente al popolo sovrano del giacobinismo. Qualunque sia il giacobinismo, esso è destinato a deviare la rivoluzione sociale.E quando questa devia, si profila l’ombra di un Bonaparte. Bisogna essere ciechi per non vedere che il bonapartismo stalinista non è che l’ombra fattasi vivente del dittatorialismo leninista.428856_167831640015435_1081932360_n

Dostoevskij e la pena di morte. (Da l’idiota)

Uccidere chi ha ucciso è un delitto incomparabilmente più grande del delitto stesso. L’omicidio, ordinato da una sentenza, è molto più atroce che non l’omicidio del malfattore. Colui che viene assalito dai briganti e sgozzato di notte in un bosco o in qualsiasi altro modo, sino all’ultimo istante spera certamente di salvarsi. Ci sono esempi di persone che, con il coltello già piantato in gola, speravano ancora, o fuggivano o chiedevano pietà.
Ma nel caso della ghigliottina, questa estrema speranza, che rende la morte dieci volte più lieve, viene radicalmente soppressa; qui esiste una sentenza, esiste la certezza dell’impossibilità di sfuggirle, e questa certezza è di per se stessa un supplizio peggiore di qualsiasi altro.
Mettete un soldato di fronte alla bocca di un cannone in combattimento; nel momento in cui vi accingete a sparare, egli avrà ancora un filo di speranza, ma leggete a questo soldato la sentenza che lo condanna irrimediabilmente ed egli diventerà pazzo o scoppierà in pianto. Chi ha mai detto che la natura umana è in grado di sopportare una tale atrocità senza impazzire? Perché una simile crudeltà inutile, mostruosa e vana? Ma forse esiste anche un uomo al quale, dopo aver letto la sentenza di morte e dopo avergli lasciato un po di tempo per torturarsi in preda al terrore, si dica: «Vattene, sei graziato!». Ecco, quest’uomo potrebbe forse descrivere ciò che si prova
Fedor_Dostoevskij

Chè Guevara non era un brav’uomo

Sfatiamo i falsi miti una volta per tutte.

Sul Dottor De La Serna detto il Chè ne sono state dette e scritte a bizzeffe ma vediamo veramente chi era questa icona tanto idolatrata dai giovani comunisti emergenti. Ha appoggiato il peronismo (e non erano birrette) e ha pure giurato di fronte alla foto del baffone stalin e non mi sembra nemmeno che fosse dalla parte dei lavoratori visto che aveva votato a favore dei sindacati in cui lui stesso aveva detto di non credere. li anarchici e gli anarcosindacalisti cubani sono stati parte integrante della rivoluzione a Cuba, e sono stati per molto tempo la principale componente del movimento operaio e contadino dell’isola. Già nella seconda metà del XIX secolo, gli anarchici”, propagandavano la lotta di classe contro lo Stato ed i partiti politici. Questo per sottolineare che la caduta di Batista fu possibile anche grazie al clima di intensa agitazione promosso dai libertari cubani.
Non è quindi in dubbio la sincerità e l’ardore di Guevara a favore del proletariato, tuttavia è innegabile che egli contribuì, visto che fu parte integrante del governo castrista nonché guida della gestione economica di Cuba, alla repressione delle richieste di uguaglianza e libertà e all’imposizione del socialismo di Stato, ispirato al modello sovietico. Inoltre, Che Guevara non ha mai nascosto il suo stalinismo.
Non bisogna dimenticare che il modello centralista sovietico determinò, nel gennaio 1959, l’espulsione degli anarcosindacalisti da tutti i sindacati, la chiusura di El Libertario, organo della Federazione Libertaria di Cuba, e di Solidaridad Gastronomica, costringendo gli anarchici alla clandestinità, alla cessazione dell’attività politica e all’esilio. Uccidere seguendo una certa idea piuttosto che un’altra, rende meno assassini? Per quanto mi riguarda, la risposta è no:
uccidere è sempre uccidere, e Che Guevara lo ha fatto diverse volte nella sua vita, e non per legittima difesa ogni volta.Da anni, il progetto Cuba Archive sta facendo il conto delle vittime della rivoluzione cubana, per le quali esista conferma da parte di almeno due fonti indipendenti e alle quali sia possibile attribuire un nome.
Quattordici nemici, o presunti tali, furono eliminati dal comandante, direttamente o su suo ordine, in Sierra Maestra, durante la guerriglia contro gli uomini di Fulgencio Batista, tra il 1957 e il 1958. Dal 1 al 3 gennaio del 1959, appena catturata la cittadina di Santa Clara, mandò a morte altre 23 persone. Ma il grosso del sangue il futuro idolo dei pacifisti lo versò in qualità di comandante della Cabaña, la fortezza dell’Havana adibita a prigione. Tra il 3 gennaio e il 26 novembre del 1959 sono attribuite a Guevara ben 164 esecuzioni. Vista la metodologia dell’indagine, si tratta di numeri necessariamente approssimati per difetto: altre fonti parlano di almeno quattrocento uccisioni solo nel carcere dell’Havana. Per quello che si é può notare, facendo riferimento a quello che si vede in giro e sul web, in particolare su certi profili e pagine facebook il Guevara è diventato solo marketing,fa figo avere una maglietta o un cappellino dove si vede l’immagine di un macho con a fianco una bella donna e un mitragliatore a tracolla o avere un poster del ché in camera sopra il letto da venerare come fosse un dio. La maggior parte di questi “comunisti emergenti” vivono di ricordi immedesimandosi nella figura del guevara, un duro dal cuore tenero senza saperne un’acca sulla sua storia e sulla sua vita,in ultima analisi credo che sia sbagliato vivere nel ricordo di miti costruiti dal capitalismo che esso stesso diceva di combattere costruendo sulla sua persona un marketing per incrementare sia il mercato che la demenzialità. Quindi basta nasconderci dietro a un dito e diciamo una volta per tutte le cose come stanno e ANCORA, una volta per tutte, FUOCO ALLE ICONE!!!

Leggi anche http://ienaridensnexus.blogspot.it/2013/05/argentina-proteste-e-repressione-contro.html

La psichiatria rende liberi?

Di: Collettivo antipsichiatrico Antonine Artaud

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Oggi l’istituzione psichiatrica continua ad essere uno strumento di esclusione e controllo, ed ha enormemente ampliato il suo bacino d’utenza aumentando di anno in anno il numero delle “malattie mentali” da curare, ossia dei comportamenti “devianti” da uniformare. Tra questi rientra il consumo di sostanze psicoattive, che, se in passato era considerato un vizio, un piacere, oggi diviene sintomo di un disagio da trattare con cure psichiatriche, trasformando un problema sociale in una questione sanitaria.
Negli ultimi anni a causa del decreto Fini-Giovanardi ed alle nuove proposte di legge in materia psichiatrica, si è rafforzato il legame proibizionismo-psichiatria ed i consumatori di sostanze illegali sono diventati merce per le multinazionali farmaceutiche e per l’industria del recupero e della riabilitazione sulla base di una doppia diagnosi che li vede “malati mentali” in quanto drogati e “drogati” a causa della loro “malattia mentale”.
Nonostante si dimostri proibizionista nei confronti di chi consuma volontariamente sostanze, la psichiatria diffonde sul mercato molecole psicoattive e somministra trattamenti farmacologici che, sono spesso introdotti coercitivamente nel corpo delle persone.
Gli psicofarmaci, oltre ad agire solo sui sintomi e non sulle cause della sofferenza della persona, alterano il metabolismo e le percezioni, rallentano i percorsi cognitivi e ideativi contrastando la possibilità di fare scelte autonome, generano fenomeni di dipendenza ed assuefazione del tutto pari, se non superiori, a quelli delle sostanze illegali classificate come droghe pesanti, dalle quali si distinguono non per le loro proprietà chimiche o effetti ma per il fatto di essere prescritti da un medico e commercializzate in farmacia.
Siamo contro l’obbligo di cura, infatti non siamo a priori contro l’utilizzo di psicofarmaci ma pensiamo che spetti all’individuo deciderne in libertà e consapevolezza l’assunzione. Sentiamo pertanto l’esigenza di contrastare ancora una volta il perpetuarsi di tutte le pratiche psichiatriche e di smascherare l’interesse economico che si cela dietro l’invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.
Il fine contenitivo di tali sostanze è evidente: la distribuzione di psicofarmaci è oramai prassi diffusa anche all’interno di altre istituzioni totali. Nei CIE (centri identificazione ed espulsione) gli psicofarmaci vengono spesso somministrati sia nascosti negli alimenti che forzatamente.
Le carceri italiane favoreggiano l’uso diffuso, abituale (tre volte al giorno) ed indiscriminato di sedativi, soprattutto benzodiazepine, per tenere a bada attraverso le cure psichiatriche i detenuti, che, pur non facendo uso di stupefacenti , vengono così indirizzati verso la psicofamacologia.
Invece di avere come fine primario la salute dei detenuti, i medici diffondono l’uso di psicofarmaci, che permette di controllare chimicamente l’umore, di lenire l’ansia della carcerazione. L’istituzione carceraria si serve della psichiatria per stemperare il conflitto, e garantirsi così un più semplice controllo della massa dei detenuti, costretti a subire gravi situazioni di degrado e sovraffollamento.

Ad oggi abbiamo circa 320 reparti psichiatrici, gli SPDC (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) e oltre 3200 strutture psichiatriche residenziali e centri diurni sul territorio dove in molti casi si sono conservati i dispositivi e gli strumenti propri dei manicomi, quali il controllo del tempo, dei soldi, l’obbligo delle cure, il ricorso alla contenzione fisica. La riforma del sistema psichiatrico si è rivelata più verbale che materiale: ai cambiamenti formali non sono seguite differenze sostanziali delle condizioni di vita dei soggetti internati. Quello che è certo è che la “rivoluzione psichiatrica all’italiana” ha riguardato solo i luoghi della psichiatria, ma non i trattamenti e le logiche sottostanti.
La legge 180 (nota come legge Basaglia) ha chiuso i manicomi nel 1978 ma mantiene inalterato il principio di manicomialità, in base al quale chiunque può essere arbitrariamente etichettato come “malato mentale” e quindi rinchiuso.
Se l’articolo 32 della Costituzione garantisce il diritto alla libera scelta del luogo di cura e quindi la volontarietà degli accertamenti sanitari, con la legge 180 e la successiva 833/78 si stabiliscono dei casi in cui il ricovero può essere effettuato indipendentemente dalla volontà dell’individuo: è il caso del TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e dell’ASO (accertamento sanitario obbligatorio). Se in teoria la legge prevede il ricovero coatto solo in casi limitati e dietro il rispetto rigoroso di alcune condizioni, la realtà testimoniata da chi la psichiatria la subisce è ben diversa. Con grande facilità le procedure giuridiche e mediche necessarie per effettuare il TSO vengono aggirate, nella maggior parte dei casi i ricoveri coatti vengono eseguiti senza rispettare le norme che li regolano e spesso seguono il loro corso semplicemente per il fatto che quasi nessuno è a conoscenza delle normative e dei diritti di cui gode il ricoverato. Diffusa è la pratica di mascherare tramite pressioni e ricatti, TSO con ricoveri volontari. Spesso il paziente viene trattenuto dopo lo scadere del TSO in regime di TSV (trattamento sanitario volontario) senza essere messo a conoscenza del fatto che può lasciare il reparto, oppure, persone che si recano in reparto in regime di TSV vengono poi trattenute in TSO al momento in cui richiedono di andarsene. L’ASO funziona come trampolino di lancio per portare la persona in reparto, dove verrà poi trattenuta in regime di TSV o TSO a seconda della propria accondiscendenza agli psichiatri. Per i pazienti ricoverati in TSO e considerati “agitati” si ricorre ancora al”isolamento e alla contenzione fisica, mentre i cocktails di farmaci somministrati mirano ad annullare la coscienza di sé della persona, a renderla docile ai ritmi e alle regole ospedaliere. Il grado di spersonalizzazione ed alienazione che si può raggiungere durante una settimana di TSO ha pochi eguali, anche per il bombardamento chimico a cui si è sottoposti.
Negli ultimi anni è aumentato in Italia l’uso dell’elettroshock per i pazienti psichiatrici, ad oggi in Italia i presidi sanitari che praticano l’elettroshock sono 91 tra cliniche pubbliche e private. All’interno delle strutture sanitarie vengano fatte campagne di screening preventivi finalizzate all’incentivazione di tale terapia soprattutto per quanto riguarda ipotetici problemi di depressione post partum dove la TEC viene addirittura proposta quale terapia adeguata e meno invasiva per le neo mamme rispetto ad un Trattamento Sanitario Obbligatorio o volontario che impieghi gli psicofarmaci. Ci teniamo a ribadire che l’elettroshock è una disumana violenza e un attacco all’integrità psicologica e culturale dell’individuo che lo subisce. Insieme ad altre comuni pratiche della psichiatria come il TSO , la contenzione fisica, la terapia elettroconvulsivante è un esempio della coercizione e dell’arbitrio esercitato dalla psichiatria.
Il collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud è un gruppo di persone che si propone di sviluppare e diffondere una cultura antipsichiatrica e di contrastare gli usi e gli abusi della psichiatria attraverso attività di ricerca e di divulgazione e offrendo ascolto, solidarietà e supporto legale alle vittime della psichiatria.
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud- Pisa
per info: [email protected] / www.artaudpisa.noblogs.org /3357002669

Nestor Makhno e la sua lotta agli sfruttatori.

Nestor Makhno nacque il 27 ottobre 1889 a Guliai-Polé, distretto di Alexandrovsk, in Ucraina da contadini poveri.
Era alto circa 1,65, aveva numerose ferite in tutto il corpo, colpi di sciabola, di pallottole, una delle quali gli aveva fracassato una caviglia, cosa che lo faceva zoppicare leggermente.
All’età di sette anni lavorava come pastore nel suo villaggio, ad otto frequentò la scuola, a dodici la lascio per sistemarsi come bracciante presso dei kulaki tedeschi, che possedevano numerose fattorie in Ucraina.
Anche se a quell’epoca, non professava ancora alcun’idea politica, manifestava già un odio verso gli sfruttatori. Fu con la rivoluzione del 1905 che entrò nelle file degli anarchici dove divenne un militante infaticabile.
Nel 1908 fu condannato all’impiccagione dalle autorità zariste, ma per la sua giovane età la condanna fu commutata in carcere a vita. Scontò la sua pena nel carcere di Butirki, a Mosca, dove attinse le conoscenze storiche e politiche che gli furono poi d’aiuto nella sua azione rivoluzionaria.
Durante nove anni di reclusione, restò continuamente ai ferri per cattiva condotta.
Fu liberato il 1 marzo 1917, come tutti gli altri detenuti politici, dall’insurrezione del proletariato di Mosca.
Rientrato nel suo villaggio, organizzò libere comuni ed un soviet locale di contadini.
Quando gli austro-tedeschi occuparono l’Ucraina, formò battaglioni di contadini e operai, per combattere l’invasore. La borghesia locale, fece mettere una taglia sulla sua testa ed egli dovette nascondersi per qualche tempo.
Le autorità militari tedesche e ucraine, bruciarono la casa di sua madre e fucilarono il fratello, invalido di guerra.
Nel settembre e ottobre 1918 ci fu la lotta contro la Petliura, (la petliurovskina era un movimento della borghesia ucraina. I contadini erano arruolati per forza e disertavano spesso per raggiungere Makhno). Petliura vedeva di cattivo occhio l’organizzazione delle comuni libere dei soviet federalisti, e non avendo potuto convincere Makhno del suo errore, incominciò la lotta armata contro di lui.
Da Sud-Est saliva l’armata di Denikin, dal Nord discendeva l’armata dello stato comunista.
Per sei mesi fu una lotta accanita, Denikin offriva mezzo milione di rubli per la testa di Makhno.
Fu nel 1919 che i bolscevichi apparvero nella regione Makhnovicina. S’ingaggiò allora una lotta ideologica.
Makhno vedeva in essa un pericolo per la libertà della regione e pensava che fosse necessario combattere il nemico comune, in questo senso fu realizzata l’unione dell’armata makhnovista e dell’armata rossa. Ma i bolscevichi vollero instaurare il loro regime autoritario arrestando tutti coloro che non volevano sottomettersi. A più riprese tentarono di far assassinare Makhno. Fu scatenata una campagna di calunnie, diretta da Trotsky stesso nel momento in cui il pericolo bianco diveniva immenso, poiché Denikin riceveva rinforzi propio dal settore Makhnovista, con un notevole arrivo di caucasiani.
I bolscevichi aprirono il fronte davanti a Denikin e Makhno si vide circondato. La situazione era tragica, perché i bolscevichi avevano tagliato ogni rifornimento d’armi e sabotavano la difesa della regione. I contadini combattevano con scuri, picche vecchie carabine da caccia, furono quasi tutti massacrati.
La battaglia durò più di due mesi, con avanzate dei Makhnovisti e annientamento della controrivoluzione di Denikin. I bolscevichi ritornavano allora in Ucraina e Makhno ricevette da Trotsky l’ordine di partire per il fronte polacco con le sue truppe. Makhno rifiutò e furono messi tutti fuori legge. Nell’arco di nove mesi, più di duecentomila contadini e operai, vennero fatti fucilare da Trotsky e altrettanti furono imprigionati o deportati in Siberia.
Wrangel si presentò nella primavera del 1920. Le truppe di Makhno lottarono per mesi, fino alla sconfitta di Wrangel nel novembre dello stesso anno.
Ritornato nel suo villaggio Makhno intraprese il suo lavoro di rieducazione e di organizzazione, ma tutto questo fu spezzato dal nuovo attacco dei bolscevichi.
Il 26 novembre 1920 Guliai-Polé fu circondata; Makhno si trovava con duecento cavalieri. Makhno radunò circa duemila uomini che combatterono come diavoli per rompere l’accerchiamento dell’armata rossa.
Galoppò verso il Nord, dove gli operai lo avvisarono che lo attendeva uno sbarramento militare, poi verso l’Ovest. Centinaia di chilometri, tra neve e ghiaccio. Questa lotta impari durò parecchi mesi.
Due divisioni di cavalleria delle Divisioni di Cosacchi Rossi si aggiunsero alle armate gettate dai bolscevichi contro Makhno.
Era impossibile sfuggire. Tutti decisero di morire insieme.
Makhno ne uscì con onore. Avanzò fino ai confini della Galizia, ripassò il Dnieper, risalì verso Kursk, si trovò fuori del cerchio nemico: il tentativo di cattura della sua armata era fallito. Le divisioni rosse Ucraine si misero subito in marcia per bloccare Makhno.
Al grido vivere liberi o morire combattendo, i combattimenti ripresero. Makhno fu colpito da una pallottola che gli attraversò una coscia e un’altra lo ragginse al basso ventre.
Il 16 marzo, restava con Makhno una piccolissima unità. Forze della cavalleria nemica gli si scagliarno contro in un corpo a corpo spaventoso. Makhno che in seguito alle ferite riportate non poteva salir in sella dovette assistere a questo massacro coricato in una carriola.
Cinque mitraglieri del suo villaggio gli dissero: Batko, la tua vita é utile alla nostra causa, questa causa che ci é tanto cara; noi andiamo subito a morire; tu devi vivere. Se rivedrai i nostri parenti dì loro addio da parte nostra.
Lo presero in braccio e lo trasportarono in un carro di contadini che passava, lo abbracciarono e ritornarono alle loro mitragliatrici che si misero a crepitare per impedire ai bolscevichi di passare.
Makhno era salvo. All’inizio del mese di agosto del 1921 fu deciso che a causa della gravità delle sue ferite sarebbe partito per l’estero per esser curato seriamente. Il 17 agosto dello stesso anno fu derito altre sei volte; il 19 ci fu uno scontro con la cavalleria rossa accampata lungo il fiume Inguletz.
Makhno era in trappola, perse diciassette dei suoi compagni. Nuova ferita: una pallottola che gli entro dalla nuca per uscire dalla guancia.
Il 28 agosto Makhno passò il Dnieper. Non rivide mai più il suo paese; l’Ucraina fu occupata dall’armata rossa che imprigionò e uccise senza pietà.
Makhno giunse in Rumenia dove fu internato assieme ai suoi compagni. Evase e passò in Polonia. Arrestato e processato, fu assolto. Andò a Danzica, dove fu nuovamente imprigionato. Evase con l’aiuto dei compagni, e si stabilì a Parigi.
In questi ultimi anni scrisse la storia delle sue lotte e della Rivoluzione in Ucraina. Ma non poté terminarla, si arrestò nel 1918.
Lavorò per qualche tempo in un’officina , ma molto malato e sofferente per le numerose ferite, condusse a Parigi un’esistenza penosa sia materialmente che moralmente.
La sua salute peggiorava rapidamente, ricoverato all’ospedale Ténon, vi morì nel Luglio 1935.

Tratto da “La rivoluzione russa in Ucraina (marzo 1917-Aprile 1918) di Nestor Makhno, ed. La Fiaccola – Ragusa1921._Нестор_Махно_в_лагере_для_перемещенных_лиц_в_Румынии

Gli altarini della patria.

Il nazionalismo legittima il potere e la violenza dello stato. Per questo motivo,se il sentimento nazionale è percepito come un’identità collettiva da parte di un gran numero di persone, risulta essere sempre nocivo e pericoloso. E’ fonte di indottrinamento,di alienazione,di oscurantismo. Il nazionalismo si coniuga con il patriottismo,cioè con la venerazione della “madre patria”,che è contraria e nemica del pensiero razionale. Il patriottismo conduce al sacrificio umano nel nome della difesa della patria. E’ fonte dell’odio altrui. Coniugato al patriottismo,il militarismo prepara la società alla guerra,fomentando l’idea che fuori dai confini nazionali artificiali,ci sono potenziali nemici,mercati da conquistare,società da omologare. La mentalità militare implica la subordinazione,la sottomissione ma alla fine è sempre il popolo che risulta essere sempre dalla parte sbagliata dei fucili.1236318_369193036545960_1318286495_n

Le bandiere sono dei pezzi di stoffa colorata con cui i governi avvolgono le menti e poi usano come sudari per seppellire i morti. (Roy Arundhati)

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